Messaggio in bottiglia

vignetta-makkox-bambino-morto-pagella1

ad Annamaria Ferramosca, gennaio 2019

«Cara Annamaria,

oggi, di fronte al telegiornale, mi sono sentito fisicamente male. Quello che sta accadendo, semplicemente, non dovrebbe esser possibile -eppure succede come è successo ottant’anni fa, e forse con un’aggravante: l’Italia fascista era un’Italia indifferente, questa è un’Italia consenziente. I veri fascisti e i veri antifascisti, allora, si contavano sulla punta delle dita, la gran parte degli italiani pensava semplicemente ai fatti suoi. Quello che accade oggi invece è esattamente quello che gli italiani vogliono. Mi son detto: ma ha ancora senso scrivere e stare dentro una cultura che, fra cinquant’anni, forse sarà scomparsa? Oggi la cultura, il pensiero, la critica, ma più di tutto la sensibilità sono i bersagli preferiti della propaganda d’odio della cosiddetta”gente normale” e del suo governo neofascista. Quello che è in gioco è l’intero campo dell’umano di cui la poesia è una delle forme. Coltivare la sfumatura, difendere la differenza è la nostra piccola resistenza. Ma, quando sarà normale bruciare un clochard, potremo ancora pensare alla poesia? Sarà la nostra piccola resistenza o il nostro vizio?

Possiamo usare la scrittura -ma con quale effetto? Prima la parola aveva un effetto -ma con questa opinione pubblica, ideologizzata al qualunquismo in un modo totalitario, che effetto ha la parola?

Mi sono domandato se “scrivere” ormai non è solo un gesto narcisistico. Lo chiedo anche a te: cosa stiamo facendo? Portiamo un tassello, piccolo o grande non importa, a un mosaico di bellezza che rende il mondo un posto più accettabile, o stiamo solo titillando degli ego enormi?

*

da Annamaria Ferramosca

«Carissimo Giorgio,

quel che mi scrivi mi riempie di amarezza, ho pensato al tempo lontano in cui con gli amici si scambiavano pensieri su tanti temi, anche tristi, ma vi era sempre un fondale psicologico di proiezione fiduciosa verso il futuro, si dibattevano e condividevano idee come presagi di soluzioni e intenti dagli esiti sempre positivi per tutti, vi era una speranza di equilibrio globale anche se la realtà frapponeva ostacoli vari.

Oggi, come giustamente tu dici, non solo pensiero e cultura non omologati sono avversati e perfino derisi da una folla destrorsa acefala e volgare, ma quel che è più grave è non vedere una reazione forte, convincente e coordinata dei pochissimi intellettuali, che sappia contrastare efficacemente questa deriva (visto che dalla politica non credo verranno mai risposte credibili).

Ti chiedi se restare, come facciamo, a difendere la differenza con la nostra piccola scrittura non sia solo marginale o addirittura miserabile, un crogiolarsi vizioso. E davvero non so cosa rispondere a questo tuo dubbio atroce, in questi nostri giorni dell’individualismo e dell’indifferenza generalizzati, che invadono anche territori e spiriti che ne dovrebbero essere teoricamente immuni. Ma sono certa che ognuno dà quel che riesce a dare, quel che crede di saper meglio fare e per me è cercare di trasmettere barlumi di quel mistero o assoluto che solo nella Poesia vedo prendere forma, qualcosa che mi sembra comunque salvezza, anche per gli altri se -chissà -altri, magari solo due, un giorno leggeranno e comprenderanno.

No, caro Giorgio, scrivere a volte è puro eroismo, non può essere atto egoico, se urgente e sincero, se pura espressione umana, versante nobilissimo di quell’homo bonus, in cui ancora credo. Sì, è vero, l’orrore in cui siamo immersi è devastante, ma dobbiamo continuare a cercare luce residua in noi stessi e nello scambio sincero e fertile tra noi.»

