Una foto di Campana

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Cotesto non sono io, cazzo! L’uomo ritratto in codesta foto era un uomo ordinario, di chiamava Filippo Tramonti ed era un avvocato, un comune borghese che infinocchiava i clienti. E voi avete scambiato la sua foto per la mia e l’avete messa sulle copertine dei miei libri. Cani! C’è da giurare che è stato un complotto di Papini e Soffici, ci scommetto, tutta la redazione di Lacerba starà ridendo per essere riuscita a giocarmi codesto bel tiro in eterno. Io lo so. Impastare di merda la mia memoria perché durerà più della loro.

Non conoscete nemmeno la mia faccia. Io sono elettrico. Che ne sapete voi di me? Avete messo sui miei libri la faccia di un altro e pretendete sapere qualcosa del mio sucosciente? Restituitemi piuttosto i mie poemi! Foste più umili, lascereste che vi curassi con l’elettricità. Posso curare molte malattie con l’elettricità, potrei donare all’umanità un futuro libero e felice grazie alla corrente che attraversa il mio corpo. Vi insegnerei a produrre in proprio la corrente elettrica come faccio io, e sareste tutti liberi e felici. Non ci sarebbero più guerre nel mio mondo. E voi, voi che mi avete dato del guerrafondaio. Cani! Sono stato il più grande patriota del mio tempo. Sono l’ultimo dei germani in Italia. E non vuol dire ch’io feci la spia pei Tedeschi nella Grande Guerra, o cani! Germano vuol dire fratello. Sono stato l’ultimo dei fratelli. Io sono un ideale di fraternità. Sono il futuro! Vi posso render liberi, ma voi e tutta la redazione di Lacerba avete complottato per chiudermi in codesto manicomio e far restare l’umanità prigioniera. Fatemi uscire! O vi incenerisco tutti con la mia corrente. O codesta mano che ha stretto la mano del Carducci si abbatterà su di voi futuristi di merda e vi incenerirà. Io sono elettrico! Vi ammazzo tutti!

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Per saecula – tutto e niente

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(A Doris Emilia Bragagnini)

L’ultima persona che lo ha conosciuto è morta nel 1997: era nata ad Arles nel 1875 ed è vissuta 122 anni. Si chiamava Jeanne Calment. Nel 1888 aveva tredici anni e si trovava nel negozio di colori della sua famiglia quando vide entrare Van Gogh. “Era sporco, brutto, col volto bruciato dall’alcol, per nulla gentile. Andava al bordello, ma le prostitute a volte non si facevano pagare e lui spendeva i suoi soldi per bere.” Non diceva: era un grande pittore. Diceva che era sporco e brutto e che andava a puttane.

Jeanne era nata quando ancora non c’erano la torre Eiffel e il cinema. Suo marito la portava a Parigi a vedere il cinema dei fratelli Lumière e i lavori di costruzione della torre. Da ragazza ballava la farandola. Prima di morire partecipò con la sua voce a un album rap. Se le avessero chiesto cosa era cambiato in 122 anni, forse avrebbe risposto: tutto è cambiato, niente è rimasto lo stesso. Ma la sua idea di Van Gogh non era cambiata.

Van Gogh era nulla per la società del suo tempo ed è tutto per noi. A volte mi chiedo quanti van Gogh ci siano fra i nostri clochard. Lui in fondo era poco più di un clochard per i suoi contemporanei. Forse era anche una persona sgradevole, almeno in alcuni momenti. Jeanne Calment lo descriveva come un uomo rozzo. Ma a leggere le sue lettere non si direbbe.

«Penso tanto a te e a Gauguin e a Bernard, sempre e ovunque. Mi piacerebbe che foste tutti qui. Non sarei sorpreso se il mio ultimo quadro, il cielo stellato, ti piacesse. Spesso ho la sensazione che la notte sia ancora più colorata del giorno, con toni di viola e di blu e di verde più intensi. Le stelle mi fanno venire in mente i puntini neri che indicano le città e i paesi su una carta geografica. Prova a immaginare se i punti di luce in cielo fossero accessibili come per noi i punti sulla carta della Francia. Come prendiamo il treno per andare a Tarascon o Rouen, così prendiamo la morte per andare su una stella. Non mi sembra impossibile che il colera, la crisi e il cancro siano mezzi di trasporto celesti proprio come i battelli a vapore e i treni sono mezzi di trasporto terrestri. Nella vita di un pittore la morte forse non è la cosa più difficile che ci sia. Mi sento la testa ovattata già da settimane, devo stare attento ai miei nervi. Quando il mio spirito è in stato di esaurimento, pensa sempre più all’eternità. Hai avuto notizie da Gauguin? Se venisse qui, per noi inizierebbe un nuovo periodo. La mia idea sarebbe quella di fondare una casa per artisti che non esistesse soltanto durante le nostre vite ma anche per le generazioni future. Se quello che fai ti fa vedere l’eternità, allora la tua esistenza ha avuto un senso.»

