Nikisch, per la madosca!

Arthur-Nikisch-2-«Se devo scegliere qualcuno, che sia Nikisch! Se avevi suonato con lui, tutti gli altri direttori erano fiacchi. Per la madosca! Arthur Nikisch, l’uomo più gentile che si potesse incontrare. Credo non abbia mai alzato la voce. Non ne aveva bisogno. Lui diceva: siete stati bravissimi, splendidi: solo, vi chiederei di cambiare questa piccola cosa… e questa… e quest’altra… Suonate come sentite!, diceva, ma alla fine suonavamo come diceva lui! Diavolo di un uomo, senza niente di diabolico. Otteneva sempre tutto quello che voleva. Il gesto in lui era poca cosa: usava poco le braccia. Usava gli occhi! Il momento che precede l’attacco, chi l’ha vissuto con Nikisch sa cosa vuol dire carisma. Era calmo, ma la musica che gli usciva era peggio che fuoco! Ci guardava tutti, uno per uno. Non dava l’attacco, lui ci persuadeva ad attaccare. Usava gli occhi! Erano sguardi d’intesa: “Ci siamo capiti, è una cosa che sappiamo solo noi due”. Guardava così tutti. Era tutto nelle tue mani, credevi, ti faceva sentire… indispensabile! Ogni orchestra con cui iniziava, diceva “E’ un onore lavorare con voi,  la migliore orchestra del mondo.” Ma lo diceva a tutte le orchestre… E chiamava tutti per nome. Gli altri direttori ti dicono: oboe fai così, violini fate così… Lui diceva: Signor Spiegelmann, può fare questa cosa per me? E noi ci sentivamo assoggettati. Perché, ci chiedevamo, dove diavolo ha trovato il tempo per imparare tutti i nomi e associarli a tutte le facce? Penso che fosse il suo metodo, che lui si preparasse sui nostri nomi come si preparava sulla partitura. Ma dal vivo sembrava una stregoneria. Non oso immaginare cosa fosse, per una donna, essere amata da lui. Sentirsi insostituibile e al tempo stesso essere in suo potere. Questo era stare con lui. Un musicista come quello non si dimentica. Uno che ti possiede l’anima. Mahler, Toscanini erano grandissimi, ma lui era più grande! Lui aveva quella dote di convincerti che la sua visione era l’unica possibile, la definitiva! E mi dispiace che abbia inciso, i grammofoni allora non erano in grado di catturare tutto il suono, tutto il carisma dell’interpretazione… E’ stato il musicista più espressivo. Ma adesso i giovani sentiranno le sue incisioni e le confronteranno con quelle di altri direttori e diranno: questo è meglio, questo è peggio… Ma non sapranno com’era! Non sono stupidi, capiscono che quelle registrazioni al grammofono non rendono l’idea… Ma non hanno altro mezzo per farsene un’idea! Di Mahler non resta nulla, non ha mai registrato, e ci si deve basare sugli elogi che gli hanno fatto. Mahler era egoista, non si abbassava a registrare al grammofono. Nikisch è stato generoso, ha voluto lasciare qualcosa di sé ed è rimasto fregato, perché ci si è sepolto nel grammofono, mentre il nome di Mahler vive nell’immaginazione di tutti quei suoni possibili che mai nessuno ha udito… Questa è la verità, per la madosca! In arte l’altruismo non paga.»

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Per il mio funerale

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“Che cosa mi aspetta?”, chiese.

“Nulla”, rispose il dottore.

Il viso di lui si contrasse. Il dottore gli prese la mano. “Non vado via”, disse.

“Ma vado via io”, gli rispose.

“Devo andarmene e ho ancora tanto da dire”, pensò e non lo disse.

*

Per il mio funerale non voglio fiori. Non voglio nemmeno opere di bene. Crematemi e disperdete le ceneri in mare.

Non fate discorsi perché ricordo bene il discorso che fece il prete per mia madre. Disse un elogio funebre grandioso. “La nostra cara sorella Maria”, ripeteva. Ma mia madre si chiamava Michela. Non chiamate preti, e se possibile non fate nemmeno il funerale.