*

ad Annamaria Ferramosca

«Cara Annamaria,

credo che ci siamo lasciati alle spalle un sessantennio felice che è stato, però, un’eccezione nella storia umana. Il sessantennio dei diritti umani è finito, dopo le Torri Gemelle è tornato normale in Occidente -fuori dell’Occidente lo è sempre stato- torturare persone, fare diritti separati per gruppi etnico-religiosi diversi, sono tornate di moda le nazioni e le religioni. I progressi di umanità fatti in quel sessantennio avevano come presupposto la Shoah: l’irrazionalismo, il razzismo, la nazione, la propaganda d’odio, il potere per il potere erano stati banditi proprio perché se ne avevano sotto gli occhi i risultati. Ma, passando il tempo e allentandosi la memoria, tutto è tornato come prima. Le potenze emergenti oggi sono potenze che i diritti umani -nonché quelli civili e sociali- non li hanno mai conosciuti e non li vogliono. Tutto vecchio, come vedi. Quello che c’è di nuovo è che le nuove dinamiche di potere -diversamente dalle vecchie- possono fare a meno della cultura e che la bellezza non serve più loro neanche da paravento. Il meglio che si può dire è che le forme di cultura conosciute fino ad oggi confluiranno in forme nuove e imprevedibili, come in una nuova caduta di Roma seguita da un nuovo Medioevo. Il peggio che si può dire è che scompariranno. E non so quale delle due si avvererà.

Penso che gli italiani siano ancora nell’onda del 1938, e non metaforicamente. I tedeschi hanno fatto il processo di Norimberga, noi l’amnistia Togliatti. Le persone che prima facevano propaganda sulla razza hanno continuato a gestire società sportive, reti televisive ecc -il più grande giornalista italiano è stato un tale che ha continuato fino alla morte a descrivere la guerra d’Etiopia come una gita scolastica e a rammentare di aver comprato una ragazza etiope infibulata di 12 anni per sfogare la sua impetuosa sessualità, e gli abbiamo dedicato strade e piazze! Noi siamo abituati a sentir parlare di “eccellenza italiana”, “genio italiano” ecc. anche alle trasmissioni di Alberto Angela. Non sappiamo che l’abitudine di sottolineare questa italianità e questa eccellenza dell’italianità è nata dalle circolari mussoliniane dopo il 1938 e aveva la funzione di esaltare le conquiste della razza. Questo modo di comunicare si usa ancora, senza sapere da dove viene. E infatti, al governo, ci ritroviamo degli squadristi inconsapevoli, che non sanno di essere squadristi ma hanno una mente squadrista.

Come ne possiamo uscire non lo so. Ma non credo di arrivare a vedere l’uscita nel tempo della mia vita.

E nel frattempo cosa riusciamo a fare? Scriviamo lettere a nessuno, sapendo che l’alfabeto dei diritti umani è diventato indecifrabile. Mandiamo messaggi in bottiglia sapendo che chi li leggerà si farà una risata e li ributterà in acqua. Buttiamo in acqua gli esseri umani, figuriamoci i messaggi… Mi domando se all’urlo del razzismo e dell’inciviltà non sia meglio rispondere con l’operosità e il silenzio.»

*

da Annamaria Ferramosca

«Si, siamo regrediti all’homo homini lupus e difficilmente ci sarà un’inversione di rotta. Gli intellettuali, anche a livello internazionale, sembrano non aver più fiducia nelle residue idee di ricostruzione e democrazia solidale, se emettono voce questa è flebile e non trova o non vuole trovare agganci, forse per una specie di masochismo inconscio. Forse l’autoestinzione del sapiens procede così.»

*

E voi cosa pensate?

Processo all’Italia

9 sauvetages en 15h. SOSMEDITERRANEE, MSF et l'Aquarius battent le record de personnes sauvées

Parliamoci chiaro: oggi, essere una sinistra significa innanzitutto avere a cuore i diritti dei migranti. Si può fare rapidamente un test per verificare se un tale è di sinistra oppure no: si può pronunciare in sua presenza la parola migranti. Se dice qualcosa di razzista, quel tale non è di sinistra. Non voglio dire con questo che gli elettori di centro e di destra siano razzisti. Voglio dire che una sinistra ha senso, oggi, solo se si fa carico, razionalmente, realisticamente e con umanità dei problemi che la gestione delle migrazioni comporta. E’ questa la battaglia storica che oggi la sinistra è chiamata a combattere, è questo il punto su cui si misurerà il valore e il senso della sua esistenza. La sinistra è chiamata a resistere sul terreno della razionalità e dell’umanità rispetto a un’emotività disumana che oggi piange per la morte di un bambino e domani vorrebbe tutti, bambini e adulti, affogati nel Mediterraneo, senza pietà ma senza nemmeno logica, coerenza, una linea riconoscibile di pensiero. All’irrazionalismo dei leader avventurieri che vellicano la pancia del Paese, con i suoi istinti più violenti, bisogna non adeguarsi -come ha fatto troppe volte la sinistra “renziana”, che ha inseguito i populisti sul terreno del populismo- ma contrapporsi. Con argomenti comprensibili ma lucidi, perché gli irrazionalisti hanno dalla loro la semplicità e la violenza dei messaggi. Bisogna saper comunicare con un’efficacia senza semplificazioni, con una fermezza che esclude la violenza. La sinistra recente la violenza non ha saputo escluderla perché non ha saputo nemmeno chiamarla violenza. E’ questa la sua colpa storica. Non ha commesso violenza, ma l’ha permessa per mancanza di autorevolezza. L’aver teso la mano ai populisti nella criminalizzazione delle Ong, l’aver scimmiottato lo slogan razzista “Aiutiamoli casa loro”, queste sono state le sconfitte della sinistra prima ancora che quella del quattro marzo.

Questo per la sinistra riformista. E per quella massimalista?

Il suo spettacolo è ancora più desolante. Anzi direi ch’è squallido. Agli italiani di “estrema sinistra” potrei solo dire: vergognatevi. Vergognatevi perché, coscienti o incoscienti, quello che sta succedendo a migranti e Ong era quello che volevate. Non intrattenetemi con incredibili distinguo tra leghisti e grillini perché sono uguali e contrari e, se non lo avete visto, vuol dire che avevate gli occhi guasti. Non fate sermoni sulla sinistra che non è più sinistra e sulle vostre ideologie, perché sapevate che poteva accadere e avete lasciato che accadesse. Siete colpevoli. Vergognatevi.

La sinistra che vede il suo avversario nell'”ortoliberismo” dei riformisti e non nel neofascismo leghista e grillino dà prova della stessa cecità di quei signori che, nel 1921, diressero tutto il loro odio verso i colleghi della sinistra riformista, permettendo a Mussolini di arrivare indisturbato al potere. La sinistra che si allontana dalle istituzioni non ha capito che è solo dentro le istituzioni che si può operare il cambiamento. La sinistra che sposa le battaglie “sociali” dei grillini è vittima di un clamoroso equivoco, perché l’identità della sinistra non è solo nella sua attenzione alla disuguaglianza sociale, è nella sua attenzione alla disuguaglianza. Che i diritti sociali siano prioritari rispetto ai diritti civili e umani è una sciocchezza che non sta in piedi. I diritti non sono un elenco: sono un circolo, che può essere vizioso o virtuoso. Spezzare questo circolo è sempre vizioso. Lo dimostra il fatto che l’averlo spezzato nella coscienza del Paese -come hanno fatto gli ideologi dell’estrema destra, dell’estrema sinistra e dei grillini- ha portato odio e razzismo.

Io non credo alla teoria della “guerra tra poveri”. Le dinamiche tra lavoratori inglesi e irlandesi descritte da Marx e oggi chiamate in causa per giustificare il razzismo delle classi meno abbienti sono dinamiche di quasi due secoli fa, prive di un legame storico concreto col presente. Non è nelle dinamiche sociali che va cercato il perché del razzismo in Italia, ma nelle dinamiche delle idee. Le idee degli italiani, oggi, sono improntate a un nazionalismo, a un maschilismo, a un cattolicesimo bigotto e identitario vecchi di cent’anni. C’era più consapevolezza dei diritti delle donne nelle donne di trent’anni fa che in quelle d’oggi, c’era meno nazionalismo trent’anni fa che oggi -anche se oggi lo si chiama “sovranismo”.

