Giovanni Agnoloni, “L’ultimo angolo di mondo finito”

ultimoangolomondofinito-683x1024-683x1024In Poesia, di Luigia Sorrentino

2029. Sono passati quattro anni dalla sera in cui Kristine Klemens, in Sentieri di notte, scopriva d’improvviso che Internet era venuto a mancare, e con esso la rete telefonica. E ne son passati due da quando il professor Kasper van der Maart, teorico dei guasti antropologici della Rete, ha iniziato a cercare Kristine incalzato da un impulso vago e irresistibile. I personaggi che abbiamo conosciuto in Sentieri di notte e La casa degli anonimi tornano tutti, ma sono più smarriti. Sono coraggiosi, ma non sanno che devono fare. I loro monologhi sono angosciosi, inframezzati da altri monologhi -di chi? Il cosiddetto mondo reale ha perso consistenza: vi si aggirano droni che controllano l’umanità dall’alto, ologrammi in forma umana che rimandano a ciascuno i propri pensieri e a cui ciascuno si rapporta come se fossero reali, senz’accorgersi di starsi avviluppando in una spaventosa solitudine. Se la realtà virtuale, col suo perturbante sviluppo, incombeva sui primi due romanzi, qui vediamo in atto un processo più fosco: il passaggio -come ha intuito Sonia Caporossi- dalla realtà virtuale a una realtà aumentata che aumenta solo l’alienazione umana. Il paesaggio de La casa degli anonimi era popolato di esseri esausti e arrabbiati, che avevano ceduto agli avatar parte della loro umanità e col crollo di Internet erano rimasti privi di se stessi, privi di una ragione di sé. L’ultimo angolo di mondo finito (Galaad, 2017) fa emergere un panorama in cui il reale e l’irreale convivono al punto tale che i vivi hanno l’aspetto di fantasmi e i morti, col loro essere pure anime, hanno su di loro un vantaggio esistenziale e ontologico. Tutto ciò che appare può capovolgersi nel suo rovescio: gli eroi possono essere falsi, i benefici venir percepiti come minacce e gli eroi veri apparire come traditori e venduti.
In questo nulla dove nulla è ciò che sembra, Agnoloni tesse una rete di richiami letterari che costituisce la vera trama della prima parte del libro. Gli ologrammi con cui gli esseri umani credono di comunicare, e che li ricacciano dentro se stessi, somigliano ai morti resuscitati di Solaris. La loro presenza è la reincarnazione tecnologica della sinistra figura del Doppio, quale l’avevamo conosciuta in Hoffmann e Poe. Il fatto che gli uomini li avvertano rassicuranti, e non più perturbanti, rimanda alla celebre poesia di Pavese, dove la morte è diventata un familiare e non è più presenza ingombrante, ma presenza scandalosamente rassicurante, accettata con rassegnata abitudine.
Mano a mano che il coro di monologhi che è l’architettura del romanzo si definisce, le vicende individuali emergono più nette, ma i sentimenti, le angosce e le sensazioni dei protagonisti si fanno sempre più simili. Guidati da un direttore d’orchestra onnipresente e invisibile, essi intonano, con le proprie voci, un’unica musica. Agnoloni corre consapevolmente il pericolo -per un romanziere- di offrire delle soluzioni: e la sua soluzione, di tipo mistico e trascendentale, può non piacere a tutti e non essere da tutti condivisa. Si può imputare al romanzo l’eccessivo peso dei passi teorici. Ma questo è un romanzo dove il principio show, don’t tell non ha valore. Anzi, se si prova a guardare l’opera da un’altra angolazione, porgendo meno attenzione alla tremenda diagnosi sociologica che contiene e mettendosi in un’ottica puramente letteraria, vediamo che la soluzione di Agnoloni è la poesia.
