Ilaria Seclì in “Fede”

L’esperienza della poesia ascoltata dalla voce del poeta ha sempre una sua forza. Non dimenticherò la musicalità dei vecchissimi dischi di Apollinaire, che legge Le pont Mirabeau come un’aria d’opera; né il granito abbagliante della stentorea, invasata dizione di Ungaretti. Anche quando il poeta non sa recitare, come Sandro Penna, la sua lettura ci dice qualcosa della sua musica. Umberto Saba è ridicolo per voce ed accento, ma ci fa sapere che i suoi versi non vanno risuonati con cadenza dimessa e prosastica, ma con passione e pienezza di canto.

Ed anche questo Fede (testi: Ilaria Seclì, Simone Giorgino; musica: Gianluca Milanese; video: Carlo Mazzotta) è illuminante. Per chi, come me, segue da tempo la poesia di Ilaria, è una sorpresa scoprire di quanta luce la illumina l’ascolto della sua voce sussurrata, senza rabbia, bava di un incanto troppo araldico, di un dolore troppo radicato, primordiale come i suoni di flauto e i paesaggi arabogreci evocati nelle immagini, ricamati nelle note. Dolore che soffia oltre la parola, oltre il suo e nostro tempo, che non sa e non vuole guarire, che eleva un salmo dove altri eleverebbero una protesta; che ferisce, scava, risuona e incanta. Senza peso. Questa lettura congiunta di due poeti amici è come una dissolvenza che resta. Che suscita demoni meridiani, come nell’antichità, quando le creature infere apparivano a mezzogiorno e non col buio: visioni e sparizioni…

La voce di Ilaria Seclì ha una tonalità bambina. Non si comprende la sua arte se si prescinde dalle sue qualità infantili. E’ con biancore infantile e adulta vigilanza che questa poetessa intollerante di ciò che non ha luce si lascia attraversare dal mondo, individuandone il filo poetico, dipandandolo, per poi restituirlo oggettivo, essenziale, ma impregnato degli odori e colori che il passaggio attraverso Ilaria gli ha donato. E’ in nome del suo candore che l’adulta Ilaria non può tollerare il disumano. Diceva Gustav Mahler: “La bruttezza è un’offesa fatta a Dio”. Ilaria potrebbe dire: “L’ingiustizia è un’offesa alla Bellezza”. Lo spettacolo del disumano è sempre davanti ai suoi occhi. Eppure le resta una fede: fede in un divino che -per sua stessa dichiarazione- è ciò che un tempo chiamavamo umano, nella possibilità di una una visione miracolistica di ogni epifania dell’umano. Per questo la coscienza dell’orrore convive con l’aerea follia di un verso -e di una dizione- lieve, ma infallibilmente strutturata come la neve. Sorgente inesauribile di poesia, Ilaria Seclì può sconcertare il lettore abituato a una rigida separazione fra il verso e l’al di là del verso -allo stesso modo di quei compositori d’avanguardia che tendono l’orecchio all’Oltremusica, al rumore e al silenzio. Questo trasformare tutto in poesia, dalla deflagrazione di un’epoca al fatto minuto e privato, questo perenne nominare le cose con le parole impalpabili della poesia, quasi schivandole, appartandosi, possono essere discutibili sul piano della concezione, ma sul piano dell’esecuzione il fascino degli esiti è innegabile.

C’è un verso su cui voglio soffermarmi. “Tutto questo amore male amato.” Un verso ch’è l’epitaffio della nostra epoca. Nel micidiale chiacchiericcio che svuota le parole per mancanza di un rapporto col silenzio, nessun vocabolo più usurpato, nessun sentimento più abusato di amore. Solo la vera poesia può eseguire quest’atroce diagnosi con tanta inesausta pregnanza di canto.

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Martina Campi

Raramente si ha la percezione congiunta del valore di un’esperienza poetica e di quello della persona umana che ne è autrice. Di Martina Campi (che, con significativo lapsus, mi accade di chiamare Cristina Campo) sentiamo l’intensa figura umana dietro il dettato poetico. La saggezza dei corpi (L’arcolaio, 2015) non è una raccolta di poesie, ma un poemetto in sette parti corrispondenti ad altrettanti giorni di ricovero per una (forse grave) malattia. Con una rapida, vertiginosa concatenazione di immagini che ricorda il cinema futurista (vien da pensare a L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov, 1929) siamo introdotti nella dispercezione e nello spaesamento della malattia. Quello che Martina Campi ci racconta è il modo in cui ogni parte del corpo, data per scontata nello stato di salute, assume un violento peso nello stato di malattia; ogni parte del corpo è a sé stante in quanto dolente. Come per Cioran, per Martina Campi il dolore individua. L’altro asse portante del poema è la perdita di signoria su se stessi. Noi abbiamo paura della morte in quanto estrema, irreversibile forma della perdita di signoria su noi stessi. Ma la morte è familiare alla poesia; non lo è altrettanto la malattia. Ditemi pure che esagero, ma solo in Thomas Bernhard ho trovato rappresentata la malattia con altrettanta forza che in Martina Campi.
Il nome di Thomas Bernhard si fa ancora più incalzante se pensiamo alla logica musicale che governa la sua prosa come la poesia della Campi, e alla violenza martellante che entrambi gli autori, ciascuno nel suo mondo, infliggono alla scrittura.
Eppure, l’orizzonte della Campi, quale le note al testo lo trasmettono, appare estraneo alla cultura “alta”, è fatto di prestiti da Jodorowski, Paolo Conte, Branduardi, da un sms ricevuto da un’amica. Perché? Intanto per la natura miscellanea del dire poetico della Campi, musicista e performer oltre che poetessa: un dire poetico proteso oltre la pagina, oltre la letteratura, verso il suono. Il suono della contemporaneità e del vivere comune. Non è per modestia o per provoocazione che l’autrice sceglie un orizzonte culturale così insolito: è per bisogno etico di vivere e testimoniare il proprio tempo senza mediazioni, senza nobilitarlo. La saggezza dei corpi viene sbattuta sulla pagina con una fisicità che fallisce solo quando la poetessa si compiace troppo della sua tecnica di montaggio. Perché ci sono momenti deboli in questo poema: le conclusioni dei Giorni #3, #4 e #5 presentano un eccessivo allentamento della tensione, privo del senso di estenuazione che è intuibile nelle intenzioni dell’autrice; nella sequenza iniziale la suspence sul contesto di malattia e ricovero è mantenuta troppo a lungo e rende astratto ciò che, quando arriva, è fisico e concreto. Ma tutto è compensato da momenti di purissima poesia come questo (Giorno #3)

le grida notturne sono voci
nella paura, sgraziate, nomi
invocati nomi dalle certezze aguzze
nel passato, giorni dell’amore che sostiene

quello che resta in gola di là dal buio
è la polvere avvizzita dei morti
è l’odore stantìo della malattia
dai materassi, più
le dita del mattino ai campanelli che s’inceppano
tutto concorre a sfasare la sensazione
mancata del tempo, per un nuovo ordine dei minuti
bianchi e bianchi, minuti che sono bianchi

