La bellezza

S’allontanavano Eva ed Adamo
le porte dell’Eden alle loro spalle
s’erano richiuse
ma dappertutto li seguiva il profumo
di quelle erbe impreziosite dalla pioggia
l’odore della felicità ignara
troppo perfetta per poter non essere incrinata

Forse non era stata colpa loro
la Bellezza s’era raccolta in sé, a protezione di se stessa
era troppo paurosa
troppo fragile per vivere
e avviluppata alle sue nevrosi li aveva cacciati
dando loro un rimorso perché non tornassero più

Pure, chiusa nella sua sfera di troppa solitudine
ne aveva incrinato il vetro
e li tormentava, a volte, colla sua voce
pronta a ritrarsi per paura se essi rispondevano

Forse la porta dell’Eden non s’era mai chiusa del tutto
forse era rimasta accostata in attesa che tornassero
e lasciava trapelare quel profumo

Ma trattenuti dal loro rimorso
Eva ed Adamo non tornarono più

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Canzone

La tua voce ha un suono di mare
– suono di viola profondo e sensuale
canto sospeso fra la notte e il giorno
ruscello limpido che rispecchia dolorose stelle

Quando tu ridi dalla murmure grotta
stalattiti d’argento precipitano
sparge l’estate canzoni di Spagna
spruzza coriandoli fra gli spicchi del sole

A notte una ruga nella fronte
spreme dai tuoi occhi buoni un fado senza lamenti
e il dolore della madre Terra
increspa il canto della tua voce

L’aratro fende un grembo sofferente
escono guerre dal fondo del pozzo
dal tronco dell’albero ferito
cadono lacrime d’uomini torturati

Come uno scoglio il tuo corpo spezza l’onda
come fiati d’amanti si mischiano acqua e vento
la tua vita è tutta una vita
in fondo al tuo dolore pulsa gioia

I poveri

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Quante volte come aquila reale
volli salire oltre le nubi, e più su
fino allo spazio come un’astronave,
verso i pianeti sonori. Addio gravità.
Ma presto finiva il sogno e mi trovavo
a raspare per terra come una gallina
pazza cui i bambini
tirano pietre, e rubano le uova.
Erano uova d’oro? Forse. Ma io
dentro il recinto dormivo: le stelle di notte
le vedevo dall’aia a pezzi, come da galera. Adesso,
fuor della rete, non m’occorrono
metalli spumati di nave spaziale.
A noi poveri basta una bicicletta per dimenticare
i sogni di ricchezza. Godo la libertà
di chi non ha niente in mano: la gioia
la cerco in cose che ad altri
sembrano perfino tristi, e mi basta la pace.

Rutu Modan “La proprietà”

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di Giorgio Galli

Il fumetto si colloca a mezza via fra le arti simboliche e quelle di tipo “romanzesco”. Ci sono due modi di raccontare: il primo, diacronico, opera un compromesso fra il tempo dell’orologio e il tempo psicologico, rispecchia la struttura caotica del reale e dà la direzione delle cose solo in ultimo, retrospettivamente, come avviene nella realtà -ed è quello che fa il romanzo. C’è poi un modo di raccontare sintetico, che elude il tempo reale e si affida al movimento delle forme -ed è quello che avviene nella poesia, nel racconto, nel teatro. Il fumetto ha, sul romanzo, il vantaggio della forza delle immagini, e sul cinema quello di una maggiore economia di mezzi. Non disponendo del sonoro né del movimento, deve creare il suo tempo con le forme, mescolando il verbale e il visivo fino a ottenere un effetto di durata. Deve saper eludere il tempo…

