Il suono greco di Giovanni Asmundo

AperilibroTritticoCover

Nella prefazione a Trittico d’esordio (Edizioni Cofine, 2017, collana Aperilibri) Anna Maria Curci scrive:

Nella poesia di Giovanni Asmundo l’indicazione del volume del canto sembra sempre oscillare tra il piano e il pianissimo, indizio, questo, non certo di fragilità del dettato poetico, quanto piuttosto della volontà di colui che si definisce “figlio di scirocco” di opporre resistenza, per inaudito contrasto, al vociare del contingente. Il debito di riconoscenza alla tradizione della poesia italiana, gli echi foscoliani (“Se e quando rivedrò la secca sponda”) così come la presenza viva della mitologia classica, in questi testi un basso continuo che, più che manifestarsi per nomi ed esplicitazioni, è terreno fecondo sul quale la voce poetica muove i suoi passi, tutto ciò si fonde con una vista sul presente resa aguzza proprio dalla memoria serbata.

Sulla partitura di questa poesia, la dinamica oscilla forse fra il piano e il pianissimo, ma ci sono molti Sforzando. E il tempo non rallenta mai oltre l’Andante. Quello che voglio dire è che, se un attore dovesse interpretarla, dovrebbe avere una voce pacata ma scandita, sempre timbrata, esibire un fraseggio severo, ma mobile e fantasioso. Nella musica di Asmundo troviamo cluster di consonanti che determinano un suono leggermente mitragliato; e apprezziamo la mobilità di questi cluster, la loro sorvegliata disposizione lungo la partitura della pagina. Troviamo ritmi che l’autore scompone e ricompone senza perderli di vista. Tutto suggerisce una sovreccitazione sottopelle, una precipitazione, un disastro rimandato. Sembra di stare dinanzi ai cocci di un’anfora antica, che si tiene insieme solo grazie allo sguardo di chi la osserva, e che da un momento all’altro può rompersi.

«Scolpisci sull’alta rupe
questo mio nome
ma su pietra qualunque, così che
possa tornare qualcosa di me
alle tue dita, alla lira, al fragore.
Serbala in fasce al riparo
delle tue mura
ma posala all’alba, al lucore marnoso
maestoso abbaglio sul mare
così che non gravi di peso il telaio
là dove morse il languore e l’onda
si getta sull’alta rupe.»

Scrive ancora Anna Maria Curci:

Mobile, dinamica, creatrice, la resistenza, non già all’erosione provocata dal mare, thalassa […] ma a quella di detti vuoti e atti distruttivi, trasforma aggettivi e nomi in verbi che indicano un procedere, un evolversi: “azzurrare”, “rumorerà”.

E Giovanni Asmundo scrive:

«Sì, ci chiedevamo quale lascito
saremmo riusciti ad azzurrare.
Inseguendo smaniosi una catarsi
per anni edificammo
un piccolo cantuccio di memoria.

Isole, limoni, cocci neri:
in fondo ci riducevamo a così poche
immagini
e qualche capriola di scirocco
compresa una sonata per una donna buona.»

Caratteristiche della scrittura siciliana sono il senso plastico della forma e il sentimento mitico della morte. Se ripenso a scrittori e poeti, ma anche agli artisti figurativi che conosco, trovo in tutti l’incupito rimando allo spirito ellenico, il sopravvivere di una coscienza ellenica granitica sepolta sotto strati di medioevo. Il confronto con la contemporaneità, per questi autori, è uno scontro.

Scrive Anna Maria Curci:

[tutti e tre i poeti rappresentati in Trittico d’esordio] “intonano con timbri diversi i loro “canti di sponde, crateri e avamposti”. La tensione tra amore vissuto quotidianamente per la poesia tutta, e in diverse fogge di classicità, e lo sguardo sulla realtà, altrettanto vissuto, sofferto e sognante, trasfigurato e pungente, si manifesta talvolta come il dispiegarsi non urlato di un contrasto, talaltra come lo sporgersi, con la chiara nozione del rischio mortale, su un orrido, talaltra, infine, come vera e propria zuffa.

E scrive Asmundo:

«(E al riaffacciarci sul mare
dopo distanza che non si conta
ci sentimmo vicini assai
a quei fratelli, alla voce gettata:
thalassa…)

A metà. Un sentire rappreso.
L’Eletta, all’ora dei vespri. Alloro
alla Kalsa. Un confratello acceso
da stop d’automobile. Una bimba
curva e nascosta ride in cella
dietro a un cassonetto. Questa città
mi romperà la testa.

Un cortile di ciottoli ripreso
lama di luna, salso buio
una finestra d’osterio, un legno pinto,.
Trattenere i fiumi
con le dita.

Città di spigoli e smussi
di cocente illusione
di bocca secca.
Come l’ignoto che ha scritto quell’addio.
Ogni giorno a Palermo è un giungere
e un levare.
Una speranza di scoprire e un lascito.»

La poesia di Asmundo è intrinsecamente mitologica, ha una sua vita mitica che non nasce dal paesaggio visionario che descrive –un paesaggio dai tratti saviniani- ma dal suono. Ascoltiamolo dunque questo suono greco, quasi imprigionato nella selva di immagini che l’autore dispensa. E non trascuriamo di notare come il dialetto siciliano informi alcune soluzioni linguistiche, come rumorare, che chiaramente ricorda il sostantivo dialettale rumorata:

«Se arriveremo ai più cari pinoli
assordati da pini profumo
al morso della nostalgia delle more
prendendo in prestito gusci di tempo

le dita annerite e stinte, demiurghi
di vulcani, i piedi memori di sciare,
le mani i bordi accartocciati
dall’impazienza dei pomodori secchi

e se la calura volgerà in carezze
e gelsi bianchi solcheranno un cielo
e il mare rumorerà oltre i limoni,
staremo meriggi a schiacciare pinoli
callosi, al migrare d’aironi
e al durare d’estati.»

Oppure:

«Ritorneremo alle conchiglie vuote
reinventandole all’orecchio
alle rene di quarzo, al luccicare
del salso più inebriante, tra pale spinose
al profumo del fico dolciastro cotto al sole.

Antefisse in pezzi ai nostri piedi
odorerà perfino la pietra, di terra e mare.
Altrove, il greto polveroso scricchiola
sotto gli zoccoli del mulo
sciolto di calura.»

Trittico d’esordio contiene, oltre alle poesie di Asmundo, quelle di altri due giovani autori, Francesco Cagnetta e Vito Santoloquido. Di loro scriverò più avanti. Vorrei spendere però due parole per le edizioni Cofine e i loro Aperilibri: scarni fascicoli che costano solo 5 euro e permettono a tanta poesia di incontrare il pubblico che altrimenti non incontrerebbe mai, e a pubblici poco abbienti di accedere alla poesia, senza titillare il narcisismo degli autori, senza invogliarli a sbracciarsi per dimostrare al mondo che esistono, e lasciandoli liberi di migliorarsi.

Annunci