Dei miei taccuini fate quello che volete. Io sarò morto. I miei pensieri non sono imbarazzanti. Sarebbe imbarazzante che voi me li leggeste in faccia. Ma da morto… Anzi, conservateli i miei taccuini, sono l’unica traccia di me. Quello che ho fatto era sempre un compromesso con voi. I miei pensieri, invece, erano liberi. C’è più vita nell’inchiostro che nella maggior parte della vita.

Non chiedetevi se la mia vita è stata bella. La vita non è bella o brutta: è un caso fortuito. Per la maggior parte dei viventi è puro orrore. Vivono in schiavitù, sotto le bombe, esposti alle torture. Alcuni, più fortunati, hanno l’occasione di rendere bella la loro vita. Quasi sempre sprecano quell’occasione. Non so se l’ho sprecata anch’io.

La voglia di vivere l’ho sentita nella vongola, che quando cercavo d’aprirla serrava le valve in un tentativo estremo di non farsi uccidere. Ho creduto di sentirla nel rosmarino mentre lo strappavo. Ho visto la scienza della morte negli occhi di un animale che muore. Anche gli animali capiscono perfettamente quando si muore.

Questo è tutto. Il resto, dividetevelo come vi pare. Io non ci sarò.

*

Ci sono molti testamenti. Chi maledice tutto, chi perdona e chiede perdono, chi rinnova l’amore per la famiglia e maledice lo Stato che l’ha ucciso. Su come parlare della morte ci si è accapigliati per secoli.

Il dottore, da uomo di scienza, si attenne ai fatti. Disse: “Ora del decesso, sedici e quarantadue”.

Diario della pioggia

Copertina VerbaVolant Diario pioggiaLa doppia prefazione ci accoglie con una sventagliata di citazioni che va da Bob Dylan a Proust, da Dylan Dog a Stevenson, dai Beatles a Buñuel. Un discorso ambizioso, psichedelico, sconcertante. Ma lo sconcerto passa quando si volta pagina e inizia il fumetto. Di fronte ai risultati, le strane teorie stanno a zero. La pioggia del titolo inzuppa anime e coscienze, ma ci inzuppa anche fisicamente: la sentiamo nel cavo delle ossa, ne sentiamo il ticchettìo, grazie alla maestria del disegno e a un’atmosfera di catastrofe incombente che riecheggia Corto Maltese, il noir classico, il romanzo sudamericano. Intelligenti e sensitivi, Marcello Benfante e Gianni Allegra non puntano allo sviluppo narrativo, non articolano una “storia”, ma sfruttano il potenziale evocativo della pioggia, ne inseguono le linee di forza senza dare preferenza a nessuna, e lasciano al lettore l’inquietudine dell’incompiuto. Sta al lettore far risuonare nel suo repertorio interiore lo spavento di una catastrofe ambientale, il dolore smodato di un amore troncato da una vendetta assurda, la tragedia di un corpo trascinato alla morte dall’acqua. Il fumetto lascia tutto indeterminato, aprendo sul suo mondo opprimente la finestra pietosa della polisemia. Concreti restano il freddo, il bagnato, il dolore e la tristezza. E il fascino di una disperazione severa.

(Diario della pioggia di Marcello Benfante e Gianni Allegra, VerbaVolant edizioni, 2012)

Eresia su Fellini e Petronio (via Nietzsche)

satyricon

Ecco una considerazione di Nietzsche su Petronio:

A chi sarebbe mai consentito di tradurre in tedesco Petronio, che più di qualsiasi grande musicista sino ad oggi è stato un maestro del presto, con le sue invezioni, lampi di genio, parole: che importanza hanno infine tutti i pantani del mondo malato e malvagio, ed anche “del mondo antico” se si ha, come lui, piedi di vento, moto e respiro di vento, lo scherno liberatore d’un vento che guarisce ogni cosa, costringendo ogni cosa a correre.

Così si legge in Al di là del bene e del male, cap. 28. E nell’Anticristo, al cap. 46:

Mi deliziai a leggere, subito dopo Paolo, quel graziosissimo e tracotantissimo schernitore che fu Petronio, di cui si potrebbe dire quel che Domenico Boccaccio scrisse di Cesare Borgia al duca di Parma: “è tutto festo” – una salute immortale, un’immortale serenità, una natura ben riuscita…

Petronio dunque come l’opposto di Paolo di Tarso, di cui si legge al cap. 58 della stessa opera:

Ed ecco che compare Paolo… Paolo, l’odio dei Ciandala contro Roma, contro il “mondo”, divenuto carne, divenuto genio…

Petronio come un antidoto al cristianesimo, e la comicità sua come rimedio ai mali dell’esistenza, come medicina della vita. Nietzsche ricorda l’aneddoto di Platone, sul cui letto di morte venne trovato un volume con tutte le commedie di Aristofane, e conclude: “Come avrebbe mai potuto sia pure un Platone sopportare la vita – una vita greca, alla quale egli aveva detto no – senza un Aristofane?”

