Lettera d’amore (un cantico)

15469795791_eecc6d582a_b«Ci regaliamo il frutto delle notti,  gli anni vissuti senza di noi. Un incendio, una morte, una rinascita, un rifondare l’uno nell’altra le nostre città. Il tuo corpo è una storia d’amore. Porta i segni di tutto il mio amore. Modellato con mani da vasaio, con pazienza creato, scolpito.

Sei intensa come l’odore dei tropici. Sei ambra, lava etnea, gorgoglio di risacca e profumo di menta. Sei monumento di marmo e donna viva. La tua voce è voce di velluto, canto della notte. Hai gli occhi scuri d’Andalusia. Ogni tua sfaccettatura è una persona. Un mondo intero di porti, di case, brulicante di esseri umani. Sei sempre una e sempre nuova, come le onde sulla superficie del mare. E tutto questo nelle mie mani che ti ricreano. Che custodiscono dolore e splendore. Che si donano mentre attingono da te.

Hai un desiderio selvaggio di riprenderti la vita che ti è stata tolta. Riprendiamocela, io ti aiuto a riprenderla. Mia come il palmo delle mie mani, tuo come il colore dei tuoi occhi, riprendiamo possesso del mondo. Sei vorace di tutto e tutto annienti. Cadono affascinate anche le pietre. Ma non cado io. E’ più forte la mia passione e ti vince, e tu ami essere vinta. Amo la tua arroganza, il viso e il portamento alteri e gelidi, la rabbia che fa franare le montagne, la troppa forza che cerca sempre nuove passioni su cui sfogarsi. Amo quel corpo sodo, caldo come il sole, le gambe d’avorio e acciaio, la plasticità aggressiva del portamento. Amo l’incarnato di terra, il Mediterraneo dei sensi. Le fiocinate della tua tenerezza, la tua raffinatezza di nata povera. Sei di pane duro. Quando arrivi ogni cosa è al suo posto, ognuna ha il profumo che la individua. Ed io sono intrecciato a te come la vite al suo tralcio. Siamo un’orchestra, un coro: innalziamo alla vita un’unica musica.

Io mi arrampico in te come linfa che scorre nell’albero, dalle radici alla punta dei rami. Ti circolo nelle vene e ti rigenero. Ti sradico, ti fulmino, ti tolgo i tuoi tesori per mostrarteli. Non alzare muri, li abbatto. Non resistermi, ti vinco. Non temermi perché la tua paura è nulla in confronto al mio amore. Io ti inchiodo a me, serro le tue mani alle mie e con gli occhi piantati nei tuoi occhi ti anniento e ti ricreo nella passione. Appesa alla stella più alta tu rinasci, rivivi. Con me.

Ma le parole cessano. L’amore non è fatto di parole. L’amore ha un corpo. E il cuore, quando è caldo, non parla.

Solo una cosa rimane. Tu. Noi.»

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Non lo sappiamo

tolstoij1Le ultime parole non sono così importanti, non riassumono una vita o una dottrina. Davanti alla morte ogni uomo è solo come un uomo comune, anche se è stato un grand’uomo ed anche se è morto da eroe. Tolstoij morì scappando, come tutti sanno, in una misera stazione ferroviaria. Le agiografie riportano che i giornalisti erano là fuori, e che lui disse: con tutti gli esseri umani che soffrono, perché questa gente si interessa solo a me che muoio? Un pensiero altruista, che si confà all’autore di Resurrezione.

Dunque quella mattina alla stazione di Astapovo il grande umanitario rivolse i suoi ultimi pensieri al popolo che soffre. Questo è ciò che tutti sanno. Altri sostiene che il grande mistico dichiarò in punto di morte il suo amore per la Verità. Ed anche questa è una morte degna di lui, come tutti vedono.

Pure, vi fu un altro Tolstoij: il senza pace, quello che si diceva insaziabile della carne delle contadine –e quelle contadine saranno state sempre consenzienti?, ci chiediamo-, quello che in nessun posto era a casa, che voleva giganteggiare e trionfare sull’esistenza senza riguardo a chi soffriva accanto a lui. Il Tolstoij di cui pochi sanno, descritto nei diari della moglie la cui sofferenza di donna toccò anche Doris Lessing. L’uomo così preso dalla sua vitalità da non avere riguardi, così preso dai propri sensi da volerli sfogare su di lei anche subito dopo il parto… il grande umanitario convisse col grande brutale, il grande generoso col tremendo egoista.

Di Bob Kennedy si sa che, quando fu sparato, disse: controllate come stanno gli altri. Di Caikovskij non si capisce nulla: morì di colera, morì avvelenato, morì suicida…? Prima di morire ripeté più volte: maledetta! Maledetta chi? La malattia, la morte? La sua benefattrice Von Meck, che lo aveva abbandonato all’improvviso? O la vita da cui si stava congedando? Nessuno lo sa.

Tolstoij non lanciò maledizioni, ma si congedò dalla moglie con poche, gelide parole, e fuggì. Non le permise di entrare, ad Astapovo, e di vederlo morire. Peggio di una maledizione. Una cancellazione. Una damnatio memoriae. L’ultimo pensiero di Tolstoij quella mattina ad Astapovo, con i giornalisti sotto le finestre e la moglie abbandonata ed esclusa anche dalla vista dell’ultimo respiro, fu per il popolo, fu per la Verità? Non lo sappiamo. Ma il figlio di Tolstoij riporta una versione diversa:

-Andarsene, bisogna andarsene. Andrò in qualche posto dove nessuno possa disturbarmi. Lasciatemi in pace…

Una maledizione. Le ultime parole del grand’uomo, per il figlio, furono simili alle parole di uno che muore. E forse in questo fu simile al popolo, e forse in questo sta la Verità. Ma noi non lo sapremo mai.

La pipa dei sogni

pipaNon era questione di fumo, ma d’identità. Da quando aveva perso il lavoro aveva perso anche quella, la cercava e s’aggrappava ai dettagli per trovarla. Un giorno, durante una passeggiata, aveva visto quella pipa sulla vetrina della tabaccheria vicino al mare: dritta, elegante, rusticata, dello stesso color del tabacco. Ma costava ottanta euro. Ne aveva comprata una quando aveva ancora il lavoro, ma l’aveva presa economica perché i soldi erano già pochi. Si divertiva a fumarla, ma niente di più. Non era una pipa di qualità, l’aveva presa così, tanto per sfizio. Era un modo come un altro di fumare. La pipa della tabaccheria vicino al mare, invece, l’aveva incantato. Se la poteva permettere meno di prima, non era economica -anche se ottanta euro per una pipa non sono tanti- ma gli sembrava essenziale. Aveva voglia a ripetersi che c’erano cose più serie a cui pensare, che poteva fumare senza spender tanto, che non era il momento! Aveva voglia a soppesare quanto lavorava la sua compagna per mettere da parte ottanta euro! Lui aveva deciso che avrebbe messo nella custodia degli occhiali le monetine che gli avanzavano ogni giorno fino a raggiungere gli ottanta euro, così si sarebbe sentito meno ladro. Se lo sarebbe goduto di più il fumo di una pipa così sofferta. Ma ogni settimana doveva attingere al portaocchiali perché c’erano tante spese e pochi soldi, e allora ricominciava da capo. Quando aveva mezz’ora libera faceva una passeggiata fino al mare per controllare che la pipa fosse lì ancora. C’era, e lui se ne tornava a casa pregustando il possesso della pipa, sognandosi in bocca il cannellino e l’aroma legnoso, perché immaginarsi con quella pipa lì per lui non era una questione di fumo, ma d’identità.

Le vite parallele

immagineIn una ero direttore d’orchestra. La Quarta di Brahms, Sibelius e Dvorak erano i miei cavalli di battaglia nel repertorio tradizionale, ma la mia specialità era quello moderno. Facevo Prokof’ev come un direttore russo, il Neoclassicismo sotto la mia bacchetta suonava limpido e infuocato, Richard Strauss e Mahler suonavano puri come Mozart e tragici come Orlando Gibbons. La critica si meravigliava del mio gesto piccolo e semplice. Alle prove, stabilivo con l’orchestra un rapporto di assoluta familiarità: finita è l’epoca dei direttori autoritari, l’esecuzione  si fa tutti insieme, dicevo: e scherzavo coi miei orchestrali, chiedevo loro scusa se sbagliavo, se non mi seguivano chiedevo se occorreva loro un battito più chiaro; li persuadevo della mia interpretazione più che imporgliela, lasciavo loro la libertà di realizzare la musica nel modo che gli fosse più congeniale e accoglievo le loro risposte badando solo di armonizzarle. Ma l’ultima parola era la mia. I commentatori notavano ch’ero un direttore moderno, ma con un che di antico nello stile, certi rubati da direttore ottocentesco, un’insofferenza agli eccessi di sfumature… Mi scagliavo nelle interviste contro il suono tecnologicamente sofisticato e pretendevo dai tecnici, in sala d’incisione, una fotografia realistica del suono delle mie orchestre.

In un’altra ero un grande giornalista. Mi battevo per un giornalismo all’inglese, che scorporasse i fatti dalle opinioni, e scrivevo in una prosa cristallina ma musicale, combinando le parole con un’abilità che a volte attingeva alle combinazioni e ai ritmi della poesia. Lucido osservatore non solo della politica e del costume ma del giornalismo stesso, ero considerato un esempio di etica giornalistica e coltivavo l’arte di star dentro al mondo dei media come un corpo estraneo. Avevo lo stile sobrio dei personaggi pubblici d’un tempo, vestivo in dolce vita e giacca e conciliavo così l’odio per il mio tempo col bisogno di partecipare al mio tempo.

In una delle mie vite stavo girando un film. Anche come regista avevo un atteggiamento familiare con attori e tecnici, impostavo con loro un lavoro di squadra e mi ponevo alla pari col gruppo –benché fossi uno dei più importanti registi viventi. Abile nel creare atmosfere e nel descrivere psicologie con pochi tocchi, preferivo girare dal vero piuttosto che in studio perché credevo che la realtà avesse sempre una sua poesia, ma volevo che i dialoghi fossero realizzati in sala di doppiaggio per assicurarmi l’effetto sinfonico avvolgente e rustico tipico del sonoro dei miei film. Preferivo scolorire gli acuti e ridurre la gamma delle dinamiche per conferire alle colonne sonore una certa patina antica.  A volte ero anche prim’attore e autore delle musiche. Il mio stile di recitazione sobrio, quasi impersonale, mi dava l’autorità di chi un’autorità non la cerca, il carisma paradossale delle figure non forti ma tenaci. Coltivavo con onesto compiacimento l’arte di nascondermi sotto le luci della ribalta.

