Favola

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Il poeta nuotava in un mare mitologico. Vicino alle rocce, vide un gabbiano squartare col becco un pesce. Gli colava il sangue ai lati del becco.

Il poeta pensò che la catena alimentare era il più forte argomento contro l’esistenza di Dio. Era una filiera meccanica di straordinaria efficienza, e nessuna mente meno che divina avrebbe potuto concepirla. Ma, si chiese, possibile che un Dio onnipotente e pietoso non avesse saputo idear di meglio che un mondo dove sbranarsi è la regola, dove una morte orribile è la regola?

Rimase stordito dal frastuono dei propri pensieri. Poi rialzò lo sguardo e ascoltò tutto quel silenzio. Il gabbiano s’era alzato in volo, soddisfatto. Il poeta si sentì solo come nessuno al mondo: aveva bisogno di una pietà sovrumana.

Allora tornò a casa, e scrisse.

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Giorgio Galli, “La parte muta del canto”

Giovanni Agnoloni su La poesia e lo spirito dedica una preziosa recensione al mio La parte muta del canto (Joker, 2016), libro che ha visto nascere perché all’origine c’erano dei testi ideati per Postpopuli, su cui entrambi scriviamo. Grazie a Giovanni non solo per l’articolo, ma per la pazienza di allora verso un collaboratore che modificava all’infinito i suoi scritti fino a un’ora prima dell’uscita.

La poesia e lo spirito

Recensione di Giovanni Agnoloni

Giorgio Galli, La parte muta del canto. Vite ritrovate di musicisti, ed. Joker, 2016

Giorgio Galli è scrittore abituato al viaggio e all’osservazione dei luoghi e del tempo. Ne La parte muta del canto, raccolta di racconti-ritratto, declina tutte le possibili combinazioni di queste dimensioni. “Luoghi” significa scenari di mondo geografico ma anche dello spirito, principalmente filtrati attraverso le note di compositori, direttori d’orchestra e interpreti dalle vite difficili, perché segnate da fallimenti e frustranti rivalità. Il tempo, invece, è coinvolto, certo, in quanto le epoche osservate sono diverse, ma anche perché Galli si addentra nelle dinamiche più intime delle composizioni di (o eseguite da) questi artisti, scandagliandone lo stile, letto in controluce rispetto alle loro vicende biografiche. E si sa, la musica è quintessenzialmente “tempo”.

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Un ritratto, un omaggio, un’eresia

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Ilaria Seclì (Ginevra, 1975), poetessa. Nata in Svizzera, ha compiuto gli studi universitari a Lecce e ha vissuto a lungo a Milano, conservando però un legame affettivo con la Mitteleuropa. Della sua vita dice che è stata piena di sluogature. Ha cambiato in effetti molti luoghi, tutti intrecciandoli alla sua poesia e in tutti intrecciando intense amicizie poetiche. La sua vera patria è la poesia. Il reale sembra talvolta perdere ogni fascino ai suoi occhi abbagliati di bellezza. I suoi versi -che travalicano le dimensioni del verso, abbracciano l’orizzontalità della prosa e ingoiano come gorghi d’acqua i più diversi registri della significazione, in un omnium teso ad allargare i confini non solo della significazione poetica, ma della significazione in genere, fino a sfiorare l’abbandono ai significanti predicato da Carmelo Bene- i suoi versi, prima ancora che compresi, vanno ascoltati, perché sono scritti in una lingua magica, fatta di suoni nuovi e arcaici, di fattura, filastrocca e preghiera. L’infanzia che non si ingabbia nelle leggi dell’età adulta, il mondo piccolo e arcaico che si ribella alle dismisure del mondo globale, il bisogno di donarsi che non si sottomette alla legge della domanda e dell’offerta, il desiderio di un amore che sia vero amore e non la scenografia di un amore, sono fra i temi dominanti. Per Ilaria Seclì bellezza e giustizia sono sempre sorelle, ma ella vede bruttezza e ingiustizia, le entrano fin dentro ai sogni, li macchiano, e allora lei, che ama non aver nulla per opporre la sua leggerezza alla civiltà del possedere, cerca scampo nella lingua magica dell’infanzia e nel ricco silenzio degli amati boschi. Rifiuta la lingua di un mondo che si è abituato a tutto e dilata a più non posso la lingua della poesia, dove tutto è sorpresa, è miracolo. Questa poetessa che, come ha scritto l’amico Marco Ercolani, “non cerca clamori, ma non vuole silenzi”, dà vita così a una musica assurda, disperata e struggente, a un’atmosfera sospesa fra pazienza e invocazione, che coinvolge il lettore nella sua intransigente ricerca di purezza.