o questo (Giorno #4)

e così la notte sa di buio e neon,
rivela nei corridoi le voci più lontane
che somigliano a un silenzio addormentato
come le cose, o le case, cui sappiamo

essere appartenuti (e tutte le foglie insieme)
ma il quando invece, non lo sappiamo più
altri rovistano nelle loro borse socchiuse come
palpebre confidando essere l’aiuto

e questa, conveniamo, è forma
di una pace frenetica, impotente
dalle scale, dalle ringhiere, dalle sale
con l’aria condizionata che s’impone

l’aria condizionata è per chi viene e va, fuori
le trame sono nelle inclinazioni del letto
altitudini e lenzuola
fuori è fresco, ora

e la lepre s’accuccia tra (i) vasi,
sotto le finestre fino al primo,
impercettibile cambiamento di stato
che ci sarà il mattino, ancora, ancora, ancora

in un aprire, spostare, girar di braccia
all’unisono, freddo che si discioglie,
nel sangue, nelle cannucce, nelle vestaglie
all’avanzare rapido del caldo, sulle pareti

perché fuori è una terra straniera
fuori è tutta un’altra storia
e anche loro che arrivano, con l’amore
nelle borse, e le migliori intenzioni

dove la parentesi in la lepre s’accuccia tra (i) vasi rende visibile sia il chiudersi in se stesso dell’animale, sia la condizione protetta, estraniata del paziente dell’ospedale. Qui non c’è una parola di troppo, le iterazioni sono tutte necessarie. Così come, più avanti

so quello che sta per arrivare
è solo un altro giorno
è solo un altro giorno
è solo un altro dono

sono cieca che aspetto
e il mio numero è un 9
e il 9 sono io con una maglia azzurra

quando entrano tutti, a intendere
si mostrano per la faccia
e le scarpe li tradiscono
da sotto, mentre parlano tra loro

nei resti delle attese silenziose
depositati sul pavimento
non sapevo le parole, smarrite
tra mani casuali e bucce di mandarino

La mancanza di parole di fronte alla malattia, a quella perdita della signoria su noi stessi che confina con la morte, è così intrinseca alla cultura odierna che la Campi poteva solo adottarne le espressioni più lontane dalla tradizione letteraria: la canzone e il cinema. La lingua della poesia tradizionale è fin troppo addentro alla morte. Per esprimere in versi questo spaesamento nuovo, non si poteva che ricorrere a una lingua diversa, a un orizzonte estetico diverso.
I momenti più puri sono quelli in cui l’autrice ritesse con vigile abbandono le trame degli affetti più semplici, come nel Giorno #4

quando ci siamo rivisti
c’era molto caldo
e avevamo la raccolta
delle lacrime agli occhi

ci siamo seduti come attorno
a un tavolo da giardino
senza che ci fosse alcunché,
da appoggiare o da stendere

e ci siamo detti del tempo
e delle zanzare e tutti gli alttri insetti
volando mentre i vecchi guardavano
il telegiornale, poco più in là

nel tempo che occorreva
per saperci (di) tutto
coi minuti sfoltiti come siepi
precipitose…

[…]

avremmo forse voluto spalancare (preferendo)
le braccia, tra l’oggi
e il domani di carta carbone
raccontato, necessario, riverso

mescolarci forse alla pioggia
tradurci nella luce
avvicinarci
un poco, di più, almeno

concederci un’adeguata quantità
di sguardi amorevoli
disarmare gli elefanti
credere alle mani

avremmo forse preferito (davvero)
trattenere le armate
sconfinare sorrisi, a tavola
scambiarci il sale e il pane

tracciare scie di lenzuola
sul pavimento
come zattere che (ci) salvano
il mattino

e invece
da vicino
resistiamo
ad aspettarci

o nel Giorno #5, dove la poetessa “monta” frammenti d’infanzia e del presente ospedaliero per poi tratteggiare ritratti colmi di scontrosa pietas

amici miei, dove siete?
(abbracciatemi)
qui è tutto bianco, e la notte non si rimargina
anzi si sbobina il buio che sta in basso e viene, su

il computer lo chiamavamo
bollettino dei morti
chi è morto oggi?
chiedeva la Gina

io e Maria ridevamo e rideva anche lei
scampate al sospetto
della bruta follia
scampate di brutto alle glaciazioni

e forse non lo sapete, che Maria ha un dolore
sommesso, piegato, sotto il cuscino
ogni mattina si alza presto
per cambiarsi da sola le lenzuola

poi quando arriva il mezzo giorno
saluta con garbo gli avventori
e, sbucciando una mela,
si distende sul letto, al contrario

è che all’improvviso, mi mancano tutti
poi, dalle serrature gentili
sopraggiunge una voce sottile:
è normale avere paura

La riappropriazione degli affetti, della propria e altrui fisicità, avviene gradatamente, ed è difficile: i simboli della malattia e della salute si mescolano, la nostalgia si mescola alla paura, nella vita sana come in quella malata esistono routine diverse altrettanto faticose: diverse e gravi monotonie. Finché nel Giorno #7 questo spaesamento si rinnova in nuova gioia, lunghi gerundi scandiscono il passaggio a una nuova esperienza del corpo, a una nuova esperienza di se stessa, per sfociare in un inno trattenuto e commosso

mentre parlavi
mi inondava un pianto verde
come se il cuore non fosse
più il mio

(io e tutte le mie paure)
ce ne torniamo a casa
con la commozione in sommossa
a fissare il panorama che scorre

tutti i piani per ricominciare
i passi della quadriglia
i dialoghi delle sceneggiature
i tappeti rovesciati all’in giù
l’orizzonte basso e lontanissimo
di tanti verdi
diversi che si toccano
e il vento caldo entra dai finestrini

il cuore in gola
l’ascia a deporre
immagini da uno spazio
che s’avvicina

e le domande
che ritornano
e si fanno silenzio
che ci unisce

e in tre ultimi, altissimi versi, che segnano l’accettazione della nuova incertezza da parte di una nuova Martina Campi

e tutto ritorna com’è
e tutto intorno s’aggira fino
ai prossimi giorni, ignoti

Christian Tito: la poesia in ascolto

ai-nuovi-natiE’ difficile aggiungere a quest’inno Ai nuovi nati (Fiori di Torchio, 2016, con un’incisione di Alejandro Fernandez Centeno) qualcosa in più di quello che ha scritto Corrado Bagnoli nella breve ma esaustiva Introduzione. Perché tutto il resto è risonanza che spazia oltre la letteratura, pur essendo espressa con parole di una letteratura purissima.

