Ultimi anni di L.J.

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I
Ultimi anni di vita di Leoš Janáček:
le tue opere eseguite in tutto il mondo
tu che componi in gioiosa libertà.
A settant’anni e passa
scrivi con la forza, la felicità, l’asprezza di uno di venti
e col dolore di una vita
passata dietro le finestre, ad osservare.
La tua vita sembra sia iniziata adesso
e tu la devi fra poco abbandonare.

Ultimi anni di vita di Leoš Janáček:
i tuoi colleghi sono più giovani
sono nati che le strade della musica moderna
erano già asfaltate, le macchine avviate
e il carburante dentro ai motori.
Vi sono entrati con allegria e furore:
tu ci sei entrato lentamente, con dolore…

Le tue opere eseguite nel mondo.
Ma non sempre come tu l’hai scritte.
Ti hanno corretto Jenufa
e la Messa glagolitica risulta un po’ cambiata.
La terra ceca, da te tanto amata
ha chiamato al lavoro tutti i suoi ragni per tesserti una prigione.

Un vecchio uomo coi baffi che va in giro
portando un pentagramma per le strade.
Cosa scrive?

“Scrive le note che gli cantano gli uccelli
quelle che fa il lavoratore con la pialla
quelle che formano le frasi della lingua
quando vengono parlate.”
“Non sa che l’arte non è imitazione?”
“Se ne infischia.”

II
Che deve fare la musica? Rivelare l’anima?
Sì, e poi ricattarci con l’arma dei sentimenti,
dire “se non vi piaccio, è perché siete disumani.”
La nevrastenia diventata un valore
nell’Ottocento, la fragilità.
Ogni uomo, ogni donna che sta male
si rivendica migliore degli altri
troppo bello per questo brutto mondo
e concentrarsi su se stessi è un merito, un onore.
Non era a questo ch’erano rivolti
gli sforzi di Beethoven
la sua passione era passione per le idee.

Troppo facile essere sensibili a se stessi
sensibilità è verso il mondo, verso gli altri
e l’artista concentrato su se stesso
si è mai domandato che forma avrà il mondo, quali suoni
risuoneranno senza gli uomini e le donne?
Artisti romantici che “rivelate l’anima”
vi siete mai chiesti come fate a rivelarla
se i vostri temi disponete in gabbie già ordinate?
Avete mai osservato come si muovono realmente le vostre anime
serrando un’emozione contro l’altra, sovrapponendo voci ricordi pensieri?
E se pure questo avesse una struttura
delle leggi per creare forme nuove
e più autentiche di sinfonie e concerti?
Io non so se ci sono riuscito
ma so almeno di averci provato.

Avete mai visto dipinto un paesaggio
che vi toccava tanto, e vi delude?
L’artista ha dipinto tutto. Cosa manca?

Manca il profumo delle castagne
della resina che viene dai boschi
la stufa del caldarrostaio qui vicino.
Mancano le grida dei bambini
una vecchia che inveisce alla finestra
la voce dello strillone
e lo scrocchiare della carta di giornale
manca il suono d’acqua che si chiude a palla
della campana del palazzo di Brno.
Mancano le parole
senza le quali anche il silenzio non ha nome
le parole
che a me m’incantano
che starei ore ad ascoltare come musica.
E se era anche questo ad incantarti
perché tanta bellezza deve restare
fuori dall’arte? Perché non è nobile?
Ma va’ all’inferno con tutti i tuoi nobili! Ah che farai
quando l’insulso balbettio di questa gente non avrà
nulla da dire?

