Christjampoller

Canne galleggianti

1

Fino al ’35 la mia famiglia abitava in collina. Quell’anno ci trasferimmo al mare. La nostra casa dava proprio sulla spiaggia: appena uscivi dalla porta, ti ritrovavi il mare a pochi metri, dopo una pinetina. Nelle mie estati ho passato mille pomeriggi guardando il mare apparire dietro ai pini. E poi, quando la stagione finiva, io mi mettevo sui tetti a guardare l’arrivo di settembre. C’era un cielo azzurrissimo: all’orizzonte, verso mezzogiorno, mare e cielo tra un po’ si confondevano. E quando il sole splendeva, nel ricordo rimaneva sull’orizzonte un po’ di rosso.

La spiaggia si liberava: finalmente con i miei amici si poteva giocare a pallone. Qualche volta venivano gli amici di mio padre e facevamo grandi contro piccoli. Alcuni dei “grandi” non sapevano perdere: ci volevano dieci minuti per convincere Bruno che il rigore era nostro.

Ma quando poi finiva la partita e tutti quanti andavano via, bestemmiando a destra e a manca, io mi fermavo, sudato, sulla sabbia, o su una sdraio abbandonata, a rimirare il mare che iniziava ad incresparsi. Rimanevano pochi ombrelloni: la sera era sempre più vicina, solo il bagnino passava a smontare le cose…

D’inverno c’era un’umidità nella mia casa! A quei tempi non c’era mica il riscaldamento: usavamo coperte a volontà! A volontà poi per modo di dire, perché i soldi non erano tanti. E mi ricordo il risciacquo del mare, l’odore, prima di prender sonno, della salsedine. Un’onda. Dormi. Un colpo di vento: dormi. E poi crollavi in un sonno benedetto, abbandonando le fatiche della giornata con la stessa dolcezza di uno ch’è lietamente stanco, dopo aver fatto l’amore. Io avevo un sonno profondo e pesantissimo. L’orologio della torre batteva dodici botte. E poi non sentivo più nulla.

Mio padre era intransigente sugli orari. Una volta, rimasi fuori con gli amici fino a mezzanotte. Al ritorno mandai in avanscoperta mio fratello; e, quando lui aprì la porta, si ritrovò di fronte nostro padre in canottiera e mutandoni, con una faccia che non l’avrei augurata a nessuno.

Ad ogni modo, si andava a dormire. Ricordo ancora qualche sogno ricorrente. C’era una nave che partiva. E sulla nave io, di nascosto, venivo da una segreta piena d’ombra verso una stanza con un caminetto. E rimanevo lì, furtivo, appiattito per terra, a guardare. Forse arrivava uno ad attizzare il fuoco, non ricordo. Ricordo bene solo l’azzurro che inondava tutta la visione. Così si dormiva allora, cullati dal rollìo delle onde. Se di giorno avevi fatto il bagno, alla sera sentivi il beccheggiare nel letto…

E, sebbene fossi ancora così giovane, mi prese nostalgia del mio paese. Guardavo in alto, verso le colline, ma non lo trovavo. Finché, un pomeriggio, due muratori mi dissero: “E’ là”. E m’indicarono un posto che a me pareva non c’entrasse niente. Ma dissero che era il lato ovest, o qualcosa del genere, ed io me la bevvi tutta. Ci misi anni per capire che m’avevano preso in giro.

Quando venni in città era estate. I miei genitori gestivano un albergo, e abitavamo in una casetta accanto. Chi guardava da fuori vedeva l’albergo con a lato una specie di capanno: era lì che abitavamo. Mio fratello Riccardo studiava musica e passava quasi tutto l’anno a Roma. Quando ad agosto tornava a casa, s’annoiava. L’unico amico che aveva ancora a Silvi era un altro studente di musica. Si chiamava Vincenzo, ed era molto povero. Studiava con la porta aperta, finché c’era la luce del giorno, perché in casa non aveva la corrente.

Spesso uscivo con lui e mio fratello. Passeggiavo con loro, e li ascoltavo discutere di musica. Una volta, l’anno dopo il mio arrivo in città, mio fratello portò a Vincenzo un giornale. C’era una notizia sconvolgente: era morto Ottorino Respighi.

Alle volte Vincenzo veniva col cuginetto, figlio d’una zia a cui era molto legato. Era un bambino timido, magrissimo. Si chiamava Federico Christjampoller. Impiegai tempo a imparare il suo cognome.