Viene in mente la definizione di Fellini, per cui i comici sono i “benefattori dell’umanità”. Ma Nietzsche non avrebbe apprezzato il Satyricon di Fellini, così surreale, così onirico –lui lo avrebbe definito malato… In effetti l’interpretazione di Fellini è un abissale equivoco su Petronio, uno dei più spregiudicati rappresentanti del realismo antico. Di Petronio Nietzsche apprezzava l’aderenza senza schemi alla realtà, lo sguardo disincantato e scevro da pregiudizi morali, la comicità irriducibile a regole e che non teme d’esser grossolana.  L’aderenza, insomma, al principio di “fedeltà alla terra”. Principio che in Fellini non si trova. E c’è da dire poi che Petronio è autore tutto stile, difficile da trasporre al cinema anche per un campione come Fellini.

Il cinema non si presta ad atmosfere la cui efficacia dipende dalla leggerezza della parola. Diciamolo pure, rischiando di essere linciati: il cinema narrativo è inadeguato a rendere modi di narrazione più moderni, meno lineari, per via del suo ancoraggio mimetico alle leggi dello spazio e del tempo. Per la stessa ragione il cinema di poesia non ha leggerezza sufficiente a competere con le narrazioni più poetiche. Il corto circuito positivo tra cinema e poesia è un fatto eccezionale. Il primissimo cinema, quello ancora muto, ancora poco realistico, ancora non intercettato da un’industria culturale che lo ha legato a schemi di narrazione ottocenteschi, godeva di qualche libertà rispetto al realismo mimetico e di qualche possibilità di vicinanza alle arti simboliche e sintetiche. L’evoluzione tecnologica gliela ha tolta.

Il cinema di Fellini è stato un ibrido. Gli si può rimproverare –come faceva Mario Soldati- di non essersi liberato del tutto dalle pastoie della razionalità narrativa e della “trama”, e di non essere andato fino in fondo in direzione della visione e della poesia. E gli si può rimproverare, con altrettanta ragione, di non aver saputo dare un senso alle proprie visioni che superasse la dimensione narcisistica.  Ma ciò dipende più dalla meschinità delle visioni che da un problema di riuscita artistica. Fellini, come artista, non si discute. Ma la sua poetica risente in maniera problematica dei suoi limiti umani. Per Fortini, egli ha “splendidamente raccontato avidità, degradazione, vanità”. Ma lo ha fatto senza distacco. Il suo sguardo non è quello del romanziere o del poeta, ma quello dell’avido e del vanitoso. Dotato di uno strepitoso virtuosismo visivo.

Cosa gli succede a contatto con Petronio? Il realismo di Petronio è quel particolare tipo di realismo che non ha niente a che vedere con la mimesi. E’ un realismo di voci, di ritmi, di toni, di temi. Fellini sarebbe stato il regista ideale per il Satyricon, e il Satyricon sarebbe stato il mezzo perfetto per uscire dalla limitatezza della sua poetica. Invece non gli è riuscito.

