Il registratore del mondo – 14

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-Ho fatto una cazzata, Marina.

-Ne fai tante.

-Sì, ma questa è più grave. Ho dato spettacolo.

Marina smette di cucire e guarda Daniil intensamente. -Cosa hai fatto?

-Mi sono messo a ripetere ad alta voce pezzi della poetica di Oberju.

Marina si alza: -E’ ora che prendo in mano io la situazione.

E Marina va da sola verso l’Unione degli scrittori, quella dove c’era stato il concerto di Gilels. Hai deciso di tornare verso casa di Daniil perché ti sembrava la cosa più ragionevole, prima o poi sarebbe tornato là. Hai visto Marina uscire risoluta e hai immaginato cosa potesse essere successo. Affacciato alla finestra c’è Daniil, stravolto, pallido. C’è un confronto che ti ha sempre impressionato, ed è quello fra le fotografie di Daniil quando era libero e quella del suo arresto. La faccia di Daniil adesso è già simile a quella dei giorni dell’arresto.

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Segui Marina e la vedi infilare la porta dell’Unione degli scrittori. Aspetti. Dopo dieci minuti, vedi che un tale la sta spingendo fuori.

-Non potete fare così… è uno scrittore! Sapete che è uno scrittore!

-E’ uno scrittore controrivoluzionario! Fa letteratura per bambini, e non abbiamo bisogno di letteratura per bambini!

-Non fa solo letteratura per bambini! Voi lo sapete! Sapete che vale!

-Si tolga dai piedi!

-Ma non abbiamo altro modo per mangiare!

-Oh, sì, può andare a lavorare in fabbrica, è giovane!

-Ma non sta bene, non si regge in piedi, come fa…

-Adesso basta!

L’uomo, che somiglia vagamente al poeta Esenin, ma ha una faccia più dura, assesta un pugno sul viso di Marina, che cade. Una macchina quasi la travolge.

-Signora, è pazza?

-Ma mi ha picchiato!

-Beh, veda comunque di togliersi dalla strada!

Marina piangendo torna via. Tu vorresti aiutarla, vedere almeno se si è fatta male, portarla in farmacia. Ma non puoi intervenire. Sei un viaggiatore del tempo. Non puoi cambiare il corso della storia. E così resti impotente a guardare la moglie del tuo scrittore preferito tornare a casa umiliata, sconfitta. La folla di San Pietroburgo si richiude su di lei come il Mar Rosso sugli antichi Egizi.


Il registratore del mondo – 13

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Ma quando erano cominciati i guai di Daniil? Dal poco che si riesce a capire, lui e gli Oberju non erano mai stati molto amati: le loro serate erano dei mezzi disastri, e il pubblico reagiva male alle loro assurdità. C’era una commedia di Daniil, Elisaveta Bam, in cui comparivano battute come queste:

ELIZAVETA Ivan Ivanovič, andate in mezza birreria, e portateci una bottiglia di birra e delle noci.

IVAN Ah, delle noci e mezza bottiglia di birra, andare in birreria poi tornare.

ELIZAVETA Non una mezza bottiglia, una bottiglia, e non in birreria, ma nella noce.

Sembra che l’attrice, Anna Semenova, alle prove si sbagliò e disse, anziché “nella noce”, “nel fagiolo”. Daniil le si avvicinò tranquillo e la corresse: “Noce, non fagiolo. E’ fondamentale”.

Gli spettatori avevano preso male la commedia, molto male. A metà dello spettacolo, ricorda Anna Semenova, avevano cominciato a tirare ortaggi guasti (evidentemente se li erano portati da prima). Lei era stata colpita da un cetriolo sotto sale che le aveva macchiato il vestito. Gli attori erano andati nel panico. Daniil da dietro le quinte diceva: “Andate avanti! Andate avanti!” Vvedenskij aveva gridato al pubblico di star tranquilli, che presto sarebbe finita. Quando fu davvero finita, pochissimi erano rimasti in sala. A fine serata, gli oberjuty si erano riuniti in trattoria per fare il punto della situazione. Erano tutti tesi. Daniil no. “Aspettate”, aveva detto, “ci capiranno, la pièce era meravigliosa”. Il giorno dopo, un quotidiano locale recensì: Un caos sincero fino al cinismo, dove non si capisce un accidente.

Scrive Paolo Nori:

… a ridosso degli anni Trenta iniziano gli interventi dei pedagoghi sull’editoria per l’infanzia, e in particolare sull’editoria leningradese […] Le favole in quegli anni erano considerate dannose per i bambini, si credeva che li distogliessero dalla realtà rivoluzionaria, le poesie e i raccontini, poi, erano visti come una perdita di tempo. Il problema si ingigantì talmente […] che ci si chiese se era necessaria in generale una letteratura per bambini.

Tra i più bersagliati dalla critica c’ea Charms. Un certo D. Kal’m, in un articolo intitolato Contro la letteratura per l’infanzia fatta con i piedi, scrive: La Giz [la rivista su cui scriveva allora Daniil] coltiva il nonsenso. La Giz pubblica delle cose incomprensibili, insensate, orribili […] le quali né da un punto di vista formale, né tantomeno dal punto di vista del contenuto sono in qualche misura accettabili.

Charms, insieme a Vvedenskij […] veniva tra l’altro rimproverato di povertà di procedimenti letterari, e lo si accusava di riportare indietro la letteratura, verso l’antichità, strano destino, per un rappresentante dell’ultima avanguardia […]

Nell’aprile del 1930 Charms e Vvedenskij partecipano a una serata di letture poetiche nella casa-albergo degli studenti dell’Università di Leningrado, che si rivelerà, per gli oberjuty, una vera e propria catastrofe. Sul quotidiano Smena (Cambio) esce l’articolo di L. Nil’vic Saltimbanchi reazionari (su una sortita di teppisti letterari).

Sono proprio pochi, scrive Nil’vic, si possono contare sul palmo di una mano. La loro opera… Del resto, parlarne significa tributare un onore non necessario alla transmentale fornicazione con le parole degli oberjuty. Non li pubblicano, quasi non intervengono. E non ci sarebbe neanche bisogno di parlarne, se non avessero pensato di portare la loro “arte” alle masse. Ma gli oberjuti sono lontani dalla gente. Odiano la lotta del proletariato. La loro uscita dalla vita, la loro poesia incomprensibile, la loro transmentalità da saltimbanchi, è una protesta contro la dittatura del proletariato. La loro poesia è controrivoluzionaria. E’ una poesia di persone diverse da noi, una poesia di nemici di classe, così hanno deciso gli studenti universitari.

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Nelle sue memorie, Marina Malic ricorda che una volta chiamarono Daniil alla Nkvd, il Commissariato del popolo per gli affari interni -vale a dire la polizia segreta. Daniil era terrorizzato, pensava che l’avrebbero arrestato. Invece gli avevano chiesto di fare alcuni giochi di prestigio. E lui, che era un grande prestigiatore, dalla paura non riusciva a farli: gli tremavano le mani. L’avevano chiamato solo per curiosità.