Mio fratello e Vincenzo avevano un anno più di me, e avevano paura che li mandassero in Etiopia. Per fortuna la guerra finì prima che raggiungessero l’età. A quell’epoca, nessuno di noi era interessato al fascismo. La politica era roba da grandi. La lasciavamo ai professori, alla gente seria, a quelli che insegnavano il latino. Mussolini c’era, ci faceva fare la ginnastica, ci faceva girare in divisa -il sogno di tutti i ragazzi- il sabato non ci faceva andare a scuola, e se facevi finta di star male era una cuccagna. Ci riempiva di complimenti perché eravamo la gioventù d’Italia, i Balilla, e quando nascevamo i nostri genitori ricevevano un po’ di soldini, così eravamo sicuri che fossero contenti di averci al mondo. Il padre di un mio amico, che aveva l’abitudine di alzare le mani, aveva tirato uno schiaffo per strada al suo bambino e per questo era finito in galera. Ben gli stava! Mussolini aveva ragione. L’unico errore del Duce, secondo Riccardo, era di aver mandato via il maestro Toscanini. Quest’opinione era condivisa, con mio grande stupore, dal piccolo Federico. Che ne sapeva lui, a dieci anni, del maestro Toscanini?

Incombeva la guerra. Papà l’altra guerra l’aveva fatta, e diceva cose diverse da quelle che venivano raccontate nei comizi. Ma molti ragazzi più grandi non la pensavano così: dicevano che, grazie alla guerra, sarebbero diventati uomini. Una volta, Federico giocava allo schiaffo del soldato. Stava sotto lui. Uno di questi ragazzi gli ammollò un ceffone, che si sentì la botta da lontano. Non era la prima volta che lo faceva. Io e Vincenzo muovemmo verso di lui per fargli una cazziata. Ma Federico, tutto rosso, prese in mano un mattone e lo scagliò con tutte le sue forze contro il bullo. Ci mancò poco che lo colpisse in testa. Per fortuna, nella rabbia, non aveva mirato. Lungo la strada, ancora tutto rosso, Federico si vantava del suo gesto. Noi ridevamo, ma gli dicemmo di non farlo più.

Arrivammo fin sotto la sua casa. Dalla finestra si sentivano un grammofono che suonava Di quella pira e la voce di un tale che ci cantava sopra a squarciagola. Alcune donne per strada inveivano contro “il barbiere”. Riccardo pensò che non distinguessero tra Il barbiere di Siviglia e Il trovatore. Ma Vincenzo, ridendo, gli disse che non era così. –Zio, spegni sto coso che sono le tre del pomeriggio!

-Papà, papà, le donne strillano! – esclamò Federico salendo le scale. Sua madre ci aprì la porta e all’ingresso trovammo un uomo che dimostrava sui trentacinque anni e che cantava a gran voce, davanti al grammofono. Sua moglie, con la mano sulla fronte, sembrava implorarss il Padreterno.

-Papà, papà, le donne strillano!

L’uomo gridò: -Cosa? – e fermò la musica. Fu così che conobbi Christjampoller.

2.

La madre di Federico, la signora Letizia, ci offrì dei dolcetti, poi andammo via. Vincenzo disse che suo zio era un barbiere, che suonava il clarinetto nella banda, e adorava il maestro Toscanini. Così era spiegata la cultura musicale del piccolo Federico.

Era già l’inizio di settembre. Sulla strada di casa restai colpito da un sole giallo densissimo che filtrava tra i rami degli alberi. Si sentivano cani abbaiare.

Era passato un anno dal mio arrivo in città. Quell’estate ero stato sempre male. Quando compii sedici anni, il 14 agosto del ‘36, il mio amico Giuseppe mi mandò un biglietto d’auguri: “Quando c’è la salute c’è tutto.” In ritardo scoprii che avevo avuto la mononucleosi. Allora la conoscevano come la malattia del bacio. Quesa definizione scatenò la furia di mia madre, che voleva sapere chi avessi baciato, e tutti i giorni pregava per la remissione dei miei peccati.

Il primo giorno che uscii dopo la malattia, vidi delle more su una rete arrugginita e le mangiai. C’era il cielo più azzurro ch’io abbia mai visto, e nuvole bianche, gonfie, densissime, che sembrava di poterle toccare. Quell’anno, era il ’36, mancò l’acqua per tutta l’estate. Mio padre, con la pensione, non sapeva che pesci pigliare. Scrisse un cartello: “Si avverte ai signori bagnanti che l’acqua corrente non c’è. Andate al mare.” Era furioso. Andò a parlare col podestà dicendo che così gli facevano perdere clienti. Il podestà rispose che li perdeva per via del cartello.

Passava il tempo e l’acqua non tornava. Mio padre era una belva e se la prendeva con me perché ero stato male e non l’avevo aiutato alla pensione. Mamma mi difendeva, ma era sempre arrabbiata per via del bacio. Una volta che mio padre gridava, io gli risposi male. Cacciò la cinta e me le diede così forte che per un periodo restarono i segni. Andava in giro per casa e bestemmiava. Mia madre si faceva il segno della croce tutto il giorno. A fine agosto Riccardo ripartì per Roma.