Donna bellissima e dalla voce suadente, anarchica e gran giocatrice di briscola, si è messa in luce fin dai 19 anni con poesie straripanti e temerarie come Lo zoo dei proletari. Ha pubblicato raccolte poetiche (Del pesce e dell’acquario, D’indolenti dipendenze, La sposa nera) e in ogni luogo delle sue sluogature è stata iperattiva con letture, spettacoli teatrali, collaborazioni poetiche e musicali; ma iperattiva sempre nel sottobosco e mai nel proscenio del cosiddetto mondo letterario -pur avendo fra i suoi amici ed estimatori figure di primissimo piano. E’ un essere tormentato e diviso, cui il reale riesce pesante -il suo stesso carattere le riesce pesante, intollerante com’è di tutto ciò che non è purezza e luce. Intesse matasse con l’aria, desidera la vita ma non la sopporta, non riesce a parlare in parole dirette, ma usa le parole fuggevoli della poesia. E’ una sorgente incessante di poesia, trasforma in poesia tutto ciò che la attraversa, una poesia finissima e selvaggia, che piove e grandina sul lettore anziché chiamarlo a sé, che lacera senza paure il confine fra letteratura e vita: una poesia mai lirica, ma una poesia del mondo sacralizzato, panteista, miracolistica, eppure vissuta coi sensi, col corpo, con tutta la persona e che in chi legge coinvolge -in una travolgente, aggressiva benedizione- tutta la persona.

Alba Gnazi, Inediti

“Seria, assorta e tesa è la cadenza di questa raccolta inedita di Alba Gnazi, animata da un duplice movimento che si moltiplica per ambiti e dimensioni – dentro e fuori, passato e presente, meditazione e proiezione – sì che la poesia ora zampilla, ora sguscia, ora fa una pausa del respiro, ora prende la rincorsa e salta, saluta, sale, a sciogliere versi, a sorridere memorie.” (Anna Maria Curci)

Poetarum Silva

          Pablo Picasso, Il sogno

Alba Gnazi, poesie dalla raccolta inedita Uterica

dalla sezione Gestativa, o del Primo Sognarti

Private rivelazioni

Inquadra a luce la parete.
Sghembe rapsodie t’affabulano il viso
sull’aggrottato stipite che t’incardina al risveglio
e flottando ti snoda al primo schiudiciglia.

Immobile, partecipe, elenchi ogni virtù
di custodi, sontuose vertigini: cristalli
su cui intessere
imprevisti presagi di gioia

siamo

sono composta di te,
frammento e sillaba.
e così le aeriali forme, così il vento
smatassato sulla fronte, così il cielo-pane,
il tuo nome sul mio,
e altro che nutre. complice mi sei, custode:
e taci: d’ogni te taci, costruendomi
un nuovo sangue, un nuovo volto,
la mia zazzera mai sfoltita, piedi larghi
per camminarti intorno
improvvisandoti cantilene, e nel sogno sognata
ti sogno, schiusa al tuo piccolo respiro.

