“Oltre”–fotografie di Chiara Romanini

oltre

«La mia anima nostalgica dell’oltre,
piena d’orgoglio, s’inombra intanto;
ai miei occhi unti sale un pianto
che ho pure la forza di nascondere.»

Questi versi di Mario de Sá-Carneiro, poeta portoghese amato da Chiara Romanini, indicano la direzione in cui si muove la sua ricerca. Oltre: parola dannunziana che, nell’opera della fotografa, si spoglia d’ogni intento estetizzante e si fa anelito di leggerezza e luce.

Semplificata, schiarita nei toni, con spazi più vuoti e inquadrature meno strette, l’immagine diventa più aerea: da ostensione diventa evocazione. I primi scatti, quasi tutti presi in interni, erano drammatici e scultorei; i più recenti giocano sul rapporto fra il dentro e il fuori dell’inquadratura, sulla suggestione di corpi e oggetti che stanno uscendo di campo -o sono già usciti di campo. Gioca sulle finestre, i cieli, i teli di una serra oltre i quali c’è qualcosa -ma cosa?

Gli interni e gli specchi rimandavano a una dimensione claustrofobica, in cui l’immagine era chiusa in se stessa. I fantasmi, presenze ossessive, erano padroni della scena. Ora i fantasmi non se ne sono andati, ma padrona del campo è l’artista. Essi sguazzano, fluttuano, ma non opprimono. La fotografa pistoiese indossa ormai una pelle nuova. Il vestito abbandonato sulla corda mentre l’eterna sposa esce di scena è l’emblema di questo nuovo corso.

Non sono cessate le inquietudini: Romanini potrebbe ancora dire, con l’amato Sá-Carneiro, “Per me la lontananza è più vicina / del luogo presente”. Potrebbe ancora dire “Io sono stato qualcuno che è passato. / Sarò, ma io non sono più”. Quello ch’è cambiato è il suo rapporto con l’Oltre: inattingibile e immanente prima, attivamente cercato oggi. E se è vero che, come scrive lei stessa, la fotografia le serve a “togliersi le stoffe dall’anima”, è vero allora che l’anima dell’artista si sta schiarendo. Dagli abissi si trova in un limbo, dall’inferno sta entrando in purgatorio. Come direbbe l’amato sa-Carneiro:

«Un poco più di sole – io ero brace,
un poco più di azzurro -io ero oltre.
Per riuscire, mi è mancato un colpo d’ala…
Se io almeno rimanessi al di qua…»

(Le citazioni sono tratte da: Mario de Sá-Carneiro, Quasi, traduzione e cura di Alessandro Ghignoli, Via del Vento edizioni, Pistoia)

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Chiara Romanini, “Voci di pietra”


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Dal 1° marzo al 31 ottobre 2019 si potrà assistere al MEC – Museo Emozionale di Craco, presso il convento di San Pietro, alla nuova esposizione fotografica di Chiara Romanini, Voci di pietra. La mostra rientra fra le iniziative messe in atto per “Matera capitale europea della cultura 2019”. Tutte le informazioni sul sito ufficiale del Museo, www.cracomuseum.eu.

Felice di essere discretamente accanto a un’amica e a un’artista come Chiara Romanini con la mia nota critica, ma più felice ancora per l’arte di Chiara, una delle più coerenti e poetiche che io conosca, un’esperienza umana e artistica che mi arricchisce e mi entusiasma ogni giorno. Grazie anche a Giovanni Asmundo per aver tradotto i nostri testi.

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Nota critica di Giorgio Galli

