Perché chiudono le librerie

 

10-111901-145-45“Secondo gli ultimi dati disponibili della Confcommercio, a Roma dal 2007 al 2017 hanno chiuso 223 librerie. Un’ecatombe  avvenuta il più delle volte nel silenzio delle istituzioni.” Così Emanuela Del Frate in un articolo di oggi su La repubblica, in cui viene annunciata la chiusura di ben due librerie Feltrinelli nella capitale.

Io non mi limiterei al silenzio delle istituzioni, ma parlerei del loro diretto coinvolgimento, almeno per quanto riguarda la compagine di governo che ha retto il Paese tra il 2018 e la prima metà del 2019.

Uno dei librai di Roma che ha chiuso sono io. La mia libreria è durata due anni, dal 2017 al 2019. Oggi c’è un negozio di alimentari scadente, uno di quelli che a Roma si chiamano, con una punta di razzismo, er bangla perché sono gestiti perlopiù da persone provenienti dal subcontinente indiano. Non voglio negare che ci siano state responsabilità mie: mi sono impegnato in un lavoro difficilissimo da solo e con un’esperienza insufficiente. Ciononostate, i miei due anni di utopia mi hanno permesso di fare delle osservazioni.

La prima. Si dibatte molto sul ruolo di Amazon nella chiusura dei piccoli esercizi commerciali, e in particolare delle librerie indipendenti. Per conto mio, penso che Amazon sia un falso problema. Come ex libraio credo che il danno maggiore ai colleghi venga dal sistema di distribuzione, che assorbe il 70 per cento delle entrate e che è praticamente monopolizzato da Messaggerie, realtà aziendale nel cui perimetro ricadono anche una grossa catena libraria e un importante gruppo editoriale. C’è poi la questione delle campagne sconto, che i grandi editori fanno a getto continuo e che sono insostenibili dalle librerie indipendenti. Uno che già fa fatica a pagare l’affitto non può permettersi di abbassare il prezzo dei libri del 15 per cento al mese -già, perché, tra una campagna e l’altra, gli editori più venduti sono praticamente in campagna sconto permanente.

In tempi di sovranismo e di sinistre farlocche, è di moda parlar male di una multinazionale come Amazon, ma i piccoli negozi chiudono soprattutto per la concorrenza spesso sleale di soggetti italianissimi -si pensi a come certi supermercati strangolano certi negozi di quartiere-, per gli affitti folli richiesti da italianissimi proprietari di locali,  per i balzelli esagerati richiesti da italianissime amministrazioni locali. La sinistra alla moda dice che Amazon tratta male gli operai e non paga le tasse. Vero. Resta però da dire che la maggior parte degli operai italiani muore per responsabilità di padroni italianissimi e che anche molti italiani non pagano le tasse.

Ma bisogna dire pure, a proposito delle librerie, che una responsabilità più diretta la hanno gli italiani nella loro generalità, e le forze politiche da loro più incensate.

Non credo di dire una stupidaggine se affermo che ho osservato un calo d’interesse nella lettura, tra 2017 e 2018, proporzionale all’affermazione di Lega e 5stelle. Più persone entravano in libreria a farmi discorsi razzisti o discorsi sulle scie chimiche, meno persone compravano libri. C’è stata una corrispondenza quasi perfetta. Un popolo di neofascisti non è un popolo di lettori. Come diceva quello? “Quando sento parlare di cultura, mi viene voglia di metter mano alla rivoltella.” In Italia si legge meno che in tutto il resto d’Europa e c’è più nazionalismo che in tutto il resto d’Europa. E i due partiti che hanno retto l’Italia per diciotto mesi, Lega e 5 Stelle, hanno fatto leva proprio su ignoranza e nazionalismo.

Quanto accaduto alla libreria La pecora elettrica, devastata da un gruppo di neofascisti, è sintomatico. Ed anche il fatto che l’estate scorsa le proiezioni del cinema America dovessero essere sorvegliate dalle forze dell’ordine per i continui pestaggi di gruppi di estrema destra. Chi fa attività culturale a Roma, oggi, si ritrova a combattere una guerra che spesso non è culturale, ma fisica, e in cui sono in gioco la propria incolumità e la sopravvivenza della propria attività.

