“Nel fermo centro di polvere”: il canto di Marco Ercolani

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Una silloge traversata da un’atmosfera di catastrofe e da colori freddi o autunnali. Presenza costante, il mare. Paesaggi marini che ricordano la pittura di Savinio, agitati da presenze ex-umane.

E’ Ercolani stesso a fornirci le chiavi d’accesso alla sua opera, rispondendo, in appendice, alle Tre domande indiscrete di Gabriela Fantato:

Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio -che è anche l’approdo- di sé.

Vediamo allora alcuni di questi frammenti, di queste voci sopravvissute:

«Devi essere musicale. Camminare con loro,
giovani, sonnambuli, leggeri,
come se il sole fosse fermo.
Hanno vestiti che perdono luce. Le finestre tornano vetri
spaccati. E quel suono indecifrabile, come di risacca.
Devi essere musicale, trascrivere con giustizia.
Fuggire l’ansia del foglio.
Orchestrare con strumenti che spariranno.
Sei chi resiste sull’orlo perché la vita in te
fermi i suoi segni e le lacrime fuggano.»

«Sulla riva del mare
stregando animali smuovendo pietre
incantando terra e inferno
preda
delle voci mute che abbandonasti
diventando parola,
per desiderio
ti volti, la guardi.
Legge infranta. Il nulla. L’invisibile
tornato nero,
il silenzio fitto di voci,
fine violenta
all’ordine del canto.»

«Nell’erba il sasso è le mani vive
che lo scelsero e scagliarono.
Tronco per tronco, di nuovo, dentro
la foresta, veloci e calme
le sillabe, oltre gli uomini uccisi: miraggi
tornati parole.»

E’ un’ermeneutica di segni semi-morti, di tracce lasciate da creature in uno stato di perenne addio alla vita. Maestro di scrittura apocrifa, Ercolani nella poesia scontorna i confini realistici dei suoi racconti, fa a meno della cornice narrativa e si abbandona alla pura evocazione di fantasmi. Il suono dei suoi versi è un suono semisoffocato, le voci dolentissime provengono da una dimensione che non è più di vita ma neanche conosce la pace della morte. E’ come ascoltare onde sonore ancestrali, rimaste a vagare nell’aria: tracce lasciate nel vento da antichi Romani e Greci che parlavano, voci sfrangiate dai secoli e appartenute a una civiltà cancellata. Cancellare è atto centrale in Ercolani. Nei racconti egli cancella l’io scrivente tramite l’io dell’apocrifo. Qui i versi hanno la leggerezza di iscrizioni a malapena intravisibili sopra una lapide. E’ tutta un’evocazione di mondi perduti, affioranti da un inconscio destituito di ogni identità individuale.

Impossibile tornare alla vita. I fantasmi di Ercolani si aggirano per il libro come ne fossero prigionieri. Non possono più essere altro che scrittura. Sono intrappolati nelle parole. Dice lo stesso Ercolani, rispondendo alle Domande già citate:

la mia scrittura narra solo la scrittura: è il fumo di un incendio dove non ricordo quale forma abbiano avuto le cose che sento arse dal fuoco.

E dice in una poesia:

«Questo è un rumore di pietre. Ma perché l’aria è vuota?
Perché non vedo chi le scaglia, chi ne è colpito?
Dentro le case, grida inudibili. Inutili si agitano mani adulte.
Ci vorrebbe un abbraccio, un ipnosi, un essere nuovi.
Ma la ferita non si chiude, è scuro racconto, è
lacrime delle cose.»

Nessuno scrittore come Marco Ercolani ha assunto su di sé il dramma della post-scrittura. Un tempo si scriveva a partire da un atto di superbia: ho qualcosa di nuovo e inaudito da dire. Oggi si scrive a partire da un atto di umiltà: tutto è già stato scritto, scrivo per rimanere aggrappato a questa nave -la nave dell’umanesimo occidentale che s’inabissa, di una civiltà estetica che scompare. Si scrive per disperazione, e si scrive su altra scrittura, perché non c’è più da aggiungere il proprio tassello alla storia vastissima della Bellezza: si può solo mettere stucco fra gl’interstizi del mosaico. E se una vitalità è ancora possibile è proprio fra le tessere nel mosaico, in questo persistere e restare. Nella vitalità segreta che pulsa come vena sotterranea. Basta invertire il moto di questa ex-vita e otterremo forse una resurrezione, una di-nuovo-vita. Ma come?

Terza e più riuscita raccolta poetica di un non-poeta che pensa poeticamente, Nel fermo centro di polvere (Il Leggio libreria editrice, 2018) è la più sofferta, più intima confessione di Ercolani: è l’ammissione della sconfitta da cui tutto il suo scrivere prende le mosse.