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Marginalità della poesia, poesia marginale

Nino Iacovella: “Un maestro come Borges affermava: ‘Ogni volta che mi sono immerso nei testi di estetica, ho avuto la sgradevole impressione di leggere le opere di astronomi che non avessero mai osservato le stelle. Voglio dire che si trattava di scritti sulla poesia come se la poesia fosse un dovere, e non quella che realmente è: una passione e una gioia.’ Parole semplici e precise quelle di Borges: poesia, passione, gioia.”

perìgeion

Victor

di Nino Iacovella

Ogni volta che si parla di poesia contemporanea, in Italia, ci si interroga sullo stato di salute di un genere letterario da tempo marginalizzato. Una marginalizzazione che ha in sé una contraddizione: un sempre più numeroso gruppo di autori al quale corrisponde un sempre più scarso pubblico di lettori.

Una “divaricazione” che minaccia la capacità di sopravvivenza della poesia nella sua forma canonica di prodotto editoriale. La mancanza di un pubblico numericamente significativo ha comportato anche una marginalizzazione della critica militante, sempre più rara, sempre meno necessaria. D’altronde che senso avrebbe il lavoro di “filtro”, la valutazione delle opere, quando un pubblico vero e proprio non c’è. Il pubblico “marginale” della poesia contemporanea è in realtà un pubblico altamente specializzato composto quasi esclusivamente dai (pochi) stessi poeti.

Il discorso sulla marginalità della poesia investe, naturalmente, la condizione di marginalità degli autori. Zanzotto in una intervista televisiva affermava:…

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Lina e il canto del mare

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Quante opere, di quante arti, hanno evocato il moto e la profondità del mare? Tante, più di quante io ne conosca. Ma ci sono opere che fanno rivivere il mare attraverso un incrocio di linguaggi. Penso all’Otello di Orson Welles: di fronte al mare in tempesta né le voci umane, né il tonfo del mare sono potenti -anzi si coprono a vicenda: le parole sono sussurrate e la voce del mare è solo un sibilo- ma proprio così si crea un cosmo sonoro violento, dove le voci della natura e le parole degli uomini sono amplificate dal destino.

Flora Farina e Laura Riccioli creano un libro “marino”, un libro di voci, usando due arti non risonanti: una prosa per bambini limpida e scarna -del miglior tipo di prosa per bambini, quella che “distilla” storie anziché raccontarle- e illustrazioni alla Chagall, con le figure sempre inquadrate di sguincio, di profilo, di tre quarti, sempre in movimento, sempre inserite in una composizione ricca di elementi arabeggianti, attraversata dal contrasto fra il nero del mare di notte e i colori caldi del giorno nel Sud.

“Lina ha sette anni, una voglia a forma di cuore sotto l’occhio sinistro e vive con Gelsomina, sua nonna, in un paesino vicino al mare, con tante case rimaste chiuse perché chi le abitava è emigrato, come i genitori di Lina. Ma proprio dal mare, in una notte di tempesta, arriveranno i nuovi abitanti che ripopoleranno il paesino.” Così dice il risvolto di copertina. Ci suonano familiari, reali quegli arrivi dal mare? Senz’altro sì. Ma cosa vuol dire “arriveranno i nuovi abitanti che ripopoleranno quel paesino”? Questa, vi starete dicendo, dev’essere la parte fantastica, onirica, d’invenzione. Invece no: ci avvertono le autrici che “questa storia è ispirata ai fatti avvenuti alla fine del secolo scorso a Badolato e a Riace, quando una nave proveniente dal Kurdistan sbarcò sulla costa ionica calabrese. I sindaci dei sue paesi, Gerardo Mannello e Domenico Lucano, decisero di ospitare i migranti nelle case che gli abitanti del paese avevano lasciato quando in Italia la guerra era finita da poco, scappando dalla vita difficile e dalla povertà…”.

Dunque una storia vera. Raccontata, anzi poetizzata, in una fiaba per bambini che potrebbe educare anche molti adulti.

Lina e il canto del mare (Mesogea ragazzi, 2017) è una piccola opera d’arte che fa risuonare il mare gremito di migranti e un paese scarso d’abitanti in un coro coeso, rispecchiando la realtà ma sfumandola in un sogno lieve e inquietante -come lieve e inquietante è la rievocazione del recupero dei bronzi di Riace, raccontata in forma di fiaba da nonna Gelsomina e poi sognata da Lina, con le due statue che diventano due divinità benevole: due, perché in Lina nessuno sta mai solo e i simboli della solidarietà sono dovunque. E non c’è nulla di didattico, non una goccia di retorica o di sentimentalismo. E’ un libro essenziale.