Non ho l’ingenuità di credere che sia la causa del disastro dell’Italia sia da attribuire a due partiti, anzi credo che quei partiti siano solo la conseguenza estrema, il sintomo più vistoso della necrosi. La malattia viene da più lontano. Anche il ventennio berlusconiano, credo, è stato un sintomo. Il focolaio della patologia ha a che fare con la mutazione antropologica di cui parlava Pasolini, ha a che fare col boom economico e con l’incontro di una società culturalmente arretrata come la nostra con la modernità consumistica. Ha a che vedere col fatto che, forse, la vera unità d’Italia non l’hanno realizzata i padri risorgimentali -la cui azione venne percepita in mezzo Paese come una colonizzazione- ma Mussolini, che per primo ha avuto a disposizione i mezzi di comunicazione per arrivare a tutti. E’ impressionante come ancor oggi, nelle cronache sportive e nei programmi di divulgazione, si tessano le lodi del “genio italiano” e dell’ “eccellenza italiana” -magari parlando dell’antica Roma, che non aveva nulla a che vedere con noi- in un modo che ancora risente delle circolari mussoliniane per l’Eiar in attuazione delle leggi razziali. E però, è anche vero che lo sdoganamento dell’odio e dell’ignoranza aggressiva tra 2017 e 2018 ha dato luogo a un quasi immediato peggioramento del clima: una parte della popolazione che prima esprimeva i suoi odiosi istinti sul Web si è sentita legittimata ad esprimerli per strada e andando in giro -anzi che dico legittimata, si è sentita trionfante, orgogliosa dell’ignoranza e dell’odio, esibizionista dell’ignoranza e dell’odio. Le portava in petto come medaglie. Questo è il cambiamento che credo di avere visto, e che credo vedrei ancora se fossi ancora aperto.

Scrivevo nel 2005 a un amico:

“La gioventù italiana è neofascista, me ne sto convincendo sempre più. Non che i giovani si dichiarino fascisti, è semplicemente che lo sono. Pier Paolo Pasolini aveva perfettamente ragione quando diceva che il ‘nuovo potere’ consumista ed edonista stava predisponendo una ‘vasta truppa psicologicamente neonazista’. E ti dirò di più, questi giovani più che seri hanno perfettamente ragione ad essere di destra, visto lo spettacolo vergognoso che le sinistre stanno offrendo. Rimaniamo veramente in pochi a ricordare che cos’è veramente l’essere di sinistra. Ma di fronte a quest’inondazione di fricchettoni, scorretti, scostumati, urlanti, che riempiono il Rettorato di canne e approfittano della giusta protesta contro il decreto Istruzione per lanciare degli allucinati ‘Evviva!’ dentro l’Università; di fronte a una classe politica che è vuota e in cui è sempre più difficile capire in che cosa consiste l’esser di sinistra dei politici di sinistra, che altro dovrebbe fare uno che non ha cultura se non buttarsi nelle braccia di chi predica qualcosa, anche se qualcosa di sbagliato? Loro sono i responsabili di tutto questo. Loro, gli uomini della sinistra, sono i responsabili della fascistizzazione del Paese. Gli uomini della sinistra che hanno ceduto alla filosofia berlusconiana da molto tempo, e che hanno inondato la Rai Tv, sotto l’egregio dottor Zaccaria, di tette, culi, calcio, varietà, canzonacce, che hanno dato la stura a trasmissioni basate su maghi e fattucchiere, loro sono i colpevoli della berlusconizzazione dell’Italia, non Berlusconi. Berlusconi ha fatto la parte che gli toccava, cioè quella di Berlusconi. Una parte schifosa, ma la sua. La sinistra ha rinunciato a fare la sua parte, che era quella dell’opposizione. Ha rinunciato all’avere la sua filosofia. Ha rinunciato a difendere la cultura… Il problema è che berlusconiani e non sono figli della stessa cultura, che è una cultura che mette KO la sinistra. E’ una cultura berlusconiana ab origine. E fino a quando la sinistra non lo capirà, fino a quando non avrà il coraggio di recuperare quella che è la vera cultura, il vero umanesimo travolto dalla volgarità dei consumi, fino a quando farà parte essa stessa di quest’ondata volgare che sta travolgendo l’Italia, sarà una sinistra vergognosa, traditrice, che ha abdicato alla propria funzione storica, morale e civile. Sarà una sinistra non più progressista ma conservatrice… Continuerà a urlare slogan che interpreteranno la realtà con gli schemi di cinquant’anni fa, senza vedere che oggi, spesso, operai e imprenditori appartengono, almeno nelle piccole imprese, alla stessa classe sociale, la borghesia, e che le vere sfide ‘di sinistra’, oggi, consistono nell’affrontare con mentalità più umana il problema del Sud del mondo.”

Oggi, a distanza di quindici anni, posso confermare le mie parole di allora e aggiungere che quello che è cambiato, è cambiato in peggio. Posso applicare i motivi di sospetto verso la pseudosinistra di allora al movimento delle Sardine. Posso constatare il peggioramento della sensibilità culturale e civile del Paese e l’aumento della volgarità. E non posso smettere di gridare che la responsabilità principale è degli italiani, di cui i loro rappresentanti eletti sono espressione.

Un anno dopo

Schede-Elettorali-Europee-2019Un anno fa, scrivevo che il risultato delle elezioni del 4 marzo aveva premiato il razzismo, che gli italiani avevano votato il razzismo e che il razzismo sarebbe stato il perno del nuovo corso politico; e accusavo di complicità culturale una parte del PD e la cosiddetta sinistra-sinistra. Come spesso accade, alcuni amici mi accusarono di essere pessimista ed esagerato e mi invitarono a vedere quel voto come un voto di protesta dovuto al malessere sociale. Dopo più di un anno di governo populista e senza che nessun provvedimento sociale è stato varato, i fatti dicono che avevo ragione. L’Italia ha abbandonato lo pseudomillenarismo dei Cinque Stelle e ha votato compatta per la Lega, un partito che ha come unica ragion d’essere il razzismo più bieco in tutte le sue forme –anche l’omofobia, e una misoginia così plateale che viene da chiedersi: come fa una donna a votare la Lega?