Leggiamo le parole del regista in Dario Zanelli, Nel mondo di Federico, al capitolo intitolato Federico avanti Cristo: Fellini intendeva fare “un grande spettacolo fantastico, completamente libero […] da qualsiasi impegno, da qualsiasi vincolo con realtà più o meno riscontrabili; anzi uno spettacolo fantascientifico, di una lontananza lunare; o, come pure ho detto […] una grossa favola barbarica, opulenta e atroce.” Più avanti l’obiettivo di Fellini si precisa in queste parole: “Tentar di ricostruire direttamente, senza schemi precostituiti, il modo di vivere di allora, tentar di ricordarsi come eravamo veramente prima di Cristo, è un’impresa appassionante. Far tacere il giudizio che per forza di cose portiamo dentro di noi, sbarazzarsi dei preconcetti moralistici derivati da due millenni di cattolicesimo, per vedere come poteva essere la creatura umana prima che la religione cristiana le offrisse i suoi aiuti, le sue protezioni confortanti e imprigionanti.” Ecco dove voleva arrivare Fellini. Al suo problema personale, al rapporto provinciale con la religione elegiacamente cantato in Otto e mezzo. Da questo impulso tutto personale, tutto diaristico, discende l’adozione dei modi narrativi del sogno. Egli si stende sul lettino dello psicanalista col Satyricon in mano, e sogna. E così si perdono l’umorismo di Petronio, il suo realismo, la sua fedeltà alla terra… Fellini è agli antipodi di Nietzsche: dal punto di vista del filosofo, è il cristiano malato che guarda al passato come in un sogno, mentre Nietzsche ritiene che proprio quella antica sia la realtà, da troppo tempo ammantata d’inutili sogni. Ma anche uno spettatore contemporaneo, uno che ha superato la sbornia psicanalitica del ventesimo secolo e cerca nel fare artistico un principio più critico e universale, cosa trova in un Satyricon cui è stato tolto perfino l’umorismo?

NOTA: L’intervista a Federico Fellini è in Dario Zanelli, Nel mondo di Federico. Fellini di fronte al suo cinema (e a quello degli altri), Rai-Eri, 1988. Le opere citate di Nietzsche sono pubblicate in Adelphi, a cura di Giorgio Colli e Martino Montinari.

Emilia Barbato. inediti

“Su questa terra anche essere stati
il nome di qualcuno è un’ambizione.”

Versi come questi, scavati in una desolazione quasi urlata, sono fatti della stessa materia del silenzio. Emilia Barbato d’altronde è autrice di una raccolta che porta un titolo di una desolazione abbagliante: Memoriali bianchi.

perìgeion

emilia barbato

DELLA DISPERSIONE

un oceano lattescente di silenzio
svanisce i crinali autunnali
e la memoria di Dio
sospesa sul mare, qui
nessuno ti verrà a cercare,
solo un affollamento di paure,
un’eco dal fondovalle che impegna
mulattiera e rocce.

*

quando guardi il giorno
e la luce strilla la moltitudine
del mondo le pupille implorano
misericordia ai nomi
e un’intercessione per la pluralità
delle cose, così chiami fiordaliso
lo smarrimento della parola cielo
che ti sovrasta.

*

ti assicuri a un punto fisso, guardi
in alto con occhi ciechi dimenticando
le traiettorie fulminee d’utenza, se fossi
invisibile non farebbe differenza, se urlassi
non saresti che un acuto breve,
di un tunnel lo stridio, il femmineo odore
di ferro, così nutri l’esigenza poetica
di fermarti, percepirti in un lento fiato circolare.

*

lascia che tu sia granello
e bulbo in cui fluire,
che lungo il collo possano
incendiarsi lunghe scie,
sii ancora…

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Il canto della terra

Io più ci penso e più sono incantato:
mi rendo conto che in musica ho sentito,
a volte, gli strumenti di un’orchestra
imitare qualcosa di un cavallo
che beve alla sua greppia,
un volo di canarino, un cancellino,
una gabbietta d’uccello che si chiude,
l’annaffiatoio dimenticato aperto,
versi d’upupa, cucù, schiocchi di merli
e un saltellare di lucci sullo scorrere
gaio d’un rivo.
Ho visto questa scena, con i suoi voli e salti,
nell’Adagio di un Concerto di Bartók:
non era lieta, ma l’uomo non c’era.
Anche Hokusai nelle incisioni sue
sembra mirare le forme ed i colori, e domandarsi
come saranno quando noi non ci saremo.
Vedete, ogni arte si ritaglia un posto
per conversare con ciò che noi non siamo,
il non umano, o il divino se volete.
E allora penso che forse non dobbiamo
tanto ascoltare ciò che dentro
ci fa la rissa in cuore,
quanto la canzone dell’insensato
mondo ch’è fuor di noi, dove tutto è per caso
e tutto continua ad essere se un incantesimo
o la stupidità ci fanno sparire.
Forse dobbiamo tenere più aperta
la porta che si tende su quest’abisso ignoto
e tralasciare l’abisso più docile
che ascoltiamo da secoli, dentro di noi.