Col clima che si respirava in quel periodo a Leningrado, figuriamoci se Daniil non aveva paura per quello che era appena successo in mezzo alla strada. Infatti, tu lo cerchi e non lo trovi. Sembra che sia scappato.

Dal resoconto degli interrogatori, è evidente che Daniil da una parte scherzava col fuoco, e si metteva volontariamente a rischio con le sue affermazioni strampalate, dall’altra aveva una paura fottuta. E anche adesso è accaduto proprio questo: temerarietà e paura fottuta. L’anima di Daniiil sembra non conoscere il buon senso.

E’ sparito come il personaggio di una sua poesia del 1937, intitolata Un uomo è uscito di casa.

Un uomo è uscito di casa
Con un bastone e un tascapane
E per un lungo viaggio
E per un lungo viaggio
E’ partito, solo come un cane.

Andava sempre dritto e avanti
E sempre avanti lui guardava.
Non dormiva, non beveva,
Non beveva, non dormiva,
Non dormiva, non beveva, non mangiava.

Poi una buona volta all’alba,
E’ entrato in un gran bosco folto
E da quel momento
E da quel momento
E da quel momento si è dissolto.

Ma se per un qualche caso strano
Vi succedesse di vederlo
Allora presto ditelo
Allora presto ditelo
Abbiam bisogno di saperlo.

Dove sta il problema di questa filastrocca per bambini? Il problema è che, in quel periodo, la gente in Unione sovietica spariva per davvero. E questa poesia per bambini venne scambiata per una critica al sistema. E’ da quel momento che Daniil non ha potuto più pubblicare, nemmeno sulle riviste per l’infanzia. Da quel momento ha cominciato a far la fame.

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Daniil ostenta sicurezza, ma è evidente che non è più tanto sicuro. Zia Koljjubakina lo sa, e per questo non insiste troppo nelle sue raccomandazioni. Sa che Daniil si fa già tanti rimproveri da sé.

Si è acceso la pipa, la sua pipa curva da Sherlock Holmes. Guardandola bene, è una pipa molto usata -forse perché è l’unica che ha, e non viene mai sostituita. Sembra una pipa grezza molto annerita dal fumo. Si è messo il completo di tweed, ma senza il cappello. Inizia a far caldo, l’estate russa è rovente anche in quest’anno di guerra. Il completo è consunto fino alla trama, e il magrissimo Daniil ci sguazza dentro. A confronto, tre mesi fa pareva un principe. Chi sa come appariva in his prime, come dicono gli inglesi, all’epoca in cui la prima moglie lo chiamava charme. Se ancora adesso è comunque un uomo affascinante, quanto charme doveva avere quando non era ancora un essere spezzato?

Cammina un po’ come un soldato e un po’ come un ubriaco, con la sua andatura regolarissima nel ritmo ma ondeggiante nella direzione, e nemmeno s’accorge di Konstantin Vaginov che quasi gli va a sbattere contro.

-Daniil Ivanovič, maledizione!

-Konstantin Konstantinovic, cazzo.

Scoppiano a ridere entrambi.

-Come sta, vecchio matto!

-Come vuole che stia, Konstantin Konstantinovic… è la fine del mondo.

-E’ veramente la fine del mondo. Cosa farà?

Non c’è bisogno di preamboli, e neppure di frasi per entrare in argomento. L’argomento è tutt’intorno a loro. Non si può che parlarne. Non si può parlar d’altro.

-Non lo so. Forse darò a questa gente di merda quello che vuole, Marina ha fame, Konstantin Konstantinovic, e non posso ignorarla. Anch’io ho fame, e non posso ignorare la fame.

-Sia maledetta quest’epoca.

-Ah no, Konstantin Konstantinovic, non è da uomini liberi maledire. Noi non dobbiamo distribuire colpe, non porta da nessuna parte. C’è sempre stata gente che fa una vita grama, e gente che trova una sua via. C’era sotto lo zar Nicola, e c’era nei primi anni di questa Rivoluzione, quando tutti speravamo troppo. Dovremo trovare la nostra via. Per quanto mi riguarda, io farò quello che s’inchina in apparenza e resiste in segreto. Vogliono da me la merda? Gliela darò. Vogliono poemi celebrativi, storie edificanti? Glieli darò, ma solo per dar da mangiare a Marina e a mio padre che è sempre più stanco e ha la barba sempre più bianca. Grandi responsabilità pesano su di me, Konstantin Konstantinovic, la responsabilità di un’epoca intera.

-Maledizione.

-Non maledica, le ho detto. Non è cristiano e non è da uomini liberi. Verrà il nostro giorno, le dico. Ma non è questo. Le mie vere scritture, d’ora in poi, saranno al sicuro in una valigia azzurra sotto il mio letto, l’unica che possiedo del resto. Quella valigia è il mio messaggio in bottiglia per i tempi migliori…

-Lei mette in pratica quel detto di Laozi: meglio accendere una candela nel buio che maledire le tenebre.

-Io? No, tutt’altro! Magari fossi arrivato a un livello di perfezione spirituale appena comparabile a quello di Laozi! No, mio caro Konstantin, è altro. E’ la disperazione assoluta, talmente assoluta che si capovolge in gioia.

-E’ illusione, Daniil Ivanovič. Stia attento: lei non ha rinunciato alla speranza. Il suo progetto è di una semplicità quasi folle. Ma la speranza è il sentimento più nocivo, perché la realtà dei fatti s’incarica di ribattezzarla con il suo vero nome, illusione. Dall’illusione nasce la delusione, e questa porta alla disperazione. E’ il circolo vizioso più nocivo per un uomo.

-Konstantin Konstantinovic, lei parla bene, ma deve andare a farsi fottere. Non ha capito nulla di Oberju? Nulla degli scritti dei suoi amici? Noi eravamo l’Accadermia dell’Arte Reale. Reale perché non ce ne importava nulla della speranza e dell’illusione. Solo della logica. Se vuoi essere logico, devi dimenticare la logica convenzionale e lasciarti andare alla logica delle cose. Nessun giudizio, nulla di benedetto o maledetto. Né cause né conseguenze. Noi scrittori dovremmo essere simili alle piante. Non giudicano le piante, non stabiliscono nessi. Accadono. Così dobbiamo essere noi. Non abbiamo io, non abbiamo identità. Piante, siamo. Senza un orgoglio o una dignità da difendere. Liberi come piante. Cos’è scrivere, ormai, se non il semplice trascrivere. Il registratore del mondo! Questo sono e voglio essere. Il registratore del mondo! Non mi serve speranza per trascrivere il mondo!

Daniil sta urlando e gesticolando come un pazzo. Molti si voltano a guardarlo. All’improvviso si allontana da Vaginov continuando a gridare e a sbracciarsi:

-Il registratore del mondo io sono. Daniil Ivanovič Juvačëv, detto Charms. Sono il registratore del mondo e vi odio tutti! Questa pipa che si è spenta io la odio, ma non la maledico. Il mio amico Konstantin Konstantinovic che mi frequenta da anni e non ha ancora capito un cazzo, io odio tutto e tutti. Non aspettatevi sconti. Vi rappresenterò tutti così, merde quali siete, perché sono il registratore del mondo e vi sbatto sulla pagina, merdosi così, nell’immortalità, per sempre!

