Un ritratto, un omaggio, un’eresia

nella-bolla

Ilaria Seclì (Ginevra, 1975), poetessa. Nata in Svizzera, ha compiuto gli studi universitari a Lecce e ha vissuto a lungo a Milano, conservando però un legame affettivo con la Mitteleuropa. Della sua vita dice che è stata piena di sluogature. Ha cambiato in effetti molti luoghi, tutti intrecciandoli alla sua poesia e in tutti intrecciando intense amicizie poetiche. La sua vera patria è la poesia. Il reale sembra talvolta perdere ogni fascino ai suoi occhi abbagliati di bellezza. I suoi versi -che travalicano le dimensioni del verso, abbracciano l’orizzontalità della prosa e ingoiano come gorghi d’acqua i più diversi registri della significazione, in un omnium teso ad allargare i confini non solo della significazione poetica, ma della significazione in genere, fino a sfiorare l’abbandono ai significanti predicato da Carmelo Bene- i suoi versi, prima ancora che compresi, vanno ascoltati, perché sono scritti in una lingua magica, fatta di suoni nuovi e arcaici, di fattura, filastrocca e preghiera. L’infanzia che non si ingabbia nelle leggi dell’età adulta, il mondo piccolo e arcaico che si ribella alle dismisure del mondo globale, il bisogno di donarsi che non si sottomette alla legge della domanda e dell’offerta, il desiderio di un amore che sia vero amore e non la scenografia di un amore, sono fra i temi dominanti. Per Ilaria Seclì bellezza e giustizia sono sempre sorelle, ma ella vede bruttezza e ingiustizia, le entrano fin dentro ai sogni, li macchiano, e allora lei, che ama non aver nulla per opporre la sua leggerezza alla civiltà del possedere, cerca scampo nella lingua magica dell’infanzia e nel ricco silenzio degli amati boschi. Rifiuta la lingua di un mondo che si è abituato a tutto e dilata a più non posso la lingua della poesia, dove tutto è sorpresa, è miracolo. Questa poetessa che, come ha scritto l’amico Marco Ercolani, “non cerca clamori, ma non vuole silenzi”, dà vita così a una musica assurda, disperata e struggente, a un’atmosfera sospesa fra pazienza e invocazione, che coinvolge il lettore nella sua intransigente ricerca di purezza.

Donna bellissima e dalla voce suadente, anarchica e gran giocatrice di briscola, si è messa in luce fin dai 19 anni con poesie straripanti e temerarie come Lo zoo dei proletari. Ha pubblicato raccolte poetiche (Del pesce e dell’acquario, D’indolenti dipendenze, La sposa nera) e in ogni luogo delle sue sluogature è stata iperattiva con letture, spettacoli teatrali, collaborazioni poetiche e musicali; ma iperattiva sempre nel sottobosco e mai nel proscenio del cosiddetto mondo letterario -pur avendo fra i suoi amici ed estimatori figure di primissimo piano. E’ un essere tormentato e diviso, cui il reale riesce pesante -il suo stesso carattere le riesce pesante, intollerante com’è di tutto ciò che non è purezza e luce. Intesse matasse con l’aria, desidera la vita ma non la sopporta, non riesce a parlare in parole dirette, ma usa le parole fuggevoli della poesia. E’ una sorgente incessante di poesia, trasforma in poesia tutto ciò che la attraversa, una poesia finissima e selvaggia, che piove e grandina sul lettore anziché chiamarlo a sé, che lacera senza paure il confine fra letteratura e vita: una poesia mai lirica, ma una poesia del mondo sacralizzato, panteista, miracolistica, eppure vissuta coi sensi, col corpo, con tutta la persona e che in chi legge coinvolge -in una travolgente, aggressiva benedizione- tutta la persona.

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Una melodia di Ilaria Seclì

Scrive Antonio Devicienti: “Una cantilena che mi sembra discendere fino alle nostre perdute radici di umani in simbiosi con i cicli delle stagioni; emozione pura, luce commovente questo testo novembrino”. Con la sua lontananza avvolgente, con la sua luce corpuscolare, questa melopea è una delle più lievi e più penetranti creature di quella creatura che è Ilaria Seclì, poetessa fino alle radici delle sue radici.