Scrive Bagnoli:

Queste poesie si dispongono come una piccola sceneggiatura dentro la quale il poeta si spende nell’unico vero compito della poesia: egli nomina la vita che viene, riconoscendola sacra per il solo fatto che c’è. Al figlio rivela poi come quella vita, così mutevole e indecifrabile, sia propriamente ciò che occorre custodire, difendere dalle minacce; e chiede alla tradizione che lo ha messo dentro questa stessa vita il codice, la bussola per poterla attraversare, consapevole però che il viaggio sarà ogni giorno nuovo, che le istruzioni per I’uso non basteranno, che ci vuole un amore al fuoco che ci brucia dentro e che portiamo in giro, sapendo che un giorno lo dovremo riconsegnare alla terra.

E scrive Tito:

Meglio saperla
tutta la forza,
tutta la fragilità
se vuoi che si plasmi in forma d’uomo il tuo viso.

Allora nella notte non perderti d’animo
nel chiarore resta sempre vigile.

C’è un fuoco da portare,
da passarci di mano,
da restituire alla terra.

Scrive Bagnoli:

Il poeta sa che niente è nostro, che tuffo ci viene dato come un regalo, un mistero di cui avere cura, di cui non siamo mai padroni e che dobbiamo dare indietro: nella vita, intanto; ma poi, per chi compie questo viaggio attraverso la sua voce in poesia, nella parola stessa.

E scrive Tito:

Così chiedo agli avi i futuri codici
per attraversarla senza perdere niente questa nostra vita
per mettere in mio figlio e in tutti i figli
una traccia di senso possibile, un amore, una passione
per non perdermi pur perdendo continuamente
poiché la vittoria appare chiara e vacua in questo mondo
e a noi piace la piena ombra

poesia come massimo grado della sconfitta
poesia come massima distanza dalla resa

camminare a piccoli passi, ma camminare
dire poche parole, ma dirle

perché noi crediamo nella parola
e forse più in quella data
prima ancora che scritta.

La parola ridotta al minimo di Tito, più che mandare un messaggio, lo cerca. Cerca i valori da trasmettere “ai nuovi nati” interrogando la tradizione dell’umanesimo. Non esplora, non esplode la parola, non la discute, non la reinventa; ma si aggrappa alla parola ricevuta come a un cibo buonissimo e scarso.

E’ una forma di poesia civile silenziosa. Difficile non pensare alla bellissima lettera in versetti scritta da Hikmet al figlio, dal carcere, alla sua robusta leggerezza, oppure a certe trasparenti pagine “per bambini” di David Grossman dove la presenza di un “messaggio” non si traduce in gesto didascalico, ma si compie dentro la semplicità di una poesia scarnificata, che non dice, ma distilla, non canta, ma crea lo spazio di risonanza del suono. Non poesia-detto, ma poesia-ascolto. Un padre in ascolto del battito del figlio. Un uomo in ascolto del ventre della terra. Un poeta in ascolto della parola dei maestri. E’ questo che Tito ci consegna. Un vigile silenzio e un vigile ascolto. Tutto qui. E tutto quello che posso ancora dire è che resta valida la bellissima frase che Luigi Di Ruscio ha dedicato alla precedente raccolta di Tito, Tutti questi ossicini nel piatto (Zona, 2010):

La gioia di essere vivi consta nei più piccoli particolari; la specie continua a rinnovarsi perché l’angoscia esistenziale è per un istante dimenticata.

Questa gioia di Tito che non esclude l’angoscia, ma la comprende “perché a noi piace la piena ombra”, perché nessuna vibrazione dell’umano deve restare inascoltata, e che accetta senza passività la sconfitta perché la sconfitta è la “massima distanza dalla resa” è il dono più potente che da lui riceviamo.

Maria Grazia Di Biagio, inediti

Condivido dagli amici di Perìgeion queste poesie da scoiattolo, di una giovane poetessa che intreccia parole consuete come intrecciasse braccialetti, e che con esse ci regala sorprendenti aperture metafisiche…

perìgeion

MG Di Biagio foto

 

CON L’OCCHIALE IN PUNTA DI NASO

Quando si rivoltano le zolle al campo

è un luccicare di pepite brune

Vero è che le ombre a ridosso

del solstizio si allungano più in fretta.

L’età dell’oro ha vita breve.

Pure vero che un autunno così estivo

non lo si vedeva da decenni

Ho le carte in regola per dirlo

– quasi un vezzo –

con l’occhiale in punta di naso.

*

Nell’incavo deserto di un nido, si avverte

il vuoto reso da una galassia in fuga

Lo smarrimento che assale l’astronomo

all’ipotesi di un oltre che non vede.

Il vuoto sta ancorato all’y del ramo

per altre cove e schiuse, altre partenze

Verso il limite che acceca il telescopio

l’universo è più stellato – intero.

*

Le mancanze si addensano

sui fili delle rondini

come per un’attesa –

fumano il narghilè col tempo

discorrendo del meno che pesa

nella fissità…

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Marco Ercolani, “Si minore”

si minoreUltima raccolta poetica di Ercolani, Si minore (Edizioni Smasher, 2012) raccoglie le onde elettromagnetiche delle precedenti, con maggiore purezza formale rispetto a Sentinella e più piena integrazione tra la componente sapienziale e quella puramente poetica rispetto al Diritto di essere opachi. E’ un’esperienza di sintesi, che, come altre recenti esperienze, raccoglie più forte il richiamo della Storia e dell’attualità. Si minore è del 2012. Dietro le scene d’alluvione scorgiamo la reale alluvione di Genova del 2011; dietro i naufragi intravediamo le ombre dei migranti (la tragedia del Medio Oriente è iniziata anch’essa nel 2011).

Qui non ci sono grandiose pietre di fondazione come Gerico nel Diritto di essere opachi. C’è piuttosto la posa del furore precedente, la sua mineralizzazione, un pacato raccogliere i coralli lasciati dalle turbolenze delle due sillogi anteriori. La prima sezione, intitolata significativamente Fuoco liquido, si apre con un’ennesima, scultorea variazione sul rapporto fra realtà e illusione, fra l’essere e il dire dell’essere: “le pietre / trattengono l’aria, diventano parole. / Comincia il regno delle illusioni, vasto come le manie. / […] Mare: per illusione dell’acqua. / […] Finta fiamma, fuoco reale”. E più avanti: “Sostituire il mondo con i suoni delle labbra”.

Se, come vedremo più avanti, “nessun amore è intimo”, non ci sorprende trovare in una poesia d’amore riflessioni sul valore fondativo dell’illusione:

Fingere di non scrivere più, per estasi.
Per estasi, scrivere ancora.
[…]
Le pietre tornano vento, se sono guardate.

E non sorprende che una stupenda poesia d’amore sia così intensa e assertiva, così non sensuale:

Mare irrevocabile e limpido: senza futuro di morte.
Notte limpida e scura: senza sospetto di luce.
Bocca baciata, sbigottita.
Pelle ansiosa di carezze future.
Vite infinite, nel buio.
Pericolo che la luce allontani le labbra.

Da morti risponderanno di scritture segrete.
Da vivi si respirano come se il mondo fosse sciolto.
Nessun amore è intimo. Scrolla le tende,
scuote i muri.
C’è del rosso che allibisce, sui vetri tagliati.