Il pomeriggio del primo giorno di scuola, che allora cadeva il primo ottobre, io e Giuseppe andammo soli al mare, per fare due tiri al pallone. Non c’era nessuno: la sabbia era tutta bagnata, il mare agitato, tirava vento ed era tutto annuvolato.

L’inverno fu simile a tanti altri inverni: i compiti, il freddo, il sabato fascista. Quando avevo tempo lo passavo al bar. Non frequentavo né la parrocchia né l’Opera Nazionale Balilla. Ero un ragazzo solitario.

Il giorno di Santa Lucia, al mio paese, veniva la banda. La mattina passava per le strade e le svegliava. Poi a pranzo suonava nella piazza. Di pomeriggio accompagnava la processione. E a sera, davanti a una porchetta e a un boccale di vino, il paese si riuniva per sentire la Traviata, la Norma o la Lucia.

A mezzogiorno, in piazza Garibaldi, mentre suonavano I pini di Roma (del maestro Respighi che era da poco scomparso) riconobbi il signor Christjampoller, col suo clarinetto. Anche lui mi guardò, mi fece cenno. Quando smontarono, si fece avanti e disse: -Tu sei amico di Vincenzo, vero?

-Sì. Buongiorno.

-Ciao. Qual è il tuo nome?

-Fausto.

-Fausto. Io sono il padre di Federico, ti ricordi?

-Sì.

-Quello che cantava… lì…

-Sì, sì, mi ricordo.

-Tuo fratello non c’è?

-No, è tornato a Roma.

-Che fa a Roma?

-Studia musica… al Santa Cecilia.

Gli occhi di Christjampoller s’illuminarono.

-Ah, studia musica. Bravo.

Ci fu un attimo di silenzio.

-Beh, adesso ti devo lasciare. Ci vediamo.

3

Giovanni Christjampoller era nato nel 1898. Suo nonno era un ebreo austriaco, della Galizia orientale. I suoi genitori, Walter e Maria Teresa, erano socialisti. Questo gli procurò guai fin dal principio. Una volta, a scuola, la direttrice lo apostrofò gridandogli: “Tu, figlio di sovversivi!”

Christjampoller ricordava che quella donna era “una fanatica: quando faceva i discorsi patriottici si metteva a piangere.” Non tollerò che si offendessero i suoi genitori e rispose in un modo che gli procurò la sospensione.

Il padre di Christjampoller aveva studiato in seminario prima di diventare socialista, ed era, per l’epoca, un uomo colto. A tredici anni il figlio faceva l’apprendista di un barbiere, e con un po’ di soldi messi da parte i genitori gli comprarono un clarinetto. Fin da piccolo amava la musica. Quando aveva sentito la banda per la prima volta era come impazzito. Per lui non c’era nulla di più divino dell’organizzazione dei suoni.

Christjampoller viaggiava con la banda. Una volta arrivò fino a Napoli per suonare l’Incompiuta di Schubert. Durante la pausa, si avvicinò un tale e gli disse: “Signor maestro, la sinfonia è bella, ma accà ci vuole un po’ di musica nostrana… per esempio ‘A ronna è mobbile.”

Fu la madre a impedire a Christjampoller di dedicarsi alla musica: ricevette un invito dalla Banda dell’Aeronautica di Roma, ma la madre disse che no, di trasferirsi non se ne parlava. Poi scoppiò la guerra. Un giorno, sull’Avanti!, il compagno Mussolini scrisse che aveva cambiato parere e che ora appoggiava l’intervento. I signori Walter e Maria Teresa, ch’erano socialisti pacifisti, capirono che non c’era più nulla da fare. Alla fine la guerra li avrebbe contati fra le vittime: nel ’18 presero la spagnola.

Christjampoller fu arruolato nel ’16, e partì senza entusiasmo. C’eran di quelli che amavano fare i patrioti, ma per lo più si trattava di gradassi, che poi erano i primi a scappare. Altri facevano sul serio. Ma i più partivano pieni di rancore. Quella guerra non era la loro, l’Italia non l’avevano manco voluta! Dopo un anno nelle trincee non se ne poteva più. Si stava tutti ammucchiati, nient’altro. Le uniche varianti in questa vita erano quando si finiva sotto il fuoco. A Christjampoller toccò di andare a recuperare i feriti sotto il tiro delle mitragliatrici. I soldati non si riuscivano a capire perché ognuno parlava il suo dialetto; e qualche volta, se si sentivano voci, si aspettava col cuore in gola di vedere le divise per capire se erano amici o nemici.