A una nota trasmissione televisiva, un cuoco calabrese fa una figuraccia. Sul web, gli spettatori lo linciano “per la figura che ha fatto fare alla Calabria”. Non ha fatto una figuraccia il cuoco in quanto individuo maleducato, ma l’ha fatta fare a tutta la comunità. L’etica comunitaria è tornata. L’etica comunitaria è quella che contiene, in germe, il nazionalismo.

E’ tutto collegato. Il familismo significa che ognuno è chiamato a rappresentare nel mondo non se stesso, ma la famiglia cui appartiene. E di lì, via via, la comunità, la regione, la nazione cui appartiene. Se ognuno conta per la comunità cui appartiene, ognuno vale per la comunità a cui appartiene. L’Italia è un paese profondamente familista. Era quindi fatale che, nell’incontro con il villaggio globale, sperimentasse una chiusura razzista.

Non facciamoci illudere dalle teorie consolatorie sul sovranismo che è solo odio per la moneta unica europea, che ha indebolito i ceti medi e bassi. Quella è solo un’ideologia di copertura. La realtà è che l’Italia sta facendo esperienza del suo più cancrenoso problema. L’organizzazione sociale moderna nasce dal deferimento allo Stato dei poteri prima assegnati ai clan e ai piccoli gruppi. In Italia questo deferimento non c’è mai stato. La famiglia, il paesotto, il campanile, perfino la regione sono sempre stati contrapposti allo Stato in una guerra a osservarsi e fregarsi avendo a cuore il proprio interesse particolare. Non si è mai usciti fuori da questa logica arcaica, che è la logica clanica delle società mediterranee che non sono passate attraverso la rivoluzione illuminista. L’Italia è un Paese europeo solo per posizione geografica e forza economica. Per cultura, è rimasto ancorato al peggio delle società tradizionali. Il boom economico ha colpito un Paese arretrato e impreparato. Gli italiani vestono con una ricercatezza che non è eleganza, ma ostentazione del benessere. Non importa che accostino gli abiti con gusto, ma solo che mostrino quanto hanno speso per comprarli. Quelle orrende passerelle delle città provinciali, in cui i ragazzi sfilano coperti di marche e di firme, simili più a insegne pubblicitarie che a ragazzi!… E’ la pacchianeria tipica dei parvenu. Gli altri popoli europei non hanno la stessa ossessione delle apparenze. La abbiamo noi perché siamo i cafoni del benessere, i tipici nuovi arricchiti.

A un Nord tronfio nella fierezza del reddito, che giudica calvinisticamente gli esseri umani in base al denaro e al successo -ma senza l’etica austera dei calvinisti- si contrappone un sud dove la popolazione fa scudo col proprio corpo per impedire la cattura di un mafioso, e però spara alle persone di colore. E’ così ch’è divisa l’Italia in questo momento. Ed è divisa così non per economia, ma per cultura. Per come le diverse situazioni economiche si sono innestate su un terreno arcaico e privo di una coscienza civile moderna.

E’ vero che la crisi economica e il processo europeo hanno portato ovunque a una rinascita dei nazionalismi. E’ vero che dappertutto i neofascismi hanno cavalcato lo scontento sociale. Ma è vero anche che in nessun Paese dell’Europa ricca democratica e centrale si è raggiunto un simile livello. E il fatto sembra essere che le istanze populiste dei neofascisti attecchiscono meglio su un terreno patriarcale e premoderno com’è quello italiano.