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Marco Ercolani, “A schermo nero”

a-schermo-neroLa scrittura apocrifa di Ercolani è una scrittura consapevole della propria impossibilità. Basta leggere le riflessioni raccolte nel Nottario (Scriptions, quaderno 18), sorta di zibaldone auto e meta-critico, ombreggiato dall’incombenza del vuoto e della morte, scavo clinico in se stesso e nella propria opera che fa di questo “diario in pubblico” quasi un apocrifo di Ercolani su Ercolani stesso -basta leggere quelle riflessioni per rendersi conto che lo scrittore genovese è ben cosciente della natura precaria, irrisolta, fantasmatica della propria opera, che non si preoccupa di una superficiale verosimiglianza biografica, non bada alla mimesi stilistica se questa non accade per reale comunione con l’autore “apocrifato”. Ercolani cerca, traverso l’apocrifo, di liberarsi di un travaglio personale, di un desiderio di giustizia che insorge non a contatto con le parti “chiare” della biografia di un autore, ma nelle faglie problematiche, nelle sconnessure della sua vicenda umana e artistica. Nel ricreargli una vita possibile, nel concedergli un’altra chance, Ercolani scrive così non un falso positivo, come sono gli apocrifi tradizionali, ma un palese negativo, uno sguardo nell’ombra che lascia intravedere le ossessioni dello stesso Ercolani, e in particolare l’ossessione per lo statuto ontologico dell’arte nel nostro tempo.
Mi permetto di dissentire dalla postfazione di Luigi Sasso, dove afferma che da questi testi emergerebbe un “effetto di apocrifo: sottoscritti da Abbas Kiarostami o da Maurice Kosinski, da William Daniels o da Dalton Trumbo, da Jean Renoir o Fritz Lang, ma di cui risulta poi del tutto chiara l’identità dell’autore. Lo scopo perseguito da Ercolani è quello di trovare, in uno spazio e in un tempo che non esistono, un punto di osservazione inedito che possa gettare luce su una poetica o un destino, sulla genesi e il senso di un’opera”. Io credo che la parola effetto sia lontanissima dagli intenti e dai risultati di Ercolani. Mi sembra che egli costruisca piuttosto una propria cinematografia, fatta soprattutto di personaggi dimenticati, sceneggiatori non accreditati, dive del muto cadute in disgrazia, film non fatti e scene tagliate. Una controstoria del cinema dove, attraverso le voci di Dalton Trumbo, Visconti o B. Traven, affiora l’ossessione per il non essere, per “gli esseri silenziosi”, i “destini minori”, gli “esseri strappati” presenti in altre opere dell’autore. Anche giganti come Orson Welles sono visti nella luce malinconica delle occasioni mancate, dei progetti non realizzati, delle visioni che non hanno preso forma.
Proprio Orson Welles è una figura-chiave per comprendere la disincantata “soluzione provvisoria” di Ercolani al problema dello statuto ontologico dell’arte nel tornante bestiale tra ventesimo e ventunesimo secolo. Quella mole di lavoro incompiuto, quella massa di abbozzi, frammenti, materiale grezzo che Welles ha lasciato dietro di sé, è stato forse il suo modo per dirci che l’arte sta diventando, da opera, cantiere, che il confine fra arte e vita è stato violato e l’imperfezione non ci spaventa più. Welles ci ha lasciato tante opere aperte perché ci ha lasciato tanti problemi aperti. La sua figura sembra un alter ego di Ercolani. E le sue disavventure produttive ed economiche diventano la metafora dello spazio lasciato all’arte e alla letteratura oggi: lo spazio risicatissimo del frammento e della domanda. Non sorprende perciò che Ercolani introduca fra le sue voci apocrife quelle di cineasti viventi -Clint Eastwood, o Steven Spielberg genialmente colto alla vigilia del suo ripensamento dei primi anni Novanta- perché il mondo ectoplasmatico del cinema, che imita il reale più d’ogni altra arte ma la riduce a due dimensioni, che non fa differenza fra i vivi e i morti essendo entrambi infinitamente riproducibili dalla macchina delle meraviglie, è l’icona di questa esplosione artistica in cui le visioni galleggiano senza mai trovar pace, senza aver vita ma senza mai toccare la morte.
All’interno dell’opera apocrifa di Ercolani, A schermo nero (QuiEdit, 2010) si distingue per una certa leggerezza e una spiccata forza iconica. Ogni apocrifo inquadra il suo personaggio da un’angolatura ben definita e vi si attiene con stringente coerenza. Vediamo Jean Vigo nella luce dei suoi rapporti col padre, Greta Garbo nella luce dell’interminabile vecchiaia, Ida Lupino nella luce del suo sdoppiamento tra vita e cinema, Dalton Trumbo nel momento in cui le persecuzioni maccartiste lo portano sul precipizio della follia… Se il successivo Atti di giustizia postuma (Matisklo, 2014) si presenta come un’ “enciclopedia di Ercolani”, un abbacinante inventario dei suoi temi rintracciati in dieci secoli di storia dell’arte e del pensiero, qui l’adozione di punti di vista netti, l’arco temporale ristretto, i testi brevi e lo stile ridotto al minimo danno vita a un’opera diversa, non meno intensa ma meno monumentale e apocalittica, più orientata a tradurre le sue implicazioni di poetica in un volume dotato di unità e di efficace vigore narrativo.

Marco Ercolani, “Preferisco sparire”

ERCOLANI-4201Scrivere e riscrivere non è solo arte di citazione, dottor Weiss, non è un semplice gioco, è l’ossessione da cui non si può sfuggire. Anche inconsapevolmente lo scrittore ritraduce le emozioni di un individuo vissuto prima o dopo di lui. Anche quando una nota ricorda un tema e una parola ne porta altri alla luce, non si cerca di imitare, ma di evocare. Ci sono delicate, viscerali corrispondenze tra vivi e morti, tra chi ha sognato ieri e chi sogna oggi o sognerà domani. Risonanze. Potrei considerarmi un rabdomante di risonanze. In ascolto del ritmo di altri cuori che mi aiutino a sopportare con minore solitudine il battito del mio. Una questione di musica, ancora e sempre.

Ci sono molte ragioni dietro la scrittura apocrifa: ragioni che vanno al di là di un mero alessandrinismo che pure caratterizza la nostra epoca, in cui riscrivere è parte imprescindibile del vero scrivere. Questo passo attribuito a Robert Walser spiega molte di tali ragioni: la scrittura dialoga sempre con altra scrittura, fa risuonare note che nell’altra scrittura non c’erano, come sulla tastiera del pianoforte sentiamo la corda del sol risuonare in simpatia con quella del do. Marco Ercolani è maestro di questa simpatia, di quest’empatia demoniaca e pietosa, che manipola inquietudini per rendere loro giustizia (Atti di giustizia postuma si intitola una recente “collezione” di apocrifi, edita da Matisklo nel 2014). Uomo di poche parole, ma esatte, Ercolani trasborda una visione esistenziale ed estetica di furiosa complessità dentro pagine rarefatte, che spesso adombrano la scelta del silenzio, la rinuncia all’arte in nome di una scienza ineffabile -forse una scienza della morte, o una scienza vicina a quella imparlabile degli animali, da cui l’uomo, come scrivevano Leopardi e Cioran, si è pericolosamente allontanato… La stessa scrittura apocrifa è una paradossale forma di silenzio, l’approssimarsi a una scrittura che si scrive da sola, col minimo ingombro dell’io, con lo scrittore che rinuncia allo status di autore per ritagliarsi il ruolo di ventriloquo, di riempitore di lacune biografiche e critiche. Abdicando al ruolo di autore, Ercolani si destituisce di autorità. -ed elegge se stesso a protagonista silenzioso dei suoi racconti apocrifi.

In Preferisco sparire, c’è un passo in cui Walser si rispecchia nei gatti incontrati durante le sue passeggiate. Il gatto, animale avverzzo all’uomo, è espressione pura, che prescinde dalla parola. Dinanzi ad esso non si può che essere se stessi, nella creaturale nudità della propria anima. Altra figura di questi apocrifi walseriani è la neve: la neve che ricopre gli scoppi delle passioni umane e li riconduce al silenzio. Il silenzio è maestro di umiltà: ci ricorda i suoni del mondo che continueranno a risuonare anche senza di noi, anche quando spariranno gli uomini e le donne. Da questa umiltà discende il bisogno di un punto di vista assoluto, libero dai lacci della soggettività. Bisogno qui incarnato in Robert Walser, scrittore caro all’immaginario di Ercolani al punto che questi riesce ad aderire alla sua voce, a rubargli la voce, quel timbro acuto, quella terrorizzante frivolezza del suo scrivere gioioso e perturbante. Walser non vuole uscire dal manicomio: lo dice esplicitamente allo psichiatra con cui dialoga in questi colloqui. Dentro il manicomio si può essere se stessi, si è liberi perfino di sparire, di annettersi alla folla anonima dei matti, mentre fuori dominano il dover essere e il dover fare, i rapporti di potere che sfociano in istituzioni e guerre. Mentre Walser è ricoverato ad Herisau -per sua scelta, anche se da anni non manifesta più segni di follia- si è consumato l’orrore nazista. Walser non vuole confrontarsi con l’orrore del potere, non vuole più quasi avere rapporti umani perché nei rapporti umani s’instaura la mala pianta del potere. Per lui, animella fantasiosa, è già troppo l’orrore interiore. Sua madre, donna malata e incapace di dargli attenzioni, ha cercato di proteggerlo dall’orrore coprendogli occhi e orecchi davanti a un barbone che urlava. Walser invece vuole cantare felicemente, liberamente quel barbone, è ai porci del mondo che si rivolge, con biglietti scritti a matita -a matita perché si può cancellare, perché può sparire– e insegna loro che non serve gridare, che alla follia del potere si può rispondere con la dolce follia del testimoniare, del tracciare segni, messaggi in bottiglia lanciati verso la fine del tempo. Questi messaggi non recano la firma di un autore: conservano però la sua traccia. Possono cancellarsi prima di arrivare a destinazione, possono esser nascosti -non per questo cessano di esistere. E’ così che la massima spoliazione di sé coincide colla massima soggettività -una soggettività affrancata dal bisogno di affermazione.

