Il giorno del riposo

Dall’amicizia fra poeti sorge poesia.

le ragioni dell'acqua

               

Christian Schloe

                                 
                                                   a Lucetta e Marco

Ma lui che è silenzioso
pure non lo è tanto
Chi è entrato nella stanza?

Nessuna anticamera nessuna avvisaglia
chi abbiamo salutato al crocevia
chi era, chi sei luogo che abbiamo abitato?

Nell’inorganico convertita compassione nel paesaggio
nell’imperfetto che archivia il mondo
fumi cechi che ancora guardate con amore

Muro sbrecciato, legno che il gatto rosicchia
nello spazio intrattenuto e sordo

ride veloce della serietà senza ricompensa

Il topo ha il cappello d’oro, è più grande di lui
salta e salta la sua spiegazione inconfessata non si ferma
non sarà oggetto di dettato nella…

View original post 82 altre parole

Ilaria Seclì in “Fede”

L’esperienza della poesia ascoltata dalla voce del poeta ha sempre una sua forza. Non dimenticherò la musicalità dei vecchissimi dischi di Apollinaire, che legge Le pont Mirabeau come un’aria d’opera; né il granito abbagliante della stentorea, invasata dizione di Ungaretti. Anche quando il poeta non sa recitare, come Sandro Penna, la sua lettura ci dice qualcosa della sua musica. Umberto Saba è ridicolo per voce ed accento, ma ci fa sapere che i suoi versi non vanno risuonati con cadenza dimessa e prosastica, ma con passione e pienezza di canto.

Ed anche questo Fede (testi: Ilaria Seclì, Simone Giorgino; musica: Gianluca Milanese; video: Carlo Mazzotta) è illuminante. Per chi, come me, segue da tempo la poesia di Ilaria, è una sorpresa scoprire di quanta luce la illumina l’ascolto della sua voce sussurrata, senza rabbia, bava di un incanto troppo araldico, di un dolore troppo radicato, primordiale come i suoni di flauto e i paesaggi arabogreci evocati nelle immagini, ricamati nelle note. Dolore che soffia oltre la parola, oltre il suo e nostro tempo, che non sa e non vuole guarire, che eleva un salmo dove altri eleverebbero una protesta; che ferisce, scava, risuona e incanta. Senza peso. Questa lettura congiunta di due poeti amici è come una dissolvenza che resta. Che suscita demoni meridiani, come nell’antichità, quando le creature infere apparivano a mezzogiorno e non col buio: visioni e sparizioni…

La voce di Ilaria Seclì ha una tonalità bambina. Non si comprende la sua arte se si prescinde dalle sue qualità infantili. E’ con biancore infantile e adulta vigilanza che questa poetessa intollerante di ciò che non ha luce si lascia attraversare dal mondo, individuandone il filo poetico, dipandandolo, per poi restituirlo oggettivo, essenziale, ma impregnato degli odori e colori che il passaggio attraverso Ilaria gli ha donato. E’ in nome del suo candore che l’adulta Ilaria non può tollerare il disumano. Diceva Gustav Mahler: “La bruttezza è un’offesa fatta a Dio”. Ilaria potrebbe dire: “L’ingiustizia è un’offesa alla Bellezza”. Lo spettacolo del disumano è sempre davanti ai suoi occhi. Eppure le resta una fede: fede in un divino che -per sua stessa dichiarazione- è ciò che un tempo chiamavamo umano, nella possibilità di una una visione miracolistica di ogni epifania dell’umano. Per questo la coscienza dell’orrore convive con l’aerea follia di un verso -e di una dizione- lieve, ma infallibilmente strutturata come la neve. Sorgente inesauribile di poesia, Ilaria Seclì può sconcertare il lettore abituato a una rigida separazione fra il verso e l’al di là del verso -allo stesso modo di quei compositori d’avanguardia che tendono l’orecchio all’Oltremusica, al rumore e al silenzio. Questo trasformare tutto in poesia, dalla deflagrazione di un’epoca al fatto minuto e privato, questo perenne nominare le cose con le parole impalpabili della poesia, quasi schivandole, appartandosi, possono essere discutibili sul piano della concezione, ma sul piano dell’esecuzione il fascino degli esiti è innegabile.