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Homo poeticus

perìgeion

NZO

di Giorgio Galli

Danilo Kiš(Subotica, 1935 – Parigi, 1989) fu autore integralmente slavo -e forse per ciò integralmente cosmopolita. Nacque a Subotica, tra Serbia e Ungheria. Dal 1939 suo padre portò la stella di David. Nel 1942 suo padre scomparve. Non morì, scomparve, e lo scrittore avrebbe dedicato buona parte della sua opera alla ricerca delle tracce del genitore, ricostruendo con strenua precisione l’epoca e i luoghi, senza mai tracciare una parola che non discendesse dai ricordi o dai documenti. Kiš si salvò perché sua madre era cristiana ortodossa. Passò l’infanzia fra l’Ungheria, dove lavorava nelle fattorie e frequentava la scuola cattolica, e il Montenegro, dove serviva come chierichetto nelle messe ortodosse. Ascoltò i cantori ungheresi cantare poemi epici simili a quelli che scriveva suo nonno in Montenegro: in quei poemi gli eroi erano sempre i nostri, erano forti e invincibili, e tutti gli altri erano infami e…

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Ultimi anni di L.J.

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I
Ultimi anni di vita di Leoš Janáček:
le tue opere eseguite in tutto il mondo
tu che componi in gioiosa libertà.
A settant’anni e passa
scrivi con la forza, la felicità, l’asprezza di uno di venti
e col dolore di una vita
passata dietro le finestre, ad osservare.
La tua vita sembra sia iniziata adesso
e tu la devi fra poco abbandonare.

Ultimi anni di vita di Leoš Janáček:
i tuoi colleghi sono più giovani
sono nati che le strade della musica moderna
erano già asfaltate, le macchine avviate
e il carburante dentro ai motori.
Vi sono entrati con allegria e furore:
tu ci sei entrato lentamente, con dolore…

Le tue opere eseguite nel mondo.
Ma non sempre come tu l’hai scritte.
Ti hanno corretto Jenufa
e la Messa glagolitica risulta un po’ cambiata.
La terra ceca, da te tanto amata
ha chiamato al lavoro tutti i suoi ragni per tesserti una prigione.

Un vecchio uomo coi baffi che va in giro
portando un pentagramma per le strade.
Cosa scrive?

“Scrive le note che gli cantano gli uccelli
quelle che fa il lavoratore con la pialla
quelle che formano le frasi della lingua
quando vengono parlate.”
“Non sa che l’arte non è imitazione?”
“Se ne infischia.”

II
Che deve fare la musica? Rivelare l’anima?
Sì, e poi ricattarci con l’arma dei sentimenti,
dire “se non vi piaccio, è perché siete disumani.”
La nevrastenia diventata un valore
nell’Ottocento, la fragilità.
Ogni uomo, ogni donna che sta male
si rivendica migliore degli altri
troppo bello per questo brutto mondo
e concentrarsi su se stessi è un merito, un onore.
Non era a questo ch’erano rivolti
gli sforzi di Beethoven
la sua passione era passione per le idee.

Troppo facile essere sensibili a se stessi
sensibilità è verso il mondo, verso gli altri
e l’artista concentrato su se stesso
si è mai domandato che forma avrà il mondo, quali suoni
risuoneranno senza gli uomini e le donne?
Artisti romantici che “rivelate l’anima”
vi siete mai chiesti come fate a rivelarla
se i vostri temi disponete in gabbie già ordinate?
Avete mai osservato come si muovono realmente le vostre anime
serrando un’emozione contro l’altra, sovrapponendo voci ricordi pensieri?
E se pure questo avesse una struttura
delle leggi per creare forme nuove
e più autentiche di sinfonie e concerti?
Io non so se ci sono riuscito
ma so almeno di averci provato.

Avete mai visto dipinto un paesaggio
che vi toccava tanto, e vi delude?
L’artista ha dipinto tutto. Cosa manca?

Manca il profumo delle castagne
della resina che viene dai boschi
la stufa del caldarrostaio qui vicino.
Mancano le grida dei bambini
una vecchia che inveisce alla finestra
la voce dello strillone
e lo scrocchiare della carta di giornale
manca il suono d’acqua che si chiude a palla
della campana del palazzo di Brno.
Mancano le parole
senza le quali anche il silenzio non ha nome
le parole
che a me m’incantano
che starei ore ad ascoltare come musica.
E se era anche questo ad incantarti
perché tanta bellezza deve restare
fuori dall’arte? Perché non è nobile?
Ma va’ all’inferno con tutti i tuoi nobili! Ah che farai
quando l’insulso balbettio di questa gente non avrà
nulla da dire?