Qui, in Svizzera, i matti li capiscono. I dottori sono buoni con loro, con noi. Sembra un regno da favola, dove i fragili non sono percossi dalle bastonate dei potenti ma possono sprofondare in sonni lunghissimi (cosa sarebbe la vita senza il piacere del sonno? Vale la pena vivere soltanto per la gioia di dormire…) In Svizzera gli adulti e i potenti stanno dentro le loro gabbie e blaterano e blaterano, prigionieri di parlamenti, leggi, scuole, ricatti. Noi no. Noi siamo liberi qui, dentro i manicomi. E i dottori sanno che parlano con esseri liberi, ma troppo addolorati per essere soddisfatti. Tu, Weiss, passeggi con me. Mi sei amico. Ma – perdona la domanda troppo intima – sei sicuro di non aver mai sentito le voci? Io, con la punta dell’ombrello, scavo volentieri nella neve e le trovo: palpitano, mandano suoni.

Tutti, a Herisau (molti, non tutti) hanno il cranio rapato e l’aria folle e sputano per terra. Io mi avvicino a loro e sorrido (sì, Weiss, sorrido). “Perché avete quest’aria strana?” bisbiglio “Fate come me. Fingete. Tanto loro vinceranno sempre. Siate leggeri, sereni, è piacevole restare isolati dal mondo che fa le guerre e stupra i bambini, ma non vi opponete direttamente. Fingete di obbedire. In fondo qui, noi, siamo privilegiati. Non abbiamo bisogno di altre libertà e di difficili paradisi. Mangiamo, camminiamo dormiamo, sogniamo. E tutto è infinito. Tutto è pieno di parole che capovolgono l’ordine del mondo”. Come ti dicevo. Le parole sono riti per urlare di meno. Alfabeti che mettono a morte la realtà visibile.

Mi chiedi di leggere cose mie, cose nuove. Non essere impaziente. Mi leggerai, mi leggerai. Non sono come certi scrittori che venerano la loro arte come un totem e pretendono che il mondo giri attorno alle loro parole. Sono superbi e non imparano dal silenzio. Il silenzio è felice quando ricorda le parole e non le vuole più usare. Ci vuole sempre un attimo di pausa. Non si può soffrire all’infinito.

Ciao, Weiss. Sei proprio Weiss? Ti chiami ancora Weiss? Scherzo, scherzo. Ogni vita per me è come se la copiassi da un grande libro spalancato. È sempre stato così. Ho scritto e copiato frasi, come se il mondo non esistesse. Anzi, con il segreto desiderio che la mia scrittura lo cancellasse (lo so, lo ripeto). Ho sempre avuto una buona salute fisica, che mi ha protetto dalla malattia e dal dolore. Anche il tumore che il dottor Keller mi diagnosticò un anno fa si è rimpicciolito. Sono passati guerre, nazismo, lager, crisi economiche, e io mi sono sempre industriato a costruire storie graziose di viandanti, di ballerini, di dame, e chi mi conosceva sapeva che io costruivo corde sull’abisso sulle quali le mie figure oscillavano come acrobati, e chi non mi conosceva mi giudicava insignificante, biedermeier. Alla fine, morire sarà naturale per me, come addormentarmi. Un attimo casuale, come tanti. Un attimo che ho già descritto, senza saperlo, in uno dei miei racconti. Ma che rimpianto, il mio corpo immobile. E io, che non posso raccontarne la storia. Irresistibile, comica impotenza. La vita ha le sue magie impreviste e le sue inutili battaglie.

Non c’è momento, in questa piccola collezione di apocrifi, in cui venga meno questa grazia, questa felicità del dire. Non c’è momento che non sia poetico, o in cui l’espressione del pensiero sovrasti la leggerezza del tono. Né momento in cui ci si scordi da dove si libra tanta felicità -il manicomio, la solitudine collettiva dei matti. E’ il miracolo walseriano, che Ercolani riesce a far rivivere -e che non ha smesso, calvinianamente, di dire tutto quello che ha da dire.