Benché abituato alle stravaganze di Daniil, Vaginov non sembra né divertito né sconvolto. Il suo viso è solo preoccupato. Sa che Daniil non finirà bene. Sa che quelle scenate, che lo rendevano charmant nella San Pietroburgo di un tempo, ora, nella Leningrado su cui marciano i carri di Hitler, sono insopportabili. Daniil non ha mai capito lo spirito dei tempi. Non ha mai capito i momenti. Non ha mai capito che mondo aveva intorno. Dice di limitarsi a registrarlo, ma lo fa per nascondere dietro a una teoria il nocciolo duro del suo disagio. Lui è un marziano. Tutto quello che accade su questo pianeta lo vede da marziano. Il senso dell’opportunità, innato nella maggior parte della gente, in lui è assente. Sembra fregarsene, ma chi l’ha conosciuto da ragazzo sa quanto gli è costato costruirsi un personaggio intorno a questo suo non avere il senso dell’opportunità.

Non sai dove è andato Daniil. Lo cerchi con lo sguardo, in mezzo alla folla che dice “E’ matto. E’ matto”. Non lo trovi.

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In nessuna pagina dei diari Daniil si lamenta dell’impossibilità di pubblicare. Mai un’invettiva contro l’Unione Sovietica. Daniil scrive dei momenti di sconforto, di quando dubita del suo valore letterario o delle sue scelte, di quando deve chiedere prestiti e di quando gli stanno finendo i soldi, scrive che va ai concerti coi vestiti lisi, ma non accusa nessuno. Ed è stupefacente, perché avrebbe avuto ogni motivo per accusare molti.

Si possono dare almeno due spiegazioni di questa strana calma. La prima è che Daniil temeva di essere controllato. Non sarebbe stata una paura irrazionale, in quel periodo. Le lettere dei russi erano regolarmente aperte e controllate dalla censura. E, dati i suoi precedenti, è possibile che Daniil fosse davvero controllato. In realtà, a giudicare dalle lettere che ci sono rimaste, Daniil era uno dei russi che potevano stare più tranquilli, perché nella sua corrispondenza non si trova il minimo riferimento alla politica.

Questa spiegazione ha però un difetto: va bene per le lettere, ma i diari?

Questi passi di diario sono espliciti:

Bisogna essere imperturbabili, vale a dire esser capaci di tacere e non cambiare l’espressione fissa del viso.

E quando la persona che parla con te dice delle cose assurde, sii gentile con lui e dagli ragione.

Prova a conservare l’indifferenza, quando finiscono i soldi.

Daniil, insomma, imponeva a se stesso una specie di cupo distacco. Forse perché era il suo modo di difendersi. Certi bambini maltrattati si rifugiano in un mondo tutto loro, hanno reazioni attonite, sembra che quello che gli succede non li riguardi. E’ come dire: quello che sta accadendo non esiste, non sta accadendo davvero, non a me. (Sono attestati perfino casi di scissione della personalità fra i bambini maltrattati: creano degli alter ego per far sopportare a lui il carico di botte e di dolore: come dire “non le ho prese io, le ha prese lui”: e poi rimangono scissi per sempre. E’ attestato il caso di un bambino maltrattato che aveva creato, per questa ragione, tredici personalità diverse: a cosa arriva la mente di un bambino pur di sopravvivere al dolore!) Daniil, che aveva in comune coi bambini l’innocenza e la ferocia, forse era bambino anche in questo.

Purtroppo, però, era vero anche ch’era controllato. E non solo perché “era Charms”, ma perché i russi erano tutti controllati, in quel periodo: si controllavano fra loro, tutti contro tutti, in una lotta per la sopravvivenza dove a vincere era sempre il più vigliacco. Un vicino di casa, un passante, un portinaio, chiunque poteva andare a denunciarti, e l’onere della prova era tutto tuo.

Nel dicembre del 1931 vengono arrestati Charms, Vvedenskij, Tufanov, Bachterev, Kalashnikov, Volocin e Andronikov tutti, a parte Tufanov, impiegati a Leningrado nell’editoria per l’infanzia. […]

Nel primo interrogatorio Charms riconosce di lavorare nel campo della letteratura. Dice di non avere convinzioni politiche, ma per quanto riguarda la letteratura dice di non essere d’accordo con la politica del potere sovietico e che preferirebbe che ci fosse libertà di stampa.

Nel secondo interrogatorio Charms riconosce di essere l’ideologo di un gruppo di letterati antisovietici che lavorano principalmente nel campo della letteratura per l’infanzia, e che l’attività del suo gruppo si divide principalmente in due parti. Prima di tutto la poesia transmentale, intimamente controrivoluzionaria, destinata agli adulti e che, a causa del suo contenuto e del suo orientamento, non può essere pubblicata in Unione Sovietica, che loro hanno diffuso tra l’intellighenzia con convinzioni antisovietiche attraverso la distribuzione dei loro testi battuti a macchina e attraverso letture ad alta voce in vari ambienti antisovietici, tra i quali l’appartamento di Kalashnokov, uomo di convinzioni monarchiche, presso il quale si radunavano personaggi antisovietici. A parte questo, il gruppo di Charms interveniva anche presso uditori più vasti, per esempio la Casa della stampa o l’università, dove l’ultima volta gli studenti avevano reagito agitandosi molto, e chiedendo che il gruppo fosse deportato alle Solovki e chiamandoli controrivoluzionari.

Nel terzo interrogatorio Charms riconosce che il suo gruppo ha portato nel campo della letteratura per l’infanzia alcuni elementi dei propri scritti per adulti, per esempio la lingua transmentale, eminentemente controrivoluzionaria. […] Di conseguenza, l’attività nel campo della letteratura per l’infanzia del gruppo di Charms aveva carattere antirivoluzionario e portava un danno significativo all’educazione della generazione dei giovani sovietici contemporanei. I libri del nostro gruppo, dice Charms nell’interrogatorio, distraggono il lettore dalla concreta realtà sovietica, e hanno un effetto corruttore sull’immaginazione dei bambini.

Nel quarto interrogatorio Charms riconosce che le opere per l’infanzia prodotte dagli scrittori che facevano parte del suo gruppo erano di due tipi: opere antisovietiche, e opere fatte con i piedi. Tra le sue, Charms riconosce come opere fatte con i piedi Teatro e Un tappo sbarazzino. Sono opere, dice Charms nel quarto interrogatorio, che ho scritto in un tempo molto limitato al solo scopo di ricevere l’onorario. […] Tra le mie opere antisovietiche posso indicare Milione, Come la vecchia ha comperato l’inchiostro, Ivan Ivanovič Samovar, Su come Kol’ka Pankin è volato in Brasile, ma Pet’ka Ersov non ha creduto a niente, I preparativi per l’inverno e anche altre, ha detto Charms nel quarto interrogatorio. La realizzazione di questo tipo di opere era determinata dalle mie convinzioni politiche, contrarie all’ordine politico attuale, e come me la pensavano tutti i componenti del mio gruppo. Riassumendo, dice Charms nel quarto interrogatorio, l’attività nel campo della letteratura per l’infanzia del gruppo da me guidato aveva carattere antirivoluzionario e portava un danno significativo all’educazione della generazione dei bambini sovietici contemporanei.

