Il lavoro degli amanti

ettore e andromaca(Su Postpopuli dell’11 luglio 2014)

Jaufré Rudel è stato un trovatore medioevale. Lo si ricorda per aver cantato l’amor de lonh’, l’amore lontano: quello che in francese moderno verrebbe definito amour de loin.
Margherita insegnava francese. Scura come le olive di Kalamata, gli occhi come il sole di Sicilia, Margherita aveva anche lei il suo amor de lonh’. Un professore siciliano, Franco, corpo da tipico siciliano, segaligno, voce tonante, poche parole e risata squillante. Margherita s’era innamorata proprio della sua voce ferma e della sua risata sonante. Della sua voce ferma come le stelle e della risata che volava anche sopra i momenti più difficili. Era difficile cogliere in Franco il malumore. Perfino quando era morta la madre aveva commentato asciutto: “Ha smesso di soffrire”, ed era apparso sereno. Ma Franco doveva stare in Sicilia, e lei era stata spedita su nel Veneto. In Veneto cercavano insegnanti, prima, prima della crisi, quando lei era arrivata, prima d’incontrare Franco. Franco aveva anche chiesto il trasferimento, ma una scuola in Veneto non l’aveva trovata. Aveva anche provato a cambiare lavoro, ma un lavoro in Veneto non l’aveva trovato. Sono tempi inospitali: molti ragazzi, prima, lasciavano presto la scuola per andare a lavorare nella fabbrichetta di papà. Adesso la fabbrichetta di papà ha chiuso, e molti ragazzi non lavorano né studiano più.
Margherita lo vedeva: andavano a scuola come prendessero l’olio di ricino. Volevano stare lì il minimo indispensabile. Stavano sui banchi come automi, come la bambola meccanica de L’uomo della sabbia di Hoffmann.
Era in classe, stava per suonare la campanella, i ragazzi erano davanti a lei come automi, come la bambola Olimpia del racconto di Hoffmann. Sentì salirle su un fiotto di dolore. Un dolore puro, violento come una fiocinata. “Ragazzi, conoscete Jaurfé Rudel?”, domandò.
(Margherita, sei pazza? A quell’età non conoscono neanche Jacques Brel!)
“Non lo studiate in letteratura italiana? Nella preistoria della letteratura, tra i trovatori provenzali?”
Non le diedero risposta. Da quando s’era arrabbiata perché i ragazzi parlavano dialetto a scuola, loro evitavano di parlare con lei, rispondevano a monosillabi e solo per strette necessità scolastiche. Solo alle interrogazioni le parlavano. E, se metteva un quattro, i genitori facevano un’iradiddio. Era sempre perché lei era del Sud. Qualsiasi quattro mettesse, per qualsiasi motivo sgridasse, era colpa del fatto ch’era del Sud. Non era sbagliato che i ragazzi le parlassero in dialetto: era lei che non capiva perché era del Sud.
“Non avete studiato una poesia del Carducci su un trovatore innamorato della contessa di Tripoli?”
(Margherita, quella poesia non si studia dagli anni Cinquanta!)
La classe rimase in silenzio. Peccato. A lei quella poesia piaceva. Gliel’aveva insegnata il suo professore d’italiano, il professor Alfredo Prosdocemi. (Che razza di cognome, Prosdocemi. Sembra un verbo greco: prosdocemi, prosdoceis, prosdocei…)

Giacea sotto un bel padiglione
Giaufredo al conspetto del mare:
in nota gentil di canzone
levava il supremo desir.
-Signor che volesti creare
per me questo amore lontano,
deh fa che a la dolce sua mano
commetta l’estremo respir! –
Intanto co ‘l fido Bertrando
veniva la donna invocata;
e l’ultima nota ascoltando
pietosa ristè su l’entrata:
Ma presto, con mano tremante
il velo gettando, scoprì
la faccia; ed al misero amante
– Giaufredo, – ella disse, – son qui. –

A Margherita venne da piangere. Ci mancava che si mettesse a piangere in classe. Suonò la campanella. Uscì per distrazione col registro in mano. Il collega sorridendo lo prese. La classe dietro di lei disse un buongiorno meccanico come le parole della bambola di Hoffmann.

