Cristina Micelli, A chi scorre

C’è una forza inusuale nei versi di questa poetessa, che chiama le cose col loro nome, che ha una rara capacità di non mischiare la poesia e il poetico, e che lascia una bella sensazione di operosità, umanità e rifiuto delle soluzioni facili. Una poesia ruvida e autentica, che nomina accaduti e oggetti del nostro tempo con i vocaboli intemporali del dialetto.

perìgeion

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Ilaria Seclì in “Fede”

L’esperienza della poesia ascoltata dalla voce del poeta ha sempre una sua forza. Non dimenticherò la musicalità dei vecchissimi dischi di Apollinaire, che legge Le pont Mirabeau come un’aria d’opera; né il granito abbagliante della stentorea, invasata dizione di Ungaretti. Anche quando il poeta non sa recitare, come Sandro Penna, la sua lettura ci dice qualcosa della sua musica. Umberto Saba è ridicolo per voce ed accento, ma ci fa sapere che i suoi versi non vanno risuonati con cadenza dimessa e prosastica, ma con passione e pienezza di canto.

Ed anche questo Fede (testi: Ilaria Seclì, Simone Giorgino; musica: Gianluca Milanese; video: Carlo Mazzotta) è illuminante. Per chi, come me, segue da tempo la poesia di Ilaria, è una sorpresa scoprire di quanta luce la illumina l’ascolto della sua voce sussurrata, senza rabbia, bava di un incanto troppo araldico, di un dolore troppo radicato, primordiale come i suoni di flauto e i paesaggi arabogreci evocati nelle immagini, ricamati nelle note. Dolore che soffia oltre la parola, oltre il suo e nostro tempo, che non sa e non vuole guarire, che eleva un salmo dove altri eleverebbero una protesta; che ferisce, scava, risuona e incanta. Senza peso. Questa lettura congiunta di due poeti amici è come una dissolvenza che resta. Che suscita demoni meridiani, come nell’antichità, quando le creature infere apparivano a mezzogiorno e non col buio: visioni e sparizioni…

La voce di Ilaria Seclì ha una tonalità bambina. Non si comprende la sua arte se si prescinde dalle sue qualità infantili. E’ con biancore infantile e adulta vigilanza che questa poetessa intollerante di ciò che non ha luce si lascia attraversare dal mondo, individuandone il filo poetico, dipandandolo, per poi restituirlo oggettivo, essenziale, ma impregnato degli odori e colori che il passaggio attraverso Ilaria gli ha donato. E’ in nome del suo candore che l’adulta Ilaria non può tollerare il disumano. Diceva Gustav Mahler: “La bruttezza è un’offesa fatta a Dio”. Ilaria potrebbe dire: “L’ingiustizia è un’offesa alla Bellezza”. Lo spettacolo del disumano è sempre davanti ai suoi occhi. Eppure le resta una fede: fede in un divino che -per sua stessa dichiarazione- è ciò che un tempo chiamavamo umano, nella possibilità di una una visione miracolistica di ogni epifania dell’umano. Per questo la coscienza dell’orrore convive con l’aerea follia di un verso -e di una dizione- lieve, ma infallibilmente strutturata come la neve. Sorgente inesauribile di poesia, Ilaria Seclì può sconcertare il lettore abituato a una rigida separazione fra il verso e l’al di là del verso -allo stesso modo di quei compositori d’avanguardia che tendono l’orecchio all’Oltremusica, al rumore e al silenzio. Questo trasformare tutto in poesia, dalla deflagrazione di un’epoca al fatto minuto e privato, questo perenne nominare le cose con le parole impalpabili della poesia, quasi schivandole, appartandosi, possono essere discutibili sul piano della concezione, ma sul piano dell’esecuzione il fascino degli esiti è innegabile.

C’è un verso su cui voglio soffermarmi. “Tutto questo amore male amato.” Un verso ch’è l’epitaffio della nostra epoca. Nel micidiale chiacchiericcio che svuota le parole per mancanza di un rapporto col silenzio, nessun vocabolo più usurpato, nessun sentimento più abusato di amore. Solo la vera poesia può eseguire quest’atroce diagnosi con tanta inesausta pregnanza di canto.

Martina Campi

3118287.jpgRaramente si ha la percezione congiunta del valore di un’esperienza poetica e di quello della persona umana che ne è autrice. Di Martina Campi (che, con significativo lapsus, mi accade di chiamare Cristina Campo) sentiamo l’intensa figura umana dietro il dettato poetico. La saggezza dei corpi (L’arcolaio, 2015) non è una raccolta di poesie, ma un poemetto in sette parti corrispondenti ad altrettanti giorni di ricovero per una (forse grave) malattia. Con una rapida, vertiginosa concatenazione di immagini che ricorda il cinema futurista (vien da pensare a L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov, 1929) siamo introdotti nella dispercezione e nello spaesamento della malattia. Quello che Martina Campi ci racconta è il modo in cui ogni parte del corpo, data per scontata nello stato di salute, assume un violento peso nello stato di malattia; ogni parte del corpo è a sé stante in quanto dolente. Come per Cioran, per Martina Campi il dolore individua. L’altro asse portante del poema è la perdita di signoria su se stessi. Noi abbiamo paura della morte in quanto estrema, irreversibile forma della perdita di signoria su noi stessi. Ma la morte è familiare alla poesia; non lo è altrettanto la malattia. Ditemi pure che esagero, ma solo in Thomas Bernhard ho trovato rappresentata la malattia con altrettanta forza che in Martina Campi.