Si produce una singolare reazione chimica quando l’arte di Chiara Romanini incontra la rocca di Craco. Sembra che quel paese, un tempo roccaforte strategica e ora accumulo di case morte, stia lì per incontrare la trasfigurazione della sua fotografia. La poetica di fantasmi della giovane artista persiste in una luce nuova, non intima e crepuscolare come nei suoi lavori precedenti, non tessuta di buio e penombra: una luce meridiana, d’aria aperta e vasti spazi aridi. In questa luce la figura della sposa dal volto nascosto – marchio ossessivo dello stile della fotografa – affiora come da un passato antichissimo, che solo le pietre conoscono. Una figura che parla la stessa lingua delle pietre. Tra resti di palazzi e chiese, scale che attendono qualcuno che le salga, scenari sassosi butterati da un’aspra macchia mediterranea, la donna dal volto nascosto, la bambola, l’abito bianco dal gusto retrò emergono come presenze perturbanti ma familiari, come se di questo canto delle case morte fossero visitatori abituali, apparizioni che la materia stessa ha suscitato. Come segni di un simbolismo indecifrabile, che ha lo stesso fascino delle lingue morte. Come il suono delle lingue morte infatti sale dall’inconscio ma è anche evento esterno, fatto oggettivo. In questo mucchio di foto simile a un mucchio di sassi, conglomerati nevrotici ed elementi del paesaggio condividono la stessa sostanza. Chiara Romanini fotografa il substrato mitico della psiche, il cumulo di detriti nei depositi nell’inconscio collettivo. Al contatto con l’aria di Craco, il massimo dell’intimità e il massimo della spersonalizzazione – i due poli del lavoro dell’artista – combaciano per rovente fusione. Voci di pietra è titolo esatto. Definisce l’asprezza e la pietà dell’opera di Romanini, e la potenzialità musicale che nella sua arte visiva – secondo una linea che discende da de Chirico e Savinio – si crea dai rapporti plastici tra le figure. La macchina fotografica scarcera voci mitiche, e pietosamente le riconsegna al silenzio della materia. Nell’antichità, l’ora dei fantasmi non era come per noi la mezzanotte, ma il mezzogiorno. È nella luce meridiana che apparivano le creature ultramondane. Una tradizione che si è conservata in certe culture contadine, se la mitica taranta mordeva nel primo pomeriggio. In questa scheggia di Basilicata, in questa rocca resa disabitata dalle frane, i fantasmi di Chiara Romanini affiorano come, nell’antichità, i demoni di mezzogiorno.

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Nota autobiografica di Chiara Romanini

«Sono nata a Parma nel 1973. Dopo un breve periodo a Bologna mi sono trasferita a Pistoia, dove ero giunta per caso e poi sono rimasta per scelta in virtù del tempo a dimensione umana che vi si respira. Fotografa appassionata, per realizzare le foto presenti in questa mostra di Craco ho colto l’ispirazione dalla poesia di René Daumal La pelle del Fantasma ed anche dal mio desiderio di accogliere, attraverso visioni, tutte quelle presenze ormai scomparse che hanno lasciato questo meraviglioso luogo, abbandonato ormai al decadimento e alla commiserazione. Un luogo che non ha retto a quel progresso senza rispetto destinato ormai a un futuro incerto. Presenze ormai dimenticate che aleggiano al crepuscolo come ricordi annebbiati e che si aggirano spezzate da una solitudine senza ritorno. Craco accoglie uno spirito come fosse un fantasma di quello che fu. Questo progetto vuole mostrare, attraverso immagini, in modo quasi surreale, una dimensione in cui le anime passate sono rimaste ancorate fra i sassi con gli abiti a brandelli e i sogni strangolati. Quella forma di ‘sentire’, che ho voluto chiamare LaValse, è ben presente in me, provo sistematicamente a cancellare il mondo esterno e a far emergere tutto il mio cosmo interiore. Le mie fotografie appartengono a un dialogo intimo, non è il corpo a scoprirsi ma i sentimenti; sono una donna che, raccolta nelle sue stanze, rimuove la stoffa dal suo animo.»

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Chiara Romanini


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[Nota critica contenuta nel catalogo Chiara Romanini, La Valse, edito da Edizione La Valse, Parma, e reperibile alla libreria Cino di Pistoia. Con contributi di Claudia Ciardi, Marco Ercolani, Susanna Mati, Fabrizio Zollo]

E’ un mondo di fantasmi quello di Chiara Romanini. Un mondo attraversare il quale è ipnotizzante. Il dolore innominabile, senza volto, che le sue visioni calcificano evoca più di un riferimento ai maestri, dai volti velati di Magritte all’accumulo di oggetti morti di Boltansky; da Man Ray alle melodie visive della pittura metafisica. Ma la mia cassetta degli attrezzi è troppo povera di riferimenti di fronte a quest’arte perturbante. Quello che mi ha conquistato -e conquistato proprio come si conquista un innamorato, con finezza ma anche con primordiale istintività- è la coerenza poetica: così granitica che l’immagine sembra non richiedere alcun obiettivo, alcun punto di vista. Sembra che le cose stiano proprio così come l’artista le ritrae. Che l’immagine si sia fatta da sola, sia sorta, si sia conglomerata nei millenni, si sia depositata sulla lastra fotografica. Oggettiva. Con la sua classica bellezza e la sua polverosa sporcizia. Col suo erotismo e il suo profumo di morte. Come una scrittura che si scriva da sé, senza l’ingombro dell’io di uno scrittore. Un miracolo che forse riesce meno laddove è riconoscibile la natura materiale degli oggetti, o quando il dolore e l’eros sono riferibili ad un corpo e un’anima individuali -quelli dell’artista. E che riesce magnifico, invece, quando tutto è sovrapersonale e minerale. Quando il corpo femminile e gli oggetti partecipano dello stesso destino, e il volto invisibile canta il suo dolore senza identità. Allora questa fotografia fa bene come sa far bene l’arte quando affonda nell’orrore dell’umano e ce lo restituisce luminoso, perché tradotto in forma. Le fotografie in bianco e nero di Chiara Romanini non sono degli autoritratti: non ritraggono il corpo dell’artista, ma estraggono dalle sue forme un canto. Canto di un dolore gelido e universale. Tanto più corale quanto più spudoratamente ella mostra -o nasconde- se stessa.