Sì come a la notte di maggio
la luna da i nuvoli fuora
diffonde il suo candido raggio
su’l mondo che vegeta e odora,
tal quella serena bellezza
apparve al rapito amatore,
un’alta divina dolcezza
stillando al morente nel cuore.
– Contessa, che è mai la vita?
E’ l’ombra d’un sogno fuggente.
La favola breve è finita,
il vero immortale è l’amor.

Rise Margherita della sua distrazione e della cortesia del collega, pensò che proprio con una cortesia, raccogliendole un libro da terra, Franco l’aveva incontrata, e le aveva detto: -Una giovane donna che legge, in Italia nel 2009, o è una studentessa o una professoressa.
Se ne andò sorridendo Margherita, sorridendo per farsi coraggio. Un giorno, forse, avrebbero avuto dei bambini con la voce ferma del padre e gli occhi della madre dardeggianti come il sole di Sicilia.

La donna su ‘l pallido amante
chinossi recandolo al seno,
tre volte la bocca tremante
co ‘l bacio d’amore baciò.
E il sole dal cielo sereno
calando ridente ne l’onda
l’effusa di lei chioma bionda
su ‘l morto poeta irraggiò.

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Giorgio Galli: le morti felici 3

perìgeion

biplano

 

Qui ho visto, quando è tramontato il sole, come si coricano i gattini, come si mettono a strati, come stanno stesi nei nidi di pelliccetta più caldi quei due che qualcuno ci ha buttato dentro il giardino e poi è scappato… Aprilina, preghi per me, perché io continui a stare al mondo, se non altro, ormai, per i miei gattini… Perché per l’inverno non li aspetta altro che l’allevamento al freddo, preghi per noi qui, per le ragazzine, le tre mamme gatte, preghi per Cassius

Boumil Hrabal, Paure totali

Morte di Desprez

Che volete?, che abbia paura della morte? E come farei dopo averla trasformata in melodia? Ho familiarizzato con essa in ogni nota. L’ho fatta risuonare su più voci. Mi si rimprovera che non sono stato ardimentoso: che non mi sono arrischiato su armonie impervie, che rare volte ho fatto cantare le voci su differenti divisioni ritmiche…

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Cristina Sendrea, arte di sorgente

photoCristina Sendrea (Iași, 1982), pittrice. Nella mia terra, l’Abruzzo, c’è una pittrice contadina, Annunziata Scipione. Oramai la conoscono tutti, in Italia: tutti gl’intenditori. «Sono nata con la passione di scarabocchiare. Da bambina scarabocchiavo sui vetri, sulla carta, sui muri col carbone, facevo bozzetti di terra. Anche da signorina mi piaceva disegnare, ma poi buttavo i disegni. Non pensavo a una cosa seria. Prima veniva il lavoro in campagna, una donna doveva badare alle pecore, fare la calza. Ma io facevo altro che la calza, cucivo i vestiti, ero brava a fare tutto. Dipingere non era da donne, ma era più forte di me» racconta. «Dipingere mi è sempre piaciuto tantissimo, era una cosa per me. Spesso mangiavo in piedi e intanto riguardavo il quadro che stavo facendo. La pittura mi dà felicità.» Sui soggetti delle sue opere, dice semplicemente: «Ho sempre dipinto i miei ricordi, quello che conosco e ho vissuto, la campagna, i contadini, la vendemmia, le mucche, le pecore».

