“Oltre”–fotografie di Chiara Romanini

oltre

La libreria L’Orto dei Libri (Roma, via Diego Simonetti 70, località Ostia, fermata Lido Nord) ospita una esposizione antologica della fotografa pistoiese Chiara Romanini (La. Valse). E’ possibile visitarla negli orari d’apertura del locale, che sono

MARTEDI’ – SABATO 09.30 – 13.00 / 16.00 – 19.30

L’esposizione raccoglie 15 scatti significativi della produzione di Chiara Romanini dagli inizi fino alle attuali mostre Voci di pietra (Museo Emozionale di Craco, provincia di Matera) e Quasi (Biblioteca San Giorgio, Pistoia).

***

NOTA CRITICA DI GIORGIO GALLI

«La mia anima nostalgica dell’oltre,
piena d’orgoglio, s’inombra intanto;
ai miei occhi unti sale un pianto
che ho pure la forza di nascondere.»

Questi versi di Mario de Sá-Carneiro, poeta portoghese amato da Chiara Romanini, indicano la direzione in cui si muove la sua ricerca. Oltre: parola dannunziana che, nell’opera della fotografa, si spoglia d’ogni intento estetizzante e si fa anelito di leggerezza e luce.

Semplificata, schiarita nei toni, con spazi più vuoti e inquadrature meno strette, l’immagine diventa più aerea: da ostensione diventa evocazione. I primi scatti, quasi tutti presi in interni, erano drammatici e scultorei; i più recenti giocano sul rapporto fra il dentro e il fuori dell’inquadratura, sulla suggestione di corpi e oggetti che stanno uscendo di campo -o sono già usciti di campo. Gioca sulle finestre, i cieli, i teli di una serra oltre i quali c’è qualcosa -ma cosa?

Gli interni e gli specchi rimandavano a una dimensione claustrofobica, in cui l’immagine era chiusa in se stessa. I fantasmi, presenze ossessive, erano padroni della scena. Ora i fantasmi non se ne sono andati, ma padrona del campo è l’artista. Essi sguazzano, fluttuano, ma non opprimono. La fotografa pistoiese indossa ormai una pelle nuova. Il vestito abbandonato sulla corda mentre l’eterna sposa esce di scena è l’emblema di questo nuovo corso.

Non sono cessate le inquietudini: Romanini potrebbe ancora dire, con l’amato Sá-Carneiro, “Per me la lontananza è più vicina / del luogo presente”. Potrebbe ancora dire “Io sono stato qualcuno che è passato. / Sarò, ma io non sono più”. Quello ch’è cambiato è il suo rapporto con l’Oltre: inattingibile e immanente prima, attivamente cercato oggi. E se è vero che, come scrive lei stessa, la fotografia le serve a “togliersi le stoffe dall’anima”, è vero allora che l’anima dell’artista si sta schiarendo. Dagli abissi si trova in un limbo, dall’inferno sta entrando in purgatorio. Come direbbe l’amato sa-Carneiro:

«Un poco più di sole – io ero brace,
un poco più di azzurro -io ero oltre.
Per riuscire, mi è mancato un colpo d’ala…
Se io almeno rimanessi al di qua…»

(Le citazioni sono tratte da: Mario de Sá-Carneiro, Quasi, traduzione e cura di Alessandro Ghignoli, Via del Vento edizioni, Pistoia)

Annunci

Chiara Romanini, “Voci di pietra”


craco-voci-di-pietra-chiara-romanini-min

Dal 1° marzo al 31 ottobre 2019 si potrà assistere al MEC – Museo Emozionale di Craco, presso il convento di San Pietro, alla nuova esposizione fotografica di Chiara Romanini, Voci di pietra. La mostra rientra fra le iniziative messe in atto per “Matera capitale europea della cultura 2019”. Tutte le informazioni sul sito ufficiale del Museo, www.cracomuseum.eu.

Felice di essere discretamente accanto a un’amica e a un’artista come Chiara Romanini con la mia nota critica, ma più felice ancora per l’arte di Chiara, una delle più coerenti e poetiche che io conosca, un’esperienza umana e artistica che mi arricchisce e mi entusiasma ogni giorno. Grazie anche a Giovanni Asmundo per aver tradotto i nostri testi.