La poesia d’amore riesce a Ercolani quando non va sulla cosa, ma sui suoi segni. Più il dire s’avvicina al concreto, più fallisce. Più ne raccoglie le tracce, più è intenso.

l’aria si versa nelle dita libere dall’abbraccio.
Lo guarda nel buio, la guarda nel buio.
Insieme vedono la forma dei volti.
Poi le mani tornano a toccarsi, le bocche a unirsi.
Ora sono labbra, saliva, un unico fuoco.

Questi versi sono evocativi, ma questi altri sono sublimi:

Nessuna forma, ma un canto trattenuto dalla voce.
Una parola stretta nelle labbra premendo la lingua.
Questo guardarsi ora.
Il lungo strappo negli occhi.
I ritmi dell’aria, i riti del respiro.
Le montagne capovolte, le nubi fitte.

Cresce pietra nelle frasi non dette.
Finestra chiusa. Fine di tutto. Parole mai scritte.
Ritrovare un punto, nella neve, culmine della bufera.

Dopo, l’ombra totale.

E’ una poesia che vive dei segni muti delle cose vive, che eterna -ancora, è la lezione di Mandel’stam- il sentimento in paesaggio, vira la soggettività nella contemplazione del soggettivo. Soprattutto, è poesia di suoni potenziali che risuonano fra i suoni vivi. L’atto distrugge la potenza, l’infinito possibile è il vero incanto, il primo concretizzarsi di una possibilità è la prima distruzione. Ci sono molte vite racchiuse in un unico, pienissimo istante:

Sprofonda nei bellissimi giorni.
Nessun punto della pelle che non gli appartenga.
Molte vite per accarezzare quelle ore.
Nei giorni splendidi si dice che le voci tremino,
e le dita. E gli occhi cambiano colore.
Nel sonno un si minore, inudibile.

La seconda sezione porta un titolo ancor più rivelatore: Scriviamo contro le parole. Scrivere contro le parole si estrinseca nell’assertività tagliente della parola poetica di Ercolani, scevra da quasi ogni artificio del dire (rarissimi gli enjambements, numerosissimi i punti fermi in chiusura di verso: una parola poetica si direbbe alla Mutis, autore che condivide con Ercolani il senso dell’accumulo di testimonianze, di reperti della civiltà poetica). Ma, scrivendo contro le parole, capita di realizzare testi bellissimi come questo, petroso come Gerico, lievemente montaliano nel suono:

La bellezza potrebbe mancare
e dunque non ti sento morire
ma so cantare
se la voce tradisce
se la luce torna buia
se sospiri
per vaghe impronte e per sassi
e polvere con ombre di figure
e mosaici di una mente che delira
se il tuo respiro dovesse sfuggire
come potrei nei posti che vediamo ritornare
intima è la terra
dove ci guardiamo
la pelle si colora
le dita ritrovano gli occhi
la bocca morde assapora
sparisce il gelo dai confini delle cose
se la bellezza mancherà
mi sdraierò nell’erba,
l’aria ventosa alle tempie,
il pensiero trasformato in sonno.

Un momento di altissima poesia questo, in cui la pace si realizza per accettazione della deriva del senso, per rinuncia a comprendere, a contornare anche solo d’ombra il reale che sfugge. Alla tensione esegetica della precedente Sentinella, al suo moltiplicarsi dei piani di “realtà” negli specchi ustori di un’esegesi sganciata dal suo oggetto, risponde il pensiero trasformato in sonno, che non annulla la tensione intellettuale -mai assente in Ercolani- ma la riduce a oggetto da contemplare, oggetto poetico e non più discorso poetico. Questo non impedisce allo scrivere di Ercolani di manifestarsi ancora come un post-scrivere, scrivere dal disastro o a disastro avvenuto, né al pensiero di ustionarsi ancora -pur dentro il porto raggiunto della contemplazione. E ne sono esempio questi versi

Se avesse un diritto la luce
e restasse nelle mie mani
e questo paesaggio terreno e celeste
vivesse ancora
se tutto non fosse già sprofondato
nell’acquedotto inesistente da secoli
e le opere degli uomini
fossero epigrafi chiare
nomi che visitano cose
suoni che sciolgono pietre per sempre

o questi

Le voci: architetture, foglie.
La nave si muove nella radura.
Non avremo altra immortalità
che notti future, porte
da chiudere e aprire
come fuochi, come vento, come
fine. Il fumo lo faccio
mio, bruciando senza capire.

Pure, in un universo senza chiari limiti ma senza scampo, in un paesaggio devastato, la disperazione non attecchisce. C’è innanzitutto un tu, a cui rivolgersi con intimità e veemenza, di cui risvegliare l’ascolto:

Ora parlo con te, non con i pianeti.
Leggo le tue frasi non dette,
le ripeto con le mie labbra nelle tue,
invento un sì ostile all’inferno.
Ora parlo con i pianeti, non con te…

e c’è un senso di condivisione labile ma forte, insito nella nozione stessa di segni (o scie, come recita il titolo della penultima sezione): pure ridotti a “sbattere di nocche sull’orlo del pozzo”, i segni non sono mai privi di conseguenze:

Lascia che le cose ti guardino.
L’aria è sempre condivisa.
Immagini di tempi remoti penetrano la roccia.
Sotto l’elmo,l’erba. Profumo d’acqua,
a notte dissolta.

Le scritture dei fuggiaschi cancellate.
Le parole scolpite nelle ossa.
Le voci, favole. Le frasi, nidi crollati.

Sbattere nocche sull’orlo del pozzo.
Oro, luce, necropoli. I coltelli appesi come ali.
Rocce a spirale. Aratri, balene, alabarde.

Abbiamo una possibilità.
Un soffio, fra le mura. Una scala piatta.
Il taglio è nelle spalle, nelle mani, nella fronte.
Un segno chiarissimo: il suono.

Lo stesso pensiero è ribadito poi con una formula abbacinante nella sua concinnità parmenidea:

L’universo letto da esseri strappati,
che ricordano gli appunti e dimenticano i libri.
E’ delle scritture invisibili il gesto
di spezzare il vuoto, senza
lasciare lutto.
Un volo delicato.
Il seme posato sul sasso levigatissimo.

Questi esseri strappati sono forse gli stessi di cui altrove si dice che “ricuciono, bisbigliano”, “riparano la vita”. Il decifratore di segni risveglia un’estetica de una civiltà. Ma il decifratore di segni è confinato in uno status esistenziale ambiguo, metà partecipe delle cose vive e metà delle cose morte. Anche se i segni da decifrare appartengono a un mondo di cui non si sa bene se è stato o se deve essere ancora:

dove il reale fallisce
tu annoti il fuoco illudi
con pagine di fantasmi
voci mai nate
muri che sono finestre
e risplendono
finestre che sono muri
e difendono
dove il reale fallisce
l’intima nota
diventa vibrazione
musicale cura
bersaglio illuminato
affilata visione
terra tolta per sempre
dal viso

La centralità di qesti versi è evidenziata da una musica insolita in Ercolani, quasi una nenia incantatoria -con poche, ma forti iterazioni- e dell’assenza d’interpunzione, che fa di questo passo un punto di transito spalancato verso il prima e il poi della raccolta.

