Frammenti di lettura: "Del pesce e dell’acquario" di Ilaria Seclì

del pesce e dell'acquario

Già nella prosa proemiale viene invocata una forza che fende la terra e vengono istituiti due ruoli: un Io poetico che si qualifica “sposa del dio estinto” -e che è essenzialmente sete d’altro- e un Tu invocato “che porta la conchiglia all’orecchio per ricordarmi il suono delle madri”, che governa forze e possiede chiavi.

Nella poesia Non sarà così diverso il destino di dopo si assiste a una danza del creato imparlabile, dal ritmo ipnotico. Un ritmo eterno. “Primavera antica con un tiepido colore di vendemmia.” Poesia panica e laudativa, di travolgente energia, disperata. La morte è una morte orientale, un ricongiungersi col Tutto. (Mi chiedo: quanto dolore doveva esserci in creature come Buddha o Epicuro? Quanto costa la saggezza di chi loda ogni briciola di pane perché, non aspettandosi più nulla, è contento di tutto?)

Né linea più fedele all’orizzonte, inno a un istante sottratto al divenire (o a un divenire che coincide con l’Essere). La totalità poetica è il panismo che rende ogni attimo divino per il fatto stesso di essere stato colto (e dunque eternato). La divinità dello sguardo coincide con l’annullarsi nella divinità del guardato. Il dio è spogliato del suo assoluto: è un “dio irrisolto”. Divinità = caducità = eterno = nulla. Un panismo dissolvente, dove tutto è perché muore (cfr pagina 13: “trono di cera / cera nel mare”: il divino è tale non perché sopravvive alla morte, ma perché si abbandona alla morte).

Bilancia d’acqua è l’autoritratto di una creatura fiera, strabordante, ricca e disperata, immortalata nella tragica grazia del suo “esserci / senza stare”. Toccante l’immagine della madre che lava la poetessa bambina in una bacinella trattenuta da due sedie. Quel precario equilibrio nella bacinella annuncia l’irrequietezza della donna d’acqua, che non può essere contenuta e racchiusa se non in via del tutto provvisoria. Lo sottolinea l’autrice stessa alludendo alla “distanza eterna e rarefatta” della non appartenenza. Le due scene in cui si articola la poesia, quella della doccia e quella della bacinella, sono identificabili anche con due epoche storiche, l’Antico e l’Attuale. Ma non risultano in antitesi. Domina infatti il divenire immoto, il non-tempo della storia piccola, distinta sia dalla Storia grande che dalla cronaca.

Se poi viene in coincidenza di soli: un istante arcano e impossibile tra due esseri “invisibili all’amore”. L’incontro fra l’Io e il Tu non può essere descritto perché può avvenire solo nell’incoscienza. L’impossibilità di conoscersi cessa solo rinunciando al desiderio di conoscere.

Se venisse come un dio con lo scialle: inebriante canto dell’annullamento, del perdersi-nel-tutto. Può essere letto come Eros o come comunione panica col Cosmo. In entrambi i casi è un’estasi selvaggia del linguaggio, un ritmo che scontorna le parole. Annullamento di ogni soggettività nel dionisismo della Forma -c’è anche questa interpretazione. Il Tutto, il Cosmo = la Forma = la Poesia. L’incontro fra un Io e un Tu sarebbe allora una danza delle api dell’Io poetico intorno al suo Cosmo poetico. Ma non vorrebbe dire che questa è poesia su poesia. Piuttosto, sembra che il linguaggio del Cosmo sia la poesia, un po’ come per lo scienziato il linguaggio del Cosmo è la matematica. L’estremo del dionisismo si sposa con l’estremo del rigore: anche questo è un incontro fra un Io e un Tu -un Io e un Tu astratti, a-soggettivi.

L’istante fissato in testimonianza crea dolore. E’ l’istante panico e semi-inconscio quello che dà vita.

“L’impero che si tace”: l’oltrepoetica di Ilaria Seclì

impero

(Ripreso da Atelier del 2 dicembre 2019)

Forse lo scopo di tutti i poeti è ricongiungere la parola al silenzio: perderla nell’indistinto primordiale dell’Oltresuono e dell’Oltresenso. L’impero che si tace (Giuliano Ladolfi Editore, 2019) è uno smarrimento completo, richiede al lettore la disponibilità a lasciarsi sfare come vento, a lasciarsi accadere mentre fuori la parola accade nel rigoglio dei suoi moti incantatori, e al tempo stesso anche la parola si lascia smarrire nelle mille risonanze del linguaggio, e il linguaggio si proietta fuori di se stesso, nel mondo ch’è fuor dell’opera. Che cos’è, dunque, questo Impero? E’ un’opera di poesia? Sì, in senso lato; no, in senso stretto. E’ un’opera di prosa poetica? Nemmeno. E allora cos’è?

«L’Impero che si tace è la radiografia del mondo muto, ciò che vive nascosto ai vivi.

Cose e insetti, finestre di case abbandonate, attrezzi agricoli, cancelli arrugginiti di borghi abbandonati. Giardini e vicoli nascosti di Trieste, Ginevra, Praga, Milano, Parigi, Lubiana, Lecce, Udine, Friburgo, Cividale del Friuli, Alsazia.

Val d’Arzino, Val Resia. Pozzis.

Boschi. Ombre. Neve. Fotografare un fantasma.

Impero delle inesauste provvidenze, fiato di Dio che picciol cosa indica, infiamma di segreti e improvvise vicinanze.

Mondo fatto piccolo. Boule de neige.

Il macro azzittito da traiettorie di formiche, suoni e colori dal mondo vegetale, gesti minimi, esistenze marginali. A Cividale l’uomo nel cortile costruisce la sua bara, il prete rivolge l’andate in pace a una chiesa vuota. Il francescano spala neve a piedi scalzi.

La vita non è il mondo e nell’Impero la vita si impone su di esso.

L’impercettibile come braccio d’Aleph ricongiunge cielo e terra, natura e umanità. Ristabilisce nell’attimo una intemporale cosmica armonia.

Nella seconda sezione, Amnistie, si registrano fatti e voci della vita mentre vive, la vita quando accade. Sgovernata, sgrammaticata. È la strada e non prende fiato: senza padroni, ribelli, ubriachi, folli.
Les analphabètes.»

Così l’autrice presenta il suo libro, in completa anarchia, con un uso anarchico e puramente evocativo di segni grafici come il corsivo e il grassetto.

Chi, dal titolo, si aspetta un’opera di protesta, un libro di rabbia contro un potere silenzioso e imparlabile che ci controlla, troverà soprattutto un libro di ribellione alla realtà così com’è: un libro dove ci sono sì operai dell’Ilva, ma più di ogni altra cosa c’è tutto ciò di cui non importa né al potere né a chi lo combatte. Ciò che a gran parte del mondo appare superfluo o folle. E allora, tornando alla domanda che cos’è questo libro?, possiamo rispondere che è un libro-mondo. Cortázar ne ha fatti più d’uno, di libri-mondo. Anche Ilaria Seclì ha dato vita, qui, al suo. Meglio ancora, L’impero è un apeiron. Un apeiron in cui, però, ci sono dei tagli. Quelli che convenzionalmente chiamiamo testi. Pochi di questi “tagli” sono scritti in prima persona. La parola di Ilaria è cosmica. Ilaria stessa come individuo quasi si disfa, cancella dietro di sé le proprie tracce. Il suo corpo è una cassa di risonanza, una pelle di tamburo su cui si scrive la sottostoria del mondo. Tutti quei segnali che all’umano sfuggono–specie all’umano tecnomerceologico- lei li cattura perché parla la lingua degli animali, dei minerali, delle cose senza Ego.

Dalle parole dell’Impero si può rilevare un’etica della dismisura. Per dismisura intendo tutto ciò che non è misurabile, che sta al di sotto o al di sopra, per sovrabbondanza o umiltà, del comune sentire mercantile. Soprammercato o sottomercato, lì stanno le cose che contano per Ilaria: lì sta il suo impero. Ella raccoglie infiniti e piccolezze, ha antenne sensibili a tutto ciò che è “trascurabile”; e, al tempo stesso, la velocità con cui fa apparire e scomparire queste immagini -la velocità della sua Wunderkammer– è proprio la velocità dei giorni nostri, la motricità incessante delle macchine, il ritmo furioso del consumo e della distruzione. Non si sfugge del tutto al proprio tempo. Solo che Ilaria non distrugge le immagini: al contrario, le rende immortali proprio nell’attimo della loro scomparsa, proprio in quanto -e al ritmo in cui- vengono divorate dall’umano. Il suo dire oltrepoetico raccoglie, come da un bidone dell’immondizia che in realtà è la cesta delle meraviglie abbandonate, oggetti, persone, parole, film, e soprattutto luoghi, con una tecnica del montaggio che ricorda il cinema puro di Dziga Vertov. Segni di vita e segni della cultura, tutto entra a far parte dell’universo significante di Ilaria. Se il pensiero occidentale si basa sulla possibilità di scartare l’essenziale dagli accidenti, Ilaria crede che l’essenziale è tutto e spinge la sua arte su questo prischiosissimo terreno. Sulla sua cassa di risonanza batte i suoi colpi l’universo. La lingua registra i colpi e le vibrazioni. L’incantesimo riesce. Solo, mi domando dove conduca questo “tutto”. Per Ilaria, porta alla sua stupefacente poesia. Ma per il mondo non sfocerà verso l’indifferenziato, verso un “tutto” che si autoannulla? Cosa c’è dopo l’oltrepoetica? C’è qualcosa di nuovo e ricco oppure il nulla, la fine per autoannullamento -per autodissoluzione- del dire? E in mani meno umane di quella di Ilaria, il “tutto” arriverà a contemplare anche l’orrore? Ecco la domanda che questa poesia lascia. Che forse è la domanda stessa che questa poesia è.