*

Nota critica di Giorgio Galli

Si produce una singolare reazione chimica quando l’arte di Chiara Romanini incontra la rocca di Craco. Sembra che quel paese, un tempo roccaforte strategica e ora accumulo di case morte, stia lì per incontrare la trasfigurazione della sua fotografia. La poetica di fantasmi della giovane artista persiste in una luce nuova, non intima e crepuscolare come nei suoi lavori precedenti, non tessuta di buio e penombra: una luce meridiana, d’aria aperta e vasti spazi aridi. In questa luce la figura della sposa dal volto nascosto – marchio ossessivo dello stile della fotografa – affiora come da un passato antichissimo, che solo le pietre conoscono. Una figura che parla la stessa lingua delle pietre. Tra resti di palazzi e chiese, scale che attendono qualcuno che le salga, scenari sassosi butterati da un’aspra macchia mediterranea, la donna dal volto nascosto, la bambola, l’abito bianco dal gusto retrò emergono come presenze perturbanti ma familiari, come se di questo canto delle case morte fossero visitatori abituali, apparizioni che la materia stessa ha suscitato. Come segni di un simbolismo indecifrabile, che ha lo stesso fascino delle lingue morte. Come il suono delle lingue morte infatti sale dall’inconscio ma è anche evento esterno, fatto oggettivo. In questo mucchio di foto simile a un mucchio di sassi, conglomerati nevrotici ed elementi del paesaggio condividono la stessa sostanza. Chiara Romanini fotografa il substrato mitico della psiche, il cumulo di detriti nei depositi nell’inconscio collettivo. Al contatto con l’aria di Craco, il massimo dell’intimità e il massimo della spersonalizzazione – i due poli del lavoro dell’artista – combaciano per rovente fusione. Voci di pietra è titolo esatto. Definisce l’asprezza e la pietà dell’opera di Romanini, e la potenzialità musicale che nella sua arte visiva – secondo una linea che discende da de Chirico e Savinio – si crea dai rapporti plastici tra le figure. La macchina fotografica scarcera voci mitiche, e pietosamente le riconsegna al silenzio della materia. Nell’antichità, l’ora dei fantasmi non era come per noi la mezzanotte, ma il mezzogiorno. È nella luce meridiana che apparivano le creature ultramondane. Una tradizione che si è conservata in certe culture contadine, se la mitica taranta mordeva nel primo pomeriggio. In questa scheggia di Basilicata, in questa rocca resa disabitata dalle frane, i fantasmi di Chiara Romanini affiorano come, nell’antichità, i demoni di mezzogiorno.

*

Nota autobiografica di Chiara Romanini

«Sono nata a Parma nel 1973. Dopo un breve periodo a Bologna mi sono trasferita a Pistoia, dove ero giunta per caso e poi sono rimasta per scelta in virtù del tempo a dimensione umana che vi si respira. Fotografa appassionata, per realizzare le foto presenti in questa mostra di Craco ho colto l’ispirazione dalla poesia di René Daumal La pelle del Fantasma ed anche dal mio desiderio di accogliere, attraverso visioni, tutte quelle presenze ormai scomparse che hanno lasciato questo meraviglioso luogo, abbandonato ormai al decadimento e alla commiserazione. Un luogo che non ha retto a quel progresso senza rispetto destinato ormai a un futuro incerto. Presenze ormai dimenticate che aleggiano al crepuscolo come ricordi annebbiati e che si aggirano spezzate da una solitudine senza ritorno. Craco accoglie uno spirito come fosse un fantasma di quello che fu. Questo progetto vuole mostrare, attraverso immagini, in modo quasi surreale, una dimensione in cui le anime passate sono rimaste ancorate fra i sassi con gli abiti a brandelli e i sogni strangolati. Quella forma di ‘sentire’, che ho voluto chiamare LaValse, è ben presente in me, provo sistematicamente a cancellare il mondo esterno e a far emergere tutto il mio cosmo interiore. Le mie fotografie appartengono a un dialogo intimo, non è il corpo a scoprirsi ma i sentimenti; sono una donna che, raccolta nelle sue stanze, rimuove la stoffa dal suo animo.»

volantino-mostra-voci-di-pietra-Recuperato-min-1200x848

“Pelle di fantasma” di Chiara Romanini: due note


chiara romanini

E’ un mondo di fantasmi quello di Chiara Romanini. Un mondo attraversare il quale è ipnotizzante. Il dolore innominabile, senza volto, che le sue visioni calcificano evoca più di un riferimento ai maestri, dai volti velati di Magritte all’accumulo di oggetti morti di Boltansky, da Man Ray alle melodie visive della pittura metafisica. Ma la mia cassetta degli attrezzi è troppo povera di riferimenti fronte a quest’arte perturbante. Quello che mi ha conquistato -e conquistato proprio come si conquista un innamorato, con finezza ma anche con primitività- è la poetica coerenza: così granitica che sembra non richiedere alcun obiettivo, alcun punto di vista. Sembra che le cose stiano proprio così come Chiara Romanini le ritrae. Che l’immagine si sia fatta da sola, sia sorta, si sia conglomerata nei millenni, si sia depositata sulla lastra fotografica. Oggettiva. Con la sua classica bellezza e la sua polverosa sporcizia. Col suo erotismo e il suo profumo di morte. Come una scrittura che si scriva da sé, senza l’ingombro dell’io di uno scrittore. Un miracolo che forse riesce meno laddove è riconoscibile la natura materiale degli oggetti raffigurati, o quando il dolore e l’eros sono riferibili ad un corpo e ad un’anima individuali: quelli dell’artista. Ma che riesce magnifico, invece, quando tutto è sovrapersonale e minerale. Quando il corpo di donna e gli oggetti partecipano dello stesso destino, e il volto invisibile canta il suo dolore senza identità. Allora questa fotografia fa bene come sa far bene l’arte quando affonda nell’orrore dell’umano e ce lo restituisce luminoso, perché tradotto in forma. Le fotografie in bianco e nero di Chiara Romanini non sono degli autoritratti: non ritraggono il corpo dell’artista, ma estraggono dalle sue forme un canto. Canto di un dolore gelido e universale. Tanto più corale quanto più spudoratamente ella mostra -o nasconde- se stessa.