Il nome di Thomas Bernhard si fa ancora più incalzante se pensiamo alla logica musicale che governa la sua prosa come la poesia della Campi, e alla violenza martellante che entrambi gli autori, ciascuno nel suo mondo, infliggono alla scrittura.

Eppure, l’orizzonte della Campi, quale le note al testo lo trasmettono, appare estraneo alla cultura “alta”, è fatto di prestiti da Jodorowski, Paolo Conte, Branduardi, da un sms ricevuto da un’amica. Perché? Intanto per la natura miscellanea del dire poetico della Campi, musicista e performer oltre che poetessa: un dire poetico proteso oltre la pagina, oltre la letteratura, verso il suono. Il suono della contemporaneità e del vivere comune. Non è per modestia o per provoocazione che l’autrice sceglie un orizzonte culturale così insolito: è per bisogno etico di vivere e testimoniare il proprio tempo senza mediazioni, senza nobilitarlo. La saggezza dei corpi viene sbattuta sulla pagina con una fisicità che fallisce solo quando la poetessa si compiace troppo della sua tecnica di montaggio. Perché ci sono momenti deboli in questo poema: le conclusioni dei Giorni #3, #4 e #5 presentano un eccessivo allentamento della tensione, privo del senso di estenuazione che è intuibile nelle intenzioni dell’autrice; nella sequenza iniziale la suspence sul contesto di malattia e ricovero è mantenuta troppo a lungo e rende astratto ciò che, quando arriva, è fisico e concreto. Ma tutto è compensato da momenti di purissima poesia come questo (Giorno #3)

le grida notturne sono voci
nella paura, sgraziate, nomi
invocati nomi dalle certezze aguzze
nel passato, giorni dell’amore che sostiene

quello che resta in gola di là dal buio
è la polvere avvizzita dei morti
è l’odore stantìo della malattia
dai materassi, più
le dita del mattino ai campanelli che s’inceppano
tutto concorre a sfasare la sensazione
mancata del tempo, per un nuovo ordine dei minuti
bianchi e bianchi, minuti che sono bianchi

o questo (Giorno #4)

e così la notte sa di buio e neon,
rivela nei corridoi le voci più lontane
che somigliano a un silenzio addormentato
come le cose, o le case, cui sappiamo

essere appartenuti (e tutte le foglie insieme)
ma il quando invece, non lo sappiamo più
altri rovistano nelle loro borse socchiuse come
palpebre confidando essere l’aiuto

e questa, conveniamo, è forma
di una pace frenetica, impotente
dalle scale, dalle ringhiere, dalle sale
con l’aria condizionata che s’impone

l’aria condizionata è per chi viene e va, fuori
le trame sono nelle inclinazioni del letto
altitudini e lenzuola
fuori è fresco, ora

e la lepre s’accuccia tra (i) vasi,
sotto le finestre fino al primo,
impercettibile cambiamento di stato
che ci sarà il mattino, ancora, ancora, ancora

in un aprire, spostare, girar di braccia
all’unisono, freddo che si discioglie,
nel sangue, nelle cannucce, nelle vestaglie
all’avanzare rapido del caldo, sulle pareti

perché fuori è una terra straniera
fuori è tutta un’altra storia
e anche loro che arrivano, con l’amore
nelle borse, e le migliori intenzioni

dove la parentesi in la lepre s’accuccia tra (i) vasi rende visibile sia il chiudersi in se stesso dell’animale, sia la condizione protetta, estraniata del paziente dell’ospedale. Qui non c’è una parola di troppo, le iterazioni sono tutte necessarie. Così come, più avanti

so quello che sta per arrivare
è solo un altro giorno
è solo un altro giorno
è solo un altro dono

sono cieca che aspetto
e il mio numero è un 9
e il 9 sono io con una maglia azzurra

quando entrano tutti, a intendere
si mostrano per la faccia
e le scarpe li tradiscono
da sotto, mentre parlano tra loro

nei resti delle attese silenziose
depositati sul pavimento
non sapevo le parole, smarrite
tra mani casuali e bucce di mandarino

martina-campi-05La mancanza di parole di fronte alla malattia, a quella perdita della signoria su noi stessi che confina con la morte, è così intrinseca alla cultura odierna che la Campi poteva solo adottarne le espressioni più lontane dalla tradizione letteraria: la canzone e il cinema. La lingua della poesia tradizionale è fin troppo addentro alla morte. Per esprimere in versi questo spaesamento nuovo, non si poteva che ricorrere a una lingua diversa, a un orizzonte estetico diverso.

I momenti più puri sono quelli in cui l’autrice ritesse con vigile abbandono le trame degli affetti più semplici, come nel Giorno #4

quando ci siamo rivisti
c’era molto caldo
e avevamo la raccolta
delle lacrime agli occhi

ci siamo seduti come attorno
a un tavolo da giardino
senza che ci fosse alcunché,
da appoggiare o da stendere

e ci siamo detti del tempo
e delle zanzare e tutti gli alttri insetti
volando mentre i vecchi guardavano
il telegiornale, poco più in là

nel tempo che occorreva
per saperci (di) tutto
coi minuti sfoltiti come siepi
precipitose…

[…]

avremmo forse voluto spalancare (preferendo)
le braccia, tra l’oggi
e il domani di carta carbone
raccontato, necessario, riverso

mescolarci forse alla pioggia
tradurci nella luce
avvicinarci
un poco, di più, almeno

concederci un’adeguata quantità
di sguardi amorevoli
disarmare gli elefanti
credere alle mani

avremmo forse preferito (davvero)
trattenere le armate
sconfinare sorrisi, a tavola
scambiarci il sale e il pane

tracciare scie di lenzuola
sul pavimento
come zattere che (ci) salvano
il mattino

e invece
da vicino
resistiamo
ad aspettarci

o nel Giorno #5, dove la poetessa “monta” frammenti d’infanzia e del presente ospedaliero per poi tratteggiare ritratti colmi di scontrosa pietas

amici miei, dove siete?
(abbracciatemi)
qui è tutto bianco, e la notte non si rimargina
anzi si sbobina il buio che sta in basso e viene, su

il computer lo chiamavamo
bollettino dei morti
chi è morto oggi?
chiedeva la Gina

io e Maria ridevamo e rideva anche lei
scampate al sospetto
della bruta follia
scampate di brutto alle glaciazioni

e forse non lo sapete, che Maria ha un dolore
sommesso, piegato, sotto il cuscino
ogni mattina si alza presto
per cambiarsi da sola le lenzuola

poi quando arriva il mezzo giorno
saluta con garbo gli avventori
e, sbucciando una mela,
si distende sul letto, al contrario

è che all’improvviso, mi mancano tutti
poi, dalle serrature gentili
sopraggiunge una voce sottile:
è normale avere paura

La riappropriazione degli affetti, della propria e altrui fisicità, avviene gradatamente, ed è difficile: i simboli della malattia e della salute si mescolano, la nostalgia si mescola alla paura, nella vita sana come in quella malata esistono routine diverse altrettanto faticose: diverse e gravi monotonie. Finché nel Giorno #7 questo spaesamento si rinnova in nuova gioia, lunghi gerundi scandiscono il passaggio a una nuova esperienza del corpo, a una nuova esperienza di se stessa, per sfociare in un inno trattenuto e commosso

mentre parlavi
mi inondava un pianto verde
come se il cuore non fosse
più il mio

(io e tutte le mie paure)

ce ne torniamo a casa
con la commozione in sommossa
a fissare il panorama che scorre

tutti i piani per ricominciare
i passi della quadriglia
i dialoghi delle sceneggiature
i tappeti rovesciati all’in giù
l’orizzonte basso e lontanissimo
di tanti verdi
diversi che si toccano
e il vento caldo entra dai finestrini

il cuore in gola
l’ascia a deporre
immagini da uno spazio
che s’avvicina

e le domande
che ritornano
e si fanno silenzio
che ci unisce

e in tre ultimi, altissimi versi, che segnano l’accettazione della nuova incertezza da parte di una nuova Martina Campi

e tutto ritorna com’è
e tutto intorno s’aggira fino
ai prossimi giorni, ignoti

Christian Tito: la poesia in ascolto

ai-nuovi-natiE’ difficile aggiungere a quest’inno Ai nuovi nati (Fiori di Torchio, 2016, con un’incisione di Alejandro Fernandez Centeno) qualcosa in più di quello che ha scritto Corrado Bagnoli nella breve ma esaustiva Introduzione. Perché tutto il resto è risonanza che spazia oltre la letteratura, pur essendo espressa con parole di una letteratura purissima.

Scrive Bagnoli:

Queste poesie si dispongono come una piccola sceneggiatura dentro la quale il poeta si spende nell’unico vero compito della poesia: egli nomina la vita che viene, riconoscendola sacra per il solo fatto che c’è. Al figlio rivela poi come quella vita, così mutevole e indecifrabile, sia propriamente ciò che occorre custodire, difendere dalle minacce; e chiede alla tradizione che lo ha messo dentro questa stessa vita il codice, la bussola per poterla attraversare, consapevole però che il viaggio sarà ogni giorno nuovo, che le istruzioni per I’uso non basteranno, che ci vuole un amore al fuoco che ci brucia dentro e che portiamo in giro, sapendo che un giorno lo dovremo riconsegnare alla terra.

E scrive Tito:

Meglio saperla
tutta la forza,
tutta la fragilità
se vuoi che si plasmi in forma d’uomo il tuo viso.

Allora nella notte non perderti d’animo
nel chiarore resta sempre vigile.

C’è un fuoco da portare,
da passarci di mano,
da restituire alla terra.

Scrive Bagnoli:

Il poeta sa che niente è nostro, che tuffo ci viene dato come un regalo, un mistero di cui avere cura, di cui non siamo mai padroni e che dobbiamo dare indietro: nella vita, intanto; ma poi, per chi compie questo viaggio attraverso la sua voce in poesia, nella parola stessa.

E scrive Tito:

Così chiedo agli avi i futuri codici
per attraversarla senza perdere niente questa nostra vita
per mettere in mio figlio e in tutti i figli
una traccia di senso possibile, un amore, una passione
per non perdermi pur perdendo continuamente
poiché la vittoria appare chiara e vacua in questo mondo
e a noi piace la piena ombra

poesia come massimo grado della sconfitta
poesia come massima distanza dalla resa

camminare a piccoli passi, ma camminare
dire poche parole, ma dirle

perché noi crediamo nella parola
e forse più in quella data
prima ancora che scritta.

La parola ridotta al minimo di Tito, più che mandare un messaggio, lo cerca. Cerca i valori da trasmettere “ai nuovi nati” interrogando la tradizione dell’umanesimo. Non esplora, non esplode la parola, non la discute, non la reinventa; ma si aggrappa alla parola ricevuta come a un cibo buonissimo e scarso.

E’ una forma di poesia civile silenziosa. Difficile non pensare alla bellissima lettera in versetti scritta da Hikmet al figlio, dal carcere, alla sua robusta leggerezza, oppure a certe trasparenti pagine “per bambini” di David Grossman dove la presenza di un “messaggio” non si traduce in gesto didascalico, ma si compie dentro la semplicità di una poesia scarnificata, che non dice, ma distilla, non canta, ma crea lo spazio di risonanza del suono. Non poesia-detto, ma poesia-ascolto. Un padre in ascolto del battito del figlio. Un uomo in ascolto del ventre della terra. Un poeta in ascolto della parola dei maestri. E’ questo che Tito ci consegna. Un vigile silenzio e un vigile ascolto. Tutto qui. E tutto quello che posso ancora dire è che resta valida la bellissima frase che Luigi Di Ruscio ha dedicato alla precedente raccolta di Tito, Tutti questi ossicini nel piatto (Zona, 2010):

La gioia di essere vivi consta nei più piccoli particolari; la specie continua a rinnovarsi perché l’angoscia esistenziale è per un istante dimenticata.

Questa gioia di Tito che non esclude l’angoscia, ma la comprende “perché a noi piace la piena ombra”, perché nessuna vibrazione dell’umano deve restare inascoltata, e che accetta senza passività la sconfitta perché la sconfitta è la “massima distanza dalla resa” è il dono più potente che da lui riceviamo.

Maria Grazia Di Biagio, inediti

Condivido dagli amici di Perìgeion queste poesie da scoiattolo, di una giovane poetessa non enfatica, non egotica, non ostrogota -un fiore raro nella mia generzione- che intreccia parole consuete come intrecciasse braccialetti, ma è tutt’altro che priva di aperture metafisiche…

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MG Di Biagio foto

 

CON L’OCCHIALE IN PUNTA DI NASO

Quando si rivoltano le zolle al campo

è un luccicare di pepite brune

Vero è che le ombre a ridosso

del solstizio si allungano più in fretta.

L’età dell’oro ha vita breve.

Pure vero che un autunno così estivo

non lo si vedeva da decenni

Ho le carte in regola per dirlo

– quasi un vezzo –

con l’occhiale in punta di naso.

*

Nell’incavo deserto di un nido, si avverte

il vuoto reso da una galassia in fuga

Lo smarrimento che assale l’astronomo

all’ipotesi di un oltre che non vede.

Il vuoto sta ancorato all’y del ramo

per altre cove e schiuse, altre partenze

Verso il limite che acceca il telescopio

l’universo è più stellato – intero.

*

Le mancanze si addensano

sui fili delle rondini

come per un’attesa –

fumano il narghilè col tempo

discorrendo del meno che pesa

nella fissità…

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Ilaria Seclì_Del pesce e dell’acquario

La concisa e abbagliante visione di un poeta su di un altro poeta.