Infine, in un’altra vita ero uno scrittore. Applicavo volute di prosa alla Bruno Schultz a una materia documentaria e grezza, di cronaca. Mi assicuravo così la presa sul mio tempo, la presenza nel dibattito culturale e civile del mio tempo ma anche l’estraneità di chi viene da altri tempi, di chi vive d’altri tempi ed è di passaggio nela sua epoca come quel solitario che non sfuggiva alla gente di Italo Calvino.

Queste vite le ho vissute tutte e nessuna. Ho voluto mantenere intera la gamma della mia complessità, conservare vergine e vertiginoso il terreno delle mie potenzialità, e non ho mai scelto. Ogni volta che ho desiderato qualcosa, qualsiasi cosa, mi sono scontrato col fiume dei miei ripensamenti, e alla fine la mia vita è stata esile e inutile come la nuvoletta di fumo che sale dalla pipa verso il cielo. Qui è rimasta soltanto la vita che non volevo.

Un libro con dedica

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(a Ilaria Seclì)

«Ti ho spedito il mio libro. Stavolta non ti mando una lettera scritta a mano, mi sono accorto che scrivere a mano, quasi sempre, mi limita, che solo nella parola astratta della scrittura a macchina mi sento libero di dire quello che mi pare. E’ una deformazione dei nostri tempi, senz’altro, ma ho sempre praticato una scrittura in scomparsa, una scrittura in cui era possibile dire “io” solo se a dirlo era un altro -sono sempre morto nella mia scrittura, e mi sembra coerente adottare un metodo di scrittura impersonale, che cancelli le tracce del mio io fisico. Ti sembrerà un delirio, e forse lo è. Vivo nei simboli della dissipazione: il fumo che sale dalla pipa, le parole che scontornano nell’etere, le amicizie senza essersi mai visti, i libri che nessuno legge. Ogni volta che mi rimprovero di stare sprecando la vita, mi viene in mente che forse lo spreco è il mio modo d’essere. Perdona quest’amarezza e questa dissipazione, gli scrittori sono dei costruttori, ma noi non siamo scrittori, siamo solo dei naufraghi che cercano di restare aggrappati alla nave della scrittura. Non scriviamo più per esistere, ma per sopravvivere. Ed io sopravvivo sparendo. Leggi il mio libro. La mia vita è più in dieci righe che in dieci giorni, e sono più io nelle parole dietro cui scompaio che qua.»

Comunicare

(Su Postpopuli del 3 ottobre 2014. Fotografia di Giovanni Asmundo)

Il responsabile dei servizi per la Comunicazione era il dottor Fausto Torrefranca. Il dottor Torrefranca era un comunicatore così perfetto che a tavola lo si poteva reggere al massimo per un quarto d’ora, dopodiché la sua comunicativa faceva l’effetto di un robot programmato per comportarsi come un imbonitore di piazza, ma che, per un errore di programmazione, continuava a fare l’imbonitore di piazza anche mentre deglutiva uno gnocco al ragù. A un corso di formazione per aspiranti assicuratori, il dottor Torrefranca aveva tenuto in scacco un’intera classe di aspiranti assicuratori, e per una domenica intera aveva insegnato loro la gestualità da adottare, le parole da usare o da evitare, le tecniche di rispecchiamento con cui abbindolare il cliente; ed era riuscito a umiliare tutti spiegando come e qualmente mancassero di un atteggiamento professionale, come le donne avessero più un atteggiamento da locanda a ore che di professionale ruffianeria, come il più emotivo del gruppo avesse una gestualità da dissociato e il più timido apparisse debole come un agnellino su cui i lupi si sarebbero gettati per sbranarlo, perché, ricordatelo bene, l’essere umano è un animale e quando sente l’odore del sangue si getta sulla preda, e chi si mostra debole è destinato a far da preda perché gli altri sentono l’odore del suo sangue. Questi ed altri eran gl’insegnamenti che colavano come oro dalla bocca del dottor Torrefranca, almeno per quella parte della comunicazione che è chiamata non verbale o paraverbale. Il suo insegnamento riguardo la verbalità poteva invece riassumersi in principi molto semplici: usare moltissime parole; evitare le parole concrete; se una cosa era concreta, non dirla. Naturalmente, per una buona comunicazione verbale era preferibile aver conseguito almeno un master in un Paese angloamericano, dove s’imparavano tante parole angloamericane che facevano più comunicazione rispetto alle gemelle italiane. Era come nella nota battuta: se nella vita uno dice “Voglio aprire una salumeria”, nella comunicazione deve quantomeno spiegare che intende aprire una startup innovativa destinata alla produzione e commercializzazione degli insaccati sliced.

Questo era l’insegnamento del dottor Torrefranca. Non un movimento della mano, non una alzata di sopracciglio, non una incrinatura nel tono della voce (vale a dire uno scarto nel mood della voce) appariva lasciato al caso. Il dottor Fausto Torrefranca era professionale financo quando espletava i suoi bisogni corporali. Aveva sempre la risposta pronta, anche se raramente si poteva capire il contenuto della risposta stessa. E quella sera di maggio, era domenica, gli aspiranti assicuratori avevano passato tutto il pomeriggio nelle grinfie del dottor Torrefranca ed erano onorati di poterci andare a cena nella mensa convenzionata colla compagnia assicurativa; e le rondini potevano lanciare a gola spiegata il loro stridìo fendiporpora nel cielo che imbruniva; e un ranuncolo poteva essere sorto come un errore in quel quartiere dove nessuna aiuola aveva interrotto l’efficienza dei capannoni destinati alla produzione di beni e dei palazzoni destinati alla produzione di soldi; e il mondo circostante poteva avere in serbo ogni sorta di sorprese, potevano arrivare pure gli extraterrestri quella sera, ma gli aspiranti assicuratori non avrebbero avuto occhi e orecchi che per il dottor Fausto Torrefranca. Il quale però non si rivelò un commensale all’altezza delle aspettative: prima intrattenne tutti i convitati col racconto dei suoi tempestosi rapporti col padre , poi colla storia di come e qualmente quest’ultimo non l’avesse mai riconosciuto e avesse quindi abbandonato lui e sua madre, onde il dottor Torrefranca portava il cognome della madre; poi andò a proporre i propri mirabolanti servigi comunicativi al direttore della mensa convenzionata colla compagnia assicurativa; e infine si prese una ciucca triste così triste che attaccò a cantare tristissime canzoni slave, spiegando che il suo cattivo padre era croato e che per questo lui conosceva quella musica e quella lingua; e il corpo controllatissimo del dottor Torrefranca, un vero strumento, durante il giorno, nelle mani della comunicazione aziendale, era divenuto, di sera, quello d’un bambino da portare a letto perché da solo non ce l’avrebbe fatta mai. Sia il suo verbale che il suo paraverbale avevano fatto cilecca quella sera. Ed al rientro in albergo, qualcuno degli aspiranti assicuratori era andato a letto colla sensazione d’aver sprecato una domenica e col rimpianto per quei filmati d’epoca dove si vede com’era la gestualità reale delle persone, prima che i consulenti d’immagine intervenissero a rovinarla.

Il dottor Fausto Torrefranca aveva svolto la sua professione come un apostolato, e come a un apostolato aveva sacrificato la sua vita: di sua moglie e di sua figlia s’eran presi cura i deboli, quelli di cui il dottore sentiva l’odore del sangue. Lui s’era accontentato di consolarsi nelle camere con coperta che la compagnia assicurativa gli metteva generosamente a disposizione. Il dottor Fausto Torrefranca svolgeva anche un fervente apostolato in chiesa, perché, quando il lavoro lo permetteva, andava a messa ed era molto devoto; e si pentiva sinceramente della sua passione per le camere con coperta, sì da ottenere l’assoluzione che poi gli consentiva di riprendere tutto come prima e di godere dei piacere di altre camere con coperta. Ma quella ciucca triste non passò inosservata. Il dottor Torrefranca aveva cinquantuno anni, era venuto il momento che si prendesse una lunga vacanza, che facesse spazio ad un giovane più appealing e più comunicativo, e soprattutto figlio del miglior district manager della compagnia, un giovanotto che, oltretutto, era stato davvero in America e aveva imparato tante parole angloamericane più affascinanti di quelle del dottor Torrefranca. Trovarsi senza lavoro fu, per quest’ultimo, come trovarsi all’improvviso apostolo di veruna chiesa; e una sera, un mese dopo la sera della ciucca, le rondini stavano stridendo a gola spiegata nel cielo azzurreggiante di giugno, quando il cadavere del dottor Torrefranca venne recuperato nel Tevere.

Voci

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(Su Postpopuli del 22 febbraio 2016)

Il deserto rende pazzi. La tortura rende pazzi. Il mare rende pazzi. Una giovinezza mal vissuta può rendere pazzi.

VOCE DAL DESERTO – Sia in mare sia nel deserto, la fine del viaggio è un mistero. Ti puoi orientare con le stelle, ma non è solo il punto della carta geografica. E’ anche il punto della carta politica. Sulla carta geografica l’Eritrea è una terra d’olivi e di rovi, che si fa dolce e spiana verso il mare, e il mare è il Mar Rosso dell’antichità. Sulla carta politica, l’Eritrea è una terra rosso sangue. La leva dura dai diciotto ai cinquant’anni-quaranta per le donne. A diciassette anni fai l’ultimo anno di scuola in una scuola militare, poi non sai più quando finisci: potresti finire a cinquant’anni se sei un uomo, a quaranta se sei una donna, oppure -ed è più facile- potresti finire tu prima d’aver finito la leva. La guerra non finisce mai, e il viaggio, invece, a volte può finire. La leva inizia dall’anno prima dei diciotto anni, quando fai l’ultimo anno in una scuola militare, e poi dura finché dura. Il viaggio, se lo cominci prima, dovrebbe finire prima. Se lancio i dadi, il conto è a favore del viaggio.