(Giorgio Galli)

la pelle del fantasma

«Noi che il dolore ha fatto viaggiare nella nostra anima alla ricerca di un luogo di calma a cui appoggiarci, alla ricerca della stabilità nel male come gli altri nel bene, noi non siamo folli, siamo dei medici meravigliosi»: scrive Antonin Artaud. Per ogni artista queste parole risuonano sempre valide. Ogni opera – e questa mostra fotografica di Chiara Romanini Pelle di fantasma lo evidenzia – è un percorso non tanto di guarigione quanto di messa a fuoco del proprio personale dolore. Questa pudica e sofferta galleria di autoritratti spesso visti di schiena accenna a un silenzio tragico, a un non dicibile del vivente, nell’ottica di una via non maestra che costeggia i territori della conclamata o nascosta follia. «Dietro le facciate vedere quel / che mai avrei voluto sapere, dietro / ogni facciata vedere / quel che oggi non v’è» scrive Amelia Rosselli. Nell’essere “inadatti alla vita” pulsa l’energia sotterranea della vita e dell’arte, e il solo modo di costruire una nuova ragione è vivere intensamente la polifonia delle non-ragioni che la nutrono, senza temerne la complessità, e da lì trarne immagini. Ogni artista autentico è traversato da un turbamento psichico capace di amplificare, come cassa di risonanza, l’originalità utopica del suo pensiero-opera. Non è facile dimenticare questi gelidi e febbrili autoscatti, ora dentro una stanza, ora vicino a una finestra, ora in cortili chiusi, dove un personaggio femminile interagisce con i suoi fantasmi in modo sommesso e gentile, come dischiudendo una porta e permettendo all’osservatore di guardare. Ma l’arte di Chiara Romanini è proprio saper orientare quello sguardo nella direzione voluta dall’inconscio e dalla coscienza, usando l’arte fotografica come sonda psichica.

(Marco Ercolani)

mostra chiara romaniniA questo link una panoramica del lavoro fotografico di Chiara Romanini

Chiara Romanini, La valse

di Chiara Romanini. In La foce e la sorgente, n. 2, fascicolo primo

«…c’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta l’anima»

Queste parole, scritte al suo amante Rodin da Camille Claudel, mi si sono tatuate nell’anima, tanto mi rappresentano. La Valse, l’opera che tanto amo, racchiude, in un nome solo, tutta la passione e fragilità che sento per la vita.

Con il mio lavoro accolgo tutti i giorni il dolore, mi entra dentro come sangue caldo, parlo con persone che soffrono, che in alcuni casi non sanno sino a quando potranno abbracciare l’amato, tutte queste sensazioni mi si tatuano nell’anima e non si può mettere un muro, bisogna imparare a gestirle, a esprimere ciò che si prova. Perché siamo tutti figli, genitori, mogli e amanti, e tutti abbiamo il nostro supplizio interiore, nessuno può permettersi di giudicarlo, bisogna semplicemente accettarlo e ascoltarlo per riuscire a superarlo.

Le immagini sono l’elaborazione di ciò che sento quando la soglia è troppo alta. Queste mie fotografie, appartengono a un dialogo interiore, non è il corpo a scoprirsi ma i sentimenti.

La.Valse indossa l’animo di una Donna negata, raccolta nelle sue stanze, riflessa in un caleidoscopio di specchi; un silenzioso e lento mutamento. Un sentire continuo e sgretolante come un lamento perpetuo; una riflessione su esseri vomitati nel proprio destino, incisi da un profondo senso di inadeguatezza.

Figure frutto di una elaborazione di spiriti dolenti incontrati in sentieri nebbiosi.

Per ora sono questa: una donna che, raccolta nelle sue stanze, rimuove la stoffa dal suo animo…

la valse 1

la valse 2

la valse 3

la valse 4

la valse 5

la vlase 6

la valse 7

la valse 8

la valse 9