Lo stupore e il disincanto: risposta di Simone Consorti

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«Caro Giorgio, grazie per le tue parole; una delle poche cose interessanti dell’uscita di un nuovo libro di poesia (destinato, nella maggior parte dei casi, ad essere velocemente dimenticato tra le migliaia di pubblicazioni e presentazioni, fatte principalmente di rimpatriate con vecchi amici e autocelebrazioni) è sentire cosa ne pensano i pochi che realmente lo leggono. Sul mio ultimo lavoro ho sentito, da una parte, che sarebbe caratterizzato dall’estasi, uno stupore portato alle estreme conseguenze rivolto anche agli aspetti più trascurabili del vivere quotidiano, dall’altro che è un portato di disincanto, di fronte a tutto, perfino davanti alla divinità. Non esiste, a mio avviso, un’interpretazione univoca e privilegiata, che getti una luce di chiarezza sul mio libro. La poesia, dal Barocco al Simbolismo, fino al Novecentismo, è sempre ossimorica, accosta in modo analogico gli opposti. Nei miei versi questo accade non solo a livello lessicale, ma soprattutto per quel che attiene al tono sentimentale. Il Dio che, tra estasi e disincanto, nelle Ore del terrore prego e bestemmio è il mio personale tu poetico, estraneo ed interiorizzato, siderale eppure vicinissimo e, comunque, non troppo lontano dalla donna angelicata o dalla madonna della poesia cortese della nostra tradizione letteraria: un essere superiore che non mi risponderà nemmeno se piango in cinese e a cui, per questo, parlo più forte (bestemmiando in modo sussurrato o pregando in modo urlato) affinché risuoni ancora più definitivo il suo silenzio in forma di eco. In questa poesia mi stupisco giusto un po’ del suo silenzio e, siccome non sono in grado di avvicinarmi con la fede, l’ho avvicinato ma non per ridimensionarlo, o semplicemente per antropomorfizzarlo, bensì per illudermi di farne un interlocutore reale. In genere, alla prima preghiera senza risposta si rimane stupiti, quasi indignati. Poi la preghiera diventa, con gli anni, qualcosa di più meccanico: fuga o ricerca che sia, semplicemente un tentativo tra tanti.

Ti confesso che mi hanno colpito tre cose della tua lettera aperta, ovvero l’immagine della mia poesia che si ferma non in superficie ma alla ”prima profondità” delle cose, quella della mancanza di “pietà creaturale” e la visione del mio lavoro come ipotetico “ultimo tassello, pietra tombale dello smisurato mosaico della poesia”. La mia poesia è fatta di immagini (per lo più residui visivi) e suoni (frammenti di discorsi, monologhi, talvolta brani di canzoni); ho sempre avuto paura di scavare troppo in profondità o di recarmi dove non avevo tutto sotto controllo e questi testi affrontano proprio il tema del terrore, in particolare quello innescato da ciò che è incontrollabile o dal panico. Qui non me la sono sentita di affacciarmi troppo in là, di andare più di tanto in profondità. Qui ho voluto vedere le cose di taglio, di riflesso, spesso filtrate da uno specchio. Per spiegarmi meglio, ecco un aneddoto: da bambino (piccolissimo, tre o quattro anni) immaginavo la morte. Il concetto in sé non mi spaventava… tornerò tra mille anni, pensavo, diecimila, centomila, ipotizzavo. Quando però mi avvicinavo al concetto di “mai più” mi sentivo davvero morire. Mi mancava tutto, perfino il fiato. Da allora, da buon ipocondriaco e da testimone di un’epoca di discreta devastazione, avrò pensato miliardi di volte alla morte. Tuttavia la mia poesia, che in questo mi assomiglia, non ha mai osato, anzi teme di avvicinarsi, in astratto, a concetti simili; essa si misura con oggetti concreti, con tempi brevi (le ore, non le ere) brevi e certi, che possono sì evocare la morte o i massimi sistemi, purché siano sempre percepibili con i sensi.

