“Nei giorni per versi”, tra indignazione e grazia

nei giorni per versi

Dovrebbe esser letta con voce impettita questa raccolta piena di sentenze senza appello. In questo diario di cinque anni scritto in quartine, chiaro negli intenti fin dal titolo –Nei giorni per versi, Arcipelago Itaca, 2019, prefazione di Patrizia Sardisco- la rabbia di Anna Maria Curci non risparmia né il mondo né il mondo letterario, colto nelle sue manifestazioni di falsità e nell’arrivismo:

«In folta schiera degli ombelicali
si aggiunse un flicornino… o era un trombone?
Pretendeva l’assolo con contorno
di pallidi plaudenti epigonali.»

Rispetto al precedente Nuove nomenclature -L’arcolaio, 2015- il dettato della poetessa muove verso una limpidezza maggiore, assorbendo l’erudizione dentro una trasparenza piena di venature. Si avverte una forte sprezzatura in questo diario in versi, indignato con l’epoca in cui è stato scritto. Ma ci sono anche momenti di grazia affettuosa e non domestica. Sono i momenti dedicati all’amicizia -come ila bellissima quartina scritta per Narda Fattori da poco scomparsa, a cui l’intera raccolta è dedicata:

«Mi cullo in quello che di me dicevi:
metà e metà, formica e poi cicala,
un ibrido che ascolta, stipa e canta.
Ti cerco nella sera sopraggiunta.»

Pudica nei sentimenti, Anna Maria Curci però non li nasconde, e in essi trova accenti di una tenerezza non pacificata. In un mondo sporco, “perverso”, le amicizie autentiche e i testi amati sono l’unica cosa pulita. Si avverte ancora una tensione, una resistenza dell’autrice a scendere a fondo nell’indignazione e nella tenerezza allentando il suo abituale e ferreo controllo. Pure, chi come me la conosce di persona, non riesce a non ravvisare in queste pagine tratti tipici della sua personalità: il fervore testimoniale con cui esercita il suo mestiere di insegnante e che informa il rapporto con le giovani generazioni:

«Prendo per mano i nipoti a venire,
spiego la festa dei lavoratori:
non erano botteghe spalancate,
centri affollati da criceti ansiosi.»

o la radicale integrità, ma anche quei momenti in cui il suo sguardo è oscurato come da un antico dolore, prima di scrollarsi e di ritornare ad essere la Anna Maria energica di sempre. Un dolore appena appena affiorante, esternato con difficoltà e ritrosia, ma presente:

«Quando risalirai il corso dei nomi
(è la lama di dentro che ti spinge)
in faccia al marmo e ai fiori rinsecchiti
saprai che la tua casa non è il mondo.»

E c’è l’amore di Anna Maria per la parola, la parola che struttura il reale, che schiarisce folgorandola l’ambiguità, la parola “mai innocua”:

«Quando mi troverai già sfilacciata
dalla tua attesa inerte, mio poeta,
bollandoti la fronte penserai
che mai io sono innocua, io parola.»

Al di fuori del campo autentico della parola -della parola che è anche SOS, anche messaggio d’allarme lanciato e spesso inascoltato- si situa il mondo dei non-inquieti, dei pacificati, spiriti perfettamente sintonici con il reale, perfettamente tarati sulla realtà così com’è, ritratti col disincanto amaro che la poetessa riserva alla sua epoca:

«Chi si rimira compiaciuto e sazio
scansa con sufficienza gli irrequieti.»

Ci sono quartine che sciabolano l’amore per la lettura e per la “mai innocua parola” rendendo concretamente evidente come la frequentazione dei testi sia per l’autrice un momento di contatto urticante, rischioso con la realtà tramite lo strumento vivissimo della parola:

«E’ un viaggio nella notte la lettura,
non si ferma, testarda, per le buche,
mette in conto i sobbalzi e le visioni,
alla cautela mescola l’azzardo.»

Una parola che si cala in prima persona non solo nella contemporaneità, ma nelle asprezze della Storia recente:

«Ci avvisarono in classe, era il liceo.
Scorta spezzata in via Fani, il sequestro.
Tutto è finito, si affacciò il pensiero.
Fu allora che la notte invase il giorno.»

Più che come un diario, può essere letta, questa silloge, come un autoritratto di Anna Maria nelle sfaccettature della sua polytropa personalità. Unica pecca del libro, la difficoltà che trovo nell’agganciare alcune quartine alla realtà vissuta. In alcuni casi, l’aggiunta di un piede di prosa -breve, minimo- avrebbe provocato uno scontro intratestuale con la realtà che sarebbe andato a rafforzare la tensione del verso e a renderne più intelligibile l’occasione.

181 // PORTOFRANCO 6 // Patrizia Sardisco. Lettera a Ventimiglia (poesia inedita)

Peripli // Post Scriptum

Voce che si leva dal silenzio, voce autentica, grido lieve.
Una poesia indirizzata a Delia, la barista di Ventimiglia che offre solidarietà ai migranti, in un contesto spesso ostile. Quando l’umanità la poesia annullano ogni distanza.
Grazie a Patrizia Sardisco.
(G. Asmundo)

Poesia per Delia – Una lettera a Ventimiglia

Mia sorella che insegni il tarlo ai legni lievi
e a cosa servono le mani degli umani:
Delia non siedi mai per noia
col fiato alla finestra
non fai vapori e nebbia sopra un vetro
e non appanni il grido
l’enigma del finito
nell’infinito ciclo delle erranze: Delia
tu senti il vento e apri
e vedi, Delia
la pace a piedi nudi un uomo e nulla
di te come di lui resta al riparo e i continenti
scaraventati di colpo sul bancone
che tremano coi piedi nella neve: tu li vedi.
E non hai sonno, non tentenni in ipnosi.
Le…

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