Sonia Lambertini, “Danzeranno gli insetti”

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(anche sul blog di Sonia Lambertini)

E’ un libro buio e leggero, seducente. Minuscolo e fatto di cose minuscole. Di poesie eleganti e quasi senza suono. Poesie sulla morte, anzi danze intorno alla morte, eseguite con grazia da qualcuno che ha una familiarità orientale con la morte, che ha accolto nella sua vita la realtà che ogni giorno è un passo verso il nulla, verso quella morte che non si sconta vivendo perché, semplicemente, la si vive. L’escursione lirica, il ventaglio tematico, sono lievissimi. Come nei quadri di Morandi, il massimo della raffinatezza è applicato a oggetti, pensieri, sensazioni minime. Le poesie sono fredde, mai compiaciute, fatte di immagini concretissime ma impalpabili. E’ tutta un’arte del togliere: il linguaggio è miniaturizzato, accoglie modi di dire quotidiani, quasi gergali. I versi sono creature lievi come gli insetti del titolo. La mano che li scrive sembra dotata della leggerezza di chi non ha più nulla.

Giunta al termine del suo lavoro di sottrazione, l’autrice scopre -ma con piacere- di aver sottratto tutto, che l’essenziale era tutto ed ora non c’è più; e ci mostra con un sorriso il suo pugno di mosche in mano. Giunti al termine di questa arte del togliere, tutto quello che c’è lo intravediamo nell’assenza. Era tutto un gioco di dadi, fugace e insensato. Il corpo è un’impronta del corpo, i sensi reminiscenze di sensi, l’orrore e la magia sono arabeschi di un rituale desacralizzato. Il ritmo segreto dei versi, il loro appena percettibile swing, appartiene a una danza arcaica rieseguita in assenza di gravità, fra gli atomi che svolazzano felici. Perfino l’inquietudine è solo un arabesco. Domina il sentimento di una “pace chimica”. Se pensiamo alla morte sonora, densa di Pavese, ci accorgiamo che non potremmo essere più lontani. Scrivere queste poesie significa abbandonarsi al caso e al nulla, e distillarli. E richiede un coraggio opposto a quello del suicidio.

C’è però un cambio di tono nell’ultima sezione: gli ultimi componimenti sono più struggenti, pur non abdicando a quella loro grazia caratteristica. Sono poesie più ansiose, vi compaiono vocativi, toni di preghiera. Il repertorio d’immagini si fa psicanalitico, tende al surrealistico. Si accentua la valenza performativa dei testi: li immaginiamo recitati in una specie di urlo trattenuto, possiamo assaporarne le pause, i silenzi. Le ultime pagine si avvicinano all’origine della poesia. La poesia è la risposta laica all’angoscia del silenzio di Dio, è più vicina al canto, al grido, alla preghiera che alla prosa. E, in questo tratto finale, Sonia Lambertini si offre in sacrificio coi suoi versi, porge il suo corpo, e le sensazioni e i sentimenti legati al corpo, alla morte. E si ricongiunge così alle origini della poesia.

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