C’è un verso su cui voglio soffermarmi. “Tutto questo amore male amato.” Un verso ch’è l’epitaffio della nostra epoca. Nel micidiale chiacchiericcio che svuota le parole per mancanza di un rapporto col silenzio, nessun vocabolo più usurpato, nessun sentimento più abusato di amore. Solo la vera poesia può eseguire quest’atroce diagnosi con tanta inesausta pregnanza di canto.

Ilaria Seclì_Del pesce e dell’acquario

La concisa e abbagliante visione di un poeta su di un altro poeta.

Chi si appresta alla lettura Del pesce e dell’acquario (LietoColle, 2009) non sa di trovarsi di fronte a un libro fatto d’acqua. Le vischiosità viscerali dei recessi magmatici di una poesia corporale e le geometrie manieristiche di una poesia scritta a priori in regole, sono assenti. Chi conosce l’autrice di questo libro sa che non c’è alcun filo teso a dividere poeta e poesia. Quando Ilaria parla, in ciò che chiamiamo quotidianità, la sua cantilena avvolgente, rabdomantica è la stessa voce che scorgiamo nei suoi versi, a dire che le sue poesie potrebbero, e lo fanno, nascere da una qualsiasi conversazione con lei. E così, come la persona è lieve, le poesie del libro scintillano come i riflessi della luce sull’acqua, muovendosi veloci, di superficie in superficie, inabissandosi e riemergendo nel medesimo istante, senza pesantezza, spegnendosi in quello sguardo che le ha viste lucenti, donandoci un piccolo miracolo:…

View original post 526 altre parole

Giorgio Galli sulla “Sposa nera” di Ilaria Seclì

Giorgio Galli sulla “Sposa nera” di Ilaria Seclì

perìgeion

erzulie

Libro arduo e stregante, La sposa nera (Novi Ligure, Edizioni Joker, 2016) ha radici piantate nell’umanità più segreta dell’autrice, va a fondo nei miti e nelle ossessioni che governano il suo modo ferito di sentire il mondo. Si ha pudore ad entrare in un terreno così oscuro e intenso, anche se l’autrice stessa lo ha rovesciato sul tavolo nel suo modo impavido. E’ una raccolta di poesie che tende al poema, un libro che va ascoltato prima che “compreso”.  Artista di aria e d’acqua, del confine tra parole e cose e tra le parole e il silenzio; poetessa di un universo significante che esplora il confine con l’altro da sé, con l’assenza di significati, col silenzio e il rumore del mondo; sempre sul punto di lacerare il confine fra arte e vita, Ilaria Seclì qui ci accoglie con una citazione di Joe Bousquet, mostrando la volontà di scendere nel dolore…

View original post 2.031 altre parole

Del pesce e dell’acquario

Del pesce e dell’acquario

perìgeion

delpesce-e-dellacquario

di Marco Ercolani

«Verrà che non abitiamo i nomi
non li saprete più pronunciare con l’incoscienza di prima
quando tutta l’appartenenza bugiarda si solleverà
troverete tra voi e ciò che era
la carcassa di un giardino antico e scomposto
la roccia che ha fatto riposare i 1000 tempi
la cintura sfilacciata che tiene il cancello arrugginito
La polvere delle intenzioni ingrossare gli scheletri
dei passeri spaventati
Solo tre note a perdita d’occhio sull’ultimo filo elettrico
muoveranno appena un’immagine persa e familiare»

Poeta visionario e barocco, Ilaria Seclì: i suoi versi appartengono al mondo dei poeti “scorticati”, dei “senza-pelle”, dove la sensibilità si accende e si infuoca prima che la ragione possa esercitare il suo naturale controllo. Ma questo non basterebbe a spiegare il trasalire dell’emozione che questa voce poetica trasfonde al lettore. Azzardo un’ipotesi: la poesia non è parlata solo dalla potenza delle sue immagini ma è lei stessa la…

View original post 1.143 altre parole

“Per difetto o supernova”, di Ilaria Seclì

“I cimiteri marini” una volta facevano pensare a Valéry; ma oggi, a chi crede che il mondo lo riguardi, fanno pensare a tutt’altro, anche in poesia. La bellezza salverà il mondo. Ma la bellezza, Ilaria, per chi è come te si paga con l’orrore.

le ragioni dell'acqua

Il viale si allontana su uno skateboard
il viso basso che lo guida ha ali
accende una sigaretta tra nero e nebbia.
Da quell’altezza e no che non si vede
la fine del viale. Al ritorno, il giorno dopo
una coppia e una bici, lividi agli occhi
conta accorta le monetine nel palmo
lui si avvicina al panificio sperando nell’esito
del getto, del dado, un numero buono e meno
tirchio, hanno la smorfia di un dolore
consumato, fedelissimo. Un’altra umanità
che per difetto ignora la storia della supernova
dire che siamo niente e niente dureremo
nella grande economia dell’universo
non si addice, non sta bene. Prova a dirlo.
Al ragazzo che sfida la notte e il freddo
a questi due che la storia macina, divora,
inghiotte con accanito zelo. Prova a dirlo.
Ai cimiteri marini ai piedi in cammino
verso quale patria, a chi rovista nei bidoni.
Prova a dirlo…

View original post 25 altre parole

“8 gennaio XVI”, di Ilaria Seclì

“Qualcuno ha immaginato un finale anche per chi non c’era”. C’è più crudeltà nello sguardo di un neonato, più magia nello sguardo di un disabile, più attesa del miracolo in un profugo che ha perso tutto. Qualcuno ha immaginato il suo finale per quelli che non c’erano. Come dice Francesco Marotta, “la poesia è una forma di resistenza”. Più eroica ancora quanto più è lieve.

le ragioni dell'acqua

Anche stando sulla soglia non si vede nulla.
Il clown è in fondo alla sala scura.
Anche stando in punta di piedi non si vede. C’è Otto al centro della soglia, lui è alto. Tutti ridono ridono, arrivano musiche di Francia e Vienna, fisarmoniche e carillon.
Il teatrino è pieno, qualcuno allunga gli occhi li spinge, cerca di superare gli altri corpi ma non ce la fa. Chi è dentro ride, ride e applaude, commenta ad alta voce, grida bravo!
Chi è fuori ha un’aria spaesata, di chi deve indovinare i motivi della risata, i gesti, accenna per cordialità a un sorriso, quasi si vergogna di non poter partecipare. Riprova a entrare, ma niente.

Una donna chiede alla spalla di fronte: c’è posto? Qualcuno risponde sì, uno o due. Ma nessuno si muove, si sposta.
Resta chi è già dentro e tiene con forza il posto.

Fuori un angelo parla…

View original post 69 altre parole

Ilaria Seclì

La parola di Ilaria è una parola-dialogo: torna sulla sua Lecce, sui luoghi vissuti e rivissuti, su coordinate non solo spaziali, e non si relaziona solo alle altre parole, ma alle cose: si espande in un universo di oggetti e di affetti, un universo brulicante di vite morti case, di axis mundi di cui solo lei possiede la formula magica. La sua forza non è solo quella tradizionale del poeta che intaglia la sua parola fino a farne una cosa -un’arma tanto più fine quanto è più gentile: è anche nel rapporto con l’al di là della parola -e con l’al di qua, col silenzio; come certi compositori del Novecento, da Janacek a Xenakis a Varese ad Ives, si fanno forti del loro rapporto con l’Oltremusica, col suono e il rumore, Ilaria prolunga la sua parola verso il mondo, verso la vita nel suo senso più ricco e meno abusivo, e ne fa coriandoli o lapilli, o ninna nanne di madri, o immagini impresse su una retina cosmica, e che gradatamente svaniscono…

le ragioni dell'acqua

La polvere sull’asse della sedia
nel conservatorio di sant’Anna.
Sottile immobile tronco di palma
che la porta intravede dal cortile.
Gli sguardi lisci delle cose, senza
crepe, senza distrazioni. Così
la pelle di certi visi boreali
trattiene l’infanzia della neve.
Un silenzio mai stanco transita,
trova eredi, sa dove far riposare
il suo cespo vivo