III
Ultimi anni di vita di Leoš Janáček:
una vecchiaia
molto lontana dal tirar le somme
una vecchiaia che sa di gioventù.
Amavi, riamato, una giovane donna
e componevi, forse, anche per lei.
Dalle opere più cupe a un sestetto spiritoso
ai pianoforti accompagnati da fanfare
dalle fiabe del regno animale
a una Messa barbarica e pagana
tu componevi in assoluta libertà:
e se qualcuno il cammino della musica moderna
credeva già compiuto, tu
tutt’all’opposto la pensavi:
bastava solo imboccare un’altra via
e il panorama sarebbe stato nuovo
e le case tutte ancora da abitare.
Ma un giorno nei boschi vicino alla tua casa
il tuo amatissimo figlio si smarrì.
Tu lo cercasti dappertutto, correvi,
dimentico dei tuoi settantaquattro anni.
La tua storia finì in un letto d’ospedale
dove l’ultimo respiro rendesti a un Dio beffardo
con i polmoni malati.
Per amore di tuo figlio t’ammalasti
ed Iddio cinse d’amore la tua fine.
Anche ai bambini di Boemia e di Moravia han raccontato
che sei morto facendo l’amore,
con lei, nel tuo lettino d’ospedale.
E non importa che non sia una storia vera
questa leggenda è l’unica dichiarazione d’amore
che ti ha fatto la gente del tuo paese
l’unica volta che t’ha ricambiato.

“Oltre”–fotografie di Chiara Romanini

oltre

La libreria L’Orto dei Libri (Roma, via Diego Simonetti 70, località Ostia, fermata Lido Nord) ospita una esposizione antologica della fotografa pistoiese Chiara Romanini (La. Valse). E’ possibile visitarla negli orari d’apertura del locale, che sono

MARTEDI’ – SABATO 09.30 – 13.00 / 16.00 – 19.30

L’esposizione raccoglie 15 scatti significativi della produzione di Chiara Romanini dagli inizi fino alle attuali mostre Voci di pietra (Museo Emozionale di Craco, provincia di Matera) e Quasi (Biblioteca San Giorgio, Pistoia).

***

NOTA CRITICA DI GIORGIO GALLI

«La mia anima nostalgica dell’oltre,
piena d’orgoglio, s’inombra intanto;
ai miei occhi unti sale un pianto
che ho pure la forza di nascondere.»

Questi versi di Mario de Sá-Carneiro, poeta portoghese amato da Chiara Romanini, indicano la direzione in cui si muove la sua ricerca. Oltre: parola dannunziana che, nell’opera della fotografa, si spoglia d’ogni intento estetizzante e si fa anelito di leggerezza e luce.

Semplificata, schiarita nei toni, con spazi più vuoti e inquadrature meno strette, l’immagine diventa più aerea: da ostensione diventa evocazione. I primi scatti, quasi tutti presi in interni, erano drammatici e scultorei; i più recenti giocano sul rapporto fra il dentro e il fuori dell’inquadratura, sulla suggestione di corpi e oggetti che stanno uscendo di campo -o sono già usciti di campo. Gioca sulle finestre, i cieli, i teli di una serra oltre i quali c’è qualcosa -ma cosa?

Gli interni e gli specchi rimandavano a una dimensione claustrofobica, in cui l’immagine era chiusa in se stessa. I fantasmi, presenze ossessive, erano padroni della scena. Ora i fantasmi non se ne sono andati, ma padrona del campo è l’artista. Essi sguazzano, fluttuano, ma non opprimono. La fotografa pistoiese indossa ormai una pelle nuova. Il vestito abbandonato sulla corda mentre l’eterna sposa esce di scena è l’emblema di questo nuovo corso.