Non sono un genio, un profeta, o un acuto osservatore. Semplicemente, guardo i fatti e traggo dai fatti le loro naturali conclusioni. I fatti sono che ricerche serie e internazionali –poco diffuse sui media perché difformi rispetto alla narrazione prevalente- dimostrano che non c’è nessun rapporto tra la crisi economica e la diffusione del razzismo in Italia; che gli indici di razzismo sono rimasti gli stessi prima e dopo il 2008, e che addirittura sono cambiati poco negli ultimi trent’anni; che le popolazioni più odiate dagli italiani non sono collegate né alla crisi economica né ai flussi migratori odierni, e sembrano piuttosto individuate in base a criteri più antichi: la religione e il colore della pelle. Non si spiegherebbe altrimenti come più di un italiano su 4 non voglia avere un vicino di casa ebreo, e più di 1 su 3 non voglia avere un ebreo in famiglia. Gli italiani non hanno votato la Lega perché sono incattiviti dalla povertà, ma perché la Lega ha legittimato un loro razzismo antico: lo stesso che si può vedere nei filmati di Trieste 1938, con la folla osannante che accoglie la proclamazione delle leggi razziali. E’ cosa nota che perfino gli antifascisti in esilio non accolsero le leggi razziali come uno scandalo superiore a qualsiasi altro provvedimento fascista, e che anche gli antifascisti in esilio guardarono con favore all’invasione colonialista dell’Etiopia. Ci sarebbe da avviare un discorso complesso, faticoso e scomodo su quanto il razzismo abbia pervaso la società italiana anche prima del fascismo e anche nella sua parte migliore, sull’esistenza di un razzismo di sinistra, sul perché i riferimenti al genio nazionale italiano in televisione seguano ancora oggi le direttive mussoliniane del 1938, sul fatto che, all’indomani della guerra, non ci fu una resa dei conti col fascismo come in Germania, ma un’amnistia generale –a firma di Palmiro Togliatti- che lasciò al loro posto dirigenti scolastici, docenti universitari, presidenti di associazioni culturali e sportive ecc. collusi col fascismo: persone che hanno continuato a portare nell’Italia democratica lo spirito razzista e fascista in sordina, da posizioni non di primissimo piano ma comunque preminenti. E però questo discorso non viene fatto. Come non viene fatto un discorso sul livello di nazionalismo in Italia, il più alto d’Europa non negli ultimi dieci anni, ma negli ultimi trenta. Siamo il Paese più nazionalista e razzista d’Europa da vari decenni, ma ci ostiniamo a dire di no, che siamo solo impoveriti. Ebbene, più di cento anni fa, quando l’Italia invase la Libia, una parte delle sinistre appoggiò l’invasione adducendo il mito della nazione proletaria. Non era un’invasione colonialista, si diceva, ma un tentativo –come scrisse Giovanni Pascoli- di “provvedere ai figli della Nazione ciò che più desiderano, lavoro” andandoglielo a procurare oltremare. Passa più di un secolo e gli argomenti rimangono uguali. I criceti girano inesorabili sopra la ruota.

Ero stato fin troppo ottimista, un anno fa. I fatti provano che i miei timori si stanno avverando su scala internazionale.  I gilet jeunes francesi, per esempio, fenomeno neogrillino più violento e ampiamente infiltrato dall’estrema destra lepenista. I gilet jeunes provengono dalle stesse regioni della Francia in cui trionfa il Fronte Nazionale. I gilet jeunes hanno gridato “Sporco ebreo” ad Alaine Finkielkraut. Ma la sinistra-sinistra italiana li appoggia perché è culturalmente complice, perché in realtà è una destra, permeata di odio nazionalista e razzista, perché è una sinistra sessantottina e il Sessantotto, come hanno dimostrato Pasolini e lo storico inglese Hobbesbawn, è stato un fenomeno di destra iperindividualista travestito da sinistra. La fine che ha fatto la generazione sessantottina lo dimostra ampiamente.

Mi corre l’obbligo di elogiare una donna europea che è stata oggetto degli insulti sessisti tanto dell’estrema destra che della sinistra-sinistra sua complice: Angela Merkel. La Merkel ha detto poche settimane fa parole chiarissime: “Mai con l’estrema destra”. Avremmo voluto sentirle dalle nostre sinistre, da Corbyn, da Varoufakis, che parlano lo stesso linguaggio della Le Pen credendo di parlarne uno diverso. La Merkel ha guidato la più grande socialdemocrazia del mondo come politico “di destra”, eppure non ha stravolto il welfare come hanno fatto i suoi colleghi di sinistra in Francia. Con la sua intelligenza politica è riuscita ad arginare l’ondata neonