“Il Dio illuminato della Levità”: Emilia Barbato

il-rigo-tra-i-rami-del-sambucoUna poesia urgente e saggia, mi ero detto un anno fa al primo contatto con la poesia di Emilia Barbato. Non mi sbagliavo, e Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre vive, 2018) me lo conferma. Chi ha la gioia, come me, di essere anche amico dell’autrice, di conoscere la sua tenace empatia di fronte al dolore, ritrova nella sua opera quegli stessi meravigliosi tratti umani. Ma non mi si fraintenda: non voglio assolutamente dire che Emilia mischia la poesia con la vita. Emilia è una poetessa consapevole, meditata e depositata per vocazione. Non può che scrivere a bocce ferme, filtrare, perché è un processo che in lei si compie naturalmente. La sua sensibilità quasi adolescenziale –ma matura- si coniuga con una mente razionale, e la delicatezza della poetessa Emilia ricorda la delicatezza del direttore d’orchestra Guido Cantelli, interprete classico e romantico a un tempo, e perciò quasi infallibile. Emilia è una bella persona che scrive bella poesia. E potrei anche concludere così, perché avrei detto tutto l’essenziale. Invece voglio dir altro, perché il mondo ha bisogno analisi più lunghe per apprezzare e la poesia di Emilia merita l’apprezzamento del mondo.

Pacata e incisiva com’è, la sua poesia mi ricorda quella del rimpianto Christian Tito. Ma Emilia è più radicata nella vita. E’, come si definisce lei stessa, un’indomita sognatrice: che fa sogni frugali, malinconici, pieni di piccole cose e segnali di fragilità. Piccoli sogni che sono sacche di resilienza e di resistenza nella desolazione. Emilia conosce bene la desolazione, “il bianco” che nei suoi lavori precedenti simboleggiava una disperazione abbagliante –quindi lucida. Un suo distico dice “qualcuno strilla parole remote / di una bellezza senza fiducia”. Lei, Emilia, fa lo stesso. Alla sua indole sognante non è sconosciuto l’orrore della realtà, l’orrore di dire parole a un’epoca che non ascolta. Due fatti sono alla base della composizione del Rigo, e ce li ricorda lei stessa nel frontespizio, con la dedica “A mia mamma, a mia nonna, alla terra che brucia di notte”. Una grave malattia della madre, e i roghi di cui è piena la sua Campania, sono dunque all’origine della raccolta. Il tumore di una persona amata e il tumore di una terra che potrebbe essere rigogliosa e invece è stata resa desolata. Il veleno che cresce dentro la gioia. C’è questo alle radici della sua ultima fatica in poesia. E ci sono le radici, incarnate dalla figura un po’ vera e un po’ mitologica, della nonna, a tener vivo il legame di questa poesia con l’antico, con una tradizione che ama e da cui discende, pur rivedendola traverso la cronaca e i sogni di una ragazza moderna.

«E’ benigno?
Perdoni la domanda,
io non conosco la parola storta
che cresce nell’intestino di mia mamma.
[…]
Osso dopo osso,
nel letto spoglio dove finiscono le ore
c’è la terra dei fuochi di mia mamma.»

C’è qualcosa di zavattiniano in questa forza piccola, in questa sua umile resistenza. L’inverno interiore che evoca somiglia all’inverno di Schubert, il compositore che giovanissimo cantò il disfarsi di una vita che lo coinvolgeva tragicamente. L’amore per tutte le cose rende più forti gli urli di Emilia: la “parola storta”, la “terra dei fuochi di mia mamma”, il “giorno del giudizio dei girasoli”, “la bellezza si fa piena se incompiuta”… La gamma espressiva spazia dalla petrosa tristezza di questi versi

«Ti scrivo in giorni di apparente luce
-penso di scriverti ma non lo faccio
il buio entra in forma di punteruoli
che aprono in silenzio-
Con la maniera affannata dei pomeriggi
inseguo raggi, i favori del cielo,
il corpo di una sconosciuta che mi precede
e ondeggia sulla strada come un metronomo,
fuori tutto si direbbe procedere
con l’entusiasmo dell’estate
ma dentro sono ferma, stretta
a una nuova chiarezza,
mi chiedo quando questo sasso
che mi distacca abbia formato
una tale consistenza e quante
cose in questo mondo io manchi.»

al calore visionario di questi altri

«L’Apocalisse è vicina, se proprio deve
compiersi trafigga quei mondi contenuti
in bracci di peluria, siano i piccoli i soli
a pungere come tradimenti di una divinità.
Se proprio dobbiamo intuire le tracce
della fine sia il giorno del giudizio dei girasoli,
levino un crepitio nel vento, dove ruotavano
un sorriso aprano un vuoto sui balconi.»