“Egli stava lavorando per noi” scrisse cinquant’anni dopo René Char. Aveva gli occhi dei posteri. Era come se fosse già morto per se stesso. Si vedeva come lo avrebbero visto dopo la sua esistenza reale. Quindi anche lui si considerava tutto e niente.

Agli occhi della società, un artista o è un genio o è un fallito. Van Gogh è quasi solo un genio per noi, ma per la gente che lo conobbe era quasi solo un fallito. Lui si sentiva più simile al grano.

«Quando penso a tutte quelle cose di cui non capisco il motivo, guardo i campi di grano. La loro storia è la nostra: non siamo forse anche noi in gran parte grano? Ci rassegniamo a crescere come una pianta. A volte non siamo in grado di muoverci come la nostra immaginazione vorrebbe, e quando siamo maturi veniamo falciati come il grano. Sono davvero convinto che la storia dell’uomo sia come la storia del grano: anche se non vieni seminato nella terra per germogliare, non importa, vieni comunque macinato per essere trasformato in pane. La differenza tra fortuna e sfortuna, bene e male, bello e brutto, è relativa. »

Lettera d’amore (un cantico)

15469795791_eecc6d582a_b«Ci regaliamo il frutto delle notti,  gli anni vissuti senza di noi. Un incendio, una morte, una rinascita, un rifondare l’uno nell’altra le nostre città. Il tuo corpo è una storia d’amore. Porta i segni di tutto il mio amore. Modellato con mani da vasaio, con pazienza creato, scolpito.

Sei intensa come l’odore dei tropici. Sei ambra, lava etnea, gorgoglio di risacca e profumo di menta. Sei monumento di marmo e donna viva. La tua voce è voce di velluto, canto della notte. Hai gli occhi scuri d’Andalusia. Ogni tua sfaccettatura è una persona. Un mondo intero di porti, di case, brulicante di esseri umani. Sei sempre una e sempre nuova, come le onde sulla superficie del mare. E tutto questo nelle mie mani che ti ricreano. Che custodiscono dolore e splendore. Che si donano mentre attingono da te.

Hai un desiderio selvaggio di riprenderti la vita che ti è stata tolta. Riprendiamocela, io ti aiuto a riprenderla. Mia come il palmo delle mie mani, tuo come il colore dei tuoi occhi, riprendiamo possesso del mondo. Sei vorace di tutto e tutto annienti. Cadono affascinate anche le pietre. Ma non cado io. E’ più forte la mia passione e ti vince, e tu ami essere vinta. Amo la tua arroganza, il viso e il portamento alteri e gelidi, la rabbia che fa franare le montagne, la troppa forza che cerca sempre nuove passioni su cui sfogarsi. Amo quel corpo sodo, caldo come il sole, le gambe d’avorio e acciaio, la plasticità aggressiva del portamento. Amo l’incarnato di terra, il Mediterraneo dei sensi. Le fiocinate della tua tenerezza, la tua raffinatezza di nata povera. Sei di pane duro. Quando arrivi ogni cosa è al suo posto, ognuna ha il profumo che la individua. Ed io sono intrecciato a te come la vite al suo tralcio. Siamo un’orchestra, un coro: innalziamo alla vita un’unica musica.

Io mi arrampico in te come linfa che scorre nell’albero, dalle radici alla punta dei rami. Ti circolo nelle vene e ti rigenero. Ti sradico, ti fulmino, ti tolgo i tuoi tesori per mostrarteli. Non alzare muri, li abbatto. Non resistermi, ti vinco. Non temermi perché la tua paura è nulla in confronto al mio amore. Io ti inchiodo a me, serro le tue mani alle mie e con gli occhi piantati nei tuoi occhi ti anniento e ti ricreo nella passione. Appesa alla stella più alta tu rinasci, rivivi. Con me.

Ma le parole cessano. L’amore non è fatto di parole. L’amore ha un corpo. E il cuore, quando è caldo, non parla.

Solo una cosa rimane. Tu. Noi.»