Storia di una ballerina

(adattamento di un testo di Tracey Emin)

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Non ho amato poi tanto la scuola,
sono sempre arrivata in ritardo.
In effetti l’ho odiata
e a tredici anni non ci andavo più.

Di bar in bar
ciondolavo bevendo caffè.
Scoprivo il Golden Mile di Margate
e la torre dell’orologio,
il Polises e il Bali High,
la discoteca pomeridiana.
Bevevo sidro, sdraiata sulla spiaggia.
E d’estate c’era solo da sognare.
Il sesso poi
era di quelle cose
che si potevano semplicemente fare.
Era gratuito, era semplice da fare,
scendevi giù per il pub, poi rincasavi,
mangiavi lish and chips, e poi facevi sesso.
Lo facevi sulla spiaggia, per i vicoli,
nei prati, nei parchi e negli hotel,
e giù, giù, rotolavi in mezzo all’erba,
rotolavano con te la terra e il cielo,
si avvicinavano e si allontanavano,
come una fisarmonica;
poi scrosciava e si placava un acquazzone,
ti bagnava la pioggia e il sole ti asciugava;
la locomotiva faceva ciuff-ciuff,
tu viaggiavi e sparivi, viaggiavi e sparivi;
poi eri sola sul bagnasciuga o sulla terra
ferita dal vomere e acquosa.
Stavo lì, come fossi un oggetto,
come una cosa della natura.

Non importava ch’io fossi giovane,
avevo tredici, quattordici anni
e loro venti, diciannove o ventisei,
e non m’è mai venuto in mente di chiedere
in che cosa consistesse l’attrazione:
il sesso era ciò che conoscevo,
era semplicemente ciò che era.
Poteva essere buono e speciale,
poteva darti un senso di potere,
ma poi rimanevo mezza nuda,
semplicemente, lasciata così:
come una cosa in mezzo alla natura.

Non c’erano morali e giudizi,
non c’erano regole,
io facevo tutto quello che volevo.
A quindici anni avevo avuto molti uomini,
praticamente tutti,
e Margate mi pareva troppo piccola.
Oramai avevo imparato
a distinguere il bene dal male
e la ragione per cui tutti questi uomini
volevan fare all’amore con me:
era perché non eran uomini,
erano esseri meno che umani,
patetici e vili.
Il sesso per me era un’avventura,
una lezione, una forma d’innocenza:
era un modo per andare via, via, via
da tutto il fango che mi circondava.
Era una forma di vita selvaggia
e più vera della vita d’ogni giorno.
Ma per loro, cos’era?
Loro erano la vita d’ogni giorno.

E così la finii di fare sesso,
ma ragionavo ancora col mio corpo,
ero fatta soltanto di carne.
E la danza mi venne in soccorso,
con la danza era tutto diverso.
Era in pista che trovavo l’energia,
in pista
sembrava che potessi sfidare la forza di gravità,
sembrava che la mia anima si fosse davvero liberata.
Lì eravamo soltanto io e la danza
e tutt’intorno appariva il deserto,
senza incertezze né gente volgare
-e, anche se c’era, a chi importava più?

Poi venne la grande occasione,
le finali locali:
se vincevo sarei andata a Londra,
The Empire Leicester Square
Dancing per la TV:
grossi premi,
il Campionato Inglese di Disco Dance del ‘78.
Non appena mi misi a ballare
tutto il pubblico iniziò ad applaudire:
stavo per vincere,
niente più mi avrebbe fermato.
Tutt’a un tratto iniziarono a gridare:
erano quelli con cui avevo fatto sesso
e mi gridavano una parola,
la parola per ragazze come me,
per le ragazze con cui si è fatto sesso.
Era una banda di ragazzi, e cantava,
cantava sempre più forte, più forte!
Io ero stata con tutti quanti.
E più il canto veniva più forte
più non potevo sentire la musica,
neanche gli applausi delle persone.
Come un mulino girava la testa
e le lacrime andavano giù.
Avevo perso: scappai dalla pista,
atterrita, avvilita schizzai via,
fuori dal club,
giù per le scale che portano al mare.
E pensai: vado via da questo posto,
sono già lontana da qui.
Sono migliore di tutti loro.
Sono libera.
E così lasciai Margate
e i suoi ragazzi, Shane, Eddy, Tony, Drug, Richard.
Shane, Eddy, Tony, Richard, Drug,
questo racconto è per voi.

Un urlo civile

28795913_10213517542166140_2281160782405113074_nNon uso mai questo spazio per esprimere riflessioni politiche, perché penso che per farne ci siano persone più competenti. Tuttavia, come persona che ha la parola, come cittadino ed essere umano, non posso esimermi dal dire ciò che ho da dire in un momento grave come questo. Lo faccio da persona di sinistra, perché di sinistra è la mia cultura e di sinistra sono i miei valori.

Inutile dar la colpa di quello che è successo a Renzi, alle divisioni della Sinistra, alla crisi, all’Europa o al fantasma di Canterville. La colpa è solo degli italiani.

Il 70% degli italiani ha detto con questo voto che vuole un mondo simile a quello di Orban e di Trump. C’è una totale incompatibilità di valori rispetto a chi persegue un modello illuminista (con sfumature più liberali o più socialiste, ma sempre basandosi sul principio di Ragione). Non credo che una diversa gestione o una diversa classe politica avrebbero potuto cambiare questo risultato in maniera radicale. E’ un fenomeno in atto in gran parte dell’Europa e degli Stati Uniti, e nessuna classe dirigente né nessuna forza di opposizione sembra in grado di bloccarlo.

L’idea che il Partito Democratico abbia perso perché “poco di sinistra” avrebbe senso se Liberi e Uguali, Potere al Popolo e le altre forze “più di sinistra” lo avessero sorpassato o almeno gli fossero arrivati vicini. Ma, se il 70% degli italiani vota per un’Italia alla Trump, non vuol dire che si sentono “più di sinistra”, qualunque cosa ciò voglia significare. Vuol dire proprio il contrario.

Si è detto che gli elettori di sinistra non hanno votato a sinistra. Bene: l’elettore di sinistra che non vota a sinistra, o è legato sentimentalmente a un tipo di sinistra che non è più possibile, o votava a sinistra per sé e ha fatto una scelta puramente personalistica. Il che è lecito, ma la sinistra o è per tutti o non è; e comunque non basta a spiegare quel 70%. Inutile appellarsi a falsi confronti fra il risultato elettorale del 2014 e quello attuale: il 42% del 2014 era frutto in parte di un’illusione ottica dovuta a una pessima legge elettorale, e in parte dell’euforia per i famosi 80 euro in busta paga, il “bonus Renzi”. E’ stato un voto autointeressato, non un voto a sinistra.

La sinistra, diceva Vittorio Foa, è mettere al centro dell’azione politica il problema della sofferenza umana. Ora, tutto si può rimproverare al Partito Democratico, fuorché di non aver fatto cose o proposte per affrontarla. Carlo Calenda ha salvato gli operai di Alcoa mentre i suoi avversari si facevano fotografare con i lavoratori o declamavano slogan. Cinque anni fa i politici italiani dicevano ancora che Eluana Englaro poteva generare e che suo padre era un assassino, oggi c’è il testamento biologico. Certo, la sinistra di governo ha fatto cose che io condanno, ed ha fallito in altre. Come un po’ tutti i partiti di governo quando hanno a che fare con un parlamento di 600 teste. Io non ho apprezzato la Buona scuola e la politica di Minniti con le restrizioni alle Ong; ho trovato vergognosa la gestione del caso Regeni, non mi sono piaciute le sparate di Poletti contro disoccupati ed emigrati, non mi è piaciuto il populismo da televendita dello stesso Renzi. Detto questo, se uno di sinistra non apprezza il Pd, vota logicamente Liberi e Uguali o Potere al Popolo, non Lega. Se uno è “più a sinistra” non vota i grillini, che hanno affossato la legge sulle unioni civili e impedito la discussione sullo Ius Soli.

Si rimprovera al Pd di avere fatto una politica economica “neoliberista”. A parte che qualsiasi partito di governo la farebbe, a meno che non voglia trascinare sul lastrico decine di migliaia di suoi concittadini e assumersene la responsabilità; ma per chi vuole cambiare il sistema in senso più socialista c’erano altre scelte. Andare nella direzione opposta significa solo che gli italiani vogliono più destra e la vogliono arrabbiata, populista, antiumanistica ed antiscientifica.