Nell’ultimo racconto di Discorso contro la morte (Joker, 2007), una raccolta di apocrifi di straordinaria intensità e unità, Marco Ercolani mette in bocca a Jurij Olesa la scoperta che tutte le voci dei poeti, nei loro taccuini segreti, si somigliano, che tracciano un’unica voce, una linea di canto sovrapersonale. Molti artisti hanno riferito l’esperienza di aver creato l’opera come sotto dettatura di una volontà superindividuale. Possiamo supporre che chi detta lo faccia dall’alto (la Divinità) o dal basso (l’inconscio collettivo junghiano), ma sappiamo che il risultato è la Poesia. E cos’è la Poesia se non la ricerca di un Suono, di quel Ur-Ton primordiale e universale che toglie alla parola il suo carattere arbitrario e la trasforma in parola motivata –in una cosa? Il primo romanzo “della fine di Internet” si apriva con un puro suono: le parole del Padre Nostro in aramaico. L’ultimo angolo di mondo finito si conclude con i personaggi che si gettano dentro a un Suono, fatale e rigenerante, unica salvezza di un’umanità annichilita dai mezzi e sprovvista di fini; unica forza capace di rimettere in comunicazione gli automi autistici generati dalla falsa comunicazione della tecnologia.
Se da un punto di vista narrativo L’ultimo angolo di mondo finito -pur non privo degli accelerando finali e dei colpi di scena alla Bolaño cui l’arte di Agnoloni ci ha abituati- è il meno indipendente dei suoi romanzi, quello la cui comprensione più richiede la conoscenza dei capitoli precedenti, e se La casa degli anonimi dava vita a paesaggi di più concreta e visibile desolazione, è qui che si compie il cammino dello scrittore verso una dimensione musicale che nelle altre opere risultava sotterranea. L’abolizione, anzi, delle immagini a favore del coro tragico dei monologhi, fa emergere retrospettivamente il vero tema portante dell’opera intera di Agnoloni: l’assenza. I suoi romanzi sono un unico poema dell’assenza, dove tutti cercano qualcuno, tutti hanno perso qualcosa -un altro o una parte di sé- e il ricongiungersi a ciò che è perduto è sempre contiguo al morire, comporta sempre la perdita di sé come individuo. E -lo sappiamo- è proprio da questo momento che prende le mosse la Poesia.

 

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Giovanni Agnoloni, “La casa degli anonimi”

la casa degli anonimi cover(Su Poesia, di Luigia Sorrentino del 15 dicembre 2014)

Il 26 marzo 2027 Kasper Van Der Maart, scrittore olandese, deve atterrare a Firenze, ma una perturbazione dirotta il suo volo verso Dresda. Kasper si trova gettato in una periferia disanimata e straniante; cerca di telefonare a sua moglie Hilde perché, sebbene il loro rapporto sia ormai poca cosa, lo rassicurerebbe sentire la sua voce. Ma al telefono sente solo dei fruscii. Non c’è linea. Le comunicazioni tra paese e paese sono diventate impossibili.
Alienazione e incomunicabilità sono il filo rosso de La casa degli anonimi, terzo capitolo -dopo Sentieri di notte e Partita di anime– della riflessione di Giovanni Agnoloni sulla “fine di Internet”.
È passato un anno e mezzo da quell’ottobre 2025, quando la multinazionale che aveva accentrato su di sé il controllo della Rete e dell’energia elettrica in tutta Europa ha fatto crollare il sistema tentando il colpo di Stato. Il colpo di Stato è fallito, per fortuna e per merito di alcuni coraggiosi. Ma l’Europa sembra aver perso l’anima. Un gruppo di ribelli, gli Anonimi, ha fatto cadere Internet anche in Nord America e nel Nord Africa, per impedire che il tentativo di golpe si ripeta. Poco a poco, l’energia elettrica è stata riattivata, il peggio sembra passato. Si torna, semplicemente, a vivere senza Internet. Ma è così? Il saggista Kasper Van Der Maart s’è accorto che il problema non è solo tecnologico, e va al di là anche del rischio politico che (forse) si è evitato. Il problema è che il mondo si sta parcellizzando in aree comunicative sganciate l’una dall’altra. È una deriva dei continenti che sta riportando l’orologio della storia non a prima di Internet, ma a prima di Colombo e Magellano. E c’è di più. L’umanità sembra aver perso, con la Rete, il senso di se stessa. I pochi che sono riusciti a salvaguardare un loro mondo interiore si trovano nel Sud del mondo come Ahmed, un giovane marocchino rimasto orfano di tutta la famiglia; oppure sono scampati a un disastro come Tarek, che stava per perdere la vita nella guerra in Iraq e che non ne ricorda più nulla; o sono dei disadattati come Aurelio, un musicista cresciuto senza un padre, che vive a Firenze vicino al Cimitero degli Inglesi. Sono tutti dei solitari. Intorno a loro, un formicolio di persone disumane, che avevano proiettato la loro vita in Rete, negli avatar, ed ora che la Rete non c’è più si sono trasformate negli avatar di se stessi: arrabbiati, omologati, privi di sentimenti e di reazioni.
Ma chi ha conservato la propria umanità, ha anche lui qualcosa di rotto. Nel precedente Partita di anime, Aurelio (o un personaggio a lui ispirato) appariva rapito da un delirio schizotipico, costellato da apparizioni tolkieniane e preraffaellite. All’inizio de La casa, sembra che il suo universo, da schizotipico, stia diventando schizofrenico: appaiono iscrizioni in lingue morte, ma a lui comprensibili; le iscrizioni si trasformano in altre iscrizioni; ogni piccolo movimento nell’entropia del mondo gli si manifesta come un messaggio rivolto a lui soltanto. Su un cassonetto della raccolta differenziata, Aurelio legge: “SOLO vetro e alluminio”; e la parola SOLO, tutta in maiuscolo, aggetta alla sua coscienza come una diagnosi della sua condizione. Ed è allora che Aurelio è costretto ad accorgersi della sua lontananza dalla realtà.
Ma è difficile riprendere contatto con la realtà in un mondo ch’è diventato a sua volta schizofrenico. Tutti i protagonisti hanno perso qualcosa: chi la memoria, chi la famiglia, chi un amore sparito nel nulla… Sì, sono spariti nel nulla, e Kasper li cerca inutilmente, perfino i tre personaggi principali di Sentieri di notte, che qui esistono soltanto come nomi e ossessioni. Non è venuta a mancare solo la comunicazione fra diverse aree del globo. Anche passato e presente non dialogano più. Alcuni personaggi raccontano in prima persona la loro esistenza atemporale in una Casa -o in più Case?- simile a un limbo, a un intermundus fra la vita e la morte, desiderosi di tornare a vivere ma inconsapevoli di ciò che sono stati. La loro presenza si manifesta solo nei sogni di altri personaggi. Tutti, dunque, hanno perso il contatto con se stessi: con una parte, o con la totalità, di sé. Cosa li salva? L’incontrarsi, il ritrovarsi. Ma è difficile ritrovare se stessi in un mondo di identità incerte, ingannevoli, talvolta perfino fungibili, come in un racconto di Hoffmann.
I personaggi si muovono spinti da intuizioni irresistibili, da pure sincronicità junghiane (vale a dire da coincidenze significative solo per chi le esperisce). Kasper compie le sue azioni “ben sapendo, per motivi a me ignoti”, qual è il suo compito in questo gioco dove nulla è ciò che appare ma nulla è per caso. Le coscienze possono essere persino eterodirette, infiltrate da qualcun altro che vi prende stanza. Il socratico Gnothi seautòn, “Conosci te stesso”, diventa allora il comandamento più importante. Perché è solo ritrovando se stessi, ridiventando completi, che si può svolgere la propria funzione nel mondo. Accanto al motto socratico, c’è -con pari forza- l’esempio di Gesù, che, nel tempio, pur inveendo contro i Farisei, non si lascia distrarre da loro e continua a tracciare dei segni per terra. Cosa scrive? I Testi non lo dicono, ma ai nostri personaggi quel passo del Vangelo invia un messaggio: rintracciare i segni, decifrarli, interpretarli è il loro compito più sacro, perché i segni sono tutto, in un mondo che si è ridotto al suo proprio fossile. I segni sono ciò che sopravvive. Accogliere i segni, “abbandonarsi ai significanti” avrebbe detto Carmelo Bene, è l’unica via per ritrovare quell’unità a cui tutti aspirano, e che è sempre più lontana.
Questa decifrazione di segni avviene, per Agnoloni, in seno al Connettivismo, l’avanguardia letteraria a cui appartiene e che sta reinventando la letteratura fantastica italiana attingendo a un serbatoio di cultura anche scientifica. Più che come “corrente”, il Connettivismo si pone come un SOS, come un tentativo di riattivare -recuperandola- una cultura che è frutto di secoli e che può essere persa in un momento, se le sue diverse manifestazioni -umanistica e scientifica, “alta” e popolare- rifiutano di parlarsi. Il Connettivismo è la bussola con cui Agnoloni scandaglia la letteratura fantastica, il Sacro e il Mito, in cerca di una soluzione al ginepraio di problemi antropologici, politici ed etici aperti da una banalissima domanda: cosa accadrebbe se Internet venisse improvvisamente a mancare?
Agnoloni abbandona la scrittura “angelica”, il tocco etereo dei primi due romanzi. La sua prosa si fa più acuminata. Più frequente è il ricorso a un frasario scientifico. Giochi di luce evocano “catene di DNA”; un uomo solitario e speranzoso si aggira come un “germoglio quantico”. La casa degli anonimi delinea atmosfere di un lugubre chiarore, fra Kafka e il Palazzo Yacoubian di al-Aswani, mentre la moltiplicazione dei personaggi e dei colpi di scena guarda al fantasmagorico humor nero dell’ultimo Bolaño. Gli unici luoghi che conservano la loro poesia sono quelli del Sud del mondo: il mare di Essaouira o la riserva naturale di Merja Zerga, in Marocco, “dove nidificano gli aironi”; o sono luoghi illuminati dall’improvviso riaprirsi della speranza nei protagonisti, come la Versilia che Aurelio attraversa insieme a Emanuela, fuggitivi dal mondo incarognito ma diretti non si sa dove. La letteratura di Agnoloni è fantastica ma non di evasione, all’occorrenza mostra forti tracce di realismo, e ci presenta un punto di vista critico sul mondo in cui viviamo. Si potrebbe dire che l’operazione di Agnoloni consiste nel portare alle estreme conseguenze aspetti già operanti nella nostra società per mostrarcene il possibile esito perturbante, per rammentarci che senza conoscere se stessi, senza sapere “decifrare i segni”, tutte le dittature sono possibili, tutte le guerre in Iraq, tutte le manipolazioni e mistificazioni.

Giovanni Agnoloni, “Partita di anime”

partita di animeL’idea di Oltre è connaturale alla letteratura fantastica: c’è l’Oltre ipertecnologico della science-fiction, l’Oltre che coincide col paranormale, l’Oltre per eccellenza, il Divino, e l’infinita serie di declinazioni dell’Oltre che si sono date da che mondo è mondo e da che letteratura è letteratura. L’idea di Oltre presuppone anche quella di un varco, di una chiave d’accesso a quest’Oltre, che conduca dal “di qua” al “di là”. Nella narrativa di Giovanni Agnoloni, questa chiave d’accesso è un’assenza: meglio ancora, la scomparsa di un corpo. E’ il venir meno di qualcosa che prima era, e che ora non è più. In Sentieri di notte, era l’improvvisa mancanza di Internet a mettere in moto la vicenda. All’inizio di Partita di anime, scompare una persona. Viene uccisa nella piazza più pubblica di una Amsterdam invasa da un sole scrosciante: sembra un omicidio senza senso, se non fosse che un giornalista -un uomo imperturbabile e sensitivo- capisce poco a poco che c’è dell’altro, e che la vittima non era “soltanto” se stessa. Ogni volta che ci troviamo di fronte a una scelta, o che subiamo le conseguenze d’una scelta, una parte della nostra anima si stacca. A ogni svolta della nostra volontà noi modifichiamo la curvatura dello spazio-tempo, e le diverse vite che avremmo potuto vivere non restano pure potenzialità: ma ognuna si sostanzia in una persona, e vive una vita parallela e coesistente alle altre, esiste insomma non come frammento d’anima, ma come persona “relativamente” intera. Che a volte interagisce con le altre persone “relativamente” intere partorite dal caleidoscopio delle possibilità. Non si tratta dell’ennesima rimasticatura lacaniana sull’io multiplo e scomposto. Qui è all’opera anzi un principio della fisica, quello della diffrazione quantistica, applicato però all’animo umano. Agnoloni rifiuta le scorciatoie dello psicologismo e preferisce essere ancora battitore di una terra di confine fra la fisica e la metafisica. In Sentieri di notte, il crollo di Internet rivelava un cambiamento nei rapporti di forza elettromagnetici che siamo soliti identificare come “oggetti” e “mondo”. Anche qui Agnoloni attinge al serbatoio di cultura scientifica che è peculiare al Connettivismo. E continua in parallelo il suo scavo nella storia della letteratura fantastica. E’ ancora Hoffmann il nome di riferimento, in particolare il racconto L’uomo della sabbia, dove il gioco dei doppi è portato fino all’esplosione del piano di realtà, di una realtà da cui (lasciamo la parola a Luigi Forte) “scaturiscono enigmatici sosia, un fulcro da cui muove tutta una girandola di identificazioni […] una smisurata realtà stracolma di fungibili presenze […] un incanto speculare, un rifrangersi d’immagini di fronte allo specchio infranto della realtà” fino al punto di non poter distinguere su quale piano di realtà sta avvenendo, in un dato momento, l’intrigo. “Gli interrogativi” (è sempre Luigi Forte che lo dice) “sono legati al problema dell’identità: i personaggi si ribaltano, giocano a rimpiattino” e tutto è generato “dall’identità incrinata di Nataniele”, il protagonista. Proviamo ad “attualizzare” questo discorso, a porlo in termini scientifici: il risultato sarà molto vicino a Partita di anime. Colui che indaga sul “caso” dell’uomo ammazzato non può essere un investigatore comune: come nei romanzi di Mutis, come nei fumetti di Corto Maltese, il dipanarsi della matassa va più colto coll’intuito che seguito colla ragione. Scienza e mistica si mescolano, nell’Oltre, perché la rivoluzione della scienza del Novecento è stata proprio l’aver ammesso l’Oltre al proprio interno. Naturalmente, parliamo di un Oltre laico.

Il libro è suddiviso in due racconti. Fin qui abbiamo trattato del racconto eponimo, il primo, il più lungo. Il secondo, ambientato in una Firenze notturna, dà vita a un intreccio più fantastico, a un’atmosfera tolkieniana e preraffaellita, dove un uomo vive in un cimitero, e una donna scomparsa (di nuovo l’assenza) è la chiave traverso cui egli giunge all’Oltre -ritrovando al contempo se stesso. Un racconto fantastico in senso più tradizionale, attraversato da presenze fluttuanti di semivivi: un racconto lievemente dantesco, cui bene s’abbinerebbe, al cinema, una colonna sonora basata sulla cantata Willow-Wood, composta da Ralph Vaughan Williams su testo di un altro Dante: Dante Gabriele Rossetti.

Il secondo racconto introduce, più del primo, al cuore del crepuscolarismo di Agnoloni. Possiamo vedere il crepuscolarismo in due modi: in modo “italiano”, come movimento sviluppatosi al tempo delle avanguardie storiche e caratterizzato da una forte attenzione agli aspetti minuti del vivere (il crepuscolarismo di Govoni, Moretti, Gozzano e Corazzini, che ebbe qualche riflesso su Palazzeschi e perfino su certo D’Annunzio); oppure possiamo vederlo come una “sfumatura” della letteratura francese, patente in Jammes, presentita in Maeterlinck, Laforgue, in certo Verlaine. Agnoloni accoglie il crepuscolarismo in entrambe le accezioni. C’è il crepuscolarismo “di atmosfera”, che informa tutto il secondo racconto; e c’è il crepuscolarismo dei particolari desolati e minuti, dell’attenzione ai dettagli della vita d’ogni giorno. In Sentieri di notte, c’eravamo soffermati sulla sottoveste di una vicina. Qui potremmo gustare col protagonista del primo racconto le pause dal lavoro, i sorsi di birra, il piacere di smarrirsi nella pace anonima di un caffè. Queste due forme di crepuscolarismo si incontrano nella prosa “angelica” di Agnoloni, nella sua scrittura aerea e come dolorosamente impalpabile.
Partita di anime è solo indirettamente legato a Sentieri di notte: la storia dell’omicidio e quella “notturna” hanno luogo poco prima e poco dopo il crollo della Rete. Sono storie periferiche. Pochi indizi riportano al romanzo principale: qualche nome, qualche riferimento cronologico, e l’abitudine di far “poggiare i piedi in terra” al lettore, mostrandogli gli itinerari dei personaggi con precisione inusitata, non omettendo quasi nessun nome di strada. Anche qui, il lettore ingenuo può lasciarsi catturare dalla storia, e guardare alle diffrazione delle anime come agli Horcrux della Rowling. Ma questo “basso continuo”, questo “ostinato” fatto di strade e di vicoli gli ricorda che la letteratura, nella sua essenza, non può mai essere solo evasione. E che, anzi, è ricerca: ricerca di un Uno che è Tutto, di un’armonia hölderliniana. Aspettiamo ora il terzo romanzo, per scoprire come quest’armonia risuonerà.

“Sentieri di notte”, di Giovanni Agnoloni

sentieri-di-notteNel momento in cui crolla il Sistema, scompare Internet e si ferma l’erogazione dell’energia elettrica, Kristine sta terminando il suo romanzo. Presa com’è dal finale, s’accorge a malapena del disastro ch’è occorso. Pensa che sia un semplice black-out. Ma quando smette di scrivere, salva il file -è rimasta un po’ di carica nella batteria del portatile- e riprende coscienza di ciò che le avviene intorno, s’accorge d’un buio sovraumano e del tramestio che le sale in casa dalla finestra. Affacciandosi, scorge alla luce della luna -l’unica luce nel raggio di chilometri- la sua vicina in sottoveste, scesa in cortile a domandare che cosa è accaduto. Questo particolare, della sottoveste, mi sembra rivelatore dell’approccio di Giovanni Agnoloni: il suo futuro è lontano dai cliché di un avvenirismo esteriore, nel suo 2025 la quotidianità, quale noi la conosciamo, è ancora ben viva e presente. Trent’anni fa solevamo immaginare il Futuro come un luogo di macchine volanti, di ponti girevoli e astronavi vagolanti fra i grattacieli. Pensavamo che l’aspetto esteriore delle città sarebbe profondamente mutato. L’unica cosa mutata, invece, è stata l’acuirsi del degrado urbano. La vera rivoluzione, quella digitale, è avvenuta nel regno dell’immateriale. La nostra vita è legata a doppio filo alle sue “protesi” immateriali. Abbiamo fatto tutti la banale esperienza di una banca dove, a un certo punto, si bloccano i computer e gl’impiegati vanno completamente nel panico. La narrativa di Giovanni Agnoloni s’interroga su ciò che accadrebbe se l’intera Rete crollasse, ed esplora tutte le possibilità pratiche, ma anche etiche, politiche e -lasciatemelo dire- metafisiche di un simile evento. Quanto potere avrebbe colui che riuscisse a controllare la Rete? E che tipo di potere sarebbe quello di colui che, padrone della Rete, decidesse a un dato momento di spegnerla? Sarebbe l’umanità capace di tornare a vivere come prima? E l’orologio della Storia tornerebbe semplicemente indietro, o scopriremmo che lo spazio virtuale ha modificato in maniera sorda ma irreversibile non solo il nostro modo di percepire la realtà, ma financo la realtà stessa? C’è una città europea -non dirò il nome- dove un’intera fascia urbana virtuale, invasa da una misteriosa nebbia bianca, s’è sovrapposta ai fabbricati reali, innescando un processo fisico-chimico che ha fatto letteralmente impazzire lo spazio-tempo. Il risultato è peggiore di un buco nero: è la trasformazione dell’antico quartiere ebraico in un Solaris dove la realtà si rigenera solo per sedimentazione di tracce mnestiche, ricreando -per poi farle di nuovo sparire- le memorie perdute di coloro che osano addentrarsi nel suo magma. In questo caos, la narrativa di Agnoloni cerca di metter ordine col metodo più semplice, quello degli antichi marinai. Agnoloni costruisce delle mappe, ci rammenta i quattro punti cardinali, ricostruisce gl’itinerari dei suoi personaggi con una precisione così maniacale che si potrebbe ricostruire dai suoi romanzi lo stradario di Cracovia o di Berlino. Il suo realismo intesse un dialogo perturbante coi temi della sua narrativa, una sorta di utopia negativa alla Zamjatin -le culture extraeuropee sono ben presenti all’immaginario dell’autore, che di professione è traduttore da numerose lingue.