Qual è dunque la colpa dell’estrema sinistra italiana? E’ di aver confuso il suo linguaggio con quello della destra sociale neofascista. Termini come “turbocapitalismo”, concetti “sovranisti” li abbiamo sentiti tanto dai neonazisti che dai veteromarxisti. L’estrema sinistra oggi rappresenta un popolo ideologicamente più simile a Trump che a Luciano Lama, e usa concetti e termini che si sovrappongono a quelli di Trupm -anche se conservano qualche ricordo di Luciano Lama. Una sinistra così non sarà mai veramente antirazzista, perché i suoi interessi costeggeranno quelli dei razzisti. Con una battuta, questa estrema sinistra sarebbe più disposta a farsi capitanare da un nuovo Mussolini, che “di cose per il sociale ne ha fatte”, che da un nuovo Churchill, colpevole di essere un “ortoliberista”.

E, finché sarà così, saremo un Paese razzista.

Un urlo civile

28795913_10213517542166140_2281160782405113074_nNon uso mai questo spazio per esprimere riflessioni politiche, perché penso che per farne ci siano persone più competenti. Tuttavia, come persona che ha la parola, come cittadino ed essere umano, non posso esimermi dal dire ciò che ho da dire in un momento grave come questo. Lo faccio da persona di sinistra, perché di sinistra è la mia cultura e di sinistra sono i miei valori.

Inutile dar la colpa di quello che è successo a Renzi, alle divisioni della Sinistra, alla crisi, all’Europa o al fantasma di Canterville. La colpa è solo degli italiani.

Il 70% degli italiani ha detto con questo voto che vuole un mondo simile a quello di Orban e di Trump. C’è una totale incompatibilità di valori rispetto a chi persegue un modello illuminista (con sfumature più liberali o più socialiste, ma sempre basandosi sul principio di Ragione). Non credo che una diversa gestione o una diversa classe politica avrebbero potuto cambiare questo risultato in maniera radicale. E’ un fenomeno in atto in gran parte dell’Europa e degli Stati Uniti, e nessuna classe dirigente né nessuna forza di opposizione sembra in grado di bloccarlo.

L’idea che il Partito Democratico abbia perso perché “poco di sinistra” avrebbe senso se Liberi e Uguali, Potere al Popolo e le altre forze “più di sinistra” lo avessero sorpassato o almeno gli fossero arrivati vicini. Ma, se il 70% degli italiani vota per un’Italia alla Trump, non vuol dire che si sentono “più di sinistra”, qualunque cosa ciò voglia significare. Vuol dire proprio il contrario.

Si è detto che gli elettori di sinistra non hanno votato a sinistra. Bene: l’elettore di sinistra che non vota a sinistra, o è legato sentimentalmente a un tipo di sinistra che non è più possibile, o votava a sinistra per sé e ha fatto una scelta puramente personalistica. Il che è lecito, ma la sinistra o è per tutti o non è; e comunque non basta a spiegare quel 70%. Inutile appellarsi a falsi confronti fra il risultato elettorale del 2014 e quello attuale: il 42% del 2014 era frutto in parte di un’illusione ottica dovuta a una pessima legge elettorale, e in parte dell’euforia per i famosi 80 euro in busta paga, il “bonus Renzi”. E’ stato un voto autointeressato, non un voto a sinistra.

La sinistra, diceva Vittorio Foa, è mettere al centro dell’azione politica il problema della sofferenza umana. Ora, tutto si può rimproverare al Partito Democratico, fuorché di non aver fatto cose o proposte per affrontarla. Carlo Calenda ha salvato gli operai di Alcoa mentre i suoi avversari si facevano fotografare con i lavoratori o declamavano slogan. Cinque anni fa i politici italiani dicevano ancora che Eluana Englaro poteva generare e che suo padre era un assassino, oggi c’è il testamento biologico. Certo, la sinistra di governo ha fatto cose che io condanno, ed ha fallito in altre. Come un po’ tutti i partiti di governo quando hanno a che fare con un parlamento di 600 teste. Io non ho apprezzato la Buona scuola e la politica di Minniti con le restrizioni alle Ong; ho trovato vergognosa la gestione del caso Regeni, non mi sono piaciute le sparate di Poletti contro disoccupati ed emigrati, non mi è piaciuto il populismo da televendita dello stesso Renzi. Detto questo, se uno di sinistra non apprezza il Pd, vota logicamente Liberi e Uguali o Potere al Popolo, non Lega. Se uno è “più a sinistra” non vota i grillini, che hanno affossato la legge sulle unioni civili e impedito la discussione sullo Ius Soli.