Nel quinto interrogatorio Charms dice che alla base della sua attività antisovietica stavano le sue opinioni politiche, contrarie all’ordine politico costituito. Siccome lui di proposito abitualmente non faceva caso ai problemi politici correnti, non leggeva i giornali per principio, le sue opinioni politiche si erano formate con l’aiuto dei componenti il suo entourage, i membri del suo gruppo letterario. Negli incontri con loro, dice Charms, io mi atteggiavo a sostenitore del regime politico che esisteva prima della rivoluzione. Il paese futuro me lo immaginavo come la restaurazione di quel regime. Aspettavo questo momento, molto spesso me lo sono figurato con l’immaginazione, e pensavo che subito dopo la sua instaurazione avrei potuto mettere in atto un’attività artistica vivacissima. Io credo che la restaurazione del vecchio regime darebbe al nostro gruppo di transmentali delle grandi possibilità per la pubblicazione a mezzo stampa. A parte questo, tengo presente e ho sempre tenuto presente che le mie ricerche filosofiche, nel campo della filosofia idealistica e strettamente legate alla mistica, sono molto più consone alle forme politiche e sociali prerivoluzionarie che all’attuale ordine costituito, fondato sulla filosofia materialistica. E’ naturale che, essendomi reso conto della distanza tra le mie idee filosofiche, la mia arte e l’ordine costituito, ho cercato una forma adatta alle mie convinzioni politiche, cioè una forma di direzione politica a me più vicina. Nelle mie conversazioni con Vvedenskij, Kalashnikov e gli altri, che a volte avevano un carattere fortemente antisovietico, io sono pervenuto alla convinzione che è indispensabile alla Russia una forma di governo monarchica. Dal momento che queste conversazioni si ripetevano giorno dopo giorno io mi sono sempre più convinto della necessità della distruzione del sistema politico sovietico e del ripristino dell’antico ordine di cose. Ho anche capito che il cambiamento dello status quo non era possibile senza l’uso della forza, ma ho cercato di non pensare molto a questa cosa, dal momento che ciò andava contro le mie convinzioni filosofiche, contrarie all’uso della forza e a qualsiasi forma di violenza. In questo modo, rifugiandomi nell’arte transmentale e nella ricerca filosofica mistico-idealistica, io coscientemente ho combattuto l’attuale ordine costituito. E con l’aiuto del mio entourage artistico e ideologico, gente più esperta di me, di politica, dice Charms nel quinto interrogatorio, io sempre di più mi sono radicato nella convinzione della necessità di distruggere l’attuale ordine costituito.

Così racconta Paolo Nori nella postfazione alla sua traduzione di Charms. Sembra un po’ tutto assurdo, grottesco e charmsiano, ma molte cose in Unione sovietica erano assurde, grottesche e charmsiane. Prosegue Nori:

… dai diari del padre di Charms risulta che tra il febbraio e il marzo del ’32 Ivan Pavlovic tenta inutilmente di ottenere un incontro in carcere con il figlio. Solo in aprile i due riescono a incontrarsi e Juvačëv descrive l’incontro.

Mi è sembrato un adolescente biblico (ha ventisette anni!). Magrino, esilino. E dietro di lui elegante, pulito nella sua giubba, in salute, grosso, il secondino. Ci han lasciati soli, e siamo stati fino alle tre e mezza. Ci han portato il tè, una ciambella, delle sigarette. Ho risposto dettagliatamente a tutte le sue domande. Dopo di lui sono andato da Hartman. Ha ripetuto anche a me che Danja ne ha per tre anni. Ma non è definitivo. Pensano di ridurre.

Charms viene rilasciato il 18 giugno 1932. Racconterà qualche anno più tardi a Vsevolod Nikolaevic Petrov, uno storico dell’arte con cui fa amicizia negli ultimi anni della sua vita, che quando tornò a casa dopo la liberazione non riusciva a passare per la porta d’ingresso. Dall’agitazione, racconta Petrov, chissà perché aveva colpito l’angolo […] ed era caduto davanti alla porta.

Il 13 luglio del ’32 Charms e Vvedenskij sono confinati a Kursk. […] Il 18 ottobre Charms e Vvedenskij ottengono il permesso di ritornare a Leningrado. Riprendono a scrivere sulle riviste per l’infanzia. La punizione è stata relativamente leggera…

Questi erano i ricordi di Daniil il 21 giugno 1941, quando lo hai visto conversare con la zia Koljjubakina.

Il registratore del mondo – 9

SECONDA PASSEGGIATA

21 GIUGNO 1941

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Certo, è strano che i tuoi vestiti del ventunesimo secolo, al tuo arrivo, non abbiano dato nell’occhio. Certo hai avuto cura d’indossare le cose meno stridenti con un inizio primavera del 1941. Ma il tuo gesticolare, il tuo parlare non hanno uno stile da ventunesimo secolo? Poco a poco, ti sei abituato a parlar russo con una prosodia più simile alla loro, più musicale. Hai un ricordo: in terza media, la tua insegnante di Lettere fece ascoltare in classe le voci registrate di tutti i leader mondiali durante la Seconda guerra mondiale. La sfida era riconoscere dal tono di voce quali erano i leader democratici e quali no. Quali sembravano fomentare il popolo e quali invece ragionare col popolo. Mussolini e Hitler erano fuori questione, troppo riconoscibili. Ma la voce di Roosvelt non sembrava proprio una voce democratica, secondo quei criteri. “Dev’essere lo stile dell’epoca”, si giustificò la professoressa. In effetti, l’unico leader democratico pareva Stalin. Lo stile dell’epoca era sicuramente più altisonante del nostro. In compenso era musicale. Le persone del tempo sembravano dare valore a ogni parola, soffermarcisi, e non solo perché parlavano più lentamente. Era una prosodia basata sulla musicalità e sulla piena espressività della voce. Noi sorvoliamo sulle parole, i poeti leggono le poesie a mezza voce. Siamo l’epoca delle mezzetinte: al cinema, mezzeluci; in musica, riverberi; nella recitazione, il dire sottovoce. Ci sembra più romantico, ma a giudicare da come parlavano i romantici, abbiamo un’idea sbagliata del romanticismo. Anche nell’esecuzione musicale, le registrazioni di inizio Novecento mostrano uno stile più lirico, ma meno retorico del nostro, con meno inflessioni, meno sfumature. Proprio di questo sta parlando Daniil con sua zia Koljjubakina -quella a cui aveva mandato Amica- a San Pietroburgo il 21 giugno del ’41.

-Ho saputo che hai sentito Gilels.

-Chi? Il pianista?

-Non è venuto a suonare all’Unione degli scrittori?