View original post

Tre testi di Ilaria Seclì

Tre testi di Ilaria Seclì

Qualche mese fa, ho scritto a Ilaria che non ero capace di analizzare le sue poesie. La tua poesia, le ho scritto, mi piove addosso più di quanto mi inviti ad entrare. Quando leggo Ivo Andric mi sento chiamato a entrare nel suo buio, a conoscerlo, perché è un universo chiuso che traccia il suo nord e il suo sud. La tua poesia non è un universo chiuso. E’ un intero universo significante, in continua espansione, fatto di materiale vivo. Non ti sto sminuendo. Se dicessi che la tua scrittura è mescolata con la vita direi che è una immatura o edonistica, ma non è questo che voglio dire. E’ una scrittura che sembra fatta di cose animate, di persone, di fenomeni naturali che si scrivono da soli. Tutto accade come accade la pioggia, come la caduta di un masso. Ed io che posso dire della caduta di un masso? Che è caduto. Potrei descriverlo, ma è lì, lo vediamo tutti. Posso solo indicarlo. Riesco a spiegarmi? La tua poesia per me ha un’evidenza a cui non voglio aggiungere altri discorsi, il tuo universo significante è un universo in carne ed ossa, ed io sono come un bambino che lo scopre e a cui tutto sembra enorme. Enormi anche i raccoglimenti in cui la tua poesia somiglia a una nenia magica, a un canto mediterraneo e funebre che sorge, sussurrato da madri ormai pietrificate che sventolano vesti di cenere. Io non so entrare con la lente d’ingrandimento in un mondo così. A volte mi ci perdo, forse ho paura che l’acqua mi spenga la lanterna. Ecco, col permesso di Ilaria, ho ripetuto quello che ho scritto allora perché non saprei trovare un modo diverso di introdurre la sua poesia. Charms diceva: occorre fare versi tali che, a lanciare una poesia contro la finestra, il vetro si deve rompere. A me sembra che Ilaria faccia questo.

perìgeion

Jappelli Praga HRADCANY

a cura di Antonio Devicienti

In attesa dell’uscita del nuovo libro di Ilaria Seclì pubblichiamo, d’accordo con l’autrice, alcuni testi già apparsi sul suo blog personale (Le ragioni dell’acqua). Ne abbiamo scelto uno dedicato a Milano e che Ilaria stessa considera emblematico nell’attuale fase della sua scrittura, un secondo che rievoca la Terra d’Otranto, regione appunto di Sud-Est e al centro di nuovi incroci culturali e migratori e un terzo dedicato a Praga.


Milano. Porta Venezia, giardini.

Tre vite da qui ho visto anatre, i laghetti nei parchi.

Pomeriggi dell’undicesimo mese, nord meridiano, quando nel riposo dei morti, del dopopranzo, si attarda l’ombra della notte.

Alla luce quel buio resiste, si allunga, prima e qui eterni.

Foschia, pulviscolo, foglia che si stacca dal ramo più alto e ossuto, grigio. Tramestio dei fili scuri d’erba, secchi, cespugli di carta, melma, sudate rocce, umido vischio, fresca imperturbata età dei minerali.

View original post 414 altre parole

“Sud/Est” di Ilaria Seclì

un passo dopo l'alba

“Le donne dei paesi celesti e sabbia, quelle delle due del pomeriggio, filavano dialoghi tra mani e acqua, poi bussavano altre porte per lasciare asciugare il pavimento.”

Un momento eternato. Un momento d’infanzia, o meglio dell’Infanzia, della primavera senza fine che è di tutti i tempi e tutti i luoghi, quelli fuori dalle cartine geografiche, quelli che non sono centri di potere e che il potere non lo conoscono. Scrive Ilaria Seclì in un commento: “periferia infinita, centro assoluto: prime tracce, occhi sulla prima estate. la vita nella sua primizia eterna, eterna promessa. prima che sia tradita, convertita al mondo. tramestii di colori e suoni su orizzonti ondulati del sud, delle Americhe, dell’Armenia, dell’Africa, dell’Australia, del paese non ancora atterrato sulle cartine geografiche.” E il suo commento è a sua volta una poesia.

Testo completo su Le ragioni dell’acqua