Si rimprovera al Pd di avere fatto una politica economica “neoliberista”. A parte che qualsiasi partito di governo la farebbe, a meno che non voglia trascinare sul lastrico decine di migliaia di suoi concittadini e assumersene la responsabilità; ma per chi vuole cambiare il sistema in senso più socialista c’erano altre scelte. Andare nella direzione opposta significa solo che gli italiani vogliono più destra e la vogliono arrabbiata, populista, antiumanistica ed antiscientifica.

La mia impressione è che nel 2001 gli italiani abbiano votato per un sogno liberista temperato da una rassicurante prassi democristiana; nel 1994 e 2013 per “il nuovo”; nel 2018 hanno votato compatti per il razzismo, scegliendo “Prima gli italiani” e “le Ong taxi del mare”, per il semplice bisogno di trovare un capro espiatorio a cui attribuire le proprie frustrazioni. Si poteva chiedere alla sinistra di fare uno sforzo in più. Si è preferita la scorciatoia demagogica.

Quello che seguirà sarà un tempo molto triste. Per una piccola parte di noi potrà anche non essere così  triste, ma solo per chi sta abbastanza bene. Quelli che hanno salvato il posto di lavoro per il rotto della cuffia, lo perderanno. I piccoli imprenditori in difficoltà non avranno benefici dalla retorica della Lega o dall’autotassazione grillina, piuttosto avranno ulteriori problemi per le conseguenze della loro economia allegra. Le periferie, bisognose di qualcuno che le sappia gestire, diventeranno ancor più periferie sia con le ronde leghiste che con la cialtroneria dei grillini. E quelli che il modello Triton non ha salvato, ora non troveranno più nessuno a salvarli dall’annegamento in mare. Perché il paradosso di questo “voto di protesta” è che a farne le spese saranno proprio i più deboli e i loro sostenitori.

Devo fare una precisazione: quando dico “i più deboli”, non intendo dire persone migliori. Essere vittime non assolve. Molte vittime sono carnefici deboli. La storia è piena di esempi in tal senso. I cristiani, da perseguitati, divennero persecutori. Aug San Suu Kyi, paladina dei diritti umani quando era un prigioniero politico, come leader politico si è resa complice di un genocidio.

Anche fosse in corso una guerra fra poveri, la xenofobia che gli italiani hanno scelto non ha giustificazioni. Il percorso ideologico che dal 1994 porta al 2018 è di una grettezza desolante. Anziché lottare per i propri diritti e per il miglioramento delle proprie condizioni, gli italiani hanno preferito dirigersi contro i diritti degli altri. Si sono dimostrati un popolo disagiato ma colpevole, che in 25 anni ha sempre scelto il cinismo e ha sempre rifiutato l’assunzione di responsabilità. Si accusa di corruzione la classe politica, ed è vero. Ma la classe politica, in una democrazia rappresentativa, è tale perché è stata scelta. Questo paese ha avuto tante occasioni di ricominciare dopo il 1992. Le ha perse tutte. Non dimenticherò mai quello che disse Gherardo Colombo a un convegno cui partecipai come giornalista: “Tangentopoli non è finita perché ha toccato la classe dirigente, ma perché ha chiesto anche ai cittadini di fare la loro parte. Abbiamo avuto il sostegno degli italiani finché abbiamo chiesto legalità agli altri, ma quando la abbiamo chiesta anche a loro ci si sono ribellati contro. E questo mi fa pensare che non ci siano tante brave persone in questo paese”.

Dal 1992 ad oggi il popolo di cui faccio parte sceglie la soluzione più facile e cerca sempre un colpevole. Poteva scendere in piazza per l’art. 18 anziché bloccare Roma per comprare l’ultimo IPhone; poteva fermare le scuole per un mese. Non lo ha fatto. In Francia, quando i cittadini bocciano una legge, la fanno cambiare. In Italia no. I giovani precari, quelli della mia generazione, sanno scendere in piazza ma non sanno fare le cose sul serio. E infatti le loro manifestazioni somigliano a delle festicciole, con salti, balli e slogan non risolutori. Non fa paura a nessuno, una festicciola. Gli operai che sfilavano in silenzio, il primo maggio, quelli facevano paura ai padroni: perché era una cosa seria.

Un operaio che si è stancato della classe dirigente e vota Lega non è una persona di sinistra che vota a destra: è una persona di estrema destra. Che ha i suoi motivi, che magari un giorno rivoterà a sinistra; ma intanto è di destra. Non si è progressisti per diritto di nascita, ma per le proprie idee.

La corruzione più grande non è nella classe dirigente, ma nelle cosiddette persone comuni. Che premiano governanti opachi perché, nell’opacità, possono continuare a far le loro magherìe riparandosi all’ombra del malcostume. Che chiedono legalità solo agli altri. Che sono di estrema destra con gli altri, anarchici con se stessi. Un popolo di evasori fiscali che urla “onestà”. Un paese da un femminicidio al giorno che strepita “Gli immigrati stuprano le nostre donne” (e già il possessivo dice tutto). Sono spaventato dal neofascismo dei deboli. Sono preoccupato da quella sinistra che continua a non capire che il miglioramento materiale non porta al miglioramento del senso civico. Quando mio padre era vivo, discutevamo perché lui era repubblicano ed io mi sentivo socialista. Ma oggi, rileggendo Mazzini, capisco che l’”educazione nazionale” di cui egli scriveva non era un artificio retorico, ma un modo antico per dire il senso civico. La maggior parte delle persone non si è dimostrata in grado non dico di rispettare, ma nemmeno di concepire i diritti altrui. E questa incapacità è anche nei deboli, è anche nelle persone che si dicono di sinistra.

Dov’è, oggi, la sofferenza umana che, per Foa, è al centro del pensiero di sinistra? Non è nel disoccupato che, volendosi suicidare e non avendo il coraggio di farlo, pensa di farsi arrestare, e prova prima a sparare a “una famiglia”; ma gli manca il cuore, e allora spara a un nero, rivelando il substrato clerico-fascista che agisce nel suo inconscio. La sofferenza umana è nel ragazzo nero ammazzato. E’ nei migranti e rifugiati che la “sinistra” di Alexis Tsipras lasciava nel mare greco al gelo o sbatteva in galera, che la “sinistra” di Hollande respingeva al confine francese, e che invece la destra della Merkel -che è una destra, ma non neofascista- ha accolto anche a costo di perdere poi le elezioni. Chi ignora questi fatti dimostra di avere a cuore più la propria identità culturale “di sinistra” che le persone di cui la sinistra dovrebbe occuparsi. E’ in quella gente la sofferenza umana, non in un popolo italiano che ha sì dei problemi, ma per la stragrande maggioranza del quale “essere poveri” significa ancora non potere più andare in vacanza.

Lina e il canto del mare

lina 2-page-001

Quante opere, di quante arti, hanno evocato il moto e la profondità del mare? Tante, più di quante io ne conosca. Ma ci sono opere che fanno rivivere il mare attraverso un incrocio di linguaggi. Penso all’Otello di Orson Welles: di fronte al mare in tempesta né le voci umane, né il tonfo del mare sono potenti -anzi si coprono a vicenda: le parole sono sussurrate e la voce del mare è solo un sibilo- ma proprio così si crea un cosmo sonoro violento, dove le voci della natura e le parole degli uomini sono amplificate dal destino.