Così pensavo a sedici anni sotto gli alberi di mio padre vicino a Ghinda. E allora mi sono messo in viaggio. Con pochi soldi e una lista di nomi, nomi per ogni città. Perché nel viaggio ci sono tanti ostacoli, e bisogna poter chiedere aiuto. Il primo ostacolo è al confine col Sudan, dove il governo ordina di sparare a chi cerca d’attraversarlo. I soldati hanno paura a tradire il governo: ci sono la tortura, la prigione, la fucilazione. Se tradiscono il governo, deve essere per soldi. Prova a corromperne uno, e spera che vada bene. Mi è andata bene. Ho tirato i dadi, ho avuto fortuna. Ma di là dal confine c’è un altro ostacolo. Se il governo sudanese ti rintraccia, ti rimanda in Eritrea, e in Eritrea prigione e tortura. Ho cambiato giaciglio ogni notte. Ho continuato a parlare in lingua tigrina, ogni sera in un posto diverso. Non potevo mettere in pericolo quelli che mi ospitavano. Dovevo andare. A nord. Cufra. Mi hanno dato un po’ di soldi. La prima auto prende i soldi, ti porta per un po’, poi ti lascia. Poi viene la seconda auto, prende i soldi, ti porta per un po’, poi ti lascia. Se non hai più i soldi per pagare nessuna, l’auto ti lascia nel deserto. Io avevo un’altra moneta per pagare: l’auto era guasta ed io sono un meccanico. Così sono arrivato fino a Cufra. Quattro volte s’è guastata l’auto, quattro volte l’ho riparata, con le mie cose e con quelle di tutta la gente che viaggiava. C’era un mio compagno di scuola, a Cufra. Lavorava come meccanico. M’ha fatto prendere. Ho fatto il meccanico qualche anno, finché non ho messo insieme i soldi per andare via, il Mediterraneo, e l’Europa dove si è liberi. Ma dell’Europa ho visto solo un pezzo di Sicilia dove stavo per quaranta giorni in un centro. Poi indietro, verso la Libia. Perché la Libia era allora un Paese amico e l’Italia affidava i fuggitivi del mare alla custodia dei libici. I soldati libici mi hanno custodito così: mi hanno tolto tutto all’arrivo, compresi i vestiti. Mi hanno sbattuto in prigione e ogni giorno mi hanno torturato come un cane. Ogni giorno. Come tutti gli altri.

Dei rifugiati politici in Italia, storie se ne sentono tante. Ma non si sente dire che alcuni arrivano da prigioni che erano mezze italiane. Il governo italiano ci metteva soldi, nelle ventuno carceri libiche dove l’esercito di Gheddafi sbatteva chi cercava di lasciare il Paese. Mi hanno torturato come un cane. Ha pagato il riscatto il mio amico meccanico, soldi mandati da mio padre, chi sa come. Ho ricominciato a fare il meccanico. Nel frattempo era scoppiata la rivolta. La primavera del 2011 è arrivata con le bombe, il vento della primavera portava rumore di esplosioni e odore di bruciato e di cadaveri. L’esercito libico faceva carne di porco a terra, le bombe dei liberatori piovevano dal cielo a cui non si poteva più pregare, c’erano troppa gente e troppi apparecchi in mezzo tra me e Dio. E un giorno una voce all’officina m’ha detto: è uno di quelli che t’ha torchiato in prigione, ammazzalo! Ed io gli ho tirato qualcosa. Avevo sentito solo la sua voce. Il capo mi ha licenziato. E ha licenziato il mio amico che mi aveva fatto prendere. Abbiamo raccolto i soldi per fare un nuovo viaggio.

Ormai sono passati cinque anni dal viaggio. Io continuavo a sentire la voce di qualcuno. Dopo la traversata continuavo a sentirla. Al centro continuavo a sentirla. Dopo che mi avevano riconosciuto rifugiato politico continuavo ancora a sentirla. Non so a quante persone avrei messo le mani addosso quando la voce mi diceva: è lui che ti ha torturato. Me ne ricordo appena. Era come se qualcun altro s’impadronisse del mio corpo. Non ero io perché mio padre m’ha insegnato che violenza chiama violenza. Adesso le voci mi parlano meno spesso, sto in una clinica per malati di mente a Roma e Semira, la mia fidanzata mi viene a trovare quando le danno il permesso. C’è tanta gente che va e viene per la clinica. Non ho mai aggredito nessuno, anche quando ho sentito la voce non le ho ubbidito. Non posso scrivere a mio padre, dall’inizio del viaggio non ho potuto più farlo. Meglio così, mi vergognerei a dire che suo figlio ora sente le voci e picchia la gente. Mio padre diceva che aveva un figlio forte. Ora la mia unica forza è Semira, non fosse stato per lei sarei tornato in prigione, forse sarei tornato in Libia o in Eritrea.

Il viaggio è finito. Grazie a Dio siamo salvi. Ma l’anima non è salva. Qualcuno prega dal fondo del Mediterraneo, dove troppi cadaveri s’interpongono fra le preghiere e Dio. Qualcuno è rimasto a pregare di là dal mare, ci sono troppe urla e troppo fragore d’artiglieria per parlare in pace con Dio. Chi è arrivato, a volte sente voci diverse dalla voce di Dio.

VOCE DAL MARE – Non ho fatto in tempo ad arrivare in Italia. Sui rifugiati politici in Italia, storie se ne sentono tante, su quanti bambini e donne spariscono, su quanto è difficile fare… Invidio loro soltanto la vita. Io all’inizio non me ne sono nemmeno accorto, sarà stata la fame, il caldo, l’aver avuto troppe visioni nel deserto, ma io non distinguevo più.

