Sonia Caporossi, “Opus metachronicum”

Con Opus metachronicum (Corrimano Edizioni, 2014) Sonia Caporossi costruisce una raccolta di prose dalla forte vocazione performativa. Ciascuno di questi racconti -li chiamiamo così per comodità, perché è difficile ascrivere a un “genere” il lavoro di Caporossi- è una pièce che cerca di uscire dalla pagina, che forza la pagina sia con le dissonanze del discorso -che mette insieme gergo filosofico, latinismi, grecismi, linguaggio psicanalitico, prosa aulica contemporanea e parlato contemporaneo- sia col volontaristico virare della trama verso soluzioni barocche e orrifiche, attuate con effettismo così primitivo da sfidare il gusto -e la pazienza- del lettore. Si può restare sorpresi dall’accostamento di episodi di sofferta e purissima poesia a pagine grondanti di esibizioni pulp; ma poi capiamo che le forzature di Caporossi assomigliano ai tagli sulla tela di Fontana, sono colpi inferti all’intelaiatura della pagina letteraria per metterne alla prova la resistenza allo spezzatino culturale contemporaneo. Non c’è troppa distanza dal volontarismo oscuro e violento dell’ultimo Pasolini -la cui notte finale è evocata in uno dei testi più impressionanti di Opus. La stessa scelta dei personaggi e degli intrecci è coerente con quest’assunto: figure del passato, della storia dei fatti e di quella degli stili, sono portate fuori dal loro tempo e traslocate in una dimensione metacronica, in cui non è assurdo che convivano calamaio e chat line, antichità classica e psicanalisi. Il Proust di Sonia Caporossi è il Proust che Proust sarebbe stato se non fosse vissuto al tempo di Proust e nella morale del tempo: il suo sadomasochismo latente non solo viene fuori, ma esplode schizzando sangue sulla pagina. Di un lunghissimo ralenti, anzi di uno zoom su fotogramma fisso si serve l’autrice per avvicinare Scribonio Curione poco prima del varco del Rubicone. Caporossi gli si avvicina e gli parla in una terminologia moderna e con concetti moderni. E’ sconvolgente il racconto della sofferenza di Prometeo dopo la condanna: qui Caporossi somma la tensione stilistica e metafisica a una rappresentazione vivida e sensuale del dolore fisico, che si fonde a quello spirituale in un mortale abbraccio novalisiano. E novalisiana è anche la lettera di Marguerite Yourcenar all’amata e morta Grace, limpido canto della notte intonato sottovoce, in una prosa perlacea che annovera momenti come questo:

Amo passeggiare sotto il sole della Luna per curare il mio male gotico, ma nelle aritmie del cuore sento ancora echi del passato prossimo della mia perdizione, che mettono in atto la mia opera al nero d’inchiostro, in cui indugio ogni giorno, tavole su tavole, carteggio dopo carteggio, tutto il mio nero interiore sul bianco del foglio, su cui vergo il ricettario immortale dell’estremo rimedio, una cura essa stessa malata, perché si rende inutile di fronte all’alchimia che realmente mi curerà, e lo sta già facendo.

Chi ha familiarità con la scrittura di Marco Ercolani non può evitare il raffronto fra i suoi apocrifi e i racconti metacronici di Caporossi. E’ chiaro che questi ultimi non perseguono nessuna verosimiglianza, non s’inseriscono in nessuna feritoia della vita reale del personaggio (anche perché, quale mai vita reale possiamo attribuire a Prometeo, Morfeo, Jack lo Squartatore?) Non tentano di colmare lacune biografiche e critiche. Non sono Atti di giustizia postuma, come recita il titolo di una raccolta di apocrifi di Ercolani (Matisklo edizioni, 2014). Al contrario, anziché offrire ai personaggi una seconda possibile vita, questi racconti metacronici ci infieriscono su fino a sbriciolarli, a ridicolizzarli, fino a ridicolizzare la scrittura stessa, cosa che mai avviene nel perturbante ma empatico mondo ercolaniano. Un’altra differenza è che Opus metachronicum si pone come opera letteraria compiuta e non come cantiere che istituisce ed annulla se stesso in un lavorio senza fine, in cui la scrittura rilegge la storia e la lettura ne riscrive i passi più inquietanti. Comuni a entrambi, invece, sono il senso metastorico della morte e la dissoluzione della soggettività, che s’attua coi toni smorzati della malinconia in Ercolani, con toni più satirici e violenti in Caporossi.