Verso la fine del ’17 circolarono notizie strane: era successo un fatto grosso. Un compagno d’armi di Christjampoller rischiò la fucilazione per aver scritto alla fidanzata: “Si dice che i russi faranno la pace.”

Tutto il resto era tempo d’attesa. Ci fu un periodo buono nell’inverno del ’16: tutto il reparto fu trasferito in un paesino di montagna, dove più tardi festeggiarono il Natale. Christjampoller ricordava una donna che sembrava la sua direttrice, che tenne un gran discorso patriottico. A un certo punto gridò: -Guardate! Guardate questi eroi!- e additò con enfasi una massa di mutilati. Christjampoller rischiò di rimanere mutilato lui stesso, perché un giorno si perse con un compagno mentre facevano rifornimento, e si trovarono presi dai tedeschi. In un granaio, il barbiere aspettava la sua condanna a morte quando entrò un tizio tutto scalmanato, gridò qualcosa in tedesco e dopodiché ci fu un botto della Madonna. Christjampoller stette per perdere una gamba.

Dopo la guerra non c’era più nulla. I suoi genitori erano morti. Ma non si sentiva la pace. Sembrava che la gente cercasse di dar battaglia per strada. Il mondo era tutto sottosopra. Anche Christjampoller credette nella rivoluzione e nel compagno Lenin. Poi successe qualcosa: l’occupazione delle fabbriche non funzionò, il partito si divise a Livorno e il compagno Gramsci scrisse che il proletariato italiano doveva chiedersi se non dovesse imputare a se stesso la colpa del fallimento. I lavoratori si sentivano abbandonati: tutta la dirigenza del partito sembrava aver perso fiducia in loro. I capi, da agitatori, sembravano trasformati in conservatori.

Christjampoller sfilava il primo maggio, con il suo abito da festa, in silenzio, come usava allora. Ma quando arrivò la rivoluzione, fu una rivoluzione diversa. “Allarmi, siam fascisti / e morte ai comunisti…” Ma qualcosa, dal fondo della disperazione, intervenne a salvarlo. Prima il suono di un clarinetto, poi l’amore di Maria Letizia, che sposò nel ’23.

La vita di Christjampoller, fra il ’23 e il ’37, poteva chiamarsi felice. Per lui e per tutti, la cosa importante era poter tornare a respirare aria serena. Al punto in cui erano arrivati, non importava più che la tranquillità venisse da Trockij o da Mussolini. Anche Christjampoller s’indignò per il delitto Matteotti. Ma dopo un po’ se lo scordò. Solo quando qualcuno gli pareva un fascista troppo sperticato, commentava: “Quel Mussolini non ce l’ha manco lui l’aureola in testa. Lo ha fatto ammazzare lui a Matteotti”.

Quello che lo mandò su tutte le furie fu il fatto che Toscanini venisse schiaffeggiato dai fascisti. Era il ‘31: il celebre direttore, a Bologna, s’era rifiutato di eseguire Giovinezza ed era stato schiaffeggiato, con gran soddisfazione di Mussolini che scrisse: “Finalmente haanno dato una bella lezione a questi musicisti cafoni!”.

Christjampoller scrisse al Duce una lettera anonima ch’è ancora conservata negli archivi fascisti.

Domando se nell’anno IX dell’Era Fascista sia permesso ad un Pinco Pallino qualsiasi di schiaffeggiare il Maestro Toscanini, reo di non aver voluto suonare Giovinezza in una celebrazione in cui questo inno, pur tanto caro agli italiani, c’entrava come i cavoli a merenda. In questo periodo di capovolgimento dei valori morali ci si può aspettare di veder schiaffeggiato domani anche Marconi perché non radiotrasmette qualche discorso sonnifero di qualche gerarca in diciottesimo…

Firmato: Un Fascista (che, a costo di essere chiamato vigliacco, non firma perché non vuole finire al confino, il che oggi è molto facile anche se si ha perfettamente ragione)

Per fortuna aveva avuto l’accortezza di spedire il suo messaggio da Pescara, in modo che non potessero rintracciarlo. Una volta spedito, ebbe paura non tanto per sé, quanto per Letizia e i bambini. In fondo, non era così impossibile trovarlo: chi altri, in tutto l’Abruzzo, portava una simile devozione al Toscanini?

Christjampoller aveva avuto due figli: Luisa, nel ’21, e Federico, nel ’25. Letizia lo adorava; mezzo paese andava a farsi i capelli al suo salone, e ne usciva con tutta l’allegria che sapeva infondere quell’uomo gentile e canterino.

Il migliore amico di Christjampoller era il generale Vernamonte: un tipo alto, smilzo, pacato quanto Christjampoller era piccolo e impulsivo. Leggeva libri e gli piaceva esprimersi in modo ricercato. Una volta entrò in un caffè di Pineto dove il tenente D’Ostilio stava giocando a briscola. Stava perdendo, ed era alla mano decisiva. E proprio mentr’era il suo turno, entrò il generale dicendo: “Stamattina mi sono svegliato a cavallo di un tuono”. Il tenente era un tipo sanguigno. L’ingresso del collega lo confuse e gettò la carta sbagliata. In un attimo si riprese, lanciò un urlo, poi afferrò un calendario a due mani e cominciò a bestemmiare tutti i santi che vi leggeva, ad uno ad uno.

L’altro grande amico di Christjampoller era il professor Barlaham, un tipo alto, bruno, ben piazzato, un po’ burbero, che insegnava italiano alle medie. Poi c’erano la prima tromba Annibale Grandi, l’oboista Simone Graziosi, il flautista Giovanni Marchigiani e il basso tuba Eustachio Magnini, che suonavano in banda con lui. Era molto amico di tutti e quattro, e divenne intimo del basso tuba, “lu trumbone d’accumpagnamente”, come si dice in Abruzzo. Di lui diceva: “Non suona per piacere, suona per spirito di corpo. A lui non toccano belle melodie, né pezzi di bravura… Si fa il trombone d’accompagnamento per amore della banda”.

4

A marzo del ’37 successe qualcosa che cambiò di botto la vita di Christjampoller. Federico aveva deciso che, per l’arrivo della primavera, si sarebbe tagliato i capelli. E così, la mattina del 21 marzo, si sedette nel salone del padre. Christjampoller iniziò a tagliare, ma a un certo punto arrivò un tale dall’aria illustre, alto, ben vestito. Il barbiere disse al figlio che avrebbe finito nel pomeriggio e si precipitò ad accogliere il cliente. Federico dovette andare a scuola con mezza testa tagliata e mezza no.

Christjampoler mise un disco di Toscanini che eseguiva la Settima sinfonia di Beethoven. Gliel’aveva procurato un amico di ritorno dall’America, il fu Baldassarre. Christjampoller si mise ad elogiare Toscanini e la qualità delle incisioni americane, aggiungendo: -Peccato che il Maestro l’abbiano mandato via. Ma è la politica che ha le sue esigenze.

Subito dopo, temendo d’essersi tradito, sentenziò: -L’arte è al di sopra di tutto: lo dice anche il Duce.

-Il Duce?

-Sì, l’ha detto il Duce da Palazzo Venezia: la politica deve diventare un’arte, perché l’arte è la cosa più importante.

Christjampoller, quel giorno, tornò a casa con l’idea d’aver commesso uno sbaglio.

Quella sera fu chiamato dal prefetto. Uscì di casa, dopo aver avvertito Letizia di stare in guardia. Si mise il pastrano, perché era una sera fredda, e scese in strada. Tirava vento, non c’era nessuno. Christjampoller fu colpito in faccia da un foglio di giornale. Gli parve un cattivo presagio. Sentì anche una madre che cantava, il cuore gli si addolcì. Ma non bastò a smagare la paura.

A metà strada si mise a piovere. Affrettò il passo. Non aveva niente per coprirsi. Pensò che, forse, avrebbe potuto dire ch’era rimasto bloccato dalla pioggia e tornare un altro giorno, dopo aver studiato il discorso da fare. Ma si disse che sarebbe stato peggio. Arrivò in prefettura in orario. C’era un lungo corridoio. Lui era tutto bagnato. L’acqua cadeva sul tappeto, e lui temette che potessero incolparlo anche di quello. Disse ad un tale: “Sono Christjampoller”.L’uomo gli indicò una porta. Lui s’avviò.

Una voce gentilissima gli disse: “Venite, signor Christjampoller, accomodatevi.” E un uomo robusto gli venne incontro, sorridendo, per stringergli la mano. Christjampoller si preoccupò. Si sedette.

C’erano tre uomini in piedi di fronte a lui. Ma due soli parlavano. L’altro restava muto a lasciar intendere che era una cosa molto grave.

-Christjampoller, voi siete un buon artista.

-Grazie.

-E avete giustamente riferito le parole del Duce sull’importanza dell’arte.

-Sì.

-Il problema è: se uno come il Duce, che, come voi, conosce l’importanza dell’arte, prende provvedimenti contro un artista, non avrà le sue buone ragioni?

-Difatti, come ho tenuto a sottolineare, esistono ragioni della politica, che io non discuto, e che non sono necessariamente le stesse dell’arte. Non si può avere tutto nella vita. Bisogna scegliere. Il nostro Duce, molto giustamente, ha scelto.

