Ilaria Seclì in “Fede”

L’esperienza della poesia ascoltata dalla voce del poeta ha sempre una sua forza. Non dimenticherò la musicalità dei vecchissimi dischi di Apollinaire, che legge Le pont Mirabeau come un’aria d’opera; né il granito abbagliante della stentorea, invasata dizione di Ungaretti. Anche quando il poeta non sa recitare, come Sandro Penna, la sua lettura ci dice qualcosa della sua musica. Umberto Saba è ridicolo per voce ed accento, ma ci fa sapere che i suoi versi non vanno risuonati con cadenza dimessa e prosastica, ma con passione e pienezza di canto.

Ed anche questo Fede (testi: Ilaria Seclì, Simone Giorgino; musica: Gianluca Milanese; video: Carlo Mazzotta) è illuminante. Per chi, come me, segue da tempo la poesia di Ilaria, è una sorpresa scoprire di quanta luce la illumina l’ascolto della sua voce sussurrata, senza rabbia, bava di un incanto troppo araldico, di un dolore troppo radicato, primordiale come i suoni di flauto e i paesaggi arabogreci evocati nelle immagini, ricamati nelle note. Dolore che soffia oltre la parola, oltre il suo e nostro tempo, che non sa e non vuole guarire, che eleva un salmo dove altri eleverebbero una protesta; che ferisce, scava, risuona e incanta. Senza peso. Questa lettura congiunta di due poeti amici è come una dissolvenza che resta. Che suscita demoni meridiani, come nell’antichità, quando le creature infere apparivano a mezzogiorno e non col buio: visioni e sparizioni…

La voce di Ilaria Seclì ha una tonalità bambina. Non si comprende la sua arte se si prescinde dalle sue qualità infantili. E’ con biancore infantile e adulta vigilanza che questa poetessa intollerante di ciò che non ha luce si lascia attraversare dal mondo, individuandone il filo poetico, dipandandolo, per poi restituirlo oggettivo, essenziale, ma impregnato degli odori e colori che il passaggio attraverso Ilaria gli ha donato. E’ in nome del suo candore che l’adulta Ilaria non può tollerare il disumano. Diceva Gustav Mahler: “La bruttezza è un’offesa fatta a Dio”. Ilaria potrebbe dire: “L’ingiustizia è un’offesa alla Bellezza”. Lo spettacolo del disumano è sempre davanti ai suoi occhi. Eppure le resta una fede: fede in un divino che -per sua stessa dichiarazione- è ciò che un tempo chiamavamo umano, nella possibilità di una una visione miracolistica di ogni epifania dell’umano. Per questo la coscienza dell’orrore convive con l’aerea follia di un verso -e di una dizione- lieve, ma infallibilmente strutturata come la neve. Sorgente inesauribile di poesia, Ilaria Seclì può sconcertare il lettore abituato a una rigida separazione fra il verso e l’al di là del verso -allo stesso modo di quei compositori d’avanguardia che tendono l’orecchio all’Oltremusica, al rumore e al silenzio. Questo trasformare tutto in poesia, dalla deflagrazione di un’epoca al fatto minuto e privato, questo perenne nominare le cose con le parole impalpabili della poesia, quasi schivandole, appartandosi, possono essere discutibili sul piano della concezione, ma sul piano dell’esecuzione il fascino degli esiti è innegabile.

C’è un verso su cui voglio soffermarmi. “Tutto questo amore male amato.” Un verso ch’è l’epitaffio della nostra epoca. Nel micidiale chiacchiericcio che svuota le parole per mancanza di un rapporto col silenzio, nessun vocabolo più usurpato, nessun sentimento più abusato di amore. Solo la vera poesia può eseguire quest’atroce diagnosi con tanta inesausta pregnanza di canto.

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Giorgio Galli sulla “Sposa nera” di Ilaria Seclì

perìgeion

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Libro arduo e stregante, La sposa nera (Novi Ligure, Edizioni Joker, 2016) ha radici piantate nell’umanità più segreta dell’autrice, va a fondo nei miti e nelle ossessioni che governano il suo modo ferito di sentire il mondo. Si ha pudore ad entrare in un terreno così oscuro e intenso, anche se l’autrice stessa lo ha rovesciato sul tavolo nel suo modo impavido. E’ una raccolta di poesie che tende al poema, un libro che va ascoltato prima che “compreso”.  Artista di aria e d’acqua, del confine tra parole e cose e tra le parole e il silenzio; poetessa di un universo significante che esplora il confine con l’altro da sé, con l’assenza di significati, col silenzio e il rumore del mondo; sempre sul punto di lacerare il confine fra arte e vita, Ilaria Seclì qui ci accoglie con una citazione di Joe Bousquet, mostrando la volontà di scendere nel dolore…

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“Per difetto o supernova”, di Ilaria Seclì

“I cimiteri marini” una volta facevano pensare a Valéry; ma oggi, a chi crede che il mondo lo riguardi, fanno pensare a tutt’altro, anche in poesia. La bellezza salverà il mondo. Ma la bellezza, Ilaria, per chi è come te si paga con l’orrore.

le ragioni dell'acqua

Il viale si allontana su uno skateboard
il viso basso che lo guida ha ali
accende una sigaretta tra nero e nebbia.
Da quell’altezza e no che non si vede
la fine del viale. Al ritorno, il giorno dopo
una coppia e una bici, lividi agli occhi
conta accorta le monetine nel palmo
lui si avvicina al panificio sperando nell’esito
del getto, del dado, un numero buono e meno
tirchio, hanno la smorfia di un dolore
consumato, fedelissimo. Un’altra umanità
che per difetto ignora la storia della supernova
dire che siamo niente e niente dureremo
nella grande economia dell’universo
non si addice, non sta bene. Prova a dirlo.
Al ragazzo che sfida la notte e il freddo
a questi due che la storia macina, divora,
inghiotte con accanito zelo. Prova a dirlo.
Ai cimiteri marini ai piedi in cammino
verso quale patria, a chi rovista nei bidoni.
Prova a dirlo…

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“8 gennaio XVI”, di Ilaria Seclì

“Qualcuno ha immaginato un finale anche per chi non c’era”. C’è più crudeltà nello sguardo di un neonato, più magia nello sguardo di un disabile, più attesa del miracolo in un profugo che ha perso tutto. Qualcuno ha immaginato il suo finale per quelli che non c’erano. Come dice Francesco Marotta, “la poesia è una forma di resistenza”. Più eroica ancora quanto più è lieve.

le ragioni dell'acqua

Anche stando sulla soglia non si vede nulla.
Il clown è in fondo alla sala scura.
Anche stando in punta di piedi non si vede. C’è Otto al centro della soglia, lui è alto. Tutti ridono ridono, arrivano musiche di Francia e Vienna, fisarmoniche e carillon.
Il teatrino è pieno, qualcuno allunga gli occhi li spinge, cerca di superare gli altri corpi ma non ce la fa. Chi è dentro ride, ride e applaude, commenta ad alta voce, grida bravo!
Chi è fuori ha un’aria spaesata, di chi deve indovinare i motivi della risata, i gesti, accenna per cordialità a un sorriso, quasi si vergogna di non poter partecipare. Riprova a entrare, ma niente.

Una donna chiede alla spalla di fronte: c’è posto? Qualcuno risponde sì, uno o due. Ma nessuno si muove, si sposta.
Resta chi è già dentro e tiene con forza il posto.

Fuori un angelo parla…

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