In effetti l’ultima sezione, A forma di nave, ispirata all’incantesimo di Poseidone che trasforma in roccia la nave dei Feaci, ci porta all’interno di questa vita dentro la morte, di questa vita semiviva che è la vita dei segni e dei decifratori di segni: esseri che provano nostalgia -ma di cosa? di ombre, di cose forse accadute solo nel racconto:

Se al culmine del sonno
si capovolgesse il viaggio
la grande porta tornasse socchiusa
le fanciulle giocassero ancora
il corpo dell’eroe splendesse profumato
e ancora lunghe
fossero le lacrime del suo racconto

Il paesaggio mineralizzato, che conserva di umano appena un sibilo -il si minore inudibile?– ricorda i paesaggi sonori disumani del Luonnotar e della Quarta sinfonia di Sibelius:

Noi, grande pietra nera
a forma di nave
ancorata nell’acqua:
niente sangue nessuno
dice nulla

oppure:

Ma sarà mozzato comunque
e dopo, nel buio denso, le rocce per vele,
dove navigheremo?
Risponde la luce sotterranea dell’acqua,
il respiro che ci modella le ossa,
il nostro respiro.

Il circolo si chiude quando le tracce semivive non sono più reperti di un tempo indefinito, ma segni della più incalzante attualità. Appare chiaro che l’universo de-realizzato di Ercolani non è un pericolo incombente sul nostro: è proprio il nostro universo. E che, nell’identità incerta e intercambiabile delle “apparizioni” umane, il tu richiamato all’ascolto era anche il nostro, gli esseri strappati siamo noi e sempre noi siamo chiamati ad essere riparatori della vita. E’ la consegna etica di Ercolani: testimoniare. Decifrare i segni, sparire al limite, spoglirsi di sé per diventare voce, dare voce:

col remo, nel mare latteo,
respingo le uniformi degli annegati
mentre ogni rumore vivo sparisce
il fumo della guerra scompare
le bocche immobili nella barca
per la sete si screpolano piano.

Ci sono tuttavia versi ispirati a un’accezione più tradizionale del poetare: un’accezione laudatoria che non deve sorprendere in un universo aperto come quello di Ercolani. Questa dimensione laudatoria assume i toni panici di una luce innodica

Quella domanda
sulla natura degli uccelli, isola o saggezza,
quella ferita che diventa cielo.
L’albero, senza le foglie,
è nodoso, vecchio, è
un grido muto.
Ventosa e dorata la terra,
con ombre di nuvole, verdissimi
boschi,
e il sole
                    come sonno profondo

o quelli di un incerto invito a scavallare il confine della parola semantica

Voci: finestre,
argini, case.
Proviamo a non seppellire più le mani
a strapparci di dosso l’aria
sbagliata, gli errori del caos,
a parlare per sillabe e per fuochi,
senza i confini del quaderno
senza quel sordo lamento
a cui talora si oppone
la forma cava del vento
l’orlo del foglio il fumo della nuvola
il gabbiano tuffato oltre lo scoglio

o di un’apertura tout-court verso il mondo (sia pure ricompreso subito nelle pagine di una sorta di libro del mondo)

Alzo gli occhi dal libro
e non rimpiango il libro
ma la bellezza acuta del cielo
che non vedevo leggendo
poi torno a leggere e vedo
che quella stessa bellezza
è entrata nel foglio come acqua
che scorre su carta, acqua
che scrive non cancella parole.

La parola, ancora, è carcere ed è l’unica mappa per orientarsi in un reale che ha smarrito il proprio status di realtà. Ma c’è una resistenza delle cose, qualcosa che, direbbe Eco, argina la semiosi illimitata ed esiste per sé, per quanto piccola, minima sia la sua forza. Non si sa cosa sia, si sa però che è:

Dopo tanti ultimi giorni
resta una terra probabile
un lutto cancellato
l’aria favolosamente

lieve

Questo essere si manifesta coi segni della bellezza e dell’orrore:

La montagna magica
il vento soave
la tenebrosa nave
il monte interrotto.
Mare prima e dopo
che tace il suo suono
nell’onda ferma,
i pesci a sgusciare fra piedi e schiene.
Intanto
lunghe macerie si specchiano nell’acqua
intanto noi
non siamo più ritornati.

Anna Bergna, “Palafitte”

(titolo originale: Giorgio Galli su un libro di Anna Bergna)

Riprendo, da Compitu re vivi di Sebastiano Aglieco, l’analisi che ho dedicato a una voce potente e solitaria della poesia italiana contemporanea. Ringrazio Sebastiano Aglieco di averla ospitata. Ogni volta che rilancio uno scritto che altri hanno ospitato ho l’impressione di rubarlo, ma non lo faccio per vanità: è per tenere la traccia, il capo di un filo che è vivo ancora e mi piace poter di nuovo sdipanare. E la poesia di Anna Bergna è un filo vivissimo per me.

Lo stesso Sebastiano Aglieco si era occupato di lei in un articolo –Anna Bergna: questa opportunità di piantumare– su un’altra silloge poetica, I corpi e le cisterne. E mi fa piacere scoprire una certa corrispondenza fra la visione di Aglieco e la mia: dovrebbe sempre far piacere scoprirsi in sintonia con chi fa conosce e comprende la poesia da più tempo e con più esperienza di noi.

Compitu Re Vivi 2

Anna Bergna, Palafitte, Lietocolle 2011

NZO

Ponte gettato fra la lapidaria cupezza del libro d’esordio, Crocevia, e il lucreziano racconto cosmico del più recente I corpi e le cisterne, Palafitte è la seconda opera di Anna Bergna ed è quella in cui il difficile equilibrio fra il versante speculativo e quello contemplativo della visione trovano una prima sintesi originale. Ho detto “visione” pour cause, perché è una poesia molto visiva quella di Anna Bergna, qui costantemente ancorata a un luogo -al suo lago di Como, a un Nordovest che tiene ancorata alla concretezza del paesaggio ogni slancio speculativo e lirico. La poesia di Anna Bergna è una poesia di luogo, inteso come paesaggio circoscritto e idiomatico, e di spazio, inteso come micro o macrocosmo, come universo che mette continuamente in discussione i suoi punti cardinali.
Con Crocevia, irrompeva nella poesia italiana una voce sofferta, di una scarnità…