Un grande poeta, René Char, disse di Van Gogh: “Egli stava lavorando per noi”. Flora Farina e Laura Riccioli hanno scritto un piccolo libro che unisce il valore artistico a quello civico e umano. Si sono ricordate, in un periodo di scrittori narcisi e di scritture egocentriche, che chi pratica l’arte “sta lavorando per noi”.

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La morte di Vian

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Uno muore dei dispiaceri della vita mentre cerca di rallentare la morte. Qua fuori gli operai crepano di lavoro, chi sotto una macchina che si rompe e gli spacca la testa, chi perché beve sistematicamente per dimenticare i dispiaceri di una vita di merda e poi crepa di cirrosi. Non si vorrebbe crepare, ma non si scappa. Chi muore come me dentro una sala cinematografica. Non vi affannate a soccorrermi. E’ tutto ritmo, ritmo, ritmo fino alla morte. Crepare sotto una macchina che si rompe non ha senso. Ma nulla ha senso. Scriveranno sulla mia tomba che mi sono bruciato troppo in fretta perché il jazz brucia in fretta. Cazzate. Io non sono bruciato per il jazz. Io sarei bruciato comunque. Lo sapevo che ero malato. Sapevo da quando ero piccolo che gli altri avevano un cuore da lunghi percorsi e io uno da passeggiate brevi. Mica vero che nel jazz si muore in fretta. Guardate Duke Ellington e Bix. Duke ha un cuore da lunghi percorsi e morirà vecchio. Bix aveva un cuore come il mio. Duke, in virtù del suo cuore da lunghi percorsi, ha insinuato nel jazz una calma da classico. Per questo nulla ha senso, eccetto la musica di Duke Ellington e poche altre cose. Ha senso solo chi riesce a fare l’incredibile. Per questo io ho fatto un mucchio di cose: per fare qualcosa di incredibile. Non si rallenta la morte. Si può solo disperderla. E’ come spezzettare l’anima e farle vivere più vite, muoversi su più piani per recuperare in larghezza quello che in durata non mi è concesso. Mi potevo allargare nello spazio, non nel tempo. Quenau ha preso un abbaglio quando ha scritto che mi stavo preparando a diventare Boris Vian. Io ero già Boris Vian, e lui non ha voluto sostenermi perché a un letterato non conviene sostenere un collega che è conosciuto per il jazz, le canzoni e un romanzo scandaloso scritto solo per fare soldi con lo scandalo. Proprio quel romanzo di merda da cui è tratto questo film. Non affannatevi a soccorrermi. Titolate pure “Boris Vian muore all’anteprima di un film tratto da un libro che non aveva nemmeno firmato.” L’unico mio libro di successo è un libro di merda che non ho nemmeno firmato. Ci sono grandi esseri, come Mozart, a cui sono concessi pochi anni, ma che lasciano il segno in una cosa. E gente come me, che non ha il genio e la calma di Mozart -o di Duke Ellington- e si dedica a tante cose, sperando così di avere la sensazione di non dover morire presto. I letterati come Quenau diranno che non ho avuto il tempo di trovare la mia forma. Cazzate. E’ proprio questo fare e strafare la mia forma. Io non sono stato l’autore della Schiuma dei giorni. Ma uno che suonava la tromba, faceva l’ingegnere, faceva parte dell’Accademia di Patafisica, scriveva La schiuma dei giorni e scriveva anche racconti e romanzi di merda, per soldi… Io non sono uno scrittore o un cantante o un musicista di jazz, io sono Boris Vian. Il più artistico casinista delle notti parigine e il più casinista degli artisti mancati. Se non potevo essere grande in una cosa, volevo almeno esserlo per tutte le cose che facevo. Il risultato? La mia ex moglie scopa con Sartre.