Non sono cessate le inquietudini: Romanini potrebbe ancora dire, con l’amato Sá-Carneiro, “Per me la lontananza è più vicina / del luogo presente”. Potrebbe ancora dire “Io sono stato qualcuno che è passato. / Sarò, ma io non sono più”. Quello ch’è cambiato è il suo rapporto con l’Oltre: inattingibile e immanente prima, attivamente cercato oggi. E se è vero che, come scrive lei stessa, la fotografia le serve a “togliersi le stoffe dall’anima”, è vero allora che l’anima dell’artista si sta schiarendo. Dagli abissi si trova in un limbo, dall’inferno sta entrando in purgatorio. Come direbbe l’amato sa-Carneiro:

«Un poco più di sole – io ero brace,
un poco più di azzurro -io ero oltre.
Per riuscire, mi è mancato un colpo d’ala…
Se io almeno rimanessi al di qua…»

(Le citazioni sono tratte da: Mario de Sá-Carneiro, Quasi, traduzione e cura di Alessandro Ghignoli, Via del Vento edizioni, Pistoia)

La pipa dei sogni

pipaNon era questione di fumo, ma d’identità. Da quando aveva perso il lavoro aveva perso anche quella, la cercava e s’aggrappava ai dettagli per trovarla. Un giorno, durante una passeggiata, aveva visto quella pipa sulla vetrina della tabaccheria vicino al mare: dritta, elegante, rusticata, dello stesso color del tabacco. Ma costava ottanta euro. Ne aveva comprata una quando aveva ancora il lavoro, ma l’aveva presa economica perché i soldi erano già pochi. Si divertiva a fumarla, ma niente di più. Non era una pipa di qualità, l’aveva presa così, tanto per sfizio. Era un modo come un altro di fumare. La pipa della tabaccheria vicino al mare, invece, l’aveva incantato. Se la poteva permettere meno di prima, non era economica -anche se ottanta euro per una pipa non sono tanti- ma gli sembrava essenziale. Aveva voglia a ripetersi che c’erano cose più serie a cui pensare, che poteva fumare senza spender tanto, che non era il momento! Aveva voglia a soppesare quanto lavorava la sua compagna per mettere da parte ottanta euro! Lui aveva deciso che avrebbe messo nella custodia degli occhiali le monetine che gli avanzavano ogni giorno fino a raggiungere gli ottanta euro, così si sarebbe sentito meno ladro. Se lo sarebbe goduto di più il fumo di una pipa così sofferta. Ma ogni settimana doveva attingere al portaocchiali perché c’erano tante spese e pochi soldi, e allora ricominciava da capo. Quando aveva mezz’ora libera faceva una passeggiata fino al mare per controllare che la pipa fosse lì ancora. C’era, e lui se ne tornava a casa pregustando il possesso della pipa, sognandosi in bocca il cannellino e l’aroma legnoso, perché immaginarsi con quella pipa lì per lui non era una questione di fumo, ma d’identità.

192 // PORTOFRANCO 10 // Alba Gnazi. Senza titolo (e una nota sulla rubrica)

Peripli // Post Scriptum

Quanto accaduto in questi giorni (trovate un resoconto negli ultimi articoli del blog) mi spinge ad alcune riflessioni e sprona a insistere, con rinnovata speranza, su una strada che sempre più mi appare come giusta.

Può ancora la poesia essere in grado di resistere e reagire al logoramento del sentire, grazie alla propria capacità di farsi carico dell’umano?
Può ancora essa tentare le vie di una soluzione catartica delle tensioni dell’intimità e della collettività?
Può ancora la scrittura essere un luogo di mediazione, di scambio relazionale paritario, un luogo di riflessione sui propri limiti, capace di includere l’altro da sé?

Le fulgide voci poetiche che stanno partecipando a questa rubrica credono fermamente di sì. E scelgono di condividere il proprio pensiero in un luogo plurale. Per questo continuerò a ringraziarle e a sostenerle in ogni modo.