La mia impressione è che nel 2001 gli italiani abbiano votato per un sogno liberista temperato da una rassicurante prassi democristiana; nel 1994 e 2013 per “il nuovo”; nel 2018 hanno votato compatti per il razzismo, scegliendo “Prima gli italiani” e “le Ong taxi del mare”, per il semplice bisogno di trovare un capro espiatorio a cui attribuire le proprie frustrazioni. Si poteva chiedere alla sinistra di fare uno sforzo in più. Si è preferita la scorciatoia demagogica.

Quello che seguirà sarà un tempo molto triste. Per una piccola parte di noi potrà anche non essere così  triste, ma solo per chi sta abbastanza bene. Quelli che hanno salvato il posto di lavoro per il rotto della cuffia, lo perderanno. I piccoli imprenditori in difficoltà non avranno benefici dalla retorica della Lega o dall’autotassazione grillina, piuttosto avranno ulteriori problemi per le conseguenze della loro economia allegra. Le periferie, bisognose di qualcuno che le sappia gestire, diventeranno ancor più periferie sia con le ronde leghiste che con la cialtroneria dei grillini. E quelli che il modello Triton non ha salvato, ora non troveranno più nessuno a salvarli dall’annegamento in mare. Perché il paradosso di questo “voto di protesta” è che a farne le spese saranno proprio i più deboli e i loro sostenitori.

Devo fare una precisazione: quando dico “i più deboli”, non intendo dire persone migliori. Essere vittime non assolve. Molte vittime sono carnefici deboli. La storia è piena di esempi in tal senso. I cristiani, da perseguitati, divennero persecutori. Aug San Suu Kyi, paladina dei diritti umani quando era un prigioniero politico, come leader politico si è resa complice di un genocidio.

Anche fosse in corso una guerra fra poveri, la xenofobia che gli italiani hanno scelto non ha giustificazioni. Il percorso ideologico che dal 1994 porta al 2018 è di una grettezza desolante. Anziché lottare per i propri diritti e per il miglioramento delle proprie condizioni, gli italiani hanno preferito dirigersi contro i diritti degli altri. Si sono dimostrati un popolo disagiato ma colpevole, che in 25 anni ha sempre scelto il cinismo e ha sempre rifiutato l’assunzione di responsabilità. Si accusa di corruzione la classe politica, ed è vero. Ma la classe politica, in una democrazia rappresentativa, è tale perché è stata scelta. Questo paese ha avuto tante occasioni di ricominciare dopo il 1992. Le ha perse tutte. Non dimenticherò mai quello che disse Gherardo Colombo a un convegno cui partecipai come giornalista: “Tangentopoli non è finita perché ha toccato la classe dirigente, ma perché ha chiesto anche ai cittadini di fare la loro parte. Abbiamo avuto il sostegno degli italiani finché abbiamo chiesto legalità agli altri, ma quando la abbiamo chiesta anche a loro ci si sono ribellati contro. E questo mi fa pensare che non ci siano tante brave persone in questo paese”.

Dal 1992 ad oggi il popolo di cui faccio parte sceglie la soluzione più facile e cerca sempre un colpevole. Poteva scendere in piazza per l’art. 18 anziché bloccare Roma per comprare l’ultimo IPhone; poteva fermare le scuole per un mese. Non lo ha fatto. In Francia, quando i cittadini bocciano una legge, la fanno cambiare. In Italia no. I giovani precari, quelli della mia generazione, sanno scendere in piazza ma non sanno fare le cose sul serio. E infatti le loro manifestazioni somigliano a delle festicciole, con salti, balli e slogan non risolutori. Non fa paura a nessuno, una festicciola. Gli operai che sfilavano in silenzio, il primo maggio, quelli facevano paura ai padroni: perché era una cosa seria.

Un operaio che si è stancato della classe dirigente e vota Lega non è una persona di sinistra che vota a destra: è una persona di estrema destra. Che ha i suoi motivi, che magari un giorno rivoterà a sinistra; ma intanto è di destra. Non si è progressisti per diritto di nascita, ma per le proprie idee.