Gli ambienti, i soggetti di queste fotografie sono sempre gli stessi, ripercorsi con ossessiva coerenza. Ma non generano monotonia perché minime variazioni li rinnovano sempre dall’interno. Solo uno sguardo distratto può pensare che siano “ripetizioni” gli eterni ritorni su ossessioni riprese da tutti i lati, lo scandagliare nei minimi particolari un’interiorità spesso tremenda. Quest’arte sembra la messa in opera del principio esposto da Cesare Pavese nel Mestiere di vivere, secondo cui non è la varietà dei soggetti a fare la ricchezza di uno sguardo, ma la capacità di osservare un punto fisso sempre più approfondendolo, sempre più rinnovandolo. I motivi ossessivi dell’arte di Chiara Romanini si presentano come altrettante prime volte. La gamma emotiva va dall’invernale gelo degli scatti più tragici alla soavità di quelli in cui sembra che un lieve giovane vento soffi su un vecchio dolore.

Il rapporto tra le figure -specie tra figure umane e manichini- suggerisce un dialogo, ma un dialogo con un’assenza, fatto di cose indicibili o dicibili solo musicalmente, in un cantosilenzio ricevibile solo da chi sa accogliere un’anima senza mediazioni.

A chi sa accoglierla, l’anima dell’artista rivela una bellezza nativa. Non un dolore che fugge dal mondo, ma un dolore coraggioso che opera nel mondo e lo trasforma. Le creature dotate di bellezza nativa vivono intensamente, hanno relazioni, amori, lavorano, maturano, ma con bellezza. Una bellezza diversa dalla purezza degli emarginati. Nel mondo terribile che abita Chiara Romanini e che ella abita completamente, c’è dell’amore: amore simile a una melodia che sale dai misteriosi dialoghi tra le figure, che si alza a fatica ma si alza; un amore massacrato dal mondo, sempre messo a tacere, che però ogni volta riprende voce. E’ tutto questo a fare la sferzante bellezza di quest’arte.

la pelle del fantasma

Chiara Romanini, La valse

di Chiara Romanini. In La foce e la sorgente, n. 2, fascicolo primo

«…c’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta l’anima»

Queste parole, scritte al suo amante Rodin da Camille Claudel, mi si sono tatuate nell’anima, tanto mi rappresentano. La Valse, l’opera che tanto amo, racchiude, in un nome solo, tutta la passione e fragilità che sento per la vita.

Con il mio lavoro accolgo tutti i giorni il dolore, mi entra dentro come sangue caldo, parlo con persone che soffrono, che in alcuni casi non sanno sino a quando potranno abbracciare l’amato, tutte queste sensazioni mi si tatuano nell’anima e non si può mettere un muro, bisogna imparare a gestirle, a esprimere ciò che si prova. Perché siamo tutti figli, genitori, mogli e amanti, e tutti abbiamo il nostro supplizio interiore, nessuno può permettersi di giudicarlo, bisogna semplicemente accettarlo e ascoltarlo per riuscire a superarlo.

Le immagini sono l’elaborazione di ciò che sento quando la soglia è troppo alta. Queste mie fotografie, appartengono a un dialogo interiore, non è il corpo a scoprirsi ma i sentimenti.

La.Valse indossa l’animo di una Donna negata, raccolta nelle sue stanze, riflessa in un caleidoscopio di specchi; un silenzioso e lento mutamento. Un sentire continuo e sgretolante come un lamento perpetuo; una riflessione su esseri vomitati nel proprio destino, incisi da un profondo senso di inadeguatezza.

Figure frutto di una elaborazione di spiriti dolenti incontrati in sentieri nebbiosi.

Per ora sono questa: una donna che, raccolta nelle sue stanze, rimuove la stoffa dal suo animo…

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