III
Ultimi anni di vita di Leoš Janáček:
una vecchiaia
molto lontana dal tirar le somme
una vecchiaia che sa di gioventù.
Amavi, riamato, una giovane donna
e componevi, forse, anche per lei.
Dalle opere più cupe a un sestetto spiritoso
ai pianoforti accompagnati da fanfare
dalle fiabe del regno animale
a una Messa barbarica e pagana
tu componevi in assoluta libertà:
e se qualcuno il cammino della musica moderna
credeva già compiuto, tu
tutt’all’opposto la pensavi:
bastava solo imboccare un’altra via
e il panorama sarebbe stato nuovo
e le case tutte ancora da abitare.
Ma un giorno nei boschi vicino alla tua casa
il tuo amatissimo figlio si smarrì.
Tu lo cercasti dappertutto, correvi,
dimentico dei tuoi settantaquattro anni.
La tua storia finì in un letto d’ospedale
dove l’ultimo respiro rendesti a un Dio beffardo
con i polmoni malati.
Per amore di tuo figlio t’ammalasti
ed Iddio cinse d’amore la tua fine.
Anche ai bambini di Boemia e di Moravia han raccontato
che sei morto facendo l’amore,
con lei, nel tuo lettino d’ospedale.
E non importa che non sia una storia vera
questa leggenda è l’unica dichiarazione d’amore
che ti ha fatto la gente del tuo paese
l’unica volta che t’ha ricambiato.

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Le morti felici

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di Giorgio Galli

“Il Gabbiere giaceva raggomitolato ai piedi del timone, il corpo magro, asciutto come un mucchio di radici torturate dal sole. I suoi occhi, molto aperti, rimasero fissi in quel nulla, immediato e anonimo, in cui i morti trovano il sollievo che gli venne negato durante il loro errare da vivi.”

Alvaro Mutis, Un bel morir

Morte di Khayyām

“Ora vi racconto di come è morto Ghiat ad-Din. Stava seduto al suo tavolo di legno, sotto il fico della sua casa a Nīshāpūr. Il sole era alto. Per tutta la sua giovinezza Ghiat ad-Din si era alzato tardi, ma da vecchio dormiva soltanto poche ore. Tracciava pigramente dei segni su delle carte, ma qualcosa non doveva riuscirgli perché lo si vedeva tracciare segni sempre più nervosi, allontanare le carte con ira, poi riprenderle e tracciare ancora dei segni e accantonarle infine con ira e stanchezza. Guardò davanti a…

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Cristina Sendrea, arte di sorgente

photoCristina Sendrea (Iași, 1982), pittrice. Nella mia terra, l’Abruzzo, c’è una pittrice contadina, Annunziata Scipione. Oramai la conoscono tutti, in Italia: tutti gl’intenditori. «Sono nata con la passione di scarabocchiare. Da bambina scarabocchiavo sui vetri, sulla carta, sui muri col carbone, facevo bozzetti di terra. Anche da signorina mi piaceva disegnare, ma poi buttavo i disegni. Non pensavo a una cosa seria. Prima veniva il lavoro in campagna, una donna doveva badare alle pecore, fare la calza. Ma io facevo altro che la calza, cucivo i vestiti, ero brava a fare tutto. Dipingere non era da donne, ma era più forte di me» racconta. «Dipingere mi è sempre piaciuto tantissimo, era una cosa per me. Spesso mangiavo in piedi e intanto riguardavo il quadro che stavo facendo. La pittura mi dà felicità.» Sui soggetti delle sue opere, dice semplicemente: «Ho sempre dipinto i miei ricordi, quello che conosco e ho vissuto, la campagna, i contadini, la vendemmia, le mucche, le pecore».