Non lo sappiamo

tolstoij1Le ultime parole non sono così importanti, non riassumono una vita o una dottrina. Davanti alla morte ogni uomo è solo come un uomo comune, anche se è stato un grand’uomo ed anche se è morto da eroe. Tolstoij morì scappando, come tutti sanno, in una misera stazione ferroviaria. Le agiografie riportano che i giornalisti erano là fuori, e che lui disse: con tutti gli esseri umani che soffrono, perché questa gente si interessa solo a me che muoio? Un pensiero altruista, che si confà all’autore di Resurrezione.

Dunque quella mattina alla stazione di Astapovo il grande umanitario rivolse i suoi ultimi pensieri al popolo che soffre. Questo è ciò che tutti sanno. Altri sostiene che il grande mistico dichiarò in punto di morte il suo amore per la Verità. Ed anche questa è una morte degna di lui, come tutti vedono.

Pure, vi fu un altro Tolstoij: il senza pace, quello che si diceva insaziabile della carne delle contadine –e quelle contadine saranno state sempre consenzienti?, ci chiediamo-, quello che in nessun posto era a casa, che voleva giganteggiare e trionfare sull’esistenza senza riguardo a chi soffriva accanto a lui. Il Tolstoij di cui pochi sanno, descritto nei diari della moglie la cui sofferenza di donna toccò anche Doris Lessing. L’uomo così preso dalla sua vitalità da non avere riguardi, così preso dai propri sensi da volerli sfogare su di lei anche subito dopo il parto… il grande umanitario convisse col grande brutale, il grande generoso col tremendo egoista.

Di Bob Kennedy si sa che, quando fu sparato, disse: controllate come stanno gli altri. Di Caikovskij non si capisce nulla: morì di colera, morì avvelenato, morì suicida…? Prima di morire ripeté più volte: maledetta! Maledetta chi? La malattia, la morte? La sua benefattrice Von Meck, che lo aveva abbandonato all’improvviso? O la vita da cui si stava congedando? Nessuno lo sa.

Tolstoij non lanciò maledizioni, ma si congedò dalla moglie con poche, gelide parole, e fuggì. Non le permise di entrare, ad Astapovo, e di vederlo morire. Peggio di una maledizione. Una cancellazione. Una damnatio memoriae. L’ultimo pensiero di Tolstoij quella mattina ad Astapovo, con i giornalisti sotto le finestre e la moglie abbandonata ed esclusa anche dalla vista dell’ultimo respiro, fu per il popolo, fu per la Verità? Non lo sappiamo. Ma il figlio di Tolstoij riporta una versione diversa:

-Andarsene, bisogna andarsene. Andrò in qualche posto dove nessuno possa disturbarmi. Lasciatemi in pace…

Una maledizione. Le ultime parole del grand’uomo, per il figlio, furono simili alle parole di uno che muore. E forse in questo fu simile al popolo, e forse in questo sta la Verità. Ma noi non lo sapremo mai.

La pipa dei sogni

pipaNon era questione di fumo, ma d’identità. Da quando aveva perso il lavoro aveva perso anche quella, la cercava e s’aggrappava ai dettagli per trovarla. Un giorno, durante una passeggiata, aveva visto quella pipa sulla vetrina della tabaccheria vicino al mare: dritta, elegante, rusticata, dello stesso color del tabacco. Ma costava ottanta euro. Ne aveva comprata una quando aveva ancora il lavoro, ma l’aveva presa economica perché i soldi erano già pochi. Si divertiva a fumarla, ma niente di più. Non era una pipa di qualità, l’aveva presa così, tanto per sfizio. Era un modo come un altro di fumare. La pipa della tabaccheria vicino al mare, invece, l’aveva incantato. Se la poteva permettere meno di prima, non era economica -anche se ottanta euro per una pipa non sono tanti- ma gli sembrava essenziale. Aveva voglia a ripetersi che c’erano cose più serie a cui pensare, che poteva fumare senza spender tanto, che non era il momento! Aveva voglia a soppesare quanto lavorava la sua compagna per mettere da parte ottanta euro! Lui aveva deciso che avrebbe messo nella custodia degli occhiali le monetine che gli avanzavano ogni giorno fino a raggiungere gli ottanta euro, così si sarebbe sentito meno ladro. Se lo sarebbe goduto di più il fumo di una pipa così sofferta. Ma ogni settimana doveva attingere al portaocchiali perché c’erano tante spese e pochi soldi, e allora ricominciava da capo. Quando aveva mezz’ora libera faceva una passeggiata fino al mare per controllare che la pipa fosse lì ancora. C’era, e lui se ne tornava a casa pregustando il possesso della pipa, sognandosi in bocca il cannellino e l’aroma legnoso, perché immaginarsi con quella pipa lì per lui non era una questione di fumo, ma d’identità.

