Messaggio in bottiglia

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ad Annamaria Ferramosca, gennaio 2019

«Cara Annamaria,

oggi, di fronte al telegiornale, mi sono sentito fisicamente male. Quello che sta accadendo, semplicemente, non dovrebbe esser possibile -eppure succede come è successo ottant’anni fa, e forse con un’aggravante: l’Italia fascista era un’Italia indifferente, questa è un’Italia consenziente. I veri fascisti e i veri antifascisti, allora, si contavano sulla punta delle dita, la gran parte degli italiani pensava semplicemente ai fatti suoi. Quello che accade oggi invece è esattamente quello che gli italiani vogliono. Mi son detto: ma ha ancora senso scrivere e stare dentro una cultura che, fra cinquant’anni, forse sarà scomparsa? Oggi la cultura, il pensiero, la critica, ma più di tutto la sensibilità sono i bersagli preferiti della propaganda d’odio della cosiddetta”gente normale” e del suo governo neofascista. Quello che è in gioco è l’intero campo dell’umano di cui la poesia è una delle forme. Coltivare la sfumatura, difendere la differenza è la nostra piccola resistenza. Ma, quando sarà normale bruciare un clochard, potremo ancora pensare alla poesia? Sarà la nostra piccola resistenza o il nostro vizio?

Possiamo usare la scrittura -ma con quale effetto? Prima la parola aveva un effetto -ma con questa opinione pubblica, ideologizzata al qualunquismo in un modo totalitario, che effetto ha la parola?

Mi sono domandato se “scrivere” ormai non è solo un gesto narcisistico. Lo chiedo anche a te: cosa stiamo facendo? Portiamo un tassello, piccolo o grande non importa, a un mosaico di bellezza che rende il mondo un posto più accettabile, o stiamo solo titillando degli ego enormi?

*

da Annamaria Ferramosca

«Carissimo Giorgio,

quel che mi scrivi mi riempie di amarezza, ho pensato al tempo lontano in cui con gli amici si scambiavano pensieri su tanti temi, anche tristi, ma vi era sempre un fondale psicologico di proiezione fiduciosa verso il futuro, si dibattevano e condividevano idee come presagi di soluzioni e intenti dagli esiti sempre positivi per tutti, vi era una speranza di equilibrio globale anche se la realtà frapponeva ostacoli vari.

Oggi, come giustamente tu dici, non solo pensiero e cultura non omologati sono avversati e perfino derisi da una folla destrorsa acefala e volgare, ma quel che è più grave è non vedere una reazione forte, convincente e coordinata dei pochissimi intellettuali, che sappia contrastare efficacemente questa deriva (visto che dalla politica non credo verranno mai risposte credibili).

Ti chiedi se restare, come facciamo, a difendere la differenza con la nostra piccola scrittura non sia solo marginale o addirittura miserabile, un crogiolarsi vizioso. E davvero non so cosa rispondere a questo tuo dubbio atroce, in questi nostri giorni dell’individualismo e dell’indifferenza generalizzati, che invadono anche territori e spiriti che ne dovrebbero essere teoricamente immuni. Ma sono certa che ognuno dà quel che riesce a dare, quel che crede di saper meglio fare e per me è cercare di trasmettere barlumi di quel mistero o assoluto che solo nella Poesia vedo prendere forma, qualcosa che mi sembra comunque salvezza, anche per gli altri se -chissà -altri, magari solo due, un giorno leggeranno e comprenderanno.

No, caro Giorgio, scrivere a volte è puro eroismo, non può essere atto egoico, se urgente e sincero, se pura espressione umana, versante nobilissimo di quell’homo bonus, in cui ancora credo. Sì, è vero, l’orrore in cui siamo immersi è devastante, ma dobbiamo continuare a cercare luce residua in noi stessi e nello scambio sincero e fertile tra noi.»

*

ad Annamaria Ferramosca

«Cara Annamaria,

credo che ci siamo lasciati alle spalle un sessantennio felice che è stato, però, un’eccezione nella storia umana. Il sessantennio dei diritti umani è finito, dopo le Torri Gemelle è tornato normale in Occidente -fuori dell’Occidente lo è sempre stato- torturare persone, fare diritti separati per gruppi etnico-religiosi diversi, sono tornate di moda le nazioni e le religioni. I progressi di umanità fatti in quel sessantennio avevano come presupposto la Shoah: l’irrazionalismo, il razzismo, la nazione, la propaganda d’odio, il potere per il potere erano stati banditi proprio perché se ne avevano sotto gli occhi i risultati. Ma, passando il tempo e allentandosi la memoria, tutto è tornato come prima. Le potenze emergenti oggi sono potenze che i diritti umani -nonché quelli civili e sociali- non li hanno mai conosciuti e non li vogliono. Tutto vecchio, come vedi. Quello che c’è di nuovo è che le nuove dinamiche di potere -diversamente dalle vecchie- possono fare a meno della cultura e che la bellezza non serve più loro neanche da paravento. Il meglio che si può dire è che le forme di cultura conosciute fino ad oggi confluiranno in forme nuove e imprevedibili, come in una nuova caduta di Roma seguita da un nuovo Medioevo. Il peggio che si può dire è che scompariranno. E non so quale delle due si avvererà.