Un ritratto, un omaggio, un’eresia

nella-bolla

ILARIA SECLI’ (Ginevra, 1975) poetessa. Nata in Svizzera, ha compiuto gli studi universitari a Lecce e ha vissuto a lungo a Milano, conservando però un legame affettivo con la Mitteleuropa. Della sua vita dice che è stata piena di sluogature. Ha cambiato in effetti molti luoghi, tutti intrecciandoli alla sua poesia e in tutti intrecciando intense amicizie poetiche. La sua vera patria è la poesia. Il reale sembra talvolta perdere ogni fascino ai suoi occhi abbagliati di bellezza. I suoi versi -che travalicano le dimensioni del verso, abbracciano l’orizzontalità della prosa e ingoiano come gorghi d’acqua i più diversi registri della significazione, in un omnium teso ad allargare i confini non solo della significazione poetica, ma della significazione in genere, fino a sfiorare l’abbandono ai significanti predicato da Carmelo Bene- i suoi versi, prima ancora che compresi, vanno ascoltati, perché sono scritti in una lingua magica, fatta di suoni nuovi e arcaici, di fattura, filastrocca e preghiera. L’infanzia che non si ingabbia nelle leggi dell’età adulta, il mondo piccolo e arcaico che si ribella alle dismisure del mondo globale, il bisogno di donarsi che non si sottomette alla legge della domanda e dell’offerta, il desiderio di un amore che sia vero amore e non la scenografia di un amore, sono fra i temi dominanti. Per Ilaria Seclì bellezza e giustizia sono sempre sorelle, ma ella vede bruttezza e ingiustizia, le entrano fin dentro ai sogni, li macchiano, e allora lei, che ama non aver nulla per opporre la sua leggerezza alla civiltà del possedere, cerca scampo nella lingua magica dell’infanzia e nel ricco silenzio degli amati boschi. Rifiuta la lingua di un mondo che si è abituato a tutto e dilata a più non posso la lingua della poesia, dove tutto è sorpresa, è miracolo. Questa poetessa che, come ha scritto l’amico Marco Ercolani, “non cerca clamori, ma non vuole silenzi”, dà vita così a una musica assurda, disperata e struggente, a un’atmosfera sospesa fra pazienza e invocazione, che coinvolge il lettore nella sua intransigente ricerca di purezza.

Donna bellissima e dalla voce suadente, anarchica e gran giocatrice di briscola, si è messa in luce fin dai 19 anni con poesie straripanti e temerarie come Lo zoo dei proletari. Ha pubblicato raccolte poetiche (Del pesce e dell’acquario, D’indolenti dipendenze, La sposa nera) e in ogni luogo delle sue sluogature è stata iperattiva con letture, spettacoli teatrali, collaborazioni poetiche e musicali; ma iperattiva sempre nel sottobosco e mai nel proscenio del cosiddetto mondo letterario -pur avendo fra i suoi amici ed estimatori figure di primissimo piano. E’ un essere tormentato e diviso, cui il reale riesce pesante -il suo stesso carattere le riesce pesante, intollerante com’è di tutto ciò che non è purezza e luce. Intesse matasse con l’aria, desidera la vita ma non la sopporta, non riesce a parlare in parole dirette, ma usa le parole fuggevoli della poesia. E’ una sorgente incessante di poesia, trasforma in poesia tutto ciò che la attraversa, una poesia finissima e selvaggia, che piove e grandina sul lettore anziché chiamarlo a sé, che lacera senza paure il confine fra letteratura e vita: una poesia mai lirica, ma una poesia del mondo sacralizzato, panteista, miracolistica, eppure vissuta coi sensi, col corpo, con tutta la persona e che in chi legge coinvolge -in una travolgente, aggressiva benedizione- tutta la persona.