Le vite parallele

immagineIn una ero direttore d’orchestra. La Quarta di Brahms, Sibelius e Dvorak erano i miei cavalli di battaglia nel repertorio tradizionale, ma la mia specialità era quello moderno. Facevo Prokof’ev come un direttore russo, il Neoclassicismo sotto la mia bacchetta suonava limpido e infuocato, Richard Strauss e Mahler suonavano puri come Mozart e tragici come Orlando Gibbons. La critica si meravigliava del mio gesto piccolo e semplice. Alle prove, stabilivo con l’orchestra un rapporto di assoluta familiarità: finita è l’epoca dei direttori autoritari, l’esecuzione  si fa tutti insieme, dicevo: e scherzavo coi miei orchestrali, chiedevo loro scusa se sbagliavo, se non mi seguivano chiedevo se occorreva loro un battito più chiaro; li persuadevo della mia interpretazione più che imporgliela, lasciavo loro la libertà di realizzare la musica nel modo che gli fosse più congeniale e accoglievo le loro risposte badando solo di armonizzarle. Ma l’ultima parola era la mia. I commentatori notavano ch’ero un direttore moderno, ma con un che di antico nello stile, certi rubati da direttore ottocentesco, un’insofferenza agli eccessi di sfumature… Mi scagliavo nelle interviste contro il suono tecnologicamente sofisticato e pretendevo dai tecnici, in sala d’incisione, una fotografia realistica del suono delle mie orchestre.

In un’altra ero un grande giornalista. Mi battevo per un giornalismo all’inglese, che scorporasse i fatti dalle opinioni, e scrivevo in una prosa cristallina ma musicale, combinando le parole con un’abilità che a volte attingeva alle combinazioni e ai ritmi della poesia. Lucido osservatore non solo della politica e del costume ma del giornalismo stesso, ero considerato un esempio di etica giornalistica e coltivavo l’arte di star dentro al mondo dei media come un corpo estraneo. Avevo lo stile sobrio dei personaggi pubblici d’un tempo, vestivo in dolce vita e giacca e conciliavo così l’odio per il mio tempo col bisogno di partecipare al mio tempo.

In una delle mie vite stavo girando un film. Anche come regista avevo un atteggiamento familiare con attori e tecnici, impostavo con loro un lavoro di squadra e mi ponevo alla pari col gruppo –benché fossi uno dei più importanti registi viventi. Abile nel creare atmosfere e nel descrivere psicologie con pochi tocchi, preferivo girare dal vero piuttosto che in studio perché credevo che la realtà avesse sempre una sua poesia, ma volevo che i dialoghi fossero realizzati in sala di doppiaggio per assicurarmi l’effetto sinfonico avvolgente e rustico tipico del sonoro dei miei film. Preferivo scolorire gli acuti e ridurre la gamma delle dinamiche per conferire alle colonne sonore una certa patina antica.  A volte ero anche prim’attore e autore delle musiche. Il mio stile di recitazione sobrio, quasi impersonale, mi dava l’autorità di chi un’autorità non la cerca, il carisma paradossale delle figure non forti ma tenaci. Coltivavo con onesto compiacimento l’arte di nascondermi sotto le luci della ribalta.

Infine, in un’altra vita ero uno scrittore. Applicavo volute di prosa alla Bruno Schultz a una materia documentaria e grezza, di cronaca. Mi assicuravo così la presa sul mio tempo, la presenza nel dibattito culturale e civile del mio tempo ma anche l’estraneità di chi viene da altri tempi, di chi vive d’altri tempi ed è di passaggio nela sua epoca come quel solitario che non sfuggiva alla gente di Italo Calvino.

Queste vite le ho vissute tutte e nessuna. Ho voluto mantenere intera la gamma della mia complessità, conservare vergine e vertiginoso il terreno delle mie potenzialità, e non ho mai scelto. Ogni volta che ho desiderato qualcosa, qualsiasi cosa, mi sono scontrato col fiume dei miei ripensamenti, e alla fine la mia vita è stata esile e inutile come la nuvoletta di fumo che sale dalla pipa verso il cielo. Qui è rimasta soltanto la vita che non volevo.