L’altra immagine che mi ha colpito della tua lettera sulle Ore del terrore è quella della mancanza di pietà creaturale; forse è vero che, tra le pagine della raccolta, non si trova molta empatia o solidarietà. Nel componimento Je suis uno è ostentato il distacco nei confronti del facile solidarismo, quello da Facebook per intenderci; troviamo un uomo che si dice “diverso da quello che ero / prima ancora che mi rasassero / l’anima a zero”, un uomo che nella poesia Alla frontiera non si riconosce nemmeno allo specchio. Infatti, in questi versi, ci sono personaggi che diffidano persino di se stessi (“Ma quando la sera mi vedo allo specchio / vorrei che ci fosse un terzo / per proteggermi da me stesso”, Mi faccio da scorta, p.36). Con questo arrivo all’ultima immagine che mi ha colpito della tua lettera, cioè la percezione che la mia voce, impietosa o senza pietà, sbeffeggiatrice o cinica, possa rappresentare l’ultimo tassello dello smisurato mosaico della poesia. Personalmente non credo di aver fatto tabula rasa, se è vero che il mio libro è colmo di citazioni e richiami (alcuni espliciti, veri e propri rimandi-plagi, a Hikmet, Lee Masters e Shakespeare), credo semmai di aver abbassato certi toni al punto tale da renderli parlati, mentre certe immagini iconiche le ho stropicciate in una sorta di poster, per esempio alcuni archetipi, come nelle poesie bibliche intitolate a Noè, Abramo, Eva o Giuda, che sono interpretati alla luce di una mentalità smaliziata e secolarizzata. Ho operato spesso, oltre che un abbassamento, una sorta di rovesciamento (Lazzaro che muore una seconda volta, Giuda che converte i trenta denari in dollari e yen, Eva che mangia l’ultima mela). In queste poesie un suicidio è un aborto tardivo e la preghiera la bestemmia più ipocrita e insincera. Rimaniamo all’ultimo tuo appunto, quello della pietra tombale, del tassello definitivo. Queste sono poesie sul tema definitivo della morte (sindrome da morte imminente, morte di Dio, voci di morti nella sezione Spoon river Italia), ma come parlare della morte? Un vivo ne ha diritto? Ionesco ne Il re muore si tuffa nel “continente inesplorato” rivelando e allo stesso tempo censurando il tabù, attraverso un dialogo assurdo. Qui ho cercato, come lui, di esorcizzare la morte, mettendola dappertutto, partendo dagli esergi; come quello di Shakespeare citato anche dall’Hemingway della Breve vita felice di Francis Macomber, il quale afferma beffardamente che “una morte dobbiamo a Dio” e che “chi muore quest’anno non dovrà farlo quello successivo”. “Pensare è pensare alla morte”, diceva Savinio. Qui io non penso, bensì ritraggo (in caricature) e canto (in falsetto) la morte. Nell’ultima sezione do direttamente la parola ai trapassati, che “dormono e vigilano”. Non ho cercato di spacciarmi per medium, rubandogli le parole, né mettendogli in bocca frasi mie ho evocato fantasmi o ritornanti, che usassero le sillabe che mi avanzavano da libri precedenti; bensì ho cercato una osmosi, un confronto tra chi vigila da altrove e chi sta sopravvivendosi da questa parte della morte. Questa osmosi è una mediazione tra opposti, tra chi parla di vanità o invano e chi non può più farlo, tra terrore e tentativo di disinnescarlo, tra panico e attesa calma di un nuovo attacco. In fondo, in questa vita, si può sinceramente stupire solo chi ammira per la prima volta una cosa oppure chi sta fissandola per l’ultima volta. Ma, in quest’ultimo caso, lo stupore può coincidere con il disincanto.»

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“Le ore del terrore”: lettera a Simone Consorti

consorti copertinaCaro Simone, più che una recensione ti scrivo una lettera aperta, perché la questione che le tue poesie pongono è tutt’altro che risolta e non credo di saperla risolvere. Le tue poesie sono belle. Non tutte allo stesso modo, certo. Qualche volta le rime attirano l’attenzione su se stesse e sortiscono un effetto-filastrocca che però forse tu vuoi. Ma sono riuscite. Come ha scritto Anna Maria Curci nella Prefazione, “arrivano” proprio perché sono spoglie. Ti dico la verità: a prima vista, certe tue conclusioni possono apparire banali, o moralistiche, o ciniche. Ma non è così semplice, perché, se anche lo fossero, bisognerebbe ammettere che c’è forza in quella banalità, in quel moralismo, in quel cinismo. Tu sei scettico, spicciolo, disperato. Ma proprio per questo dici, e a volte dici splendidamente, quello che altri nemmeno si fermerebbero a dire perché passerebbero oltre, non si soffermerebbero sul dettaglio o sulla constatazione a cui tu invece dedichi attenzione. Quello che tu dici è così vero da rasentare l’ovvio. Eppure nessun altro lo dice. Altri non si accontentano, cercano, passano oltre. Tu hai il privilegio di fermarti non in superficie, ma alla prima profondità delle cose.