L’opera di Agnoloni s’inscrive nel Connettivismo, l’unica avanguardia partorita dalla letteratura italiana in questi anni. Io non sono un esperto del Connettivismo, e rimando chi mi legge al manifesto del movimento e ai blog dei suoi autori. La mia è necessariamente una lettura “dal di fuori”. Ma ciò che mi preme dimostrare è che non ci troviamo di fronte a “un libro di fantascienza”, sia pure di una fantascienza ispirata alla migliore tradizione, quella dei Dick e degli Stanisław Lem. Il “perturbante”, nel mondo di Agnoloni, risale alla sua fonte originaria: a quel Theodor Amadeus Hoffmann che ha attraversato la letteratura ottocentesca come un incubo dietro la porta (perché è sempre da dentro la letteratura che si muovevano le visioni di Hoffmann: i suoi racconti iniziano spesso con un libro che parla d’epoche passate, e che improvvisamente prende vita).
Sentieri di notte è un romanzo post-futurista che guarda il futurismo come in un negativo, di cui il positivo è diventato invisibile. Il Connettivismo, così come lo vedo io, è un collettore di letteratura che entra in funzione dopo che la letteratura è già finita. Certo, si può apprezzare il romanzo di Agnoloni anche senza pensare al Connettivismo, un po’ come, secondo Paolo Nori, si può leggere Chlebnikov fregandosene della lingua transmentale. Il lettore ingenuo vedrà nella misteriosa nebbia bianca qualcosa tipo il Nulla di Ende, o leggerà il romanzo come una bella storia alla Blade Runner. E perché no? E’ un livello di lettura possibile. Si può leggere Sentieri di notte come una storia avvincente oppure come un testo problematico. Agnoloni invita alla lettura problematica con un espediente strutturale sottile, di marca conradiana: quasi tutto il romanzo è frutto dei monologhi dei suoi protagonisti, sì che la storia alla fine “la si ricompone” dall’incrociarsi dei punti di vista, lasciando tuttavia ampie zone d’ambiguo e non chiarito. Si chiariranno strada facendo, negli altri romanzi che, insieme a questo, andranno a costituire il ciclo “della fine di Internet”? Non lo sappiamo: dello spin-off Partita di anime parleremo a breve, e quel che conosciamo del terzo romanzo, del vero seguito di Sentieri di notte, fa supporre che l’autore si stia sempre più addentrando nell’esplorazione dell’ ”ombra” e del perturbante, del lato più crepuscolare e doloroso della propria ispirazione. Il romanzo che sta per venire, stando alle parche anticipazioni di Agnoloni, sembra un Erofeev ambientato alla fine del mondo, in un universo concentrazionario dove tutti i punti di riferimento sono persi e dove domande impazzite su Dio e sulla vita s’impongono alle coscienze dei protagonisti. Tornando all’espediente “conradiano” con cui Agnoloni ci porge la narrazione, il lettore più ingenuo lamenterà forse che la struttura “a blocchi di monologhi” rallenta l’azione, ma non se ne cruccerà oltremisura, perché la scrittura di Agnoloni è così trasparente che il “montaggio” di tali blocchi narrativi è realizzato con una discrezione che, in cinema, sarebbe stata la gioia di André Bazin, e che permette di nulla perdere degli aspetti avvincenti della trama.