Un libro con dedica

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(a Ilaria Seclì)

«Ti ho spedito il mio libro. Stavolta non ti mando una lettera scritta a mano, mi sono accorto che scrivere a mano, quasi sempre, mi limita, che solo nella parola astratta della scrittura a macchina mi sento libero di dire quello che mi pare. E’ una deformazione dei nostri tempi, senz’altro, ma ho sempre praticato una scrittura in scomparsa, una scrittura in cui era possibile dire “io” solo se a dirlo era un altro -sono sempre morto nella mia scrittura, e mi sembra coerente adottare un metodo di scrittura impersonale, che cancelli le tracce del mio io fisico. Ti sembrerà un delirio, e forse lo è. Vivo nei simboli della dissipazione: il fumo che sale dalla pipa, le parole che scontornano nell’etere, le amicizie senza essersi mai visti, i libri che nessuno legge. Ogni volta che mi rimprovero di stare sprecando la vita, mi viene in mente che forse lo spreco è il mio modo d’essere. Perdona quest’amarezza e questa dissipazione, gli scrittori sono dei costruttori, ma noi non siamo scrittori, siamo solo dei naufraghi che cercano di restare aggrappati alla nave della scrittura. Non scriviamo più per esistere, ma per sopravvivere. Ed io sopravvivo sparendo. Leggi il mio libro. La mia vita è più in dieci righe che in dieci giorni, e sono più io nelle parole dietro cui scompaio che qua.»

Comunicare

(Su Postpopuli del 3 ottobre 2014)

Il responsabile dei servizi per la Comunicazione era il dottor Fausto Torrefranca. Il dottor Torrefranca era un comunicatore così perfetto che a tavola lo si poteva reggere al massimo per un quarto d’ora, dopodiché la sua comunicativa faceva l’effetto di un robot programmato per comportarsi come un imbonitore di piazza, ma che, per un errore di programmazione, continuava a fare l’imbonitore di piazza anche mentre deglutiva uno gnocco al ragù. A un corso di formazione per aspiranti assicuratori, il dottor Torrefranca aveva tenuto in scacco un’intera classe di aspiranti assicuratori, e per una domenica intera aveva insegnato loro la gestualità da adottare, le parole da usare o da evitare, le tecniche di rispecchiamento con cui abbindolare il cliente; ed era riuscito a umiliare tutti spiegando come e qualmente mancassero di un atteggiamento professionale, come le donne avessero più un atteggiamento da locanda a ore che di professionale ruffianeria, come il più emotivo del gruppo avesse una gestualità da dissociato e il più timido apparisse debole come un agnellino su cui i lupi si sarebbero gettati per sbranarlo, perché, ricordatelo bene, l’essere umano è un animale e quando sente l’odore del sangue si getta sulla preda, e chi si mostra debole è destinato a far da preda perché gli altri sentono l’odore del suo sangue. Questi ed altri eran gl’insegnamenti che colavano come oro dalla bocca del dottor Torrefranca, almeno per quella parte della comunicazione che è chiamata non verbale o paraverbale. Il suo insegnamento riguardo la verbalità poteva invece riassumersi in principi molto semplici: usare moltissime parole; evitare le parole concrete; se una cosa era concreta, non dirla. Naturalmente, per una buona comunicazione verbale era preferibile aver conseguito almeno un master in un Paese angloamericano, dove s’imparavano tante parole angloamericane che facevano più comunicazione rispetto alle gemelle italiane. Era come nella nota battuta: se nella vita uno dice “Voglio aprire una salumeria”, nella comunicazione deve quantomeno spiegare che intende aprire una startup innovativa destinata alla produzione e commercializzazione degli insaccati sliced.