Nell’ultimo apocrifo di Discorso contro la morte (Joker, 2006), Ercolani attribuisce a Jurij Olesa questa scoperta:

esiste una misteriosa uguaglianza di stile che i secoli non riescono a cancellare: nei diari e nelle lettere degli artisti abita quella misteriosa e comune affabilità che, nelle loro opere maggiori, quegli stessi artisti non possiedono o rifiutano di mostrare. […] Finché siamo vivi… è tutto un cielo fitto di stelle, e ogni stella brilla del suo particolare chiarore, vicinissimo al chiarore dell’altra. […] Immagino, talvolta, un cielo non fitto di stelle ma di voci, e la mia attenzione si sposta rapidamente, di voce in voce, senza potere, senza sapere fermarsi. Ogni opera intona sempre lo stesso tema, ma ogni volta lo esegue con timbri diversi. Ricordo ancora l’esecuzione alla radio del Bolero di Ravel sotto la bacchetta di Guido Cantelli: l’esecuzione era strepitosa perché trascurava il tema per mettere in risalto la nitidezza della percussione. Il notissimo refrain raveliano ne usciva fuori come il rombo selvaggio di mille tamburi africani.

Questo rombo selvaggio e meccanico non ha il suono di una danza macabra, di una risata di scherno dell’universo archeologico dei fossili e dei segni, trionfante su tutto l’umano? Non assomiglia all’axaxaxas mlö, al diabolico riso di Borges che corre per gli spazi interstellari? La maledizione di chi scrive palinsesti è la possibilità di trovare, un giorno, la pagina bucata. L’opera di Sonia Caporossi è l’urlo ferino -e per questo vitale- di qualcuno che ha trovato la pagina bucata e ne è stato reso folle. Come il suo Erostrato, che, arrivato all’ultima delle sue innumerevoli reincarnazioni -e quendi degl’innumerevoli palinsesti della sua storia- scopre la sua atroce identità e perde la ragione. L’autrice di Opus, resa folle dalla lacerazione che la riscrittura fa sulla tela letteraria, si produce in una feroce operazione filologica sul corpo della scrittura, che è anche una feroce operazione chirurgica sul proprio corpo, e infine in una danza liberatoria, rombo selvaggio di mille tamburi africani.

Giovanni Agnoloni, “L’ultimo angolo di mondo finito”

ultimoangolomondofinito-683x1024-683x1024In Poesia, di Luigia Sorrentino

2029. Sono passati quattro anni dalla sera in cui Kristine Klemens, in Sentieri di notte, scopriva d’improvviso che Internet era venuto a mancare, e con esso la rete telefonica. E ne son passati due da quando il professor Kasper van der Maart, teorico dei guasti antropologici della Rete, ha iniziato a cercare Kristine incalzato da un impulso vago e irresistibile. I personaggi che abbiamo conosciuto in Sentieri di notte e La casa degli anonimi tornano tutti, ma sono più smarriti. Sono coraggiosi, ma non sanno che devono fare. I loro monologhi sono angosciosi, inframezzati da altri monologhi -di chi? Il cosiddetto mondo reale ha perso consistenza: vi si aggirano droni che controllano l’umanità dall’alto, ologrammi in forma umana che rimandano a ciascuno i propri pensieri e a cui ciascuno si rapporta come se fossero reali, senz’accorgersi di starsi avviluppando in una spaventosa solitudine. Se la realtà virtuale, col suo perturbante sviluppo, incombeva sui primi due romanzi, qui vediamo in atto un processo più fosco: il passaggio -come ha intuito Sonia Caporossi- dalla realtà virtuale a una realtà aumentata che aumenta solo l’alienazione umana. Il paesaggio de La casa degli anonimi era popolato di esseri esausti e arrabbiati, che avevano ceduto agli avatar parte della loro umanità e col crollo di Internet erano rimasti privi di se stessi, privi di una ragione di sé. L’ultimo angolo di mondo finito (Galaad, 2017) fa emergere un panorama in cui il reale e l’irreale convivono al punto tale che i vivi hanno l’aspetto di fantasmi e i morti, col loro essere pure anime, hanno su di loro un vantaggio esistenziale e ontologico. Tutto ciò che appare può capovolgersi nel suo rovescio: gli eroi possono essere falsi, i benefici venir percepiti come minacce e gli eroi veri apparire come traditori e venduti.

