Recensioni musicali

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(ad Anna Maria Curci ovvero Mutter Courage)

La Befana del 2018 ci ha regalato due concerti all’Auditorium. Con mille ringraziamenti alla Befana, li racconto.

Cominciamo dal secondo. L’ascolto è stato in parte disturbato da un tizio dietro di noi che parlava a voce alta, inventandosi date di nascita e morte di musicisti, facendoci conoscere la sua opinione sul concerto prima ancora che il concerto fosse finito e, soprattutto, seducendo la ragazza che lo accompagnava con un mix di citazioni -avrà detto tre volte “l’inferno sono gli altri”- e di dichiarazioni sibilline di cui io non ho capito un accidente, ma che Giusi, più sveglia di me, ha credibilmente interpretato come: “Non voglio impegnarmi, una sveltina e via”. Per fortuna, dopo l’intervallo, i nostri vicini sono stati impegnati a pomiciare e la musica si è sentita meglio. L’ultima affermazione del tizio, per la cronaca, è stata “Avverto mia moglie che faccio  tardi”.

Ma veniamo alla parte musicale.

Del Concerto per violino e orchestra op. 61 di Beethoven, Anne-Sophie Mutter ci ha offerto l’interpretazione più narcisistica possibile. Antonio Pappano, alla bacchetta, segnava tempi a metà tra Celibidache e Maximianno Cobra, riuscendo a far durare il Concerto un’ora piena. La Mutter col suo violino sciorinava pianissimi con dieci p ad ogni inizio di frase. La sua escursione dinamica arrivava al massimo al mezzoforte, con qualche forte regalato quando l’orchestra la stava coprendo di brutto. Per tutto il Concerto ha tenuto banco con dei rubati esasperanti, mentre Pappano cercava di risvegliare il pubblico dando carta bianca al timpanista e facendo sfogare gli ottoni. Il risultato è stato simile a un encefalogramma piatto con qualche violenta scarica elettrica. Un consiglio per la Mutter: ascoltare l’incisione di Heifetz e Toscanini del 1940. Nel ’40 gli apparecchi non potevano catturare i microsuoni della Mutter. In compenso, in quel rozzo disco c’è della musica, nella sua sottilissima esecuzione no.

Finalmente uscita la Mutter, in Una vita d’eroe di Richard Strauss Pappano e l’orchestra hanno potuto darci un’esecuzione più autentica. Certo, la tendenza di Pappano alle espansioni liriche e ai forti contrasti dinamici ha dato il meglio di sé nell’episodio della compagna dell’eroe e in quello della battaglia. Nell’introduzione avrei preferito un po’ di brio in più, e la parte delle “opere di pace”, eseguita senza ironia, risultava pesante -anche perché Pappano si divertiva a evidenziare le autocitazioni di Strauss. Un consiglio per Pappano: ascoltare le registrazioni di Strauss che dirige se stesso. Strauss è stato il meno straussiano e il più ironico dei suoi interpreti. Potrebbe essere un’indicazione.

Infine, un appello per l’architetto. Signor Piano, al terzo piano -e dopo che mi fui più volte volto- ho constatato esserci un solo bagno e per di più monoposto: col risultato che, nell’intervallo, ci si precipita lì in stile “l’ultimo paga pegno” e, nella seconda parte del concerto, chi non è riuscito a far pipì ascolta, più che l’orchestra, le zampogne della sua vescica. Un cessetto in più favorirebbe il raggiungimento dell’estasi artistica, liberando il corpo de’ suoi gravami.

Della serata precedente ho riportato impressioni più succinte. Davanti a noi le meravigliose bambine del coro di Santa Cecilia dello scorso anno. Lo spettacolo più bello erano loro. Il resto del programma come segue.

Sinfonia in do di Bizet: non male, ma sembrava che non l’avessero provata: qualche problema d’intonazione negli archi, qualche problema d’insieme, ma nell’Adagio un oboista meraviglioso.

Carmen suite: bella, menzione speciale per il vivacissimo coro dei bambini.

Sinfonia n. 2 di Borodin: sembrava che Pappano ce l’avesse personalmente col compositore. Le voci secondarie sempre in primo piano e quelle principali sempre coperte. Tempi fluttuanti, un suono ponderoso che sembrava più Wagner che Borodin. Più che un’esecuzione, un boicottaggio sistematico della sinfonia.

Danze polovesiane, sempre di Borodin: Pappano ha diretto come se avesse un granchio attaccato ai coglioni. Bravissimi orchestra e coro a trovare un senso nei suoi gesti da matto in preda a raptus e a non perdere la bussola con quei tempi assurdi. Si conferma la sua antipatia personale per il compositore.

Comunque, un concerto all’Auditorium è sempre un concerto all’Auditorium, un giro per la libreria dell’Auditorium lo si fa volentieri -anche se non si hanno soldi per comprare libri- e io oggi sto con un’influenza della Madonna, per cui avrete mie notizie a stretto giro.

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