Questo era l’insegnamento del dottor Torrefranca. Non un movimento della mano, non una alzata di sopracciglio, non una incrinatura nel tono della voce (vale a dire uno scarto nel mood della voce) appariva lasciato al caso. Il dottor Fausto Torrefranca era professionale financo quando espletava i suoi bisogni corporali. Aveva sempre la risposta pronta, anche se raramente si poteva capire il contenuto della risposta stessa. E quella sera di maggio, era domenica, gli aspiranti assicuratori avevano passato tutto il pomeriggio nelle grinfie del dottor Torrefranca ed erano onorati di poterci andare a cena nella mensa convenzionata colla compagnia assicurativa; e le rondini potevano lanciare a gola spiegata il loro stridìo fendiporpora nel cielo che imbruniva; e un ranuncolo poteva essere sorto come un errore in quel quartiere dove nessuna aiuola aveva interrotto l’efficienza dei capannoni destinati alla produzione di beni e dei palazzoni destinati alla produzione di soldi; e il mondo circostante poteva avere in serbo ogni sorta di sorprese, potevano arrivare pure gli extraterrestri quella sera, ma gli aspiranti assicuratori non avrebbero avuto occhi e orecchi che per il dottor Fausto Torrefranca. Il quale però non si rivelò un commensale all’altezza delle aspettative: prima intrattenne tutti i convitati col racconto dei suoi tempestosi rapporti col padre , poi colla storia di come e qualmente quest’ultimo non l’avesse mai riconosciuto e avesse quindi abbandonato lui e sua madre, onde il dottor Torrefranca portava il cognome della madre; poi andò a proporre i propri mirabolanti servigi comunicativi al direttore della mensa convenzionata colla compagnia assicurativa; e infine si prese una ciucca triste così triste che attaccò a cantare tristissime canzoni slave, spiegando che il suo cattivo padre era croato e che per questo lui conosceva quella musica e quella lingua; e il corpo controllatissimo del dottor Torrefranca, un vero strumento, durante il giorno, nelle mani della comunicazione aziendale, era divenuto, di sera, quello d’un bambino da portare a letto perché da solo non ce l’avrebbe fatta mai. Sia il suo verbale che il suo paraverbale avevano fatto cilecca quella sera. Ed al rientro in albergo, qualcuno degli aspiranti assicuratori era andato a letto colla sensazione d’aver sprecato una domenica e col rimpianto per quei filmati d’epoca dove si vede com’era la gestualità reale delle persone, prima che i consulenti d’immagine intervenissero a rovinarla.

Il dottor Fausto Torrefranca aveva svolto la sua professione come un apostolato, e come a un apostolato aveva sacrificato la sua vita: di sua moglie e di sua figlia s’eran presi cura i deboli, quelli di cui il dottore sentiva l’odore del sangue. Lui s’era accontentato di consolarsi nelle camere con coperta che la compagnia assicurativa gli metteva generosamente a disposizione. Il dottor Fausto Torrefranca svolgeva anche un fervente apostolato in chiesa, perché, quando il lavoro lo permetteva, andava a messa ed era molto devoto; e si pentiva sinceramente della sua passione per le camere con coperta, sì da ottenere l’assoluzione che poi gli consentiva di riprendere tutto come prima e di godere dei piacere di altre camere con coperta. Ma quella ciucca triste non passò inosservata. Il dottor Torrefranca aveva cinquantuno anni, era venuto il momento che si prendesse una lunga vacanza, che facesse spazio ad un giovane più appealing e più comunicativo, e soprattutto figlio del miglior district manager della compagnia, un giovanotto che, oltretutto, era stato davvero in America e aveva imparato tante parole angloamericane più affascinanti di quelle del dottor Torrefranca. Trovarsi senza lavoro fu, per quest’ultimo, come trovarsi all’improvviso apostolo di veruna chiesa; e una sera, un mese dopo la sera della ciucca, le rondini stavano stridendo a gola spiegata nel cielo azzurreggiante di giugno, quando il cadavere del dottor Torrefranca venne recuperato nel Tevere.

Voci

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(Su Postpopuli del 22 febbraio 2016)

Il deserto rende pazzi. La tortura rende pazzi. Il mare rende pazzi. Una giovinezza mal vissuta può rendere pazzi.

VOCE DAL DESERTO – Sia in mare sia nel deserto, la fine del viaggio è un mistero. Ti puoi orientare con le stelle, ma non è solo il punto della carta geografica. E’ anche il punto della carta politica. Sulla carta geografica l’Eritrea è una terra d’olivi e di rovi, che si fa dolce e spiana verso il mare, e il mare è il Mar Rosso dell’antichità. Sulla carta politica, l’Eritrea è una terra rosso sangue. La leva dura dai diciotto ai cinquant’anni-quaranta per le donne. A diciassette anni fai l’ultimo anno di scuola in una scuola militare, poi non sai più quando finisci: potresti finire a cinquant’anni se sei un uomo, a quaranta se sei una donna, oppure -ed è più facile- potresti finire tu prima d’aver finito la leva. La guerra non finisce mai, e il viaggio, invece, a volte può finire. La leva inizia dall’anno prima dei diciotto anni, quando fai l’ultimo anno in una scuola militare, e poi dura finché dura. Il viaggio, se lo cominci prima, dovrebbe finire prima. Se lancio i dadi, il conto è a favore del viaggio.