La corruzione più grande non è nella classe dirigente, ma nelle cosiddette persone comuni. Che premiano governanti opachi perché, nell’opacità, possono continuare a far le loro magherìe riparandosi all’ombra del malcostume. Che chiedono legalità solo agli altri. Che sono di estrema destra con gli altri, anarchici con se stessi. Un popolo di evasori fiscali che urla “onestà”. Un paese da un femminicidio al giorno che strepita “Gli immigrati stuprano le nostre donne” (e già il possessivo dice tutto). Sono spaventato dal neofascismo dei deboli. Sono preoccupato da quella sinistra che continua a non capire che il miglioramento materiale non porta al miglioramento del senso civico. Quando mio padre era vivo, discutevamo perché lui era repubblicano ed io mi sentivo socialista. Ma oggi, rileggendo Mazzini, capisco che l’”educazione nazionale” di cui egli scriveva non era un artificio retorico, ma un modo antico per dire il senso civico. La maggior parte delle persone non si è dimostrata in grado non dico di rispettare, ma nemmeno di concepire i diritti altrui. E questa incapacità è anche nei deboli, è anche nelle persone che si dicono di sinistra.

Dov’è, oggi, la sofferenza umana che, per Foa, è al centro del pensiero di sinistra? Non è nel disoccupato che, volendosi suicidare e non avendo il coraggio di farlo, pensa di farsi arrestare, e prova prima a sparare a “una famiglia”; ma gli manca il cuore, e allora spara a un nero, rivelando il substrato clerico-fascista che agisce nel suo inconscio. La sofferenza umana è nel ragazzo nero ammazzato. E’ nei migranti e rifugiati che la “sinistra” di Alexis Tsipras lasciava nel mare greco al gelo o sbatteva in galera, che la “sinistra” di Hollande respingeva al confine francese, e che invece la destra della Merkel -che è una destra, ma non neofascista- ha accolto anche a costo di perdere poi le elezioni. Chi ignora questi fatti dimostra di avere a cuore più la propria identità culturale “di sinistra” che le persone di cui la sinistra dovrebbe occuparsi. E’ in quella gente la sofferenza umana, non in un popolo italiano che ha sì dei problemi, ma per la stragrande maggioranza del quale “essere poveri” significa ancora non potere più andare in vacanza.

Tramonto

Nolde_IlSoleAlCrepuscolo

Scende il sole, alla sera, fra i ghiacci,
per rifugiarsi dietro le montagne:
è una grande palla di fuoco,
densa, che getta i suoi ultimi raggi
sul mare gelido, mosso, tanto scuro,
dov’è finita la tempesta, ma la calma
deve ancora arrivare del tutto.
Lievi qui soffiano tutto il giorno i venti,
ma entro la bolla che racchiude anche le stelle
spargon tristezza i colori del tramonto,
che si diffondono lenti, come gas
o come miele disciolto, che cola.
E il tramonto, quaggiù, dura per mesi.
Eppure fuori, oltre la superficie
della bolla che imprigiona anche le stelle,
tutti quanti stiamo andando ad una festa
che si celebrerà sotto altre stelle.
Il mondo, lassù, è caldo e colorato,
e quale dei due è vero, non si sa.

Kavafis

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Chiusa la stanza, prima di dormire,
si accende una minuscola candela.
Il brucia-essenza manda odor d’agrumi
e alla penombra oscilla la fiammella…
Brucia, e si squaglia, senza far rumore,
pure par di sentire il crepitio,
di sentirlo guardando la scintilla e la cera. Frattanto
lo stereo ha incominciato a funzionare:
Notte trasfigurata ha inizio, lenta,
circonfusa come un sogno d’oltremare.

E d’un tratto pare stia bruciando incenso,
ne senti, ne desideri l’odore
e vorresti ritrovarti in riva al mare
(par di sentirlo, di udir lo sciabordare
dell’onda, la risacca ed il profumo
penetrante di sale e d’alghe morte;
pare di avere, fra le dita, la sabbia
che accarezza, calda nella notte
fredda, i nostri corpi)…

Pare di essere dentro quella scena
di C’era una volta in America, quando Noodles,
offerta a Deborah una cena al Grand Hotel,
srotola un rosso tappeto fino al mare,
e i contrabbassi danno inizio al canto
cupo, profondo, dei sogni già sfumati.
Tutto questo, per me, è il verso di Kavafis.