In questo nulla dove nulla è ciò che sembra, Agnoloni tesse una rete di richiami letterari che costituisce la vera trama della prima parte del libro. Gli ologrammi con cui gli esseri umani credono di comunicare, e che li ricacciano dentro se stessi, somigliano ai morti resuscitati di Solaris. La loro presenza è la reincarnazione tecnologica della sinistra figura del Doppio, quale l’avevamo conosciuta in Hoffmann e Poe. Il fatto che gli uomini li avvertano rassicuranti, e non più perturbanti, rimanda alla celebre poesia di Pavese, dove la morte è diventata un familiare e non è più presenza ingombrante, ma presenza scandalosamente rassicurante, accettata con rassegnata abitudine.

Mano a mano che il coro di monologhi che è l’architettura del romanzo si definisce, le vicende individuali emergono più nette, ma i sentimenti, le angosce e le sensazioni dei protagonisti si fanno sempre più simili. Guidati da un direttore d’orchestra onnipresente e invisibile, essi intonano, con le proprie voci, un’unica musica. Agnoloni corre consapevolmente il pericolo -per un romanziere- di offrire delle soluzioni: e la sua soluzione, di tipo mistico e trascendentale, può non piacere a tutti e non essere da tutti condivisa. Si può imputare al romanzo l’eccessivo peso dei passi teorici. Ma questo è un romanzo dove il principio show, don’t tell non ha valore. Anzi, se si prova a guardare l’opera da un’altra angolazione, porgendo meno attenzione alla tremenda diagnosi sociologica che contiene e mettendosi in un’ottica puramente letteraria, vediamo che la soluzione di Agnoloni è la poesia.

Nell’ultimo racconto di Discorso contro la morte (Joker, 2007), una raccolta di apocrifi di straordinaria intensità e unità, Marco Ercolani mette in bocca a Jurij Olesa la scoperta che tutte le voci dei poeti, nei loro taccuini segreti, si somigliano, che tracciano un’unica voce, una linea di canto sovrapersonale. Molti artisti hanno riferito l’esperienza di aver creato l’opera come sotto dettatura di una volontà superindividuale. Possiamo supporre che chi detta lo faccia dall’alto (la Divinità) o dal basso (l’inconscio collettivo junghiano), ma sappiamo che il risultato è la Poesia. E cos’è la Poesia se non la ricerca di un Suono, di quel Ur-Ton primordiale e universale che toglie alla parola il suo carattere arbitrario e la trasforma in parola motivata –in una cosa? Il primo romanzo “della fine di Internet” si apriva con un puro suono: le parole del Padre Nostro in aramaico. L’ultimo angolo di mondo finito si conclude con i personaggi che si gettano dentro a un Suono, fatale e rigenerante, unica salvezza di un’umanità annichilita dai mezzi e sprovvista di fini; unica forza capace di rimettere in comunicazione gli automi autistici generati dalla falsa comunicazione della tecnologia.

Se da un punto di vista narrativo L’ultimo angolo di mondo finito -pur non privo degli accelerando finali e dei colpi di scena alla Bolaño cui l’arte di Agnoloni ci ha abituati- è il meno indipendente dei suoi romanzi, quello la cui comprensione più richiede la conoscenza dei capitoli precedenti, e se La casa degli anonimi dava vita a paesaggi di più concreta e visibile desolazione, è qui che si compie il cammino dello scrittore verso una dimensione musicale che nelle altre opere risultava sotterranea. L’abolizione, anzi, delle immagini a favore del coro tragico dei monologhi, fa emergere retrospettivamente il vero tema portante dell’opera intera di Agnoloni: l’assenza. I suoi romanzi sono un unico poema dell’assenza, dove tutti cercano qualcuno, tutti hanno perso qualcosa -un altro o una parte di sé- e il ricongiungersi a ciò che è perduto è sempre contiguo al morire, comporta sempre la perdita di sé come individuo. E -lo sappiamo- è proprio da questo momento che prende le mosse la Poesia.

 

Rossella Pompeo: La donna che faceva crescere gli alberi

di Giorgio Galli   C’è una tendenza, nell’editoria e nella scrittura contemporanee, verso una prosa media intesa non come lingua piana e atticistica, ma come p…

Sorgente: Rossella Pompeo: La donna che faceva crescere gli alberi