Chi si appresta alla lettura Del pesce e dell’acquario (LietoColle, 2009) non sa di trovarsi di fronte a un libro fatto d’acqua. Le vischiosità viscerali dei recessi magmatici di una poesia corporale e le geometrie manieristiche di una poesia scritta a priori in regole, sono assenti. Chi conosce l’autrice di questo libro sa che non c’è alcun filo teso a dividere poeta e poesia. Quando Ilaria parla, in ciò che chiamiamo quotidianità, la sua cantilena avvolgente, rabdomantica è la stessa voce che scorgiamo nei suoi versi, a dire che le sue poesie potrebbero, e lo fanno, nascere da una qualsiasi conversazione con lei. E così, come la persona è lieve, le poesie del libro scintillano come i riflessi della luce sull’acqua, muovendosi veloci, di superficie in superficie, inabissandosi e riemergendo nel medesimo istante, senza pesantezza, spegnendosi in quello sguardo che le ha viste lucenti, donandoci un piccolo miracolo:…

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Marco Ercolani, “Si minore”

si minoreUltima raccolta poetica di Ercolani, Si minore (Edizioni Smasher, 2012) raccoglie le onde elettromagnetiche delle precedenti, con maggiore purezza formale rispetto a Sentinella e più piena integrazione tra la componente sapienziale e quella puramente poetica rispetto al Diritto di essere opachi. E’ un’esperienza di sintesi, che, come altre recenti esperienze, raccoglie più forte il richiamo della Storia e dell’attualità. Si minore è del 2012. Dietro le scene d’alluvione scorgiamo la reale alluvione di Genova del 2011; dietro i naufragi intravediamo le ombre dei migranti (la tragedia del Medio Oriente è iniziata anch’essa nel 2011).

Qui non ci sono grandiose pietre di fondazione come Gerico nel Diritto di essere opachi. C’è piuttosto la posa del furore precedente, la sua mineralizzazione, un pacato raccogliere i coralli lasciati dalle turbolenze delle due sillogi anteriori. La prima sezione, intitolata significativamente Fuoco liquido, si apre con un’ennesima, scultorea variazione sul rapporto fra realtà e illusione, fra l’essere e il dire dell’essere: “le pietre / trattengono l’aria, diventano parole. / Comincia il regno delle illusioni, vasto come le manie. / […] Mare: per illusione dell’acqua. / […] Finta fiamma, fuoco reale”. E più avanti: “Sostituire il mondo con i suoni delle labbra”.

Se, come vedremo più avanti, “nessun amore è intimo”, non ci sorprende trovare in una poesia d’amore riflessioni sul valore fondativo dell’illusione:

Fingere di non scrivere più, per estasi.
Per estasi, scrivere ancora.
[…]
Le pietre tornano vento, se sono guardate.

E non sorprende che una stupenda poesia d’amore sia così intensa e assertiva, così non sensuale:

Mare irrevocabile e limpido: senza futuro di morte.
Notte limpida e scura: senza sospetto di luce.
Bocca baciata, sbigottita.
Pelle ansiosa di carezze future.
Vite infinite, nel buio.
Pericolo che la luce allontani le labbra.

Da morti risponderanno di scritture segrete.
Da vivi si respirano come se il mondo fosse sciolto.
Nessun amore è intimo. Scrolla le tende,
scuote i muri.
C’è del rosso che allibisce, sui vetri tagliati.

La poesia d’amore riesce a Ercolani quando non va sulla cosa, ma sui suoi segni. Più il dire s’avvicina al concreto, più fallisce. Più ne raccoglie le tracce, più è intenso.

l’aria si versa nelle dita libere dall’abbraccio.
Lo guarda nel buio, la guarda nel buio.
Insieme vedono la forma dei volti.
Poi le mani tornano a toccarsi, le bocche a unirsi.
Ora sono labbra, saliva, un unico fuoco.

Questi versi sono evocativi, ma questi altri sono sublimi:

Nessuna forma, ma un canto trattenuto dalla voce.
Una parola stretta nelle labbra premendo la lingua.
Questo guardarsi ora.
Il lungo strappo negli occhi.
I ritmi dell’aria, i riti del respiro.
Le montagne capovolte, le nubi fitte.

Cresce pietra nelle frasi non dette.
Finestra chiusa. Fine di tutto. Parole mai scritte.
Ritrovare un punto, nella neve, culmine della bufera.

Dopo, l’ombra totale.

E’ una poesia che vive dei segni muti delle cose vive, che eterna -ancora, è la lezione di Mandel’stam- il sentimento in paesaggio, vira la soggettività nella contemplazione del soggettivo. Soprattutto, è poesia di suoni potenziali che risuonano fra i suoni vivi. L’atto distrugge la potenza, l’infinito possibile è il vero incanto, il primo concretizzarsi di una possibilità è la prima distruzione. Ci sono molte vite racchiuse in un unico, pienissimo istante:

Sprofonda nei bellissimi giorni.
Nessun punto della pelle che non gli appartenga.
Molte vite per accarezzare quelle ore.
Nei giorni splendidi si dice che le voci tremino,
e le dita. E gli occhi cambiano colore.
Nel sonno un si minore, inudibile.

La seconda sezione porta un titolo ancor più rivelatore: Scriviamo contro le parole. Scrivere contro le parole si estrinseca nell’assertività tagliente della parola poetica di Ercolani, scevra da quasi ogni artificio del dire (rarissimi gli enjambements, numerosissimi i punti fermi in chiusura di verso: una parola poetica si direbbe alla Mutis, autore che condivide con Ercolani il senso dell’accumulo di testimonianze, di reperti della civiltà poetica). Ma, scrivendo contro le parole, capita di realizzare testi bellissimi come questo, petroso come Gerico, lievemente montaliano nel suono:

La bellezza potrebbe mancare
e dunque non ti sento morire
ma so cantare
se la voce tradisce
se la luce torna buia
se sospiri
per vaghe impronte e per sassi
e polvere con ombre di figure
e mosaici di una mente che delira
se il tuo respiro dovesse sfuggire
come potrei nei posti che vediamo ritornare
intima è la terra
dove ci guardiamo
la pelle si colora
le dita ritrovano gli occhi
la bocca morde assapora
sparisce il gelo dai confini delle cose
se la bellezza mancherà
mi sdraierò nell’erba,
l’aria ventosa alle tempie,
il pensiero trasformato in sonno.

Un momento di altissima poesia questo, in cui la pace si realizza per accettazione della deriva del senso, per rinuncia a comprendere, a contornare anche solo d’ombra il reale che sfugge. Alla tensione esegetica della precedente Sentinella, al suo moltiplicarsi dei piani di “realtà” negli specchi ustori di un’esegesi sganciata dal suo oggetto, risponde il pensiero trasformato in sonno, che non annulla la tensione intellettuale -mai assente in Ercolani- ma la riduce a oggetto da contemplare, oggetto poetico e non più discorso poetico. Questo non impedisce allo scrivere di Ercolani di manifestarsi ancora come un post-scrivere, scrivere dal disastro o a disastro avvenuto, né al pensiero di ustionarsi ancora -pur dentro il porto raggiunto della contemplazione. E ne sono esempio questi versi

Se avesse un diritto la luce
e restasse nelle mie mani
e questo paesaggio terreno e celeste
vivesse ancora
se tutto non fosse già sprofondato
nell’acquedotto inesistente da secoli
e le opere degli uomini
fossero epigrafi chiare
nomi che visitano cose
suoni che sciolgono pietre per sempre

o questi

Le voci: architetture, foglie.
La nave si muove nella radura.
Non avremo altra immortalità
che notti future, porte
da chiudere e aprire
come fuochi, come vento, come
fine. Il fumo lo faccio
mio, bruciando senza capire.

Pure, in un universo senza chiari limiti ma senza scampo, in un paesaggio devastato, la disperazione non attecchisce. C’è innanzitutto un tu, a cui rivolgersi con intimità e veemenza, di cui risvegliare l’ascolto:

Ora parlo con te, non con i pianeti.
Leggo le tue frasi non dette,
le ripeto con le mie labbra nelle tue,
invento un sì ostile all’inferno.
Ora parlo con i pianeti, non con te…

e c’è un senso di condivisione labile ma forte, insito nella nozione stessa di segni (o scie, come recita il titolo della penultima sezione): pure ridotti a “sbattere di nocche sull’orlo del pozzo”, i segni non sono mai privi di conseguenze:

Lascia che le cose ti guardino.
L’aria è sempre condivisa.
Immagini di tempi remoti penetrano la roccia.
Sotto l’elmo,l’erba. Profumo d’acqua,
a notte dissolta.

Le scritture dei fuggiaschi cancellate.
Le parole scolpite nelle ossa.
Le voci, favole. Le frasi, nidi crollati.

Sbattere nocche sull’orlo del pozzo.
Oro, luce, necropoli. I coltelli appesi come ali.
Rocce a spirale. Aratri, balene, alabarde.

Abbiamo una possibilità.
Un soffio, fra le mura. Una scala piatta.
Il taglio è nelle spalle, nelle mani, nella fronte.
Un segno chiarissimo: il suono.

Lo stesso pensiero è ribadito poi con una formula abbacinante nella sua concinnità parmenidea:

L’universo letto da esseri strappati,
che ricordano gli appunti e dimenticano i libri.
E’ delle scritture invisibili il gesto
di spezzare il vuoto, senza
lasciare lutto.
Un volo delicato.
Il seme posato sul sasso levigatissimo.

Questi esseri strappati sono forse gli stessi di cui altrove si dice che “ricuciono, bisbigliano”, “riparano la vita”. Il decifratore di segni risveglia un’estetica de una civiltà. Ma il decifratore di segni è confinato in uno status esistenziale ambiguo, metà partecipe delle cose vive e metà delle cose morte. Anche se i segni da decifrare appartengono a un mondo di cui non si sa bene se è stato o se deve essere ancora:

dove il reale fallisce
tu annoti il fuoco illudi
con pagine di fantasmi
voci mai nate
muri che sono finestre
e risplendono
finestre che sono muri
e difendono
dove il reale fallisce
l’intima nota
diventa vibrazione
musicale cura
bersaglio illuminato
affilata visione
terra tolta per sempre
dal viso

La centralità di qesti versi è evidenziata da una musica insolita in Ercolani, quasi una nenia incantatoria -con poche, ma forti iterazioni- e dell’assenza d’interpunzione, che fa di questo passo un punto di transito spalancato verso il prima e il poi della raccolta.

In effetti l’ultima sezione, A forma di nave, ispirata all’incantesimo di Poseidone che trasforma in roccia la nave dei Feaci, ci porta all’interno di questa vita dentro la morte, di questa vita semiviva che è la vita dei segni e dei decifratori di segni: esseri che provano nostalgia -ma di cosa? di ombre, di cose forse accadute solo nel racconto:

Se al culmine del sonno
si capovolgesse il viaggio
la grande porta tornasse socchiusa
le fanciulle giocassero ancora
il corpo dell’eroe splendesse profumato
e ancora lunghe
fossero le lacrime del suo racconto

Il paesaggio mineralizzato, che conserva di umano appena un sibilo -il si minore inudibile?– ricorda i paesaggi sonori disumani del Luonnotar e della Quarta sinfonia di Sibelius:

Noi, grande pietra nera
a forma di nave
ancorata nell’acqua:
niente sangue nessuno
dice nulla

oppure:

Ma sarà mozzato comunque
e dopo, nel buio denso, le rocce per vele,
dove navigheremo?
Risponde la luce sotterranea dell’acqua,
il respiro che ci modella le ossa,
il nostro respiro.

Il circolo si chiude quando le tracce semivive non sono più reperti di un tempo indefinito, ma segni della più incalzante attualità. Appare chiaro che l’universo de-realizzato di Ercolani non è un pericolo incombente sul nostro: è proprio il nostro universo. E che, nell’identità incerta e intercambiabile delle “apparizioni” umane, il tu richiamato all’ascolto era anche il nostro, gli esseri strappati siamo noi e sempre noi siamo chiamati ad essere riparatori della vita. E’ la consegna etica di Ercolani: testimoniare. Decifrare i segni, sparire al limite, spoglirsi di sé per diventare voce, dare voce:

col remo, nel mare latteo,
respingo le uniformi degli annegati
mentre ogni rumore vivo sparisce
il fumo della guerra scompare
le bocche immobili nella barca
per la sete si screpolano piano.

Ci sono tuttavia versi ispirati a un’accezione più tradizionale del poetare: un’accezione laudatoria che non deve sorprendere in un universo aperto come quello di Ercolani. Questa dimensione laudatoria assume i toni panici di una luce innodica

Quella domanda
sulla natura degli uccelli, isola o saggezza,
quella ferita che diventa cielo.
L’albero, senza le foglie,
è nodoso, vecchio, è
un grido muto.
Ventosa e dorata la terra,
con ombre di nuvole, verdissimi
boschi,
e il sole
                    come sonno profondo

o quelli di un incerto invito a scavallare il confine della parola semantica

Voci: finestre,
argini, case.
Proviamo a non seppellire più le mani
a strapparci di dosso l’aria
sbagliata, gli errori del caos,
a parlare per sillabe e per fuochi,
senza i confini del quaderno
senza quel sordo lamento
a cui talora si oppone
la forma cava del vento
l’orlo del foglio il fumo della nuvola
il gabbiano tuffato oltre lo scoglio

o di un’apertura tout-court verso il mondo (sia pure ricompreso subito nelle pagine di una sorta di libro del mondo)

Alzo gli occhi dal libro
e non rimpiango il libro
ma la bellezza acuta del cielo
che non vedevo leggendo
poi torno a leggere e vedo
che quella stessa bellezza
è entrata nel foglio come acqua
che scorre su carta, acqua
che scrive non cancella parole.

La parola, ancora, è carcere ed è l’unica mappa per orientarsi in un reale che ha smarrito il proprio status di realtà. Ma c’è una resistenza delle cose, qualcosa che, direbbe Eco, argina la semiosi illimitata ed esiste per sé, per quanto piccola, minima sia la sua forza. Non si sa cosa sia, si sa però che è:

Dopo tanti ultimi giorni
resta una terra probabile
un lutto cancellato
l’aria favolosamente

lieve

Questo essere si manifesta coi segni della bellezza e dell’orrore:

La montagna magica
il vento soave
la tenebrosa nave
il monte interrotto.
Mare prima e dopo
che tace il suo suono
nell’onda ferma,
i pesci a sgusciare fra piedi e schiene.
Intanto
lunghe macerie si specchiano nell’acqua
intanto noi
non siamo più ritornati.