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Anna Bergna, “I corpi e le cisterne”

corpi cisterneSe parlo della poesia di Anna Bergna, non sono obiettivo; e non lo sono perché la sua ricerca -fatta di sguardi disincantati dentro il dolore; di varchi verso un altrove che subito si richiude, di un equilibrio difficile tra poesia e pensiero- la sua ricerca è così simile alla mia, che sembriamo due frutti di uno stesso albero, che procedono dallo stesso terreno, che respirano la medesima aria. Ma, fatta questa professione di non-obiettività, devo anche dire che la poesia di Anna è solo sua, ed è così personale, così nuova negli esiti, che dev’essere analizzata lucidamente.
La ricerca di un altrove, in Anna, è la ricerca di un principio ordinatore laico e razionale. La sua poesia non nega la dimensione del divino, ma ne dà un’interpretazione democritea: il divino è motore immobile dei fenomeni; e, per scrivere dei fenomeni, ella si affida a un lessico scientifico che è l’invenzione linguistica caratterizzante della sua poesia, quella che le dà il suo timbro. E’ una poesia contemplativa eppure inquieta, dove continui straniamenti rivelano epifanie metafisiche nell’immanenza -varchi aperti su un Oltre che subito si nasconde, sommerso dalla realtà dei corpi e dall’entropia dell’agire. La poesia è una serie di lampi che appaiono nel tritume d’ogni giorno, e che subito spariscono, perché poi nel tritume si ricade -ma in un tritume “divino”, reso sacro dal passaggio della poesia.
L’universo è dominato dal caso, da un caos probabilistico dove anche le anime si scindono ad ogni bivio del percorso, e l’identità diventa plurima a ogni scelta:

Nel mio procedere ho trovato
solo un me plurale

scrive Anna. E ancora:

Questo mondo,
fatto di nulla
se non del nostro stesso sguardo,
è la creazione delle sue creature.
Senso dei sensi.
Se non cercassimo, non avremmo mondo:
sordi non avremmo musica e ciechi non avremmo colori,
scuoiati saremmo senza carezze, né sapore,
senza mielina non riconosceremmo.

La poesia è luogo di sintesi di un io che non si riconosce come unità; che dice “vivo in una condivisa solitudine”; che dice

Se una folata, considero, mi trascinasse via
o il pianeta stanco
scrollasse di dosso la mia vita,

se divenissi di una materia leggera,
mi allontanassi
e salendo strappassi la corda e il nome […]

L’io empirico coincide col suo puro nome: la Nominazione è la corda che lo tiene ancorato all’Essere. La parola è cosa che si agita nel mondo, è radiazione cosmica che cerca di ricomporne i frammenti.“Nomino ogni venatura del grembo sepolcro”, dice Anna; e nel procedere trova “relitti di tempeste lessicali”. L’Essere è solo in quanto noi lo percepiamo, in quanto lo nominiamo. Da ciò la nostra infinita responsabilità verso il mondo. Perché, se il mondo esiste in quanto noi lo rendiamo vero, noi siamo responsabili per esso e con esso tragicamente ci identifichiamo. Anna vive un’identificazione panica col mondo. La sua empatia integrale non si risolve, ma si abbandona a una serenità da occhio del ciclone, a una “contemplazione agitata” dove l’io è un punto di vista che si dissolve nello scorrere dei fenomeni, come se l’abbandono fosse l’unica salvezza, e l’ultimo residuo di senso fosse in questo contemplare alla deriva. Vitalismo e morte in un caos non teleologico, come in Lucrezio:

I sogni e le nefaste bugie
dei viaggi tra corridoi del vuoto,
privi di vigna e di viticci,
con la speranza che il non visto sia
sempre congeniale
e l’aerostato,
strappata la zavorra, possa cadere
tra le mammelle di una divinità accogliente.

L’avventura avviene tra le pieghe di un nulla ritratto con fin troppo viva concretezza. La diplotimia di Lucrezio -l’ebbrezza e la disperazione del viaggio senza senso- diventa in Anna un atteggiamento singolarissimo, uno slalom tra le pieghe della morte:

quest’acqua che sale dalla carne
è morte dei morti
definitiva fine che discende
sul tetto di lamiera sforacchiata.

I gabbiani stanchi piegano le ali
e le generazioni si incantano al medesimo fiore,
ma i corpi spenti fluiscono
nelle cisterne metropolitane,
gorgogliano nei sifoni,
si accomodano
in bizzarre forme di contenitori.

L’unica possibilità è una disperata accettazione:

Circumnavigate le possibilità,
liquefatti i legami,
abbandonate le ambizioni
che all’orizzonte si illuminavano come si illumina la luna schiava,
temiamo di scorrere
nei piovaschi che strappano
le vesti rosse e lasciano
le ossa biancheggiare.

La goccia del ritorno ci appare
come destino limitato:
cosa conserverà la pioggia del nostro esserci stati
e degli sguardi evanescenti
al suo ugualmente effimero
ma perenne ricadere?

Che la morte sia il motore e l’esito del viaggio è chiaro da versi come questi:

La materia crassa, sierosa,
il lume degli occhi,
i meati dell’udito,
l’umidità della lingua:
gocce che in alti stati dovranno transitare.

Perfino la speranza è all’indietro, è nel ritorno, come nella poesia di Ivo Andrić:

Cosa ci impedisce di nuotare a ritroso,
e un po’ di lato,
portarci in acque lente, dove la speranza
riesca a respirare?

“Non cerco il senso in un Altrove”, dichiara Anna in un verso, e questa affermazione non contrasta col suo continuo intravedere apparizioni: perché le apparizioni ravvivano la poesia, ma non ne danno il senso. Il senso Anna lo cerca per terra, nella minutaglia ed anche nell’impoetico. Molti passaggi rivelano il suo amore del sottobosco, l’attenzione ai minerali, agli animali, il minuzioso nominarli:

Questa opportunità di piantumare:

un pruno, un gelso, una marruca spinosa,
il bisbiglio sottobosco
dei convenuti dopo l’acquazzone,
covili nella terra per non morire al gelo […]

L’attenzione è tutta rivolta all’umile:

Lungo l’Adda, tra Brivio ed Imbresago,
folaghe e svassi guardavano le alghe venire,
i piccoli esci, gli insetti imprigionati:
setacciavano col becco il passato del fiume.

[…]

Immaginai che Benjamin si fosse incamminato al buio,
le macerie franate nell’orizzonte del progresso.

E immaginai le anatre, al venire di un’onda di piena,
prive dell’ambizione per un paradiso
volare sulla pianura sfigurata,
essere la bellezza di uno stormo:
sopravvivere.

E’ una “metafisica per poveri”, come scrisse Giudici di Caproni, dove il minuscolo si ribalta in apocalisse e mito, ma dove il senso del mito è nella negazione della possibilità mitica: sopravvivere è parola rivelatrice, sopravvivere come le anatre, belle del loro puro essere inconsapevole: un approdo difficilissimo per una poetessa così intrisa di pensiero, così perseguitata dal pensiero; ma un approdo cercato con dolore. Gli altissimi cieli hanno del resto poca attrattiva per Anna. In un passaggio che ricorda Nietzsche, l’astro le parla della sua solitudine:

Quando penso a un corpo celeste,
vedo una singolare solitudine
una deriva sconfinata.