Una melodia di Ilaria Seclì

Scrive Antonio Devicienti: “Una cantilena che mi sembra discendere fino alle nostre perdute radici di umani in simbiosi con i cicli delle stagioni; emozione pura, luce commovente questo testo novembrino”. Con la sua lontananza avvolgente, con la sua luce corpuscolare, questa melopea è una delle più lievi e più penetranti creature di quella creatura che è Ilaria Seclì, poetessa fino alle radici delle sue radici.

le ragioni dell'acqua

Il borgo il globo l’astro il cerchio

irradia ignoto lontano estinto

fin qui pulviscoli oro mercuriali danze

villaggio dei villaggi girotondo

fin qui pomeriggi bianchi senza desiderio

novembre che respingi l’elettrico del mondo

affondi dita calde tra gli ulivi

fino a stanze vittoriane velluti rossi

verde salvia per il buono che rimane

vita che respiri il necessario

mano che ti allunghi e porgi

mano che ricevi e custodisci

occhio che occhio trova

dice confida ama

gazza che atterra e poi risale

per la luce inaugurale

l’avvento senza eventi

aurora che ignori mezzogiorno

per Santa Caterina d’Alessandria

per i cingoli che aspergono silenzi

tagliano l’aria rigano un registro                     

per grazia di un decoro trasparente

la donna curva fa tornare i conti

tra gli appena vivi e i non più presenti

l’aria buona nessun suono s’inimica

l’aria buona che il globo ha…

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Ilaria Seclì in “Fede”

L’esperienza della poesia ascoltata dalla voce del poeta ha sempre una sua forza. Non dimenticherò la musicalità dei vecchissimi dischi di Apollinaire, che legge Le pont Mirabeau come un’aria d’opera; né il granito abbagliante della stentorea, invasata dizione di Ungaretti. Anche quando il poeta non sa recitare, come Sandro Penna, la sua lettura ci dice qualcosa della sua musica. Umberto Saba è ridicolo per voce ed accento, ma ci fa sapere che i suoi versi non vanno risuonati con cadenza dimessa e prosastica, ma con passione e pienezza di canto.

Ed anche questo Fede (testi: Ilaria Seclì, Simone Giorgino; musica: Gianluca Milanese; video: Carlo Mazzotta) è illuminante. Per chi, come me, segue da tempo la poesia di Ilaria, è una sorpresa scoprire di quanta luce la illumina l’ascolto della sua voce sussurrata, senza rabbia, bava di un incanto troppo araldico, di un dolore troppo radicato, primordiale come i suoni di flauto e i paesaggi arabogreci evocati nelle immagini, ricamati nelle note. Dolore che soffia oltre la parola, oltre il suo e nostro tempo, che non sa e non vuole guarire, che eleva un salmo dove altri eleverebbero una protesta; che ferisce, scava, risuona e incanta. Senza peso. Questa lettura congiunta di due poeti amici è come una dissolvenza che resta. Che suscita demoni meridiani, come nell’antichità, quando le creature infere apparivano a mezzogiorno e non col buio: visioni e sparizioni…

La voce di Ilaria Seclì ha una tonalità bambina. Non si comprende la sua arte se si prescinde dalle sue qualità infantili. E’ con biancore infantile e adulta vigilanza che questa poetessa intollerante di ciò che non ha luce si lascia attraversare dal mondo, individuandone il filo poetico, dipandandolo, per poi restituirlo oggettivo, essenziale, ma impregnato degli odori e colori che il passaggio attraverso Ilaria gli ha donato. E’ in nome del suo candore che l’adulta Ilaria non può tollerare il disumano. Diceva Gustav Mahler: “La bruttezza è un’offesa fatta a Dio”. Ilaria potrebbe dire: “L’ingiustizia è un’offesa alla Bellezza”. Lo spettacolo del disumano è sempre davanti ai suoi occhi. Eppure le resta una fede: fede in un divino che -per sua stessa dichiarazione- è ciò che un tempo chiamavamo umano, nella possibilità di una una visione miracolistica di ogni epifania dell’umano. Per questo la coscienza dell’orrore convive con l’aerea follia di un verso -e di una dizione- lieve, ma infallibilmente strutturata come la neve. Sorgente inesauribile di poesia, Ilaria Seclì può sconcertare il lettore abituato a una rigida separazione fra il verso e l’al di là del verso -allo stesso modo di quei compositori d’avanguardia che tendono l’orecchio all’Oltremusica, al rumore e al silenzio. Questo trasformare tutto in poesia, dalla deflagrazione di un’epoca al fatto minuto e privato, questo perenne nominare le cose con le parole impalpabili della poesia, quasi schivandole, appartandosi, possono essere discutibili sul piano della concezione, ma sul piano dell’esecuzione il fascino degli esiti è innegabile.

C’è un verso su cui voglio soffermarmi. “Tutto questo amore male amato.” Un verso ch’è l’epitaffio della nostra epoca. Nel micidiale chiacchiericcio che svuota le parole per mancanza di un rapporto col silenzio, nessun vocabolo più usurpato, nessun sentimento più abusato di amore. Solo la vera poesia può eseguire quest’atroce diagnosi con tanta inesausta pregnanza di canto.