Peripli e Portofranco sono un sogno resistente, un dolce lavorio di onde, un invito rivolto a…

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Le vite parallele

immagineIn una ero direttore d’orchestra. La Quarta di Brahms, Sibelius e Dvorak erano i miei cavalli di battaglia nel repertorio tradizionale, ma la mia specialità era quello moderno. Facevo Prokof’ev come un direttore russo, il Neoclassicismo sotto la mia bacchetta suonava limpido e infuocato, Richard Strauss e Mahler suonavano puri come Mozart e tragici come Orlando Gibbons. La critica si meravigliava del mio gesto piccolo e semplice. Alle prove, stabilivo con l’orchestra un rapporto di assoluta familiarità: finita è l’epoca dei direttori autoritari, l’esecuzione  si fa tutti insieme, dicevo: e scherzavo coi miei orchestrali, chiedevo loro scusa se sbagliavo, se non mi seguivano chiedevo se occorreva loro un battito più chiaro; li persuadevo della mia interpretazione più che imporgliela, lasciavo loro la libertà di realizzare la musica nel modo che gli fosse più congeniale e accoglievo le loro risposte badando solo di armonizzarle. Ma l’ultima parola era la mia. I commentatori notavano ch’ero un direttore moderno, ma con un che di antico nello stile, certi rubati da direttore ottocentesco, un’insofferenza agli eccessi di sfumature… Mi scagliavo nelle interviste contro il suono tecnologicamente sofisticato e pretendevo dai tecnici, in sala d’incisione, una fotografia realistica del suono delle mie orchestre.

In un’altra ero un grande giornalista. Mi battevo per un giornalismo all’inglese, che scorporasse i fatti dalle opinioni, e scrivevo in una prosa cristallina ma musicale, combinando le parole con un’abilità che a volte attingeva alle combinazioni e ai ritmi della poesia. Lucido osservatore non solo della politica e del costume ma del giornalismo stesso, ero considerato un esempio di etica giornalistica e coltivavo l’arte di star dentro al mondo dei media come un corpo estraneo. Avevo lo stile sobrio dei personaggi pubblici d’un tempo, vestivo in dolce vita e giacca e conciliavo così l’odio per il mio tempo col bisogno di partecipare al mio tempo.

In una delle mie vite stavo girando un film. Anche come regista avevo un atteggiamento familiare con attori e tecnici, impostavo con loro un lavoro di squadra e mi ponevo alla pari col gruppo –benché fossi uno dei più importanti registi viventi. Abile nel creare atmosfere e nel descrivere psicologie con pochi tocchi, preferivo girare dal vero piuttosto che in studio perché credevo che la realtà avesse sempre una sua poesia, ma volevo che i dialoghi fossero realizzati in sala di doppiaggio per assicurarmi l’effetto sinfonico avvolgente e rustico tipico del sonoro dei miei film. Preferivo scolorire gli acuti e ridurre la gamma delle dinamiche per conferire alle colonne sonore una certa patina antica.  A volte ero anche prim’attore e autore delle musiche. Il mio stile di recitazione sobrio, quasi impersonale, mi dava l’autorità di chi un’autorità non la cerca, il carisma paradossale delle figure non forti ma tenaci. Coltivavo con onesto compiacimento l’arte di nascondermi sotto le luci della ribalta.

Infine, in un’altra vita ero uno scrittore. Applicavo volute di prosa alla Bruno Schultz a una materia documentaria e grezza, di cronaca. Mi assicuravo così la presa sul mio tempo, la presenza nel dibattito culturale e civile del mio tempo ma anche l’estraneità di chi viene da altri tempi, di chi vive d’altri tempi ed è di passaggio nela sua epoca come quel solitario che non sfuggiva alla gente di Italo Calvino.

Queste vite le ho vissute tutte e nessuna. Ho voluto mantenere intera la gamma della mia complessità, conservare vergine e vertiginoso il terreno delle mie potenzialità, e non ho mai scelto. Ogni volta che ho desiderato qualcosa, qualsiasi cosa, mi sono scontrato col fiume dei miei ripensamenti, e alla fine la mia vita è stata esile e inutile come la nuvoletta di fumo che sale dalla pipa verso il cielo. Qui è rimasta soltanto la vita che non volevo.