Anna si alimenta di questa deriva. La sua indagine è il risultato di una dispersione, di un’esplosione. Ha bisogno dell’entropia per poter incominciare. Oggetto di quest’indagine è il dolore. Un dolore che, nella sua assenza di compromessi, ricorda Andrić:

Volano sulla soglia gli angeli,
la natura afferra le loro chiome d’oro
e piume sovrumane stanno
come petali sgualciti sul terreno.
La loro benevolenza non ci sazia,
il loro abbraccio non ci salva.

È con speranze rivolte a un dio arcano
che condivamo bacche, radici e poi il grano.

Questo rivolgersi a un dio che non risponde è andriciano, così come anche il tono essenziale, intimo, misterioso, dei versi che seguono, dove il dolore soggettivo si dilata nel dolore cosmico:

Ricordo la mia notte,
quando il bambino premeva la vescica e io pellegrinavo in bagno,
di aver guardato la culla che aspettava,
di essermi detta “ricorda” l’istante,
questa casa, questa attesa,
questo guscio vuoto
e ora, pur tra le prime nebbie,
ricordo che pensavo
“suo comunque vada”.

E l’operaia in un cotonificio con le decorazioni in cotto,
avrà pensato uguale in quei giorni d’inverno,
mentre andava al lavatoio e anche dopo, mentre glielo portavano via
in una tela bianca.

Perché la biologia è nostra madrina,

più dell’argine che la storia impone
e del battesimo prescritto dalla fede.

Rotolano generazioni,

prima nelle stanze rosse,
poi nel famedio terragno dell’umano.

Al dolore, il mondo risponde con l’indifferenza. Anche questo ricorda Andrić:

Rose in lattice,
imitazioni ordinate dell’effimero,
quale canto d’addio possono intonare?
Non il desiderio d’Orfeo per Euridice,
ma il lamento sopravvissuto al mondo
dell’ultimo migrante che saluta
la casa vuota e nudo
dirige al mare sconfinato.

E’ un Andrić però alleggerito, senza epica, senza popolo. La solitudine del poeta bosniaco avviene in seno al canto popolare; quella di Anna non conosce questa consolazione, ma quella del viaggio senza bagaglio, la leggerezza di chi non ha più nulla. E’ questa leggerezza a far sì che I corpi e le cisterne si apra con un lampo d’ironia:

Un lunedì di maggio, a Milano,
venti di pianura demolivano intonaci grigi.
Spalancavano respiri.
Noi sgranavamo lungo via Borsieri
parole avute nel punto esatto del ritorno,
ritrovavamo intatte liane
avvinghiate ai rami più saldi del pensiero.

Aggiravamo l’essere svaniti,
quasi si potesse abitare la casa demolita,
la stagione nuova sbocciare le medesime rose
e il passato trascinarsi in ciò
che si prefigurava:

un vano gioco di rianimazione.

All’angolo, rovesciai lo sguardo:
la strada sopravviveva al nostro divenire assenza

e un cane al guinzaglio pisciava
dove avevo annunciato un “ricordo che qui”.

Il discorso procede dal dolore, ma non necessariamente è doloroso. E’ piuttosto un discorso sul dolore. Questa leggerezza è propria di Anna: come una pietra levigata, un comune ciottolo che ha trovato la sua perfetta semplicità, il suo verso è ottenuto sottraendo. Anna sottrae anche la musica, ne resta solo la suggestione -una suggestione di szymborskiana levità. E se talvolta il discorso si avviluppa in un pessimismo eccessivo, se talvolta bisogna cercare la poesia in una pletorica girandola di pensieri, è più frequente che Anna ci sorprenda con un’essenzialità lapidaria, o con trepidazioni ragazzesche che rivelano la gioia del suo fare poesia.
Nell’ultima parte della raccolta i frammenti di vetro, il pescatore, il bambino in corsa verso il mare, la Locanda del Pilota costituiscono una miniera di occasioni umili da cui la poesia prende il volo -e a cui sempre torna. Ma tra la partenza e il ritorno si dispiega la ricchezza di un discorrere pacato, la naturalezza con cui nuove immagini sgorgano all’improvviso da nuove combinazioni di parole, quasi che ci si inciampasse, quasi che le stelle cadessero nel secchiello come in un verso tra i più belli della raccolta. Una forza pacata e ricca, da lirica cinese, anche se tutto nostro è il tormento, l’interrogarsi arroventato che vi sottostà:

Da quella terrazza sull’ultimo tratto del fiume,

dove le sponde terminano in un digrado verde pietroso
e l’acqua, di tutte le modeste acque confluite,
migra dalla vena cava al cuore,

intuii l’ineluttabile andare della sostanza
dentro un universo acqueo che non si agghiaccia
e tergiversa sul limite dei nomi

Discreta -pur se così personale- è la lingua di Anna, che non attira l’attenzione su se stessa, ma sull’immagine, l’idea, il timbro della voce. Sul ritmico oscillare tra l’evidenza del tragico e l’amore dell’etereo.
Negli ultimi componimenti la poesia nasce spesso da un luogo. Ma un luogo che si fa luogo di riflessione e abbandono. Non scompare: piuttosto la poesia lo espande. Nei momenti migliori Anna si libera dall’ingombro dell’io e si lascia attraversare dall’universo circostante. E’ difficile a una poetessa come Anna, sempre in lotta col pensiero, che quasi cerca di scacciare il pensiero col pensiero stesso. Ma accade a volte anche il contrario, che il retaggio personale e culturale non inibisca l’abbandono, ed anzi lo arricchisca:

Il ghiacciaio della Val di Fez è residuale,
la sua acqua scende verso il bacino del Mar Nero.
In questo vetro io tenevo i piedi,
poggiati sul metamorfismo dorato della penisola di Chasté.
Lasciavo il freddo acclimatarmi, prima del nuoto.
Così mi trovò un banco di piccoli pesci, assiepato vicino alla riva,
forse avannotti di salmerini o temoli o trote di montagna,
con una bocca tonda e palpitante,
laboriosa intorno alla caducità della mia pelle.
Morsetti indolore per sfamarsi
di ciò che in me già aveva ceduto verso un bacino sconosciuto.
Nello stomaco di un pesce o di un verme,
o che altro, che altro?
Eppure c’era allegria
per quel baldanzoso mordicchiare intorno agli alluci
e inaspettata, materna tenerezza:
sfamavo avannotti in Engadina.

L’immagine sorridente e un po’ grottesca di Anna che sfama i pesci in Engadina richiama altri testi come La predica ai pesci di Sant’Antonio di Padova di Arnim e Brentano, i “pisce che fanno all’ammore” di Di Giacomo, o anche le storie francescane; eppure la bellezza dei pesci di Anna è nell’essere semplicemente se stessi, nient’altro che pesci, svuotati d’ogni simbolo e felici del loro puro essere. E la parola pulita a cui ella nega apparentemente le gioie del rapimento poetico è una parola che disegna gli assi di un microcosmo, sì che poi esso si tenga con il Cosmo. L’occasione, il luogo, il frammento di diario si spalancano e si rivelano come piccoli universi agganciati al sentimento dell’Universo.