Flora Farina e Laura Riccioli creano un libro “marino”, un libro di voci, usando due arti non risonanti: una prosa per bambini limpida e scarna -del miglior tipo di prosa per bambini, quella che “distilla” storie anziché raccontarle- e illustrazioni alla Chagall, con le figure sempre inquadrate di sguincio, di profilo, di tre quarti, sempre in movimento, sempre inserite in una composizione ricca di elementi arabeggianti, attraversata dal contrasto fra il nero del mare di notte e i colori caldi del giorno nel Sud.

“Lina ha sette anni, una voglia a forma di cuore sotto l’occhio sinistro e vive con Gelsomina, sua nonna, in un paesino vicino al mare, con tante case rimaste chiuse perché chi le abitava è emigrato, come i genitori di Lina. Ma proprio dal mare, in una notte di tempesta, arriveranno i nuovi abitanti che ripopoleranno il paesino.” Così dice il risvolto di copertina. Ci suonano familiari, reali quegli arrivi dal mare? Senz’altro sì. Ma cosa vuol dire “arriveranno i nuovi abitanti che ripopoleranno quel paesino”? Questa, vi starete dicendo, dev’essere la parte fantastica, onirica, d’invenzione. Invece no: ci avvertono le autrici che “questa storia è ispirata ai fatti avvenuti alla fine del secolo scorso a Badolato e a Riace, quando una nave proveniente dal Kurdistan sbarcò sulla costa ionica calabrese. I sindaci dei sue paesi, Gerardo Mannello e Domenico Lucano, decisero di ospitare i migranti nelle case che gli abitanti del paese avevano lasciato quando in Italia la guerra era finita da poco, scappando dalla vita difficile e dalla povertà…”.

Dunque una storia vera. Raccontata, anzi poetizzata, in una fiaba per bambini che potrebbe educare anche molti adulti.

Lina e il canto del mare (Mesogea ragazzi, 2017) è una piccola opera d’arte che fa risuonare il mare gremito di migranti e un paese scarso d’abitanti in un coro coeso, rispecchiando la realtà ma sfumandola in un sogno lieve e inquietante -come lieve e inquietante è la rievocazione del recupero dei bronzi di Riace, raccontata in forma di fiaba da nonna Gelsomina e poi sognata da Lina, con le due statue che diventano due divinità benevole: due, perché in Lina nessuno sta mai solo e i simboli della solidarietà sono dovunque. E non c’è nulla di didattico, non una goccia di retorica o di sentimentalismo. E’ un libro essenziale.

Un grande poeta, René Char, disse di Van Gogh: “Egli stava lavorando per noi”. Flora Farina e Laura Riccioli hanno scritto un piccolo libro che unisce il valore artistico a quello civico e umano. Si sono ricordate, in un periodo di scrittori narcisi e di scritture egocentriche, che chi pratica l’arte “sta lavorando per noi”.

Senza nome 1-page-001

annegato

acqua di acqua e poi acqua ancora. il corpo pesa, i razzi volano. il cielo scompare, appare e scompare, i razzi da sopra, i razzi da sotto. il corpo si gonfia, un respiro brevissimo e poi acqua, un respiro spezzato, più spezzato, il cielo è un miraggio, frazioni di secondo, e poi acqua ed acqua, i razzi da sotto, le mani si dimenano, il corpo si dimena ma l’acqua spinge giù, l’acqua è forte, è come avere le catene ai piedi, a tutti gli arti, si va giù. non respiro, imbarco acqua. perché? non c’è tempo. l’ultima cosa che sento è l’aria che manca. l’ultima cosa che sento è la rabbia perché la vita sta soffocando, i porti, le persone, arrancare, sperare. imbarco acqua. non sono pronto. ho vita ancora. ma il corpo è bloccato. acqua di acqua e poi acqua ancora. i polmoni scoppiano. sento sempre meno, sto entrando nella morte senza essere pronto, ci sto entrando con tutta la rabbia. acqua di acqua e poi acqua e ancora. acqua e più nulla. si va giù.