196 // PORTOFRANCO 11 // Francesca Cannavò. La ballata delle isole girovaghe

Peripli // Post Scriptum

Apriamo la seconda serie di Portofranco tornando ad ascoltare la voce di Francesca Cannavò, la quale con una ballata sonante ci culla in un’erranza d’isole e cuori, rimisura il mondo con la capacità di acciuffarne gli angoli come un fazzoletto che si voglia annodare in fagotto; penso a questa metafora per l’ambivalenza del termine intrusciare, in dialetto siciliano, nell’indicare il medesimo gesto. L’autrice ci conduce per mano al di là dei limiti dell’aridità dei deserti sociali, come come chi sa trattare la durezza del reale grazie all’immanenza delicata e tangibile di canti e sguardi. Una ballata dedicata ai volontari dell’isola di Lesbo, alle braccia che accolgono affanno e pena.

(G. Asmundo)

La ballata delle isole girovaghe

È nel deserto che si trovano mille Isole, proprio lì compaiono a frotte come i fiori notturni che vi sbocciano all’insaputa del sole.

È nel deserto dell’umanità, nel luogo dove essa sparisce, divorata…

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192 // PORTOFRANCO 10 // Alba Gnazi. Senza titolo (e una nota sulla rubrica)

Peripli // Post Scriptum

Quanto accaduto in questi giorni (trovate un resoconto negli ultimi articoli del blog) mi spinge ad alcune riflessioni e sprona a insistere, con rinnovata speranza, su una strada che sempre più mi appare come giusta.

Può ancora la poesia essere in grado di resistere e reagire al logoramento del sentire, grazie alla propria capacità di farsi carico dell’umano?
Può ancora essa tentare le vie di una soluzione catartica delle tensioni dell’intimità e della collettività?
Può ancora la scrittura essere un luogo di mediazione, di scambio relazionale paritario, un luogo di riflessione sui propri limiti, capace di includere l’altro da sé?

Le fulgide voci poetiche che stanno partecipando a questa rubrica credono fermamente di sì. E scelgono di condividere il proprio pensiero in un luogo plurale. Per questo continuerò a ringraziarle e a sostenerle in ogni modo.

Peripli e Portofranco sono un sogno resistente, un dolce lavorio di onde, un invito rivolto a…

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187 // PORTOFRANCO 9 // Cristina Polli. Immagini d’acqua per un approdo all’oltre

Peripli // Post Scriptum

Una limpida scrittura in prosa e poesia di Cristina Polli che, seguendo il filo di metafore e metonimie d’acqua, dipinge narrazioni, luoghi, erranze, capacità dialogiche, decontestualizzazioni e approdi. Grazie a un’autrice che invita costantemente a scrivere «come passaggio del pensiero», per «cercare il senso, perché pensare non ci assoggetta al discorso chiuso e preconfezionato».
(G. Asmundo)

Immagini d’acqua per un approdo all’oltre

Come pietre e ghiaia nel letto di un torrente, il caso, le scelte, la progettualità variano il corso del nostro divenire: tratti in cui l’acqua scorre limpida, a volte calma, altre impetuosa per il contrasto con i massi, altre ancora vorticando in mulinelli che ne trattengono il fluire. Non siamo mai uguali a ciò che eravamo: siamo permeabili al sogno, al ricordo e all’attesa.

Nel fluire della nostro personale racconto, ci capita di bagnarci in acque agitate in cui si rispecchia l’immagine che reca in sé il nostro…

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Chiara Romanini, “Voci di pietra”


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Dal 1° marzo al 31 ottobre 2019 si potrà assistere al MEC – Museo Emozionale di Craco, presso il convento di San Pietro, alla nuova esposizione fotografica di Chiara Romanini, Voci di pietra. La mostra rientra fra le iniziative messe in atto per “Matera capitale europea della cultura 2019”. Tutte le informazioni sul sito ufficiale del Museo, www.cracomuseum.eu.

Felice di essere discretamente accanto a un’amica e a un’artista come Chiara Romanini con la mia nota critica, ma più felice ancora per l’arte di Chiara, una delle più coerenti e poetiche che io conosca, un’esperienza umana e artistica che mi arricchisce e mi entusiasma ogni giorno. Grazie anche a Giovanni Asmundo per aver tradotto i nostri testi.

*

Nota critica di Giorgio Galli

Si produce una singolare reazione chimica quando l’arte di Chiara Romanini incontra la rocca di Craco. Sembra che quel paese, un tempo roccaforte strategica e ora accumulo di case morte, stia lì per incontrare la trasfigurazione della sua fotografia. La poetica di fantasmi della giovane artista persiste in una luce nuova, non intima e crepuscolare come nei suoi lavori precedenti, non tessuta di buio e penombra: una luce meridiana, d’aria aperta e vasti spazi aridi. In questa luce la figura della sposa dal volto nascosto – marchio ossessivo dello stile della fotografa – affiora come da un passato antichissimo, che solo le pietre conoscono. Una figura che parla la stessa lingua delle pietre. Tra resti di palazzi e chiese, scale che attendono qualcuno che le salga, scenari sassosi butterati da un’aspra macchia mediterranea, la donna dal volto nascosto, la bambola, l’abito bianco dal gusto retrò emergono come presenze perturbanti ma familiari, come se di questo canto delle case morte fossero visitatori abituali, apparizioni che la materia stessa ha suscitato. Come segni di un simbolismo indecifrabile, che ha lo stesso fascino delle lingue morte. Come il suono delle lingue morte infatti sale dall’inconscio ma è anche evento esterno, fatto oggettivo. In questo mucchio di foto simile a un mucchio di sassi, conglomerati nevrotici ed elementi del paesaggio condividono la stessa sostanza. Chiara Romanini fotografa il substrato mitico della psiche, il cumulo di detriti nei depositi nell’inconscio collettivo. Al contatto con l’aria di Craco, il massimo dell’intimità e il massimo della spersonalizzazione – i due poli del lavoro dell’artista – combaciano per rovente fusione. Voci di pietra è titolo esatto. Definisce l’asprezza e la pietà dell’opera di Romanini, e la potenzialità musicale che nella sua arte visiva – secondo una linea che discende da de Chirico e Savinio – si crea dai rapporti plastici tra le figure. La macchina fotografica scarcera voci mitiche, e pietosamente le riconsegna al silenzio della materia. Nell’antichità, l’ora dei fantasmi non era come per noi la mezzanotte, ma il mezzogiorno. È nella luce meridiana che apparivano le creature ultramondane. Una tradizione che si è conservata in certe culture contadine, se la mitica taranta mordeva nel primo pomeriggio. In questa scheggia di Basilicata, in questa rocca resa disabitata dalle frane, i fantasmi di Chiara Romanini affiorano come, nell’antichità, i demoni di mezzogiorno.

*

Nota autobiografica di Chiara Romanini

«Sono nata a Parma nel 1973. Dopo un breve periodo a Bologna mi sono trasferita a Pistoia, dove ero giunta per caso e poi sono rimasta per scelta in virtù del tempo a dimensione umana che vi si respira. Fotografa appassionata, per realizzare le foto presenti in questa mostra di Craco ho colto l’ispirazione dalla poesia di René Daumal La pelle del Fantasma ed anche dal mio desiderio di accogliere, attraverso visioni, tutte quelle presenze ormai scomparse che hanno lasciato questo meraviglioso luogo, abbandonato ormai al decadimento e alla commiserazione. Un luogo che non ha retto a quel progresso senza rispetto destinato ormai a un futuro incerto. Presenze ormai dimenticate che aleggiano al crepuscolo come ricordi annebbiati e che si aggirano spezzate da una solitudine senza ritorno. Craco accoglie uno spirito come fosse un fantasma di quello che fu. Questo progetto vuole mostrare, attraverso immagini, in modo quasi surreale, una dimensione in cui le anime passate sono rimaste ancorate fra i sassi con gli abiti a brandelli e i sogni strangolati. Quella forma di ‘sentire’, che ho voluto chiamare LaValse, è ben presente in me, provo sistematicamente a cancellare il mondo esterno e a far emergere tutto il mio cosmo interiore. Le mie fotografie appartengono a un dialogo intimo, non è il corpo a scoprirsi ma i sentimenti; sono una donna che, raccolta nelle sue stanze, rimuove la stoffa dal suo animo.»

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186 // PORTOFRANCO 8 // Angela Greco. Poesia inedita

Peripli // Post Scriptum

Da una Puglia allungata tra due mari, tra Oriente e Occidente, crocevia di migrazioni, da una collina di bianche case mediterranee, giunge oggi la voce di Angela Greco per Portofranco. Grazie all’autrice.
(G. Asmundo)

(Poesia inedita)

«Migrazioni». Appena dopo gli uccelli, il tragitto
di ciascuno verso qualsiasi punto d’arrivo. Dal letto
allo specchio, un maleaccettato piccolo esodo verso
un estraneo, che, dopo la notte, guarda speranzoso
di ritrovarsi.

Da una finestra del mio
soggiorno azzurro vedo il
porto di Taranto, il suo
mare spartano colmo di
decisioni accettate per forza
e occhi lucidi di piccoli
pescatori e allevatori di
mitili; dall’altra parte Bari,
Oriente ed Occidente tra
pietre bianche. Ad ogni
rientro da lavoro, Nicola
porta con sé un po’ delle
persone che ha incontrato al
campo di accoglienza e
bimbi chiamati Hope o
Miracle, lavati con lacrime
e chilometri, uccellini
implumi in un’oasi di breve
serenità. Mio padre era

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183 // PORTOFRANCO 7 // Yves Bergeret. L’etranger à Auxerre – Lo straniero a Auxerre (traduzione di Francesco Marotta)

Peripli // Post Scriptum

Sosteniamo il “porto aperto” di Palermo (città problematica, sì, ma altrettanto straordinaria) e ogni altra lodevole presa di posizione, di queste e delle prossime ore, a favore dei diritti fondamentali della persona e dei diritti costituzionali.

Mentre i porti restano ostinatamente chiusi alle navi umanitarie in emergenza, sentiamo la necessità di aprire il nuovo anno con una scrittura e un’oralità del tutto orientate alla costruzione della “nostra carena comune”: ecco dunque la potente voce di Yves Bergeret, in un suo poema in lingua francese, insieme alla traduzione in lingua italiana di Francesco Marotta, ringraziando sentitamente entrambi. I link alle pubblicazioni originali sono riportati di seguito.

Merci à Yves Bergeret pour son travail infatigable.

(G. Asmundo)

***

L’etranger à Auxerre
Lo straniero a Auxerre

Deuxième poème
Secondo poema

di Yves Bergeret (da Carnet de la langue-espace)

traduzione di Francesco Marotta (da La dimora del tempo sospeso)

Sur trois polyptiques horizontaux…

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181 // PORTOFRANCO 6 // Patrizia Sardisco. Lettera a Ventimiglia (poesia inedita)

Peripli // Post Scriptum

Voce che si leva dal silenzio, voce autentica, grido lieve.
Una poesia indirizzata a Delia, la barista di Ventimiglia che offre solidarietà ai migranti, in un contesto spesso ostile. Quando l’umanità la poesia annullano ogni distanza.
Grazie a Patrizia Sardisco.
(G. Asmundo)

Poesia per Delia – Una lettera a Ventimiglia

Mia sorella che insegni il tarlo ai legni lievi
e a cosa servono le mani degli umani:
Delia non siedi mai per noia
col fiato alla finestra
non fai vapori e nebbia sopra un vetro
e non appanni il grido
l’enigma del finito
nell’infinito ciclo delle erranze: Delia
tu senti il vento e apri
e vedi, Delia
la pace a piedi nudi un uomo e nulla
di te come di lui resta al riparo e i continenti
scaraventati di colpo sul bancone
che tremano coi piedi nella neve: tu li vedi.
E non hai sonno, non tentenni in ipnosi.
Le…

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179 // Portofranco 4 // Viola A. Polesello. Una mano di vernice blu

Peripli // Post Scriptum

Il blu, la sacralità del mare: Viola A. Polesello ci dona un intenso racconto sulla necessità della bellezza, vissuta in prima persona. Grazie all’autrice.
(G. Asmundo)

.

Una mano di vernice blu

Era sabato pomeriggio, tardo ormai, e la brezza marina, tiepida e pacifica, e il torpore avvolgente del sole preannunciavano l’arrivo dell’estate.
Il centro storico di Caorle, avvolto nella storia e cultura marinare di secoli, sembrava essersi d’improvviso arrestato.
Di ritorno dalla spiaggia, la gente era impegnata a ridestarsi dal primo caldo entro le mura fresche delle abitazioni, a preparare la cena per i bimbi stremati e a pensare all’uscita della sera, nel luccichio di una piacevole frenesia.
Cloe sembrava godere di questi istanti di pace, appisolata beatamente su di una panchina vista mare.
Era stanca, Cloe, tanto da riuscire a stento a mantenere la testa diritta e gli occhi tinti di celeste lottavano quasi invano contro la luce…

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176 // Portofranco 3 // Davide Cortese. Risveglio

Peripli // Post Scriptum

Può la poesia sciogliere con dolcezza le catene delle differenze costruite dalla società? Grazie a Davide Cortese.
(G. Asmundo)

.

Risveglio

Una mattina mi son svegliato
e non c’era più nulla da temere.
Una mattina mi son svegliato
e potevo essere semplicemente chi ero,
senza che nessuno mi negasse il suo sorriso,
senza essere percosso e offeso,
né maltrattato, né deriso, né ucciso
per ciò che ero senza averlo deciso.
Una mattina mi son svegliato
ed ero fiero di essere chi ero.
Ero nero senza apparire diverso,
ero gay senza apparire perverso,
ero ebreo, musulmano, senza aver perso
la gioia di essere ospite dell’universo.
Una mattina mi son svegliato
e per tutti ero semplicemente un uomo.
E per ciò che io ero: umano,
non c’era affatto da chiedere perdono.

Davide Cortese

.

(Fotografia di G. Asmundo)

.

La rubrica “PORTOFRANCO”, dedicata ai temi delle migrazioni, della convivenza, delle loro problematicità…

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174 // Portofranco 2 // Francesca Cannavò. Liberty

Ancora da Portofranco, rubrica curata da Giovanni Asmundo su Peripli. Il titolo si riferisce a Uwuota Liberty, unico sopravvissuto di uno dei tanti naufragi e dei fatti di Rosarno del 2010. L’autrice Francesca Cannavò, ha avuto un ruolo nella ricostruzione giudiziaria dei fatti di Rosarno.

Peripli // Post Scriptum

Siamo felici di inaugurare PORTOFRANCO con due poesie di Francesca Cannavò emerse dai fatti di Rosarno e dall’Operazione Migrantes, corredate dalla preziosa testimonianza dell’autrice, che ringraziamo.
(G. Asmundo)

Liberty

Sarà la nave a scrivere parole sull’acqua
solcata da grida di umana follia
e gorghi arricciati saranno canti
a ignobili giochi devastatori
Polene poetesse di improbi numi
resistono all’inchiostro insanguinato
dei flutti inorriditi
ancora accade e ancora
che sia l’acqua a bere
vite e speranze brumate.
E poi è la terra a mangiare
insieme alle arance
la carne bruciata e stanca
ancora non esausta
per l’ultima rivolta
non sparatemi addosso
per lavorare affamato
il mio nome è Liberty
e non voglio essere schiavo
come voi

*

Il colore del nero

Sperduto fra la nebbia ragionata
invocò il mare in luogo di desertico pianto
e partendo dalle assurde
pestilenze che inseguono
i naviganti d’abissi,
inventò destino
Un tempo ci fu in cui

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