le ragioni dell'acqua

Il borgo il globo l’astro il cerchio

irradia ignoto lontano estinto

fin qui pulviscoli oro mercuriali danze

villaggio dei villaggi girotondo

fin qui pomeriggi bianchi senza desiderio

novembre che respingi l’elettrico del mondo

affondi dita calde tra gli ulivi

fino a stanze vittoriane velluti rossi

verde salvia per il buono che rimane

vita che respiri il necessario

mano che ti allunghi e porgi

mano che ricevi e custodisci

occhio che occhio trova

dice confida ama

gazza che atterra e poi risale

per la luce inaugurale

l’avvento senza eventi

aurora che ignori mezzogiorno

per Santa Caterina d’Alessandria

per i cingoli che aspergono silenzi

tagliano l’aria rigano un registro                     

per grazia di un decoro trasparente

la donna curva fa tornare i conti

tra gli appena vivi e i non più presenti

l’aria buona nessun suono s’inimica

l’aria buona che il globo ha…

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Ilaria Seclì in “Fede”

L’esperienza della poesia ascoltata dalla voce del poeta ha sempre una sua forza. Non dimenticherò la musicalità dei vecchissimi dischi di Apollinaire, che legge Le pont Mirabeau come un’aria d’opera; né il granito abbagliante della stentorea, invasata dizione di Ungaretti. Anche quando il poeta non sa recitare, come Sandro Penna, la sua lettura ci dice qualcosa della sua musica. Umberto Saba è ridicolo per voce ed accento, ma ci fa sapere che i suoi versi non vanno risuonati con cadenza dimessa e prosastica, ma con passione e pienezza di canto.

Ed anche questo Fede (testi: Ilaria Seclì, Simone Giorgino; musica: Gianluca Milanese; video: Carlo Mazzotta) è illuminante. Per chi, come me, segue da tempo la poesia di Ilaria, è una sorpresa scoprire di quanta luce la illumina l’ascolto della sua voce sussurrata, senza rabbia, bava di un incanto troppo araldico, di un dolore troppo radicato, primordiale come i suoni di flauto e i paesaggi arabogreci evocati nelle immagini, ricamati nelle note. Dolore che soffia oltre la parola, oltre il suo e nostro tempo, che non sa e non vuole guarire, che eleva un salmo dove altri eleverebbero una protesta; che ferisce, scava, risuona e incanta. Senza peso. Questa lettura congiunta di due poeti amici è come una dissolvenza che resta. Che suscita demoni meridiani, come nell’antichità, quando le creature infere apparivano a mezzogiorno e non col buio: visioni e sparizioni…

La voce di Ilaria Seclì ha una tonalità bambina. Non si comprende la sua arte se si prescinde dalle sue qualità infantili. E’ con biancore infantile e adulta vigilanza che questa poetessa intollerante di ciò che non ha luce si lascia attraversare dal mondo, individuandone il filo poetico, dipandandolo, per poi restituirlo oggettivo, essenziale, ma impregnato degli odori e colori che il passaggio attraverso Ilaria gli ha donato. E’ in nome del suo candore che l’adulta Ilaria non può tollerare il disumano. Diceva Gustav Mahler: “La bruttezza è un’offesa fatta a Dio”. Ilaria potrebbe dire: “L’ingiustizia è un’offesa alla Bellezza”. Lo spettacolo del disumano è sempre davanti ai suoi occhi. Eppure le resta una fede: fede in un divino che -per sua stessa dichiarazione- è ciò che un tempo chiamavamo umano, nella possibilità di una una visione miracolistica di ogni epifania dell’umano. Per questo la coscienza dell’orrore convive con l’aerea follia di un verso -e di una dizione- lieve, ma infallibilmente strutturata come la neve. Sorgente inesauribile di poesia, Ilaria Seclì può sconcertare il lettore abituato a una rigida separazione fra il verso e l’al di là del verso -allo stesso modo di quei compositori d’avanguardia che tendono l’orecchio all’Oltremusica, al rumore e al silenzio. Questo trasformare tutto in poesia, dalla deflagrazione di un’epoca al fatto minuto e privato, questo perenne nominare le cose con le parole impalpabili della poesia, quasi schivandole, appartandosi, possono essere discutibili sul piano della concezione, ma sul piano dell’esecuzione il fascino degli esiti è innegabile.

C’è un verso su cui voglio soffermarmi. “Tutto questo amore male amato.” Un verso ch’è l’epitaffio della nostra epoca. Nel micidiale chiacchiericcio che svuota le parole per mancanza di un rapporto col silenzio, nessun vocabolo più usurpato, nessun sentimento più abusato di amore. Solo la vera poesia può eseguire quest’atroce diagnosi con tanta inesausta pregnanza di canto.