Non sono un intenditore d’arti figurative: eppure credo che Cristina Sendrea sia una pittrice della stessa razza. Poco sappiamo di lei: il suo nome; il suo anno di nascita; il nome di suo marito, Bogdan Sendrea (dal che deduciamo che Sendrea non è il suo cognome natale); la città in cui vive e lavora, Verolanuova, nel Bresciano (ma quale lavoro farà?); la sua patria d’origine, la Romania. Nel pieghevole d’una sua mostra, ci fa sapere che non ama parlar di se stessa: tiene solo a dirci che l’avvenimento più importante della sua vita è stato incontrare e sposare il suo uomo, e che si considera fortunata perché la pittura le permette di esprimere ciò che ha dentro. Poche parole, di una semplicità disarmante, anzi: che potrebbero appartenere a chiunque, che potrebbero perfino allarmare e farci pensare all’ennesima romantica che scambia l’intimismo per arte. Ma a smentire quest’opinione c’è una prova autorevole: quella dei suoi dipinti. Non tutti, per la verità: non quelli d’imitazione impressionista e cezanniana. Ma quelli da cui promana un urlante dolore, quelli da cui si leva un’urlante tenerezza, un violentissimo bisogno di tenerezza, quelli da cui emerge una fede spietata e scabra, la fede degli spagnoli, la fede dell’Est; quelli da cui si leva una preghiera sommessa ed aspra. A cosa ci fa pensare quella preghiera? Ci fa pensare al Padre nostro di Janacek. Allo Stabat Mater di Poulenc. Ai Quattro pezzi sacri di Verdi. Ci fa pensare alle ultime parole di Verdi, che non volle al suo funerale “né canti né suoni: basteranno un prete, due candele e una croce”. A questo ci fa pensare l’arte della giovane Sendrea.

Da alcune rispose date di getto sul suo blog, sembra che la ritrosia dell’artista sia motivata anche da difficoltà linguistiche. In quelle risposte, la pittrice si comporta come una bambina, con naturalezza e umiltà: a chi le muove critiche sul blog, chiede consigli su come migliorarlo, e lascia perfino il suo numero di telefono… Ci facciamo l’idea di un’artista bambina, non in senso anagrafico, ma di un’artista che ha il temperamento umano di un bambino, e ancora ci sovviene un termine di confronto musicale: la personalità umana di Carlos Kleiber…

Non voglio entrare nel merito del valore dei quadri di Sendrea. Altri lo sapranno fare più di me. E, come ho detto, non tutti i quadri hanno uguale valore. Ma è difficile non sentirsi scossi da immagini come questa

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o questa

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o dalla pietà ancestrale di questa madre

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o dal terrore selvaggio di questa bambina, che forse ha paura della miseria, forse della povertà, forse dell’abbandono

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Purtroppo, le uniche testimonianze su Sendrea le abbiamo riscontrate sul suo blog. Così la descrive, in home page, Dionigi Canini: “Parlare delle opere di Cristina non e facile,per capirle e apprezzarle bisogna entrare nel suo mondo fatto di cose semplici e tanti sogni. Da padre ferroviere nasce in Romania dove vive un infanzia difficile,riuscendo ad emergere a 16 anni quando studia in una delle scuole superiori più prestigiose della Romania .A 20 anni ,quando viene in Italia a trovare per qualche giorno sua sorella maggiore, conosce Bogdan vicino di casa in Romania.Ne diventa la moglie, l’amica, la compagna. Persona dell’anima molto dolce e sottile rincorre quel sogno quella bellezza che l’osservatore attento può trovare ammirando le sue opere…”

L’infanzia difficile lascia dappertutto solchi nella sua pittura. Potrei anzi dire che da queste pitture balza su il sentimento di un’infanzia infelice, di un’infanzia -forse- abbandonata.

sendrea5Un sentimento dell’infanzia che ricorda, ma in toni molto più violenti, quello della celebre canzone di Jacques Brel.

Questa pittura mi affascina. La trovo raffinata e violenta, primordiale, selvaggia, ma anche tenera, “genuina”: le immagini di Cristina Sendrea hanno una concretezza che raramente trovo in un universo artistico che va verso l’estetizzante. Sendrea è radicata nella vita come una quercia, ma la vita appare ai suoi occhi come una fantasmagoria piena di lati infernali. Ecco ad esempio il terrore di questi volti

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e la sofferenza inumana del Cristo che porta la croce

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Ma se tutto, nel reale concreto, è anche fantasmagoria e miracolo, c’è posto anche per momenti buoni: momenti che leniscono, senza farlo dimenticare, il senso tragico dell’infanzia che permea tutta la produzione di Sendrea.

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