«Quest’uomo è un po’ più scuro
e ha una barba un po’ più ispida
Poco fa ha pregato
con una concentrazione mistica
e ora al cellulare parla in arabo
Ha una camicia spiegazzata
che forse odora di polvere
dico polvere da sparo
e una borsa un po’ sformata
che tiene al riparo
Quest’uomo ha un sorriso velato
e uno sguardo buono e timido
nascosto
Sento che si offenderà adesso
che cambio di posto»

Il tuo atteggiamento nei confronti del mondo è quello che avevo io quando da ragazzo facevo i compiti in classe: pensavo sempre di aver preso tre, così qualsiasi voto mi avrebbe sorpreso in positivo. Tu fai così. Hai il privilegio di guardare il mondo senza desiderio. Perciò ti stupisci di tutto. C’è un detto di Pavese, corrisponde grosso modo agli ultimi due versi de I mari del Sud:  “al mattino si svegliavano che il mondo era già vecchio per loro”. Sbaglio se dico che è quest’atteggiamento che traspare dalla tua poesia?

«Il Millennio si aprirà con due aerei
che faranno strike di grattacieli
e figlieranno guerre in Medio Oriente
Vedo persone scoppiare dal niente
e piazze lavate col sangue
Vedo statue di tiranni abbattute
e in giro tanta voglia di vendetta
Vedo papi buoni intonare canzoni
circondati da un concistoro
di cardinali assassini
che gli fanno il coro
Vedo primavere trasformarsi in inverni
e folle speranzose
assiderate da nuove paure
rimpiangere pochi anni dopo
le care vecchie dittature»

Tu parli con disincanto di tutto, anche del padreterno.

«Non sono il solo che t’imploro
con me ci sono tutti loro
invasati nonne diaconi
folle abbonate ai miracoli
gente che muore e risorge nei vicoli
Questa non è una preghiera
ma una petizione
Abbiamo raccolto seimila persone
e stavolta pretendiamo una risposta
Alcuni sono già in ginocchio
ma altri sono armati fino ai denti
e ti tengono d’occhio
Non sono il solo che t’imploro
con me c’è un nutritissimo coro»

«Quanti ciechi sordi e storpi
nei Vangeli
e quanta pace risanante
stanotte nei cieli
Le strisce infinite degli aerei
la luna che confonde
i miei e i tuoi pensieri
In alto vedo pure
una fuliggine invisibile
e alcuni Dei
Quante stelle inconsistenti
e leggere come efelidi
Eppure questa notte pregherei
se mi guardassero con occhi meno gelidi»

Un disincanto che ti permette di nominare l’innominabile come nessun altro potrebbe fare senza temere la taccia d’amoralità.

«Se i miei non si fossero incontrati
in quel campo di sterminio
non sarei nato io
il merito è tutto di Hitler e di Dio
Per questo tengo accanto al letto
i loro quadri
Uno con la barba bianca e l’altro i baffi
Tutt’e due decisi
dal buio del loro covo
a dar vita a un mondo nuovo
Mio padre non l’ho mai conosciuto
ma me lo immagino un po’ come entrambi
ambizioso e vendicativo
sicuro di sé e terribile
Tutt’intorno era un eccidio
nessun uomo era più vivo
mentre lui si dedicava con fiducia
allo stupro collettivo»

E qui ci avviciniamo al dunque. Mi chiedo: fino a che punto si può fare una poesia priva di pietà creaturale? Ho l’impressione che l’arte tutta sia la risposta -prendi l’affermazione nel modo più laico possibile- all’angoscia provocata dal silenzio di Dio. Ho scritto una volta che la forma è la più durevole manifestazione della pietà umana, perché le altre durano il tempo di un gesto, al massimo di una vita; la forma invece, concretizzata in un’opera, è un atto di umanità che perdura.

Ora, cos’altro è la preghiera -e la bestemmia- se non il risultato del nostro bisogno di una pietà suprema? L’arte è la perturbante consolazione al nostro desiderio -sempre inappagato- di trascendenza. Anche sfigurare l’arte, tagliare la tela, farle dire orrore e indignazione sono atti di trascendenza. A modo loro. Stanno al bello come la bestemmia sta alla preghiera. E in tutto questo non c’è nulla di ideologico: è solo umano. Ma una poesia senza stupore, una poesia che nasce già disincantata, fin dove può spingersi senza diventare, più che un tassello, l’ultimo tassello, la pietra tombale dello smisurato mosaico della poesia? Ecco quello che mi chiedo, e a cui non so rispondere, e che non ha nulla a che fare con il valore -letterario e umano- della tua testimonianza poetica.

Giorgio

POST SCRIPTUM: per le argomentazioni di questa lettera sono in debito con Anna Maria Curci, perché il legame tra la poesia e il Sacro lo ho discusso in precedenza con lei e su sua sollecitazione.