Non sono un intenditore d’arti figurative: eppure credo che Cristina Sendrea sia una pittrice della stessa razza. Poco sappiamo di lei: il suo nome; il suo anno di nascita; il nome di suo marito, Bogdan Sendrea (dal che deduciamo che Sendrea non è il suo cognome natale); la città in cui vive e lavora, Verolanuova, nel Bresciano (ma quale lavoro farà?); la sua patria d’origine, la Romania. Nel pieghevole d’una sua mostra, ci fa sapere che non ama parlar di se stessa: tiene solo a dirci che l’avvenimento più importante della sua vita è stato incontrare e sposare il suo uomo, e che si considera fortunata perché la pittura le permette di esprimere ciò che ha dentro. Poche parole, di una semplicità disarmante, anzi: che potrebbero appartenere a chiunque, che potrebbero perfino allarmare e farci pensare all’ennesima romantica che scambia l’intimismo per arte. Ma a smentire quest’opinione c’è una prova autorevole: quella dei suoi dipinti. Non tutti, per la verità: non quelli d’imitazione impressionista e cezanniana. Ma quelli da cui promana un urlante dolore, quelli da cui si leva un’urlante tenerezza, un violentissimo bisogno di tenerezza, quelli da cui emerge una fede spietata e scabra, la fede degli spagnoli, la fede dell’Est; quelli da cui si leva una preghiera sommessa ed aspra. A cosa ci fa pensare quella preghiera? Ci fa pensare al Padre nostro di Janacek. Allo Stabat Mater di Poulenc. Ai Quattro pezzi sacri di Verdi. Ci fa pensare alle ultime parole di Verdi, che non volle al suo funerale “né canti né suoni: basteranno un prete, due candele e una croce”. A questo ci fa pensare l’arte della giovane Sendrea.

Da alcune rispose date di getto sul suo blog, sembra che la ritrosia dell’artista sia motivata anche da difficoltà linguistiche. In quelle risposte, la pittrice si comporta come una bambina, con naturalezza e umiltà: a chi le muove critiche sul blog, chiede consigli su come migliorarlo, e lascia perfino il suo numero di telefono… Ci facciamo l’idea di un’artista bambina, non in senso anagrafico, ma di un’artista che ha il temperamento umano di un bambino, e ancora ci sovviene un termine di confronto musicale: la personalità umana di Carlos Kleiber…

Non voglio entrare nel merito del valore dei quadri di Sendrea. Altri lo sapranno fare più di me. E, come ho detto, non tutti i quadri hanno uguale valore. Ma è difficile non sentirsi scossi da immagini come questa

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o questa

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o dalla pietà ancestrale di questa madre

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o dal terrore selvaggio di questa bambina, che forse ha paura della miseria, forse della povertà, forse dell’abbandono

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Purtroppo, le uniche testimonianze su Sendrea le abbiamo riscontrate sul suo blog. Così la descrive, in home page, Dionigi Canini: “Parlare delle opere di Cristina non e facile,per capirle e apprezzarle bisogna entrare nel suo mondo fatto di cose semplici e tanti sogni. Da padre ferroviere nasce in Romania dove vive un infanzia difficile,riuscendo ad emergere a 16 anni quando studia in una delle scuole superiori più prestigiose della Romania .A 20 anni ,quando viene in Italia a trovare per qualche giorno sua sorella maggiore, conosce Bogdan vicino di casa in Romania.Ne diventa la moglie, l’amica, la compagna. Persona dell’anima molto dolce e sottile rincorre quel sogno quella bellezza che l’osservatore attento può trovare ammirando le sue opere…”

L’infanzia difficile lascia dappertutto solchi nella sua pittura. Potrei anzi dire che da queste pitture balza su il sentimento di un’infanzia infelice, di un’infanzia -forse- abbandonata.

sendrea5Un sentimento dell’infanzia che ricorda, ma in toni molto più violenti, quello della celebre canzone di Jacques Brel.

Questa pittura mi affascina. La trovo raffinata e violenta, primordiale, selvaggia, ma anche tenera, “genuina”: le immagini di Cristina Sendrea hanno una concretezza che raramente trovo in un universo artistico che va verso l’estetizzante. Sendrea è radicata nella vita come una quercia, ma la vita appare ai suoi occhi come una fantasmagoria piena di lati infernali. Ecco ad esempio il terrore di questi volti

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e la sofferenza inumana del Cristo che porta la croce

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Ma se tutto, nel reale concreto, è anche fantasmagoria e miracolo, c’è posto anche per momenti buoni: momenti che leniscono, senza farlo dimenticare, il senso tragico dell’infanzia che permea tutta la produzione di Sendrea.

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