Così pensavo a sedici anni sotto gli alberi di mio padre vicino a Ghinda. E allora mi sono messo in viaggio. Con pochi soldi e una lista di nomi, nomi per ogni città. Perché nel viaggio ci sono tanti ostacoli, e bisogna poter chiedere aiuto. Il primo ostacolo è al confine col Sudan, dove il governo ordina di sparare a chi cerca d’attraversarlo. I soldati hanno paura a tradire il governo: ci sono la tortura, la prigione, la fucilazione. Se tradiscono il governo, deve essere per soldi. Prova a corromperne uno, e spera che vada bene. Mi è andata bene. Ho tirato i dadi, ho avuto fortuna. Ma di là dal confine c’è un altro ostacolo. Se il governo sudanese ti rintraccia, ti rimanda in Eritrea, e in Eritrea prigione e tortura. Ho cambiato giaciglio ogni notte. Ho continuato a parlare in lingua tigrina, ogni sera in un posto diverso. Non potevo mettere in pericolo quelli che mi ospitavano. Dovevo andare. A nord. Cufra. Mi hanno dato un po’ di soldi. La prima auto prende i soldi, ti porta per un po’, poi ti lascia. Poi viene la seconda auto, prende i soldi, ti porta per un po’, poi ti lascia. Se non hai più i soldi per pagare nessuna, l’auto ti lascia nel deserto. Io avevo un’altra moneta per pagare: l’auto era guasta ed io sono un meccanico. Così sono arrivato fino a Cufra. Quattro volte s’è guastata l’auto, quattro volte l’ho riparata, con le mie cose e con quelle di tutta la gente che viaggiava. C’era un mio compagno di scuola, a Cufra. Lavorava come meccanico. M’ha fatto prendere. Ho fatto il meccanico qualche anno, finché non ho messo insieme i soldi per andare via, il Mediterraneo, e l’Europa dove si è liberi. Ma dell’Europa ho visto solo un pezzo di Sicilia dove stavo per quaranta giorni in un centro. Poi indietro, verso la Libia. Perché la Libia era allora un Paese amico e l’Italia affidava i fuggitivi del mare alla custodia dei libici. I soldati libici mi hanno custodito così: mi hanno tolto tutto all’arrivo, compresi i vestiti. Mi hanno sbattuto in prigione e ogni giorno mi hanno torturato come un cane. Ogni giorno. Come tutti gli altri.

Dei rifugiati politici in Italia, storie se ne sentono tante. Ma non si sente dire che alcuni arrivano da prigioni che erano mezze italiane. Il governo italiano ci metteva soldi, nelle ventuno carceri libiche dove l’esercito di Gheddafi sbatteva chi cercava di lasciare il Paese. Mi hanno torturato come un cane. Ha pagato il riscatto il mio amico meccanico, soldi mandati da mio padre, chi sa come. Ho ricominciato a fare il meccanico. Nel frattempo era scoppiata la rivolta. La primavera del 2011 è arrivata con le bombe, il vento della primavera portava rumore di esplosioni e odore di bruciato e di cadaveri. L’esercito libico faceva carne di porco a terra, le bombe dei liberatori piovevano dal cielo a cui non si poteva più pregare, c’erano troppa gente e troppi apparecchi in mezzo tra me e Dio. E un giorno una voce all’officina m’ha detto: è uno di quelli che t’ha torchiato in prigione, ammazzalo! Ed io gli ho tirato qualcosa. Avevo sentito solo la sua voce. Il capo mi ha licenziato. E ha licenziato il mio amico che mi aveva fatto prendere. Abbiamo raccolto i soldi per fare un nuovo viaggio.

Ormai sono passati cinque anni dal viaggio. Io continuavo a sentire la voce di qualcuno. Dopo la traversata continuavo a sentirla. Al centro continuavo a sentirla. Dopo che mi avevano riconosciuto rifugiato politico continuavo ancora a sentirla. Non so a quante persone avrei messo le mani addosso quando la voce mi diceva: è lui che ti ha torturato. Me ne ricordo appena. Era come se qualcun altro s’impadronisse del mio corpo. Non ero io perché mio padre m’ha insegnato che violenza chiama violenza. Adesso le voci mi parlano meno spesso, sto in una clinica per malati di mente a Roma e Semira, la mia fidanzata mi viene a trovare quando le danno il permesso. C’è tanta gente che va e viene per la clinica. Non ho mai aggredito nessuno, anche quando ho sentito la voce non le ho ubbidito. Non posso scrivere a mio padre, dall’inizio del viaggio non ho potuto più farlo. Meglio così, mi vergognerei a dire che suo figlio ora sente le voci e picchia la gente. Mio padre diceva che aveva un figlio forte. Ora la mia unica forza è Semira, non fosse stato per lei sarei tornato in prigione, forse sarei tornato in Libia o in Eritrea.