Boris Vian morì d’infarto mentre assisteva all’anteprima di un film tratto dal suo romanzo Sputerò sulle vostre tombe. Era il 1959 e Vian aveva 37 anni. Era stato ingegnere, attore, autore di canzoni. Aveva scritto romanzi bellissimi come La schiuma dei giorni, e altri scritti solo per soldi, come appunto Sputerò sulle vostre tombe, pubblicato sotto falso nome, l’unico grosso successo della sua carriera. Ma soprattutto fu trombettista di jazz. Forse proprio per questo suo eclettismo, il mondo letterario non lo prese mai troppo sul serio. Raymond Quenau, nella prefazione a La schiuma dei giorni, scrisse che in quel libro “Boris Vian si avviava a diventare Boris Vian”. Ma Vian era già diventato se stesso, e la sua vita anzi volgeva alla fine.

Gli scrittori inutili

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Non resterà nulla di noi. Quando il sole avrà invaso lo specchio dei pianeti, bruceranno anche le carte dei grandi. E di noi non resterà nulla. Nella conflagrazione delle stelle tutto esplode od implode. Nella piccola conflagrazione della morte ogni nostra fatica scompare. Avremo scritto lettere a nessuno, messaggi in bottiglia –raccolti da chi? Ci leggiamo a vicenda, eremi che dialogano con altri eremi, da lontano. Le notti al lume di una sigaretta per cercare una parola o la musica di una frase, le forze strappate al lavoro che ci dà il pane e al sonno che ci riposa, la forza di opporre un muro al muro d’ironia di chi ci dice “Non perdete tempo”, e gli amplessi rinviati, le risate mancate, le gioie gustate per metà in nome di una vita segreta che non s’adempie in noi ma negli altri –chi?-, operai coscienziosi che agiscono di notte come ladri, scelgono passi da tornire e passi da lasciare grezzi, lavorano colle mani sul foglio; e il rigore infuocato che ci consuma, il mondo che ci urla dentro e chiede di essere espresso, la grazia cercata con furia e quella che arriva non richiesta, e dare forma a tutto questo a ritmo di veglie e letture strappate… Non ne resterà nulla. Abbiamo creato un laboratorio eterno, in eterno movimento  lontano dagli occhi, un cantiere dove tutto si trasforma e nulla mai si riposa, lontano dagli occhi, nessuno ci viene a chieder conto di nulla e di noi non resterà nulla, qui lontano dagli occhi, noi abbiamo la scrittura come unica ragione di scrivere e scriviamo lettere a nessuno, messaggi in bottiglia –per chi?

Una melodia di Ilaria Seclì

Scrive Antonio Devicienti: “Una cantilena che mi sembra discendere fino alle nostre perdute radici di umani in simbiosi con i cicli delle stagioni; emozione pura, luce commovente questo testo novembrino”. Con la sua lontananza avvolgente, con la sua luce corpuscolare, questa melopea è una delle più lievi e più penetranti creature di quella creatura che è Ilaria Seclì, poetessa fino alle radici delle sue radici.

le ragioni dell'acqua

Il borgo il globo l’astro il cerchio

irradia ignoto lontano estinto

fin qui pulviscoli oro mercuriali danze

villaggio dei villaggi girotondo

fin qui pomeriggi bianchi senza desiderio

novembre che respingi l’elettrico del mondo

affondi dita calde tra gli ulivi

fino a stanze vittoriane velluti rossi

verde salvia per il buono che rimane

vita che respiri il necessario

mano che ti allunghi e porgi

mano che ricevi e custodisci

occhio che occhio trova

dice confida ama

gazza che atterra e poi risale

per la luce inaugurale

l’avvento senza eventi

aurora che ignori mezzogiorno

per Santa Caterina d’Alessandria

per i cingoli che aspergono silenzi

tagliano l’aria rigano un registro                     

per grazia di un decoro trasparente

la donna curva fa tornare i conti

tra gli appena vivi e i non più presenti

l’aria buona nessun suono s’inimica

l’aria buona che il globo ha…

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