-E voi chi scegliete, tra il Duce e Toscanini?

-Ma certamente il Duce. Esprimevo solo il mio dolore per la perdita di un artista che avrebbe potuto dar lustro alla patria.

-Ma il maestro Toscanini ha scelto liberamente di non dar lustro alla sua patria. Nessuno l’ha obbligato.

-Anche i grandi sbagliano. Toscanini, come il Duce, ha fatto una scelta. Purtroppo, non la migliore.

-Però voi la vostra scelta non l’avete fatta, perché siete fedele al Duce, ma anche a Toscanini. Non si può avere tutto nella vita.

-Chiedo scusa: si tratta di un regalo di un amico, che tornò dagli Stati Uniti, ignorando gli avvenimenti italiani, per morire poco dopo il suo ritorno. Non potevo disprezzare il dono di un amico.

-Voi siete molto intelligente, Christjampoller.

-Vi ringrazio.

-Cercate di mettere la vostra intelligenza al servizio di una giusta causa. La musica è una causa più nobile del maestro Toscanini. Quando il maestro sarà morto e i suoi dischi saranno così rovinati da non potersi più sentire, resteranno all’umanità le musiche di Verdi, non le sue esecuzioni. Gli esecutori vanno e vengono. Gli autori restano. Il nostro Duce, a suo modo, è un autore. Lui resterà.

-Certo.

-Bevete con noi, signor Christjampoller.

-Ma come? Per così poco?

-Christjampoller, io vi chiedevo di bere del vino alla salute del Duce. Se questa è la vostra risposta, vi daremo da bere dell’altro.

Una settimana dopo, mentre Christjampoller riapriva il suo salone, si ripresentò il signore elegante che aveva fatto la soffiata. Ma ora non era più così distinto. Iniziò a provocare Christjampoller chiedendogli se gli era servita la lezione, se aveva ancora il disco di Toscanini, se ancora gli piaceva così tanto, se aveva dato una ripassata ai discorsi del Duce. Christjampoller non rispose.

-Avete mai pensato – continuò l’uomo entrando nel salone – che non solo i clienti più fedeli al partito potrebbero diventare infedeli al vostro negozio, ma che perfino la signora vostra moglie potrebbe alla fine preferire un fascista che le darebbe una vita più agiata…

Christjampoller non ci vide più. Come anni prima non aveva tollerato l’offesa ai genitori, ora non tollerò quella a sua moglie. Gli scattava dentro un meccanismo per cui portava pazienza finché offendevano lui, ma quando gli toccavano i suoi cari diventava una bestia. –Andate a quel paese voi e tutta la banda di delinquenti che vi protegge! Qua dentro non c’entrate più manco se v’accompagna non il Duce, ma il Papa in persona!

Tornò a casa e raccontò tutto a Letizia, aspettandosi di venire rimproverato. Letizia l’abbracciò.

E una domenica, io ero andato a comprare il giornale per mio padre, passai davanti alla bottega di Christjampoller e trovai tutto sfasciato. C’erano dentro lui, Letizia, Luisa e Federico. Tutti avevano facce sconvolte, Letizia piangeva. Corsi a casa ad avvertire i miei. Poco dopo eravamo tutti lì. Portai Federico a fare un giro. Venne anche Vincenzo, scuro in volto. Era una bella domenica, piena di sole. Quando tornammo a casa, sentii mio padre rantolare: “Fascisti di merda!”

In quei giorni i Christjampoller seppero chi erano i loro amici. Molti non li andarono a trovare. Noi sempre. Federico soffriva moltissimo. Già si vergognava con gli amici che lo prendevano in giro per i suoi occhiali (“quattrocchi, quattrocchi”). Ora soffriva per la sua povertà. Per gli sguardi cattivi, il disprezzo della gente per un gesto del padre che lui manco poteva comprendere. Sapeva solo che suo padre aveva ragione. Quando era in compagnia non sapeva di che cosa parlare. Provava allora a parlare di scuola, e tutti lo zittivano.

Christjampoller decise di partire. Sarebbe andato in Argentina, come il padre di Letizia. –Però tu torna- gli disse la moglie, che suo padre dopo la partenza non lo aveva visto più.

Riccardo tornò apposta da Roma. Accompagnammo Christjampoller alla nave. Era una splendida mattina d’aprile. Pareva un’offesa che fosse così splendida. I passeggeri salivano. Si sentiva il rumore della sirena. Il mare era azzurrissimo. Il molo di Pescara una lunga striscia bianca, attraversata dai pescatori… I trabocchi abbassavano le loro reti.

-Questo Mussolini va fermato – disse Christjampoller. -E se diventassimo come la Germania?

