Cristina Micelli, A chi scorre

C’è una forza inusuale nei versi di questa poetessa, che chiama le cose col loro nome, che ha una rara capacità di non mischiare la poesia e il poetico, e che lascia una bella sensazione di operosità, umanità e rifiuto delle soluzioni facili. Una poesia ruvida e autentica, che nomina accaduti e oggetti del nostro tempo con i vocaboli intemporali del dialetto.

perìgeion

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Una semplice poesia

Cesare_Viazzi__SireneDI GIACOMOUno dei più limpidi esempi della forza e della semplicità della poesia è A Marechiare di Salvatore di Giacomo. A Marechiare inizia con due versi che sono da soli un piccolo capolavoro:

Quanno sponta la luna a Marechiare,
pure li pisce nce fanno a ll’ammore…

Sono poche e semplici parole: ma questa luna che sorge su un luogo dal nome romantico crea un tale fascino che pure li pisce nce fanno a ll’ammore: immagine semplicissima e potente, equivalente bonario dello spettacolo orribile dei pesci umanizzati in un altro capolavoro della poesia popolare, Das Antonius von Padua Fischpredigt di Arnim e Brentano.

L’atmosfera è conservata nei versi successivi:

se revoteno ll’onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore,
quanno sponta la luna a Marechiare… 

A questo punto entra in scena la “protagonista” della poesia:

A Marechiare ce sta na fenesta,
la passiona mia ce tuzzulea,
nu carofano addora ‘int’a na testa,
passa ll’acqua pe sotto e murmulea…
a Marechiare ce sta na fenesta…

Anziché dire che l’odore del garofano crea sensazioni inebrianti, che dà alla testa, di Giacomo ci dice che addora ‘int’a na testa: immagine più elegante, più intellettuale di quella dei pesci, ma che ugualmente “fa centro”. Poi c’è il musicalissimo passa ll’acqua pe sotto e murmulea, con quel murmulea che s’imprime nella memoria col suono e con l’odore della risacca di notte. Francesco Paolo Tosti, l’abruzzese che musicò questi versi, ebbe dopo murmulèa un lampo di genio: mise in bocca al tenore un melisma senza parole, che arieggiava a canti di marinai, o addirittura alle sirene nei Notturni di Debussy. Tale è la forza musicale di questa parola -di questa parola dialettale: ché nessun lemma italiano potrebbe avere lo stesso mistero, lo stesso fascino da lingua sconosciuta, la stessa vicinanza all’essere delle cose. La forza del dialetto è questa: è un suono barbaro ed elegante, più verace e non meno raffinato, che rimanda a un contatto immediato tra l’uomo e le cose. La scomparsa dei dialetti non è solo un fenomeno linguistico: è il segno d’una scissione fra noi e la natura. La natura da Omero a Pasternak è colei con cui non sappiamo più comunicare. Noi siamo quelli dell’innaturalezza. Come può dire murmulea una società che al mare va per abbronzarsi? Poesie come questa ci ricordano cosa abbiamo perduto.

Chi dice ca li stelle so’ lucente
nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte,
sti doie stelle li saccio io sulamente,
din’a lu core ne tengo li pponte,
chi dice ca li stelle so’ lucente…

Quante volte, per quanti secoli gl’innamorati hanno detto i tuoi occhi sono come stelle! Ma qui di Giacomo ripoetizza questo luogo comune, perché non s’identifica col giovanotto che pronuncia queste parole ingenue, ma col poeta colto che le racconta, godendo del fresco sentimento ch’esse esprimono. La scena acquista allora un’altra luce. E l’ingenuità di di Giacomo ricorda quella del giovane Rimbaud, che in Mà boheme si può permettere una frase che, nel suo slancio fanciullesco, poteva riuscire banale, e che invece sulle sue labbra è sublime: la mia locanda era l’Orsa Maggiore.

Gli ultimi versi muovono verso la gioiosa e fremente conclusione: è un continuo movimento d’immagini, che suggerisce un’inquietudine sensuale e lieve: la suggerisce senza mai entrarci, accennandola, una giovanile e scalpitante sensualità: è eros tratteggiato in punta di penna: è stile.

Scétete Caruli’ ca ll’aria è doce,
quanno maie tantu tiempo aggio aspettato?
P’accumpagn li suone cu la voce,
stasera na chitarra aggio purtato…
Scetete Caruli’, ca ll’aria è doce!…