Penso che gli italiani siano ancora nell’onda del 1938, e non metaforicamente. I tedeschi hanno fatto il processo di Norimberga, noi l’amnistia Togliatti. Le persone che prima facevano propaganda sulla razza hanno continuato a gestire società sportive, reti televisive ecc -il più grande giornalista italiano è stato un tale che ha continuato fino alla morte a descrivere la guerra d’Etiopia come una gita scolastica e a rammentare di aver comprato una ragazza etiope infibulata di 12 anni per sfogare la sua impetuosa sessualità, e gli abbiamo dedicato strade e piazze! Noi siamo abituati a sentir parlare di “eccellenza italiana”, “genio italiano” ecc. anche alle trasmissioni di Alberto Angela. Non sappiamo che l’abitudine di sottolineare questa italianità e questa eccellenza dell’italianità è nata dalle circolari mussoliniane dopo il 1938 e aveva la funzione di esaltare le conquiste della razza. Questo modo di comunicare si usa ancora, senza sapere da dove viene. E infatti, al governo, ci ritroviamo degli squadristi inconsapevoli, che non sanno di essere squadristi ma hanno una mente squadrista.

Come ne possiamo uscire non lo so. Ma non credo di arrivare a vedere l’uscita nel tempo della mia vita.

E nel frattempo cosa riusciamo a fare? Scriviamo lettere a nessuno, sapendo che l’alfabeto dei diritti umani è diventato indecifrabile. Mandiamo messaggi in bottiglia sapendo che chi li leggerà si farà una risata e li ributterà in acqua. Buttiamo in acqua gli esseri umani, figuriamoci i messaggi… Mi domando se all’urlo del razzismo e dell’inciviltà non sia meglio rispondere con l’operosità e il silenzio.»

*

da Annamaria Ferramosca

«Si, siamo regrediti all’homo homini lupus e difficilmente ci sarà un’inversione di rotta. Gli intellettuali, anche a livello internazionale, sembrano non aver più fiducia nelle residue idee di ricostruzione e democrazia solidale, se emettono voce questa è flebile e non trova o non vuole trovare agganci, forse per una specie di masochismo inconscio. Forse l’autoestinzione del sapiens procede così.»

*

E voi cosa pensate?

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Il quoziente di salvezza della parola: su “Andare per salti” di Annamaria Ferramosca

annamaria-ferramosca-portrait-1«La prima impressione lasciatami da questa silloge di Annamaria Ferramosca è quella di uno straordinario senso di libertà, che si sprigiona da contesti di vita quotidiana (interni, passeggiate, viaggi in treno, supermercati), area domestica con segnali come recita il titolo di uno dei testi poetici» scrive Caterina Davinio nella meravigliosa prefazione. E continua: «Un’aria quasi immateriale spira nelle cose, delineate con rapidi cenni, che appaiono contaminate ad ogni passo […] dal senso del nulla, senza tuttavia accenti drammatici o tragici, come se il rigore imposto alla forma poetica smussasse tutte le asperità, le angosce, stemperandole di contemplativo, di saggia constatazione». Difficile dire meglio e più poeticamente.

In una poesia che spesso esprime l’orrore dell’umano, tutto è a misura d’uomo, tutto è rimpicciolito da un vivace understatement. Un plurilinguismo piccolo, ritmi di canzone, apparizioni di linguaggio scientifico e minime trasfigurazioni fantascientifiche. Neologismi fatti d’innesti di parole comuni. Alla minaccia del disumano, all’immanenza del Nulla, Ferramosca contrappone una misura, un’ironia, un’intimità che non è intimismo perché non scivola mai nella confessione: piuttosto è una riappropriazione di spazi di tenerezza. E procede costruendo archi robusti con cui organizzare questo vuoto. Capovolge il nulla nell’agire, in un agire pacato innervato però dalle pulsazioni di una vitalità colma di gioia e di angoscia. Non si dimentica mai né della “gioia di scrivere”, né dell’angoscia che ha dato impulso allo scrivere. Lavora di fraseggio. E difatti la memoria che lascia Andare per salti (Arcipelago Itaca Edizioni, 2017) è quella di una grande musicalità, una musicalità arieggiata impregnata di luce e di calore. E’ come ricevere il sole sotto un vasto portico. Scrivere è trattenere ciò che di umano e gioioso sta per scappare dalle mani, si direbbe.

Il mezzo principe di questo trattenere è uno sperimentalismo pacato, un pluristilismo attinto dalla quotidianità, che fa avvertire come una piazza vociante dietro il canto limpido dell’autrice. Un canto mai dimentico del reale e mai degli altri: mai intimistico, dunque, perché mai solitario.

Per quest’autrice, fondamentale è il quoziente di salvezza -non in senso religioso- che la parola contiene anche là dove dice la disperazione: e questo contenuto salvifico non può prescindere dal riconoscimento degli affetti. Dove questa poesia è laudativa, lo è per scelta e in conseguenza della problematica che adotta, non per un abbandono incontrollato alle emozioni che è completamente estraneo al suo carattere. Certo, Ferramosca non teme le emozioni, non teme di dire gli affetti. Ma li risolve in forma. Per questo usa una lingua così mossa e, al contempo, pacata. E’ un’artista di sintesi, che agisce tuttavia nelle sconnessure. Solo l’inconciliabile la interessa, ma lo accosta con lo spirito di un medico, che nella malattia affonda avendo per obiettivo la salute. Quando entra in contatto con l’immedicabile, il suo lirismo si fa straziante. Ma l’interrogazione non cessa d’essere tagliente. Come vediamo in Capigliatura di medusa, dedicata «a chi mi ha tolto Sandra, Liviana, Assunta, Gianmario»:

«procedi per allusioni
per sotterfugi sottili ti sottrai
e intanto lievita
questa bella estate di frutti e led

ora so di aver vissuto solo per stanarti
un’intera villa a decrittare invano
i cartelli che pianti sulle svolte
le scritte pallide     le frasi
lasciate qua e là smozzicate
(per discrezione o forse
per una più veloce eutanasia)     ma
sai bene quanto intollerabile sia
conoscere i dettagli del viaggio se
non si è in vista dell’approdo
mentre stordisce intorno
il profumo dell’erba e tutto il moto amoroso
dei corpi ignari

quale l’inganno originario quale la colpa
e tutto quel riso sardonico
che aleggia nell’universo
(si scende dal monte con la maschera
dalle labbra tirate per aver dovuto assistere
alla morte dei padri)
siamo impotenti     innocenti
curvi sotto il peso del nulla

non si chiede di nascere per la morte
non si chiede di morire per un’altra nascita

continuo a inseguirti a riconoscerti
continuo a non comprenderti»

Ma lo vediamo anche -a conferma della natura mai intimistica di questo poetare- nello splendido incipit di una poesia dedicata a Giulio Regeni («in una visione», scrive Caterina Davinio, «che ci presenta lo studioso, il pensatore, quale egli era, più che il caso politico e diplomatico», e quindi che gli restituisce l’umanità sottrattagli dalla visione dei media, e che sottrae quindi la «poesia civile» a tutto ciò che vi può essere di retorico e celebrativo):

«seduto
sul ramo impazzito del tempo
occhi sereni sui secoli
sulle ginocchia un taccuino di dubbi
in petto la certezza»

Forse l’unico appunto che si può fare all’autrice è di essersi lasciata andare, qua e là, ad una vena speculativa troppo esplicita, a un razionalismo ch’è parte integrante di lei, ma che preferiamo trovare nei risultati piuttosto che dichiarato in teorie. Tutto il discorso sull’homo insipiens contemporaneo e sulle sue aberrazioni è meno caldo e meno intenso delle allusioni, nascoste in un verso o sottolineate con un un neologismo, che ci mostrano quest’aberrazione.

Da questa poesia di può uscire rassicurati. E’ un punto debole? Non sempre. La scrittura dev’essere perturbante, lo sappiamo. Ma quella di Andare per salti  non è poesia che conferma nelle certezze, non ci lascia tali quali eravamo ad apertura di libro. Piuttosto, ci lascia quella pace che solo si realizza nello stile. Solo lo stile può trascendere inquietudine e orrore senza rifiutarli, e può comprendere il lato noto e banale di una cosa assieme a quello sconosciuto e sconvolgente. La luminosità del ricomprendere. Questa è la luminosità con cui chiudiamo il libro.