-In questo caso, tu saresti al sicuro laggiù – rispose mio padre.

-Io sì, ma loro? – ed indicò accorato la sua famiglia.

-Appena vedete che tira aria cattiva per gli ebrei, venite da me. Baldassarre, dall’America, mi disse che all’estero non avevano mandato giù né l’Etiopia né la Spagna. Se quel buffone diventa amico di Hitler finiamo nella merda!

-Non ci pensare… pensa a guadagnare e a tornare presto – disse Letizia.

-E a voi chi ci pensa?

-Non ti scordare il clarinetto.

-Se mi scordo pure quello mi si spacca il cervello.

-Scrivi.

-Tanto è tutta posta intercettata.

-Scrivi lo stesso. Se in America incontri Toscanini fagli i complimenti anche da parte nostra.

-E pensare che eravamo socialisti tutti quanti: io, i miei genitori, e quel buffone là. La vedi ora che bella libertà, che bell’Avanti!?

-Vai.

-Federì… non ti far prendere per il culo.

Quella fu la massima dimostrazione d’affetto che Christjampoller concesse a suo figlio. Lo amava, ma non gli mostrava il suo amore.

La nave partì. Io, quella sera, mi sedetti sulla spiaggia. Riccardo era dentro, ripartiva per Roma il giorno dopo. Mio padre andò a fare una passeggiata. Mia madre non aveva voglia di lavare i piatti e lasciò tutto così com’era.

Si vedevano sul mare le lampare.

Il difficile di essere contemporanei

Non si decide di venire al mondo in una determinata epoca. La nostra appartenenza storica deriva da un fatto meccanico -il fatto di essere stati generati in un dato luogo e in un dato momento. Tutti i compositori, al pari di tutti gli esseri umani, hanno instaurato un rapporto dialettico con la propria epoca -con esiti contrastanti e qualche volta drammmatici.

Andrea Luchesi è stato un protagonista del periodo, fra il Sette e l’Ottocento, che dallo stile italiano portò al classicismo di Haydn, Mozart e Beethoven. Come Salieri, al confronto coi giganti la sua fama sperimentò una caduta tanto più rovinosa quanta più era stata la gloria iniziale. Ma, a differenza di Salieri, di cui restano l’opera e le notizie biografiche -passibili di un’eventuale rivalutazione in futuro- di Luchesi si è perso quasi tutto: non possediamo più le sue partiture -salvo rare eccezioni- e non possediamo più notizie sufficienti a tracciarne itinerario artistico e biografico. Il treno inarrestabile della Storia lo ha fatto a pezzi sulle sue rotaie.

Di Hans Rott, collega di Mahler a Vienna e allievo prediletto di Bruckner, restavano solo il nome e qualche accenno nell’autobiografia di un musicista mancato, Karol Krzyżanowski, e in degli articoli pubblicati negli anni Cinquanta. Nel 1985 Quirino Principe, nella sua biografia di Mahler, raccontò la vicenda di Rott in modo talmente appassionante che subito diede la stura alle ricerche. Dalla Biblioteca nazionale di Vienna riemersero i manoscritti, e nel 1990, 106 anni dopo la morte di Rott, abbiamo avuto il piacere della prima esecuzione pubblica di una sua opera.

Tutti i conoscitori di musica sanno quant’è importante il rapporto tra suono e silenzio. E’ in tale rapporto che si determina l’interpretazione musicale -la durata di una pausa, una virgola realizzata in mezzo a un fraseggio… Ma il rapporto col silenzio è fondamentale anche per la storia della musica. La mancanza di notizie su Luchesi ci impedisce di valutare a fondo l’influenza che può aver avuto sul giovane Beethoven -di cui, secondo alcuni, fu maestro. Il silenzio che ha sommerso Rott ha gettato una falsa luce su Mahler, e non tanto per i temi e le orchestrazioni che Mahler riprese dall’amico -in una poetica di simbologie funebri come quella di Mahler, la musica dell’amico scomparso dev’essere assurta essa stessa a ideogramma funebre- quanto perché, sganciato dall’ideale rottiano di una “musica universale”, che riunisse in sé i diversi stili dell’epoca e delle altre epoche, il citazionismo mahleriano, il suo viaggiare -deformandole- fra epoche e poetiche diverse è parso frutto di un alessandrinismo, di un gusto della crisi che non appartenevano al vero Mahler, e che difatti non si riscontrano nelle interpretazioni dei direttori che lo conobbero -Walter e Klemperer su tutti.