Anna Bergna, “Palafitte”

(titolo originale: Giorgio Galli su un libro di Anna Bergna)

Riprendo, da Compitu re vivi di Sebastiano Aglieco, l’analisi che ho dedicato a una voce potente e solitaria della poesia italiana contemporanea. Ringrazio Sebastiano Aglieco di averla ospitata. Ogni volta che rilancio uno scritto che altri hanno ospitato ho l’impressione di rubarlo, ma non lo faccio per vanità: è per tenere la traccia, il capo di un filo che è vivo ancora e mi piace poter di nuovo sdipanare. E la poesia di Anna Bergna è un filo vivissimo per me.

Lo stesso Sebastiano Aglieco si era occupato di lei in un articolo –Anna Bergna: questa opportunità di piantumare– su un’altra silloge poetica, I corpi e le cisterne. E mi fa piacere scoprire una certa corrispondenza fra la visione di Aglieco e la mia: dovrebbe sempre far piacere scoprirsi in sintonia con chi fa conosce e comprende la poesia da più tempo e con più esperienza di noi.

Compitu Re Vivi (2)

Anna Bergna, Palafitte, Lietocolle 2011

NZO

Ponte gettato fra la lapidaria cupezza del libro d’esordio, Crocevia, e il lucreziano racconto cosmico del più recente I corpi e le cisterne, Palafitte è la seconda opera di Anna Bergna ed è quella in cui il difficile equilibrio fra il versante speculativo e quello contemplativo della visione trovano una prima sintesi originale. Ho detto “visione” pour cause, perché è una poesia molto visiva quella di Anna Bergna, qui costantemente ancorata a un luogo -al suo lago di Como, a un Nordovest che tiene ancorata alla concretezza del paesaggio ogni slancio speculativo e lirico. La poesia di Anna Bergna è una poesia di luogo, inteso come paesaggio circoscritto e idiomatico, e di spazio, inteso come micro o macrocosmo, come universo che mette continuamente in discussione i suoi punti cardinali.
Con Crocevia, irrompeva nella poesia italiana una voce sofferta, di una scarnità…

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Del pesce e dell’acquario

Del pesce e dell’acquario

perìgeion

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di Marco Ercolani

«Verrà che non abitiamo i nomi
non li saprete più pronunciare con l’incoscienza di prima
quando tutta l’appartenenza bugiarda si solleverà
troverete tra voi e ciò che era
la carcassa di un giardino antico e scomposto
la roccia che ha fatto riposare i 1000 tempi
la cintura sfilacciata che tiene il cancello arrugginito
La polvere delle intenzioni ingrossare gli scheletri
dei passeri spaventati
Solo tre note a perdita d’occhio sull’ultimo filo elettrico
muoveranno appena un’immagine persa e familiare»

Poeta visionario e barocco, Ilaria Seclì: i suoi versi appartengono al mondo dei poeti “scorticati”, dei “senza-pelle”, dove la sensibilità si accende e si infuoca prima che la ragione possa esercitare il suo naturale controllo. Ma questo non basterebbe a spiegare il trasalire dell’emozione che questa voce poetica trasfonde al lettore. Azzardo un’ipotesi: la poesia non è parlata solo dalla potenza delle sue immagini ma è lei stessa la…

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Anna Bergna: questa opportunità di piantumare

(di Sebastiano Aglieco)

Sulla poesia di Anna Bergna, uno scritto che concorda in più punti col mio -e mi sento orgoglioso di questa sintonia con due poeti che stimo.

Compitu Re Vivi (2)

Anna Bergna, I CORPI E LE CISTERNE, Lietocolle 2015

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Si sente l’ombra di Lucrezio in questo libro di Anna Bergna ed è un’indicazione che si può puntellare ragionando intorno a due risultati: il primo riguarda la necessità di un verso spesso lungo – non inganni l’andare a capo – con lo scopo di superare l’effetto del frammento bruciante, dell’immagine sontuosa, dell’altezza fonica; il secondo è la musa del ragionare intorno alla sostanza delle cose naturali, al loro srotolarsi e nascondersi davanti alla possibilità del senso, alla tragica necessità della verità.
Nello sfondo abita il grande non spazio del Nulla, l’essere che potrebbe essere e non è ancora, a cui urge l’apparire, la deflagrazione; quindi il dolore rilkiano dell’angelo che vuole essere cosa, materia nominabile e irredenta; il viandante e l’esiliato nel mondo, dunque:

Sguardo del viandante all’orizzonte;
vita che dalla sodaglia eleva un luogo,
una radura ordinata,
domata da…

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