Confessione

Boito_e_Verdi

Arrigo Boito (Padova, 1842 – Milano, 1918) fu scrittore, librettista e compositore mancato. Fu un uomo febbrile e inquieto, intellettuale della Scapigliatura, figlio spirituale di Baudelaire ma cresciuto nell’aria pragmatica del Nord Italia. Lo ricordiamo in parte per la sua prima opera lirica, il Mefistofele, e in gran parte per i libretti delle due ultime opere di Verdi, l’Otello e il Falstaff. E’ opinione comune che Boito abbia portato all’opera verdiana il vento fresco di due testi di qualità, prendendo il posto dello storico librettista Francesco Maria Piave, il cui cervello aveva dato di volta. Ma è un’opinione condivisibile solo in parte. Piave scriveva versi imbarazzanti: “Sento l’orma dei passi spietati”, “il balen del tuo sorriso”. Eppure, come osserva Savinio, i momenti più alti di Verdi assomigliano molto a “Sento l’orma dei passi spietati”. Sono momenti stupendi, ma sciocchi. Provate a far eseguire la Danza delle sacerdotesse dell’Aida a una fisarmonica, e perderà tutto il suo fascino egiziano per rivelarsi una mazurka campagnola infiocchettata con qualche cromatismo. E’ questo il genio di Verdi: e un inventore di sfondoni come il Piave lo intercettò molto meglio del più colto Boito. C’è anche dell’altro. I versi di Piave, servitore della musica, erano brutti sì, ma musicabili, mentre non si riesce a immaginare un periodo più antimusicale di questo, tratto dal Falstaff di Boito: “Costui beve, poi pel gran bere perde i suoi cinque sensi, poi ti natta una favola ch’egli ha sognato mentre dormì sotto la tavola”. Solo il genio di Verdi poté mettere in musica questi ritmi zoppi. E c’è ancora dell’altro. Piave sarà stato anche un poeta da strapazzo, ma era un buon psicologo. Conosceva l’animo umano, e questo in Verdi è fondamentale. Piave capiva le ragioni teatrali di Verdi con una profondità che Boito nemmeno si sognava E il risultato è che, con Piave, tutti i personaggi, anche i più infami, hanno le loro ragioni; con Boito, Jago sembra Hannibal Lecter.

Eppure, se ci occupiamo di Boito non è per dirne male come artista, ma per elogiarlo come uomo. Quando girarono voci sulla stampa secondo cui Boito era stanco di collaborare con Verdi e voleva dedicarsi di più alla propria musica, Verdi gli offrì, non senza risentimento, di congedarlo. Ma Boito non accettò, e gli scrisse: “Voi vivete la vita vera e reale dell’Arte, io quella delle allucinazioni”. Una così lucida confessione è difficile da fare per chi aspira ad essere un artista. Boito la ha fatta, ed è per questo che è stato un grande uomo.