-Sì, zia, ma non so se io faccio ancora parte dell’Unione degli scrittori. Però ogni tanto ci vado. Specie per chiedere aiuto. Non me lo danno mai.

-E com’è stato?

-L’aiuto?

-No. Gilels.

-Chi? Il pianista?

-Sì. Ne dicono cose meravigliose.

-Quando ha finito di suonare, sono andato a stringergli la mano.

-Ah…

-E gli ho detto: lei ha suonato proprio di merda.

-Danja!

-Ha mancato tutti i momenti culminanti. Tutti. Suona in modo non logico. La musica è logica. Rachmaninov non lo mancava mai un momento culminante. Lui non usava tutte quelle sfumature, ma in compenso non mancava mai un momento culminante. Aveva chiara la logica del pezzo. A che serve far uso di tante sfumature se non si capisce la logica del pezzo?

Fai caso alla voce di Daniil. E’ scura di registro ma luminosa nel timbro, molto particolare. Sembra una voce bianca scurita dal fumo. Il suo tono è imperioso, declamatorio, ma sfumato da una strana cantilena. Daniil parla come cammina, in modo marziale, ma ipnotico. Sembra la voce di un personaggio d’un sogno.

-Rachmaninov sarà ricordato per quello che ha fatto di peggio, le sue composizioni piene di un romanticismo stercorario… Cosa costringe un grande esecutore a scrivere musica propria, è un mistero. Bisogna spogliarsi dell’io. L’io è il vero sterco del demonio.

-Tu, Danja, hai un io bello ingombrante, però.

-E non sai quanto vorrei darlo ai cani.

-Come faresti a scrivere senza io?

-Si scriverebbe meglio, zia.

-Anche la poesia?

Soprattutto la poesia.

-Ah, Daniil, cosa potresti diventare se non fossi così testardo! Per le tue convinzioni rischi di perdere anche Marina, che è una santa… Stai attento a te, figlio mio, abbi cura di te. Questo non è un mondo per gente come te.

-Lo diventerà.

-E quando, Daniil? Quando?

-Chi sa, zia. Forse nel regno dei cieli.

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I coniugi Charms, immagini, si sono riconciliati per intervento del padre. Il padre di Charms è una figura maestosa. Della sua opera letteraria non s’interessa più nessuno, forse a torto visto che Tolstoij era un suo ammiratore. Della sua personalità si sa di più. Era molto religioso. Da giovane era stato un attivista populista, e per questo lo zar lo aveva spedito in Siberia. Era tornato dalla Siberia cambiato, al punto che i vecchi amici lo credevano diventato un po’ matto. Era diventato una specie di predicatore religioso. La sua storia somiglia a quella di Dostoevskij, ma i suoi libri piacevano molto a Tolstoij. Ci sono lettere in cui il vecchio Tolstoij dice: sto leggendo il tuo libro, è bellissimo, ti aspettiamo a Jasnaja Polijana con tua moglie e il piccolo Daniil. La cosa più strana, nella vicenda di Charms, è che della sua infanzia si sa tutto. Il padre, per lavoro, era sempre fuori casa, ma scriveva ogni giorno alla moglie dando istruzioni per l’educazione di Daniil. E teneva un diario anche lui, su dei taccuini del formato normale, e ci scriveva su qualcosa tutti i giorni. Quasi mai erano riflessioni o stati d’animo. Il suo non era un diario di pensieri, e nemmeno un diario intimo. Vi annotava le fasi lunari, il variare delle stagioni, le preghiere fatte quel giorno e gli avvenimenti essenziali della giornata. Era uno scrivere secco, severissimo. Se si accorgeva di avere scritto qualcosa di troppo, la toglieva. Ma le cancellature, col passare del tempo, si fanno sempre più rare. Sembra che il signor Juvačëv -questo era il vero cognome di Charms- si sia esercitato non solo nell’economia delle parole, ma anche in quella del pensiero. Come quegli artisti giapponesi che devono realizzare il disegno in un unico tratto, senza mai staccare la penna dal foglio: un tratto minimo per minimizzare gli errori, ma che contiene tutto l’essenziale. Il vecchio Juvačëv si esercitò tutta la vita a questa dieta spirituale.

Marina, nelle sue memorie, lo ricorda come un uomo alto, magrissimo e pallido, con una bella barba bianca. Che parlava sempre a voce bassa. Anche Daniil gli parlava sempre a bassa voce, e gli parlava sempre stando in piedi. Daniil scriveva seduto sul letto o alla finestra, ma si alzava in piedi per parlare col padre. Evidentemente, considerava il padre più sacro e venerabile della scrittura. Marina dice anche che Daniil non fumava mai davanti a lui.

E’ ai diari del vecchio Juvačëv che dobbiamo la maggior parte delle informazioni su Daniil. E’ un caso unico nella storia della letteratura. I quaderni superstiti di Charms permettono di ricostruire per intero solo un paio d’anni, tra il 1931 e il ’33. Il resto lo conosciamo per frammenti. Ma di ciò che il vecchio Juvačëv ha visto, sappiamo tutto, giorno per giorno. L’infanzia di Daniil ci è nota quasi giorno per giorno. Il periodo successivo al divorzio ci è noto quasi giorno per giorno perché il vecchio Juvačëv vedeva Daniil rientrare a tarda notte, e sempre con una ragazza diversa. Si preoccupava perché non voleva che il figlio si lasciasse andare. Ma a quella data anche lui doveva essersi, almeno un po’, lasciato andare. Il suo pudore dei sentimenti ci impedisce di saperlo con certezza, ma proviamo a immaginare come doveva sentirsi un uomo come lui, reduce del populismo, convertitosi a un cristianesimo umanitario, nella San Pietroburgo che si chiamava Leningrado e che aveva per religione ufficiale l’ateismo di Stato. Dei libri che aveva scritto da giovane, e ch’erano piaciuti a Tolstoij, non rimaneva nulla. Del suo pensiero non s’era realizzato niente, anzi si era realizzato l’esatto contrario. Suo figlio usava un altro cognome. C’è un appunto commovente nei diari di Daniil: “Oggi mio padre mi ha detto che, finché sarò Charms, farò la fame”. Aveva ragione, perché lo scrittore Charms era classificato come scrittore antisovietico. Ma se avesse usato il suo vero cognome, Juvačëv, non lo sarebbe stato altrettanto?

Doveva essere una grande anima, il vecchio Juvačëv. Daniil era divorziato e scriveva cose lontanissime dalla moralità del padre. Faceva una vita che il vecchio Juvačëv non poteva approvare. Eppure quest’uomo severissimo si preoccupava senza giudicare. Non ci sono parole di disapprovazione nei suoi diari. La condotta e gli scritti del figlio lo preoccupavano solo perché avrebbe voluto che non facesse la fame. Daniil è cresciuto libero. Educato in forti convinzioni, ma libero. Non era comune, all’epoca. Dovremmo pensare con gratitudine al vecchio Juvačëv. Oggi che i genitori sono apparentemente permissivi, ma in realtà fanno pesare ai figli tutte le loro ansie, impedendogli di maturare e di diventare se stessi, dovremmo tutti inchinarci davanti al buon padre di Charms. E magari rileggere i suoi scritti, in cerca delle ragioni che l’hanno reso un così buon padre, e fanno sì che Daniil, pur disprezzando Tolstoij, si alzi ancora in piedi, a 37 anni, quando entra in stanza il tolstoiano padre.