Il Novecento ci ha regalato due casi paradigmatici di rapporto tra il musicista e la sua epoca: Toscanini e Furtwaengler. Uomini dell’Ottocento catapultati nel pieno del nazifascismo, presero decisioni diversissime. La storia di Toscanini è nota e chiara: antifascista, pragmatico, uomo d’azione, scelse di non compromettersi; e andò in America, diede concerti nel nascente Stato d’Israele e si adoperò per aiutare i musicisti antifascisti e le loro famiglie. La scelta di Furtwaengler fu diversa: figlio dell’idealismo romantico, egli credette che, finché il popolo tedesco avesse potuto partecipare alla liturgia dell’atto musicale, avrebbe trovato in esso uno spazio di libertà. E rimase in Germania, assumendosi la responsabilità di essere un vicino, e un potenziale complice, degli assassini. In realtà, Furtwaengler non prese mai la tessera del Partito, più volte entrò in contrasto col regime, e tentò di difendere sia i musicisti ebrei che i compositori gettatidal nazismo nelle fosse comuni dell’ “arte degenerata”. Io sono un toscaniniano. Ma, dell’analisi del rapporto tra questi musicisti e il loro tempo, la figura di Furtwaengler emerge come quella di colui che si è assunto il maggior rischio -anche di fronte ai posteri. Che la sua scelta sia stata sofferta, lo dimostrano le esecuzioni: il suo Beethoven degli anni della guerra è il Beethoven dei contrasti, delle fratture del discorso musicale, un Beethoven centrato sugli scontri e sulla dialettica interna. L’ebbrezza dionisiaca delle registrazioni del dopoguerra testimonia fino a che punto la liberazione dal nazifascismo fu una liberazione anche per l’artista e l’uomo Furtwaengler.

Anche il rapporto dei due direttori con la tecnologia è significativo. Per Toscanini, il disco fu un problema perché tecnicamente imperfetto. Quando la tecnologia fu in grado di restituire in maniera attendibile le sue esecuzioni, il direttore vi vide il mezzo per realizzare un’interpretazione testamentaria -l’impossibile, e tuttavia fanaticamente perseguita, interpretazione definitiva. Più carico d’implicazioni fu il rapporto col disco di Furtwaengler, le cui esecuzioni erano sempre legate al qui ed ora, e per il quale la fissazione della sua arte su un supporto meccanico rappresentò un problema non pratico, ma estetico e filosofico.

Fin qui, il discorso non si scosta molto da quello di Benjamin sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.  Ma per la generazione successiva, nata nel Novecento e col disco, le cose furono diverse.

Karajan e Glenn Gould videro nel microfono non un mezzo per fissare le loro interpretazioni, ma un vero strumento musicale. Un ulteriore strumento dell’orchestra per Karajan, una seconda tastiera del pianoforte per Gould. La tecnologia, per questi grandi artisti, fu parte integrante dell’interpretazione: fu ciò che consentì loro di realizzare quelle intenzioni della partitura che l’orchestra e il piano in natura, col loro suono materiale, col condizionamento dell’ambiente, non potevano realizzare. Fu il loro modo di liberare l’esecuzione da ogni aspetto accidentale e di realizzare un’esecuzione astratta, mentale.

Al polo opposto di tutto questo si colloca la rivolta contro la Storia di un piccolo un compositore moravo, Leoš Janáček.Col suo realismo condotto fino alle estreme conseguenze, Janáček infranse uno dei cardini del pensiero occidentale da Platone in poi: la separazione dell’essenziale, l’Idea, dagli accidenti. Quando gli artisti dei secoli precedenti affermavano di imitare il vero, in realtà non era il vero empirico che imitavano, ma la sua versione purificata da ogni fatto transitorio, la sua quinta essenza: l’Idea platonica. Reintroducendo gli accidenti e le contingenze nel suo discorso musicale, rinunciando alla mente in favore dei cinque sensi, Janáček fu come una bomba piazzata nella storia degli stili poco prima che terminasse.  Se questa bomba non scoppiò, fu -ancora- a causa dell’epoca: epoca che vide la chiusura al mondo del suo Paese nel periodo compreso tra il crollo dell’Impero austroungarico e l’innalzamento della Cortina di ferro. Non scoppiò, la sua bomba, anche per la mancanza, da parte del compositore, di una visione metastorica della storia degli stili: egli voleva ribellarsi allo spiritualismo romantico, ma, pur da teorico e tecnico consapevole, mancò l’appuntamento col fiume carsico che dal Rinascimento correva contromano sotto il terreno degli stili occidentali. Non sapeva, in altre parole, che già nel Cinquecento un compositore francese, Janequin, aveva tentato la sua stessa operazione, rendendo la propria musica un’onomatopea del mondo che inglobava in sé l’inessenziale, l’accidentale, il non quintessenziale. E così fu travolto anche lui dalla Storia -anche se non nel modo devastante di Luchesi e Rott.