Terre Nude 3′ classificato al Premio Letterario Nazionale SCRIVEREDONNA

Sono un novizio del lavoro di Rossella Pompeo, e quindi ciò che scrivo non ha che il valore di un saluto rivolto a una persona durante un primo incontro.
I versi e le prose pubblicati sul blog Il Grandangolo sono come parti di un rituale: un rituale cosmopolita e cosmico, innodia-trenodia scritta in più lingue, che evoca frantumi di mondi diversi ricreando un “mondo a sprazzi”, ipersensibile e impazzito. L’energia che anima queste visioni esplode oltre le parole: le parole non ce la fanno a stare dietro al fuoco della visione, all’intensità della musica -quasi che l’autrice venisse presa da un’improvvisa afasia, da uno sbigottimento di fronte allo scarto fra la propria forza immaginativa e le parole. Di qui una lotta furibonda con le parole, una lotta che l’autrice mette in mostra evidenziandone le dissonanze, chiamando a sé le altre lingue perché la aiutino a ricomporre il canto. Il plurilinguismo non si dà solo nello scrivere componimenti in più lingue, e nemmeno negl’improvvisi inserti d’altre lingue dentro componimenti in italiano: ma si manifesta anche nel trascolorare da un registro stilistico all’altro – come nel dialogo Anna Leda, che accoglie lacerti di dialetto e di linguaggio giovanile; o nella favola in versi Lo scarabeo, dove il linguaggio infantile viene adottato con una specie d’esasperata adesione. Il plurilinguismo si spinge fino al parlar la lingua d’altri, fino all’ecolalia. Ciò fa del Grandangolo qualcosa di diverso da un blog: ne fa uno spazio, un microcosmo la cui spigolosa armonia è fatta di dissonanze. Questo spazio vive una vita limbica fra il mentale e il sensuale, ma contiene anche un punto di vista duro e preciso sulla realtà sociale: è una mistica calata nel corpo sociale. Ad animarla è una scrittura profondamente femminile, tormentata, visionaria, eppure selvaggiamente realista. Di questa scrittura, il poemetto Terre nude sembra il momento generatore, la scaturigine di una forza notturna e vitale, il ritrovamento di un fuoco antico che finalmente riconcilia nel suo slancio musica e parola, e finalmente riconcilia, bruciandole, l’autrice e le sue parole.
Solo un mio punto di vista, un saluto da primo incontro, che spero non dispiaccia l’autrice e che permetta di scendere più in profondità in questo mondo in cui comunque vi invito a discendere.

To Be By Your Side di Rossella Pompeo

Acquerello 2007 Rossella Pompeo Acquerello 2007 Rossella Pompeo

Il mio poemetto inedito: “Terre Nude” si classifica al terzo posto del “Premio Letterario Nazionale SCRIVEREDONNAXXI– anno 2013”.

http://www.viverepescara.it/index.php?page=articolo&articolo_id=442254

La giuria è composta da Maria Luisa Spaziani (Presidente), Marcia Theophilo (Poetessa e Operatrice culturale), – entrambe candidate al Nobel per la letteratura -, Anna Maria Giancarli (Poetessa e Operatrice culturale) e Nicoletta Di Gregorio (Poetessa e Vice presidente Fondazione Pescarabruzzo).

La cerimonia pubblica di premiazione si terrà presso la “Sala Figlia di Iorio” della Provincia di Pescara, in Piazza Italia 3 a Pescara Venerdì 13 Dicembre 2013 alle ore 17.00

Il Premio, che gode del sostegno della Fondazione Pescarabruzzo e dei patrocini della Provincia di Pescara e del Comune di Pescara – Assessorato alla Cultura, è stato istituito dalle Edizioni Tracce con l’intento di incoraggiare, promuovere e valorizzare la creatività femminile.
La finalità è proprio quella di esaltare la scrittura delle…

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Poesia, pensieri sparsi

candeleLo spettacolo indecoroso di quei poeti che conoscono ogni segreto della poesia, ma ragionano su ogni altro argomento come l’uomo della strada! Essere intellettuali non è un lavoro in cui si timbra il cartellino: è un privilegio che va onorato ogni giorno con una costante, e non settaria, disposizione al pensiero.

*

“… l’intollerabile disagio di fronte a chi -perduta la fede nell’essere autore- voleva spettatori, come se non spasimasse davvero, ma fosse attore di quegli spasimi…” (Nadia Campana)

*

Il disagio che la poesia contemporanea mi comunica sta nel fatto che non riesco a liberarmi dalla sensazone d’una lingua ridotta a gergo, a un idioletto che ha la gittata di una generazione, quando non di un singolo individuo.

*

Ho scritto poesie, ma non sono un poeta. La poesia è sempre un fatto, e mai un commento ad un fatto. Se non poteva essere detto altrimenti, allora è poesia. Io non so dare questa forza alle parole. Le mie poesie possono esser dette in molti altri modi. Io vedo sempre, dietro la parola, la cosa. Le mie poesie sono delle meditazioni in versi, ed io sono troppo contenutista per poter essere compiutamente un poeta.

*

Vorrei essere un uomo d’azione, ma Rilke m’ha piegato le vene. Non sono un artista: sono un uomo annientato dalla potenza dell’arte.

*

Se potessi rinascere, vorrei essere Jacques Brel: un sublime artigiano di un’arte minore, un piccolo meraviglioso artista pieno di fuoco e passione, che non aveva con le parole che un rapporto incidentale.

Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi

“Andate verso il gesto che vi ha
battezzati, tornate indietro nel
seme, trapassate il mondo
le trame del tempo e del giudizio
e perdonate se vi ho insegnato il perdono
anche quando l’amore era
un frutto marcio”

Questi versi, trovati sul Web per caso, sono di Sebastiano Aglieco. E’ impossibile non amarli. La recensione che condivido restituisce il fascino asciutto e oscuro, il dolore primordiale, la petrosa moralità di questo autore che -in coerenza colla sua poetica- ha scelto di esprimersi in un siciliano duro e interiorizzato e di collocarsi in posizione appartata rispetto al panorama letterario.

La poesia e lo spirito

Sul libro di Sebastiano AgliecoCompitu re vivi appena uscito per Il ponte del sale proponiamo: una lettura, una selezione di poesie, una selezione delle recensioni reperibili in rete.

Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi
di Giorgio Morale

Concepito nel 2006 e arrivato alle stampe otto anni dopo, Compitu re vivi (Il compito dei vivi) di Sebastiano Aglieco è un distillato di poesia e vita. In esso Aglieco, già autore di libri di poesia come Giornata (2003), Dolore della casa (2006), Nella storia (2009), e della raccolta di saggi Radici delle isole (2009), mostra una maturità che non si esaurisce nello sterile esercizio di un mestiere

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