a questo spleen

«Sempre più cammino
su un terreno spugnoso
con cavità scurissime,
sempre più diminuiscono le resistenze
e so che questo lascia margini
a una malerba spinosa
che danneggia le piante utili
parassitandole nelle ore senza
che io muova alcuna intenzione
di intromissione, senza
che sottragga questo suolo
a una rovinosa pastura.»

fino alla ricerca di varchi da cui contemplare l’angoscia

«In attesa di farmi una ragione
assisto a un miracolo, ascolto in silenzio
il verbo del cielo nella pronuncia
frettolosa di una moltitudine,
-la pioggia trilla trasparenze- suoni d’acqua
s’aprono trattenendo un’impressione
di colore: in un bianco pigmento
il Dio illuminato della Levità.»

alla leggerezza un po’ orientale di certi tocchi di paesaggio che, più che indurre la riflessione, sembrano contenerla

«La precarietà delle prime ore di primavera
si raccoglie nei respiri lentissimi delle fresie,
sfioriscono con la stessa levità dei pensieri
felici quando le lacrime rigano il viso.
Nella bruma dell’alba
il ciliegio si prepara
alla sua piena fioritura, sopraggiunge
l’ora della bellezza e della morte.»

e alla stilizzazione di tocchi di paesaggio che una sorridente sognerìa traduce quasi in haiku

«Sommo lo sguardo,
nuvole di ciliegi
piovono piano.»

E se c’è qualche cedimento all’intimismo, resta in ogni caso fascinosa la concretezza con cui sono delineate situazioni reali e crude –che permette alla classica Emilia di  fare anche un po’ di sperimentalismo linguistico nell’usare le sigle e i termini scientifici incontrati nella condizione ospedaliera della madre.

Una poesia somiglia in particolare all’Emilia tenera e forte che conosco

«Si muore nell’inatteso di un giorno,
per una falla di pianificazione,
si resta pietrificati e freddi
sul baratro della sorpresa.
Semino ore in una terra arida,
disconosco il fuoco
e poi misuro i decibel di un urlo
-se solo riuscissi a liberarlo-»

ma è difficile isolare testi in una raccolta che semina perle quasi per caso, come in un discorso cominciato sottovoce e che poi via via si appassiona. Tutti i componimenti del Rigo sono elementi di un poemetto che, preso tutto insieme, è bello, funziona e commuove di una genuina commozione. Un piccolo tesoro di umanità che si condensa in forma. E di cui, con semplicità, ringrazio Emilia.

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Emilia Barbato. inediti

“Su questa terra anche essere stati
il nome di qualcuno è un’ambizione.”

Versi come questi, scavati in una desolazione quasi urlata, sono fatti della stessa materia del silenzio. Emilia Barbato d’altronde è autrice di una raccolta che porta un titolo di una desolazione abbagliante: Memoriali bianchi.

perìgeion

emilia barbato

DELLA DISPERSIONE

un oceano lattescente di silenzio
svanisce i crinali autunnali
e la memoria di Dio
sospesa sul mare, qui
nessuno ti verrà a cercare,
solo un affollamento di paure,
un’eco dal fondovalle che impegna
mulattiera e rocce.

*

quando guardi il giorno
e la luce strilla la moltitudine
del mondo le pupille implorano
misericordia ai nomi
e un’intercessione per la pluralità
delle cose, così chiami fiordaliso
lo smarrimento della parola cielo
che ti sovrasta.

*

ti assicuri a un punto fisso, guardi
in alto con occhi ciechi dimenticando
le traiettorie fulminee d’utenza, se fossi
invisibile non farebbe differenza, se urlassi
non saresti che un acuto breve,
di un tunnel lo stridio, il femmineo odore
di ferro, così nutri l’esigenza poetica
di fermarti, percepirti in un lento fiato circolare.

*

lascia che tu sia granello
e bulbo in cui fluire,
che lungo il collo possano
incendiarsi lunghe scie,
sii ancora…

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Emilia Barbato, poesie inedite

Un Posto di vacanza

barbato_02 Emilia Barbato

prestami i tuoi occhi, gli disse,
dammi una geometria simmetrica
e molto complessa in cui specchiarmi,
consegnami questo senso perché possa
piantarmi nelle cavità i tuoi bulbi, è un tempo
cattivo questo precipitare, un esercizio
del cielo nella sua mai stagione
esatta, non è ancora inverno,
solo la levità apparente della neve
che cade pestando ogni foglia col suo rigore
bianco, non mosse un dito, gli chiese
esclusivamente di accenderle due lune

*

ma poi cosa ti sopravvive
se la parola è un simulacro
e le ortiche affollano
la cavità dove tace
la raffigurazione della tua divinità,
quella venere mutilata dove
crescevano le rose e le mani
volte a svestire della polvere
marmoree rotondità, le tue
due piccole lune crescenti,
l’impressione delle loro orbite
nei miei occhi,
cosa ti sopravvive in questi giorni
di pietra dove anche la quiete
di un ragno è rotta dal clamore
del mondo…

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