Lo scafo s’è spezzato con un rumore come quello di uno sparo, sembrava un incubo di quelli che faccio ogni notte. Gli urli di paura sembravano gli stessi della guerra ed io la guerra la sogno ancora ogni notte. Poi ho capito. Era notte, si sentiva dire qualche cosa di una nave di soccorso. Si vedevano i razzi illuminare, i soccorsi dovevano essere vicini. Ma il mare era gonfio. Non si doveva prendere il mare con un mare così gonfio. Vedevo i razzi, sentivo le voci. Il mare mi copriva, emergevo e il mare di nuovo mi copriva. Il corpo pesava. Pesava l’acqua. Di nuovo fuori, un respiro, poi sotto. Di nuovo fuori, un respiro più breve, un pezzetto di cielo rotto dai razzi. Poi sotto. Sono riuscito anche a intravederla, la motovedetta. Ma il pezzo di motoscafo era in mezzo, li vedevo qualche secondo quelli della motovedetta, loro non potevano vedermi. Un respiro brevissimo, un respiro spezzato, le mani degli altri che si arrampicavano su di me, le mie mani che cercavano di arrampicarsi su di loro. Il faro proiettato in mare è arrivato quasi vicino a noi, poi è arrivato sopra di noi quando noi eravamo già sotto. Le urla, poi l’acqua. Il corpo si dimena ma l’acqua spinge giù, spinge giù. E’ come avere le catene ai piedi. Alle mani. Alla testa. L’acqua tira. Non respiro. Sento solo l’aria che manca. Aiuto! Voglio l’aria! Voglio la vita, volevo vivere! Non sono pronto. L’aria che manca. La luce che non si vede, i razzi che non si vedono più. Dei rifugiati politici in Italia, storie se ne dicono tante. Non invidio i bambini spariti, venduti chi sa dove, chi sa se interi o a pezzi, a tutti gli altri invidio solo la vita. I polmoni si riempiono d’acqua. Non sono pronto, ho vita ancora! Non c’è più tempo. I polmoni sono pieni, i polmoni scoppiano. Acqua e più nulla.

Ci sono voci sul fondo del mare. Prima di morire erano vivi. Erano così pieni di vita da sfidare la morte per salvarsi. Ora tacciono, zittiti dal Mediterraneo. Ora dormono, sul fondo del Mediterraneo.

Dove sei

Abbiamo fatto questa strada tante volte. Tu forse non lo ricordi, presa come sei da tutto quello ch’è successo in seguito. Allora sorridevi al mio passaggio, avevi fatto caso che qualcuno troppe volte s’accostava al tuo portone, o passeggiava sotto la tua finestra quando tu suonavi. Ed ora dove sei? Forse abiti ancora lì, a quella finestra da cui non viene più un suono di violino. Forse la guerra t’ha portato via il violino, forse la voglia stessa di suonare. Forse sei morta. O forse sei viva ancora da qualche altra parte, e per non pensare alla guerra hai scordato tutto, anche noi, e tutto quello che c’era prima qui.

E se invece sei tornata? Magari hai ripensato a me, a quel sorriso dato di sfuggita, a quegli ultimi canti di violino… E magari, tornando, hai sentito anche tu la stessa cosa, che questo paese nuovo è peggio ancora del vecchio, che questa piazza non è la stessa se non ci suona più la banda di Novàk, se lui e i suoi non vanno più a bere all’osteria…

Siamo cresciuti con il cuore in gola, fra i canti dei soldati. Ora c’è silenzio. Ma questo silenzio non sembra quello dei posti in cui siamo cresciuti e in cui abbiamo avuto paura. Se sentivamo passare i camion, allora, avevamo paura. Adesso, questa motoretta che passa non mi fa sentire niente, solo il fastidio stridente di un posto ch’è stato casa nostra, e non lo è più.

Voci dal mare

soccorso

(Su Postpopuli del 3 febbraio 2016)

Prima di essere morti erano vivi. Ci sono voci sul fondo del mare. Voci che il mare ha zittito. Prima di morire erano così pieni di vita da sfidare la morte per salvarsi, da mettere in pericolo la vita -e così generosi da sfidare la morte per mettere in salvo i loro cari. Ora queste voci tacciono, zittite dal fondo del mare.

VOCE DA ALEPPO – Era il fiume a portare i cadaveri. Chi voleva sapere se il marito era vivo o morto, doveva andare alla baracca lungo il fiume. Non era facile che identificassero il corpo. Una famiglia, una volta, era andata a cercare il proprio figlio. Ha trovato invece la figlia, era un tronco senza testa e senza braccia. Hanno sepolto quel tronco. Ma poi gli è stato detto che la figlia era viva, anche se non è mai tornata a casa. Loro la figlia non l’hanno rivista. E qualcuno -chi dei tanti?- sta cercando quel tronco sepolto.
E bisogna stare attenti, perché quando qualcuno scompare è un pericolo far sapere che lo cerchi: potresti scomparire anche tu. A molti è successo: di casa in casa scompariva qualcuno, poi qualcun altro. Poi in casa non c’era più nessuno. Le bombe una volta hanno buttato giù una casa vuota.
Chi non trova il marito nella baracca lungo il fiume, deve stare attenta a cercarlo: se i governativi se ne accorgono, fanno sparire anche te. E allora io mi sono rivolta agli intermediari, ma gli intermediari vogliono soldi, vogliono troppi soldi e spesso dicono bugie, vogliono sempre più soldi e ti fanno aspettare e intanto ti dicono bugie. Il tempo passa e non ti puoi accontentare di bugie. Sono pochi quelli che tornano dopo essere scomparsi. Ditemi, ch’è vivo, ditemi anche che è morto ma ditemi qualcosa! Mi sono chiesta: cosa avrebbe voluto mio marito? Avrebbe voluto che io cercassi di mettere in salvo i ragazzi. Fuori da questo Paese. Aleppo, guerra; Siria, guerra. Ho avuto l’occasione di scappare. Ma sapevo che senza certificato di morte non mi avrebbero accettato oltre il confine. Molte altre sono tornate indietro, e ora sono senza casa da qualche parte, senza né dove andare né dove tornare. Ci vuole il certificato di morte per poter passare il confine. Ma chiedere il certificato di morte è un percolo. Non lo so se mio marito è morto. Non so se gli auguro di essere vivo, con quello che si sa delle prigioni. Chi è andato a chiedere il certificato di morte spesso non è tornato. E non c’era tempo! Era passato più di un anno. Davo soldi agli intermediari, ma gli intermediari prendono soldi in cambio di bugie. Sono riuscita a scappare, di notte in notte, di bombardamento in bombardamento, io e i ragazzi nascosti come piattole, per i crateri delle bombe, per le strade spopolate oppure troppo popolate, abbiamo schivato l’artiglieria e rasentato i muri delle città crollate. Non sono riuscita a schivare gli stupri, non sempre. Chi ci aiutava poi voleva un prezzo. Tutto pur di arrivare. Alla fine eravamo piattole nella stiva di una nave. Tutto pur di arrivare. Ma non siamo arrivati. Chi sta nella stiva muore per primo: è la legge. Chi l’ha infranta è stato respinto nella stiva. Si va giù. Ed ora dormiamo, io e i ragazzi, in un sudario di alghe, e riviviamo nelle sarde che ci mangiano e riviviamo in voi che le mangiate.

Aleppo, guerra. Mediterraneo, naufragio. Ora dormono tutti sul fondo del Mediterraneo.

VOCE DA NON SI SA DOVE – In Iraq non potevamo stare. Ci ammazzavano prima i gas, poi le bombe, poi le bande. La Mesopotamia rigogliosa era diventata una catastrofe ambientale sotto il sole e la falce della luna. Ci siamo messi in marcia per vivere. A Damasco, come Lawrence! A Damasco. Ma anche lì dittatura, non si può parlare in curdo, non si può scrivere poesie in curdo. Un vicino, un poeta curdo, una poesia recitata in curdo, arrestato. Poi di nuovo guerra, poi di nuovo esilio. Eravamo di nuovo sfollati, vagabondi del cosmo, non curdi e non siriani, e nemmeno iracheni e nemmeno apolidi. Semplicemente non esistevamo. Qualunque banda di qualunque fazione impediva ai portatori di cibo di arrivare. Prima era andata via la corrente, poi l’acqua, poi bombardavano le file per il pane. I ragazzi morivano bombardati nelle file per il pane. Il pane simbolo di vita, la spiga simbolo di fertilità, erano diventati simboli di paura. E la casa. Ci hanno intimato di lasciarla. Perfino i nostri ci sfollavano, curdi che deportavano altri curdi. Perché la guerra è guerra e non si può stare dove si vuole. Non si può stare da nessuna parte. Siamo stati nel mare. Siamo ancora nel mare. Ci hanno tenuti nell’acqua a Kos, dove temevo i poliziotti greci quasi quanto i soldati delle mie terre. Prima scappavamo sulla terra. Ora eravamo prigionieri nell’acqua del Mediterraneo. Abbiamo chiesto aiuto. Abbiamo pagato un prezzo per essere aiutati. E stiamo di nuovo scappando. Era quasi rassicurante scappare. E’ la nostra routine, scappare. Ma siamo di nuovo imprigionati. In una barca che non tiene, tra Libia e Sicilia, troppo distanti da partenza e arrivo. Si va giù.

Aleppo, guerra. Al-Raqqa, Husseiniya, Tel Hamees. E poi naufragio, naufragio nel Mediterraneo. Ora dormono tutti sul fondo del Mediterraneo.

Una vita migliore

 

(Su Postpopuli del 12 settembre 2014. Immagini tratte da Le ragioni dell’acqua di ilaria Seclì)

C’è un segreto che solo tu sai. Un giorno del 1920, a Torre del Greco, una donna si lanciò dalla finestra perché aveva scoperto che il marito la tradiva, e che aveva anche un figlio con un’altra. La suicida non si premurò di nascondere la scena alla sua bambina, che aveva solo due anni e assistette sia alla lettura della lettera con cui l’amante del padre umiliava la madre, sia al lancio di quest’ultima dal balcone. La bambina crebbe, a Napoli e sotto le bombe, con un padre contrabbandiere che la trascurava, una matrigna sordomuta e tanti fratellastri. Della madre non c’era in casa nemmeno una fotografia. Il padre girava per Napoli a fare i suoi affari, e a fare a botte alla prima occasione propizia. Una sera, nel pieno della guerra, passavano padre e figlia per un vicolo, e da un basso sentirono il lamento di una madre: “A crudo a crudo!” Suo figlio era morto sotto un bombardamento. “A crudo a crudo!” significava “Così giovane!” Il padre entrò nel basso, guardò la donna e disse: “Ma quanto piangi brutto! A crudo a crudo! Cuocilo, no?” I fratelli della donna gli si lanciarono contro. Lui li confuse trinciando un cuscino con il coltello che portava sempre dietro; lanciò una risata gorgogliante, e scappò. Per tutta Napoli gli scherzi più atroci erano firmati con la sua risata da Joker. La ragazza compì diciott’anni. Un alpino le dedicò le sue attenzioni. La invitò a uscire. All’appuntamento però ci trovò il padre, che comandò: “Arap’a vocche!”, e quando il giovane l’aprì gli cacciò dentro il cappello da alpino con tutta la penna. Poi esplose nella sua risata da Joker e fuggì. Ma c’era un altro giovane che corteggiava la ragazza: un giovane napoletano, e con lui la cosa era seria. Il padre capì, e stavolta lasciò fare. Gl’innamorati si vedevano di pomeriggio, quando lei usciva dalla bottega del calzolaio di cui era l’apprendista. Era una fascista convinta, lei; lui un figlio di antifascisti che, non avendo la tessera del lavoro, eran finiti a chieder l’elemosina. Lei era stata la prima della classe,quando andava a scuola; lui a scuola non c’era voluto andare ed era ancora analfabeta. Gl’insegnò lei a leggere e a scrivere: gli dava un bacio solo se studiava, e alla fine imparò anche lui. Quando il fidanzamento fu ufficiale, uno zio di lui, un emigrante rientrato dal Nord, che si sforzava di parlare italiano, ma senza riuscirci, esclamò: “Siete la coppia più bella sulla coppa della terra!”, che evidentemente era un’italianizzazione malriuscita del napoletano ‘ncop’a la terra.
La coppia più bella sulla coppa della terra lasciò Napoli. Per prima si trasferì lei a Manoppello,dove la raggiunse la notizia che il fidanzato era morto sotto le bombe. Lei andò dal Volto Santo di Manoppello e chiese di mandarle un segno se era ancora vivo. Il segno entrò sotto le spoglie d’una sua amica, che spalancò la porta della chiesa gridando: “E’ vivo! E’ vivo! E’ qui!” E così la coppia più bella sulla coppa della terra si trasferì a Ortona, poi col bombardamento di Ortona nelle Marche, e lì finalmente si sposò. Da quel momento vissero facendo sacrifici per far studiare il loro unico figlio, perché lui diventasse padrone mentre loro erano stati servi. E ci riuscirono. Il figlio della coppia più bella sulla coppa della terra è mio padre, il più importante notaio della città. I miei nonni diventarono salumieri; cogli anni Sessanta allargarono l’attività, aggiunsero un banco pane, e nell’Ottanta avevano un piccolo ma completo negozio d’alimentari, il classico vecchio negozio di quartiere. Andò sempre benissimo. All’arrivo dei supermercati, loro erano già andati in pensione. E mio padre divenne il più grosso notaio della città -anche perché sono in due. Un pomeriggio, a sei anni, portai a casa un cane. Il cane fece i suoi bisogni nello studio. Fu seppellito in giardino. Una sera sentii mia madre piangere, vidi ch’entrava nello studio con mio padre. Dallo spioncino, vidi che mio padre la prendeva a schiaffi. Lui la schiaffeggiava, lei si lasciava schiaffeggiare, ed entrambi facevano attenzione a non far rumore per non far accorgere me. E una mattina, avevo sedici anni, mia madre stava rigovernando l’armadio, e la vidi cadere. Dopo pochi minuti lei non c’era più. Stavolta mio padre non c’entrava: pianse lacrime amare per la donna a cui aveva rovinato la vita. Ma io non volevo più vederlo. Andai a vivere dalla coppia più bella sulla coppa della terra. Ed è ancora lì che vivo, a trentuno anni, perché non riesco a lavorare. Da ragazzo ero un teppista, quando una ragazza mi disse di no mi stesi in mezzo alla strada, sotto la finestra della sua casa. Ero un gran sfigato, e lo sono rimasto. Della coppia più bella sulla coppa della terra rimane soltanto mio nonno. Solo lui sopravvive della coppia più bella sulla coppa della terra. “Tengo un capo del filo, ‘altro è sciolto”, diceva Montale: e nessun verso si adatta ai sentimenti di mio nonno meglio di questo. La brocca è stata infranta, la brocca più bella sulla coppa della terra. Mio padre ha portato la carriera, ma quanto al resto ha dato solo delusioni. Ci siamo riconciliati oramai: siamo due falliti sulla coppa di questa terra. Io continuo a vivere dal nonno, che è vecchio e ha bisogno d’aiuto. Oramai non capisce neanche più. Mio padre non può aiutarlo, non ci sa fare. Così è felice di delegare me e di mantenermi. Ed io non posso muovermi da questo buco di provincia, e quando mio nonno sarà morto dovrò ritornare da mio padre. Chi sa quanti anni avrò. Sopra i trentacinque, si sa, il mondo del lavoro ti rifiuta. Ma io spero in una vita migliore. Lo sai. Ho in me l’eredità della bisnonna che s’è uccisa, e quella del nonno che dal fondo della guerra è riuscito a mettere in piedi il suo negozio. Io spero che sarò come il nonno. Tu mi credi?