Il viaggio è finito. Grazie a Dio siamo salvi. Ma l’anima non è salva. Qualcuno prega dal fondo del Mediterraneo, dove troppi cadaveri s’interpongono fra le preghiere e Dio. Qualcuno è rimasto a pregare di là dal mare, ci sono troppe urla e troppo fragore d’artiglieria per parlare in pace con Dio. Chi è arrivato, a volte sente voci diverse dalla voce di Dio.

VOCE DAL MARE – Non ho fatto in tempo ad arrivare in Italia. Sui rifugiati politici in Italia, storie se ne sentono tante, su quanti bambini e donne spariscono, su quanto è difficile fare… Invidio loro soltanto la vita. Io all’inizio non me ne sono nemmeno accorto, sarà stata la fame, il caldo, l’aver avuto troppe visioni nel deserto, ma io non distinguevo più.

Lo scafo s’è spezzato con un rumore come quello di uno sparo, sembrava un incubo di quelli che faccio ogni notte. Gli urli di paura sembravano gli stessi della guerra ed io la guerra la sogno ancora ogni notte. Poi ho capito. Era notte, si sentiva dire qualche cosa di una nave di soccorso. Si vedevano i razzi illuminare, i soccorsi dovevano essere vicini. Ma il mare era gonfio. Non si doveva prendere il mare con un mare così gonfio. Vedevo i razzi, sentivo le voci. Il mare mi copriva, emergevo e il mare di nuovo mi copriva. Il corpo pesava. Pesava l’acqua. Di nuovo fuori, un respiro, poi sotto. Di nuovo fuori, un respiro più breve, un pezzetto di cielo rotto dai razzi. Poi sotto. Sono riuscito anche a intravederla, la motovedetta. Ma il pezzo di motoscafo era in mezzo, li vedevo qualche secondo quelli della motovedetta, loro non potevano vedermi. Un respiro brevissimo, un respiro spezzato, le mani degli altri che si arrampicavano su di me, le mie mani che cercavano di arrampicarsi su di loro. Il faro proiettato in mare è arrivato quasi vicino a noi, poi è arrivato sopra di noi quando noi eravamo già sotto. Le urla, poi l’acqua. Il corpo si dimena ma l’acqua spinge giù, spinge giù. E’ come avere le catene ai piedi. Alle mani. Alla testa. L’acqua tira. Non respiro. Sento solo l’aria che manca. Aiuto! Voglio l’aria! Voglio la vita, volevo vivere! Non sono pronto. L’aria che manca. La luce che non si vede, i razzi che non si vedono più. Dei rifugiati politici in Italia, storie se ne dicono tante. Non invidio i bambini spariti, venduti chi sa dove, chi sa se interi o a pezzi, a tutti gli altri invidio solo la vita. I polmoni si riempiono d’acqua. Non sono pronto, ho vita ancora! Non c’è più tempo. I polmoni sono pieni, i polmoni scoppiano. Acqua e più nulla.

Ci sono voci sul fondo del mare. Prima di morire erano vivi. Erano così pieni di vita da sfidare la morte per salvarsi. Ora tacciono, zittiti dal Mediterraneo. Ora dormono, sul fondo del Mediterraneo.

Dove sei

Abbiamo fatto questa strada tante volte. Tu forse non lo ricordi, presa come sei da tutto quello ch’è successo in seguito. Allora sorridevi al mio passaggio, avevi fatto caso che qualcuno troppe volte s’accostava al tuo portone, o passeggiava sotto la tua finestra quando tu suonavi. Ed ora dove sei? Forse abiti ancora lì, a quella finestra da cui non viene più un suono di violino. Forse la guerra t’ha portato via il violino, forse la voglia stessa di suonare. Forse sei morta. O forse sei viva ancora da qualche altra parte, e per non pensare alla guerra hai scordato tutto, anche noi, e tutto quello che c’era prima qui.

E se invece sei tornata? Magari hai ripensato a me, a quel sorriso dato di sfuggita, a quegli ultimi canti di violino… E magari, tornando, hai sentito anche tu la stessa cosa, che questo paese nuovo è peggio ancora del vecchio, che questa piazza non è la stessa se non ci suona più la banda di Novàk, se lui e i suoi non vanno più a bere all’osteria…

Siamo cresciuti con il cuore in gola, fra i canti dei soldati. Ora c’è silenzio. Ma questo silenzio non sembra quello dei posti in cui siamo cresciuti e in cui abbiamo avuto paura. Se sentivamo passare i camion, allora, avevamo paura. Adesso, questa motoretta che passa non mi fa sentire niente, solo il fastidio stridente di un posto ch’è stato casa nostra, e non lo è più.