Della madre di Daniil, invece, non sappiamo nulla. Tanto maestosa è per Daniil la figura del padre che non c’era mai, quanto è assente dai suoi diari e dalle lettere la figura della madre. Ma dobbiamo stare attenti prima di pensare a una società maschilista e patriarcale, oppure a un personaggio minore e poco incisivo nella vita del figlio. Abbiamo così poco, su Charms, che nulla ci autorizza a simili inferenze. Anche Marina, abbiamo visto, entra nella sua “vita scritta” da un giorno all’altro. E non ci è entrata certo per tagliargli i capelli.

Gli scritti di Daniil ci sono noti grazie alla valigia che un amico tirò fuori dall’abitazione degli Juvačëv dopo un bombardamento. Nella valigia, l’amico ha infilato quello che poteva. C’erano manoscritti, ma anche ricevute, note spese, promemoria, quelli che oggi sarebbero dei post-it. Difficile che nella valigia sia entrato tutto. Chi legge Charms oggi non ha la minima idea delle condizioni in cui è stata scritta -e conservata- l’opera di Charms. Fuggire, infilare cose alla svelta in una valigia, portarsi via da una casa bombardata sono cose che non appartengono all’immaginario dei lettori e critici di Charms. Appartengono alla quotidianità di quelle persone che la nostra indifferenza, e i governi da noi votati, fanno affogare in mare. Ricordatevi, se qualcuno di voi sta leggendo, che oggi Charms potrebbe essere uno di quei tizi che lasciamo morire sui barconi. Che la sua storia, in termini odierni, è la storia di un desaparecido. E così quella di Mandel’stam, e di chi sa quanti Charms e quanti Mandel’stam di cui non si sa nulla. Chi sa quanti Charms e quanti Mandel’stam muoiono ogni giorno sui barconi. Quanta intelligenza inespressa perché non c’è tempo per coltivare l’intelligenza, bisogna scappare, trovare il pane, sopravvivere. Il mondo è pieno di questi omicidi.

Non era un padre interventista il vecchio Juvačëv, eppure ti piace pensare che sia stato proprio lui a riportare un po’ di pace in quella famiglia tormentata. Magari solo con la propria presenza, con la saggezza della sua voce bassa. Magari per l’affetto e il rispetto che anche Marina gli portava. Ti piace pensare che Marina e Daniil ora parlino abbracciati nel letto, e che magari scopino cercando di non farsi udire dai compagni d’abitazione, mentre tu tiri le ultime boccate dalla tua Savinelli Sistina e riponi il tuo diario nella borsa.

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Prima d’andare a dormire, nella stanzetta squallida che hai preso, estrai dalla borsa il tuo diario: un quaderno Clairefontaine a righe, A5, con la copertina age bag rosso mattone. Ti siedi allo sgabellino e, dopo aver dato una ripulita al zozzissimo tavolaccio, lo apri. Sei abituato a custodirlo come una reliquia, come il quaderno a cui è affidato il tuo testamento, l’unica possibilità per i tuoi discendenti di conoscere ciò che veramente sei. Ma adesso non ci sono santi, devi poggiarlo su quel tavolo zozzo. Prendi un foglio di carta A4 e ce lo metti sotto. Pensi che Charms, invece, scriveva sullo sporco. Anche Marina Cvetaeva, nei suoi taccuini, si lamentava delle condizioni igieniche dei posti in cui abitava. Ma quello passava il convento e la gente dell’epoca era pratica, dura. Mica come noi. Basta sentire come parlavano per capire che era gente più dura di noi. Apri il quaderno, prendi la tua penna blu a inchiostro liquido, ci pensi un po’ su e scrivi:

Charms era un puro. Chiedersi cosa avrebbe fatto se non fosse morto così giovane non è senza senso, perché quello che stava scrivendo negli ultimi mesi mostra un cambiamento in qualche direzione. Ma quale? Era caduto in una disperazione così assoluta che forse l’unico sbocco sarebbe stato non scrivere più. Non aveva la lucidità di un Cortázar, e aveva invece quella sensibilità estrema, morbosa. Era un logico, ma non un lucido. Sapeva usare la logica formale e quella matematica fino a stravolgerle con le loro stesse regole. Ma non era lucido, né, d’altra parte, il contesto gli permetteva di fermarsi a riflettere lucidamente. Era credente per educazione, ma ateo di natura, e questo lo riempiva di rimorsi. Bisogna essere forti come Cortázar  -che era un uomo tenero, ma forte- per andarsene tranquilli in un’arte dove uno esce di casa e vola. Lui non era così. Me lo immagino come una di quelle creature che hanno lo sguardo degli animali, che vedono le cose esattamente come sono, senza nessuna impalcatura convenzionale. Per questo comprendeva la logica matematica, ma non quella umana. Credo non fosse in grado di capire le situazioni, chi avrebbe potuto aiutarlo o salvargli la vita. Credo trattasse tutti come gli veniva, e che scrivesse quello che scriveva perché il mondo assurdo in cui abitava gli si presentava così. Non voglio sminuirlo. Era un genio. Ma era il tipo di genio che consiste nell’essere come alieni, animali o piante. O bambini -anche se lui odiava i bambini. Nel suo dormiveglia non era un “innocente”, perché era capace di grandi crudeltà. Ma era puro. Per questo è un grandissimo, e per questo è morto. Lo vedo così. Ma non è un personaggio che si può afferrare. Sappiamo tanti dettagli di lui, ma manca l’insieme.

Ti riferisci all’ultimo racconto di Charms, La vecchia. Un enigma. E’ compiuto o incompiuto? Faceva parte di qualcosa di più grande? C’erano altri racconti a cui era collegato, e che sono andati perduti? Oppure: Charms stava evolvendo dalla microscrittura al romanzo? La sua morte giovane ha chiuso la porta in faccia alla possibilità di capirlo.
Vuoi fumare anche tu. Tiri fuori dalla borsa la tua Savinelli Sistina, la carichi e la metti in bocca. Ora fumi affacciato alla finestra, come faceva Daniil poco fa.
I diari. Non ti ha mai convinto, questa storia di tenere un diario. Lo fai più che altro per dovere: in qualche posto del tuo cervello si è formata la convinzione che un vero scrittore deve avere dei quaderni segreti. Ma sii sincero. Hai sempre pensato che i diari siano meno interessanti delle lettere, perché l’assenza di un interlocutore -di un ostacolo-, pone l’io in una situazione di libertà innaturale, di illimitatezza che lo rende insopportabile. Siamo autentici solo nel limite, nell’incontro, nella lotta. “Io” non esiste allo stato puro. Un diario è un esperimento narcisistico di laboratorio. E infatti tu cerchi di tenere soprattutto un diario di pensieri. Più intelligente ancora sarebbe tenere un diario di lettere. Oggi, con le mail, è facile farlo. Prima bisognava conservare le minute, o mettere la carta copiativa se si scriveva a macchina. Oggi, col computer, scrivi su un foglio di Word, poi copi e incolli in una mail, et voilà! Un diario di lettere. Sarebbe l’unico diario autentico.
Ma questo vale per un uomo del ventunesimo secolo come te. Ai tempi di Daniil era diverso. In quei tempi senza blog e senza Facebook, l’io era una merce preziosa. Non lo si sputtanava in giro per il mondo, non si condividevano diari in pubblico. Allora aveva senso scrivere dei quaderni segreti. Le convenzioni sociali erano più stringenti, e molte cose le si poteva scrivere solo ai posteri. Pensiamo al libro che Gide scrisse alla moglie. Sconvolgente per l’epoca, oggi intenso ma non scandaloso. O ai quaderni privati di Kavafis, dove il poeta parla per enigmi della sua omosessualità perché, evidentemente, fa fatica a confessarla anche a se stesso.
Con queste riflessioni ti avvii verso il bagno per allentare un bisogno urgente, e ti accorgi che è un bagno turco. Tu sei un uomo del Duemila e odi i cessi turchi, ti sembrano il massimo della sporcizia. Ma questa è la primavera del 1941 e sei a San Pietroburgo. Come cazzo faccio a cacare qui dentro?, ti chiedi. E inizi a non essere tanto contento di aver fatto questo viaggio indietro nel tempo per inseguire Daniil Charms. Soprattutto, ti accorgi che nell’Unione Sovietica del 1941 non c’è il bidè. Ci sono un lavandino, un secchio e una brocca. Ed è già tanto. Sei abituato a fare i tuoi bisogni seduto sulla tavoletta del wc, rigorosamente con un libro, il computer o almeno un cellulare perché hai bisogno di leggere per fare il tuo dovere, meglio ancora se leggendo stai connesso e puoi rispondere ai messaggi degli amici. E anche se gli amici non ti scrivono, senti comunque di essere connesso. Qui non sei connesso a un bel niente -solo a te stesso, e studi la posizione migliore per stare sospeso sul cesso turco senza cascarci dentro. E smadonni perché non è facile. Come facevano i leningradesi del ’41?

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Un’altra differenza di classe è la differenza fra quelli che vivono in condivisione e quelli che hanno diritto alla privacy. Non è una differenza da poco. Daniil vive in condivisione. Tra i leningradesi poveri, erano in molti a vivere in appartamenti condivisi. Ad ogni famiglia era assegnato un certo numero di metri quadri in base al numero dei componenti. Non c’erano muri a dividere i metri quadri di una famiglia da quelli di un’altra, solo dei separé. E il numero di squilli al campanello determinava per chi dei coinquilini fosse il visitatore. Chi veniva a trovare Daniil doveva tirare la corda del campanello cinque volte. Se si sbagliava e la tirava quattro volte, si alzava il padre di Daniil, ed era meglio non sbagliarsi e non farlo alzare, povero vecchio! Quando ti sei fatto scrupoli ad invadere la privacy di Daniil, è stato anche perché sapevi che Daniil e Marina hanno già così poca privacy, e che forse lo spettacolo di quella miseria ti avrebbe troppo turbato.
Daniil non può pubblicare perché la sua poesia e la sua prosa non sono conformi al realismo socialista, e anche i critici più avvertiti lo considerano poco più di un buffone. Il gruppo Oberju è stata un’avanguardia nata quando le avanguardie erano già finite, nel 1928: più che un’avanguardia, un sismografo dello smembramento delle avanguardie, un gesto provocatorio per dire che presto “farà notte”. Ora anche quello è finito. Daniil sopravvive pubblicando su riviste per bambini. Ma le autorità hanno da ridire anche sui suoi scritti per bambini, e nel 1937 gli hanno proibito per un anno di pubblicare. In realtà non hanno mai smesso di proibirglielo, lo osteggiano in tutti i modi. Per questo Daniil è povero e vive in condivisione.
Anche queste direttive sull’arte rientrano in quella mistificazione integrale che è stata il comunismo. Hanno costretto gli artisti non solo a fare arte di propaganda, ma a non avventurarsi stilisticamente oltre i canoni espressivi dell’Ottocento. I musicisti, per esempio, dovevano attenersi a uno stile alla Rachmaninov. A nessun cervellone del Partito era venuto in mente che l’arte dell’Ottocento era stata l’arte per eccellenza borghese, e che il compagno Rachmaninov era il meno stilisticamente russo fra i compositori russi e quindi il meno patriottico, e che non era nemmeno un compagno, anzi era scappato negli Stati Uniti allo scoppio della rivoluzione, e ora si stava godendo i suoi soldi a Beverly Hills mentre i compagni poveri morivano di fame. Anche Stravinsky era espatriato e stava negli Stati Uniti. Un giorno lui e Rachmaninov s’erano incontrati a una cena. Tra un neoromantico come Rachmaninov e un modernista come Stravinsky, l’odio doveva essere assicurato. I padroni di casa temettero scintille quando si accorsero che i due sarebbero stati seduti accanto. Invece, con grande sorpresa di tutti, Stravinsky e Rachmaninov parlarono fitto fitto tutta la serata, Rachmaninov sfoggiando amabilità, Stravinsky sfoderando il suo sorriso. Stavano parlando di musica?. No: stavano parlando di listini di borsa, passione di entrambi. Il compagno Rachmaninov, modello stilistico obbligato per tutti i compositori dell’Urss, era fatto così.
Mi sono accorto che a volte ho scritto San Pietroburgo e a volte Leningrado, e che ho chiamato i suoi abitanti a volte pietroburghesi a volte leningradesi. Questa confusione è la stessa che circola fra gli abitanti della città nel 1941. I pietroburghesi sono molto legati alla loro città. Una città dal nome germanico. Città di San Pietro, vuol dire San Pietroburgo. Burg è tedesco per città. In russo, città si dice grad. E prima di diventare Leningrado, in un periodo di nazionalismo, il nome di San Pietroburgo era stato russizzato in Pietrogrado. Ma all’élite della città quel nome russizzato non era mai piaciuto. I pietroburghesi all’estero, nel 1940, dicevano che una città che si chiamava Pietrogrado era già pronta a chiamarsi Leningrado. Anche nelle lettere di Daniil troviamo a volte San Pietroburgo e a volte Leningrado. Pietrogrado, ti sembra, non lo troviamo mai.
Quando ha sposato Marina Malic, nel 1934, Daniil era già un uomo annichilito. Ma forse era meno annichilito di adesso. Anche la disperazione ha i suoi gradi. Forse Marina non si rende conto né del genio né della disperazione del marito, se, quando lui legge i suoi scritti, ride. Ma è anche vero che chi vive lo sfacelo ci si abitua e finisce per considerarlo naturale. In effetti gli scritti di Daniil sono sì assurdi, ma mai surreali e fantastici: vi si possono ricostruire nei dettagli lo stradario di Leningrado e le condizioni di vita dei cittadini, dal problema della coabitazione a quello degli scomparsi. La logica non è quella della realtà, ma gli elementi sono attinti dalla realtà nuda e cruda, sono di un realismo elementare. Per questo Marina ride: vede il lato comico degli scritti di Daniil, e non può intuirne la tragedia perché lei stessa ci è dentro.
Ma Daniil, dentro di sé, non ride. Il diario ne dà testimonianza:

Sono completamente abbrutito. E’ terribile. Impotenza totale in tutti i sensi. La degradazione si vede perfino dalla calligrafia.
Ma quale folle pertinacia c’è in me nell’inclinazione al vizio. Aspetto per ore seduto al tavolo, giorno dopo giorno, per ottenere un risultato qualsiasi. Ecco cosa significa un genuino interesse! (18 giugno 1937)

La mia caduta è immensa. Ho perso del tutto la capacità di lavorare. Sono un cadavere vivente. Abba Padre, sono caduto. Aiutami a risollevarmi. (7 agosto 1937)

Vado a una seduta della sezione degli scrittori per l’infanzia. Sono certo che rifiuteranno di aiutarmi e mi cacceranno dall’Unione. (13 novembre 1937)

Non riesco a fare niente. Ho sempre voglia di dormire, come Oblomov. Speranze nessuna. Oggi abbiamo mangiato per l’ultima volta. Marina sta male, ha sempre la febbre… Io non ho energia. (30 novembre 1937)

Mi meraviglio della forza dell’uomo. Oggi è già il 12 gennaio 1938. Le nostre condizioni sono peggiorate ancora di molto, tuttavia tiriamo avanti. Dio, mandaci al più presto la morte.

11 marzo 1938, ho venduto per 200 rubli l’orologio di Pavel Bure regalatomi dalla mamma.

Le nostre cose vanno sempre peggio. Non si sa cosa mangeremo oggi. E cosa mangeremo in seguito -non lo so proprio. Facciamo la fame. (25 marzo 1938)

Per me sono arrivati i giorni della fine. Ieri ho parlato con Andreev. Il colloquio è andato molto male. Non c’è speranza. Facciamo la fame, Marina si indebolisce e come se non bastasse io ho un dente che mi fa un male spaventoso.
Siamo perduti -Dio, aiutaci! (9 aprile 1938)

Il registratore del mondo – 5

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Sta venendo la sera. Fa freddo a San Pietroburgo, anche se è primavera. Daniil è rientrato dalla sua passeggiata, e di seguirlo fino in casa non hai il coraggio: già ti senti una spia a pedinarlo. Ma tu sei una spia: hai letto le sue lettere, hai letto le sue pagine di diario. Invadere il suo domicilio non dovrebbe darti scrupolo. Ma, ti dici, se si è riconciliato con Marina e sta facendo l’amore con lei? Se sta al bagno? Non posso farlo, c’è un limite. E poi, sono sconosciuto qui, ma mica invisibile! Che gli racconto? Con che pretesto entro? Lasciamo perdere.
E mentre pensi questo, la musica delle campane inizia a viaggiare per l’aria vasta e immobile di San Pietroburgo, e vedi che da una finestra si affaccia proprio Daniil. Sta fumando la sua pipa da Sherlock Holmes.  Il primo istinto è quello di nasconderti, hai paura di essere notato, hai paura che ti creda una spia. Daniil è già stato confinato: interrogato sulla sua fede socialista e poi confinato a Kursk. Lì ha scritto alcune pagine di diario che tu conosci, in cui riversava il suo umor nero e il costante timore d’essere malato. L’uomo che sta alla finestra sembra aver realizzato i suoi timori. Sembra malato.
Fa freddo adesso. Devi entrare da qualche parte. Ti cerchi una pensione. Cammini, e di nuovo pensi che le facce intorno a te, le poche facce che si vedono in giro in questo marzo ’41, non sono meno disperate di quella di Daniil. Il comunismo, ha scritto Emmanuel Carrère, è stata una gigantesca mistificazione della realtà. Le persone sparivano, incriminate per crimini improbabili, e le famiglie finivano per convincersi che avessero davvero fatto qualche cosa, che deportarli fosse stato giusto. Finivano per credere che i loro congiunti non fossero mai esistiti. Se li scordavano. Facevano credere alla gente di essere in guerra anche quando la guerra non c’era, facevano credere alle persone che loro, le persone, erano gli artefici di un mondo nuovo anche se pativano la solita miseria e la solita vecchia fame. E tu che hai vissuto nell’Italia della crisi economica, della più spettacolare crisi economica del dopoguerra, credevi di conoscere le facce dei poveri, ma ti ingannavi: conosci le facce degli impoveriti, di quelli che prima facevano una vita buona o almeno decente, e adesso non arrivano più a fine mese. Dei giovani ch’erano cresciuti nell’illusione del benessere e ora gironzolano senza lavoro e senza uno scopo nella vita. Conosci le facce di quelli che credevano di avere una dignità e l’hanno persa, perché hanno perso il lavoro o sono rimasti senza pensione. Facce spesso brutte, e anche colpevoli perché molti di loro sapevano di stare vivendo al di sopra delle loro possibilità, a spese delle nuove generazioni, o si erano crogiolati nel benessere e avevano disprezzato quelli che ne erano esclusi. Magari avevano semplicemente rimandato il problema, il redde rationem: non pensiamoci, si erano detti, c’è un tempo per ogni cosa. Domani, domani ci si presenterà il conto. Ora godiamo. Carpe diem!, avevano detto, pur sapendo che quel diem non l’avrebbero potuto carpire i loro figli. Conosci quelle facce. Facce colpevoli perché, una volta impoverite, s’erano messe a odiare quelli ch’erano più poveri di loro, i migranti e i rifugiati, credendoli responsabili dei loro guai proprio come i tedeschi, nell’epoca che tu stai spiando a San Pietroburgo, credevano fosse colpa degli ebrei se avevano la pancia vuota e il marco s’era svalutato così tanto che bisognava portarsi una carriola per pagare il pane. Conosci quelle facce disperate e colpevoli e senza dignità. Ma non avevi visto le facce che vedi adesso. Avevi sempre pensato ai poveri d’un tempo come a gente incolpevole e quindi dignitosa. Ma l’innocenza non porta dignità. Queste sono facce incolpevoli, ma la dignità è stata sottratta loro in ogni caso. Di tutti i miti sui poveri, quello che siano più dignitosi è un insulto. Adesso vedi passare un tizio molto diverso, ben vestito, ben curato, rasato, le ghette a posto. La società degli uguali non ha abolito le differenze di classe. Ha solo sostituito la sua borghesia e la sua nobiltà a quelle precedenti. Ha creato la classe di quelli che vivono con gli scarafaggi e quella di quanti vivono senza scarafaggi, e la differenza non la fa più il sangue, ma il Partito. Questo pensi atterrando a San Pietroburgo a inizio primavera del 1941, e ti senti un marziano appena uscito dall’astronave. Hai letto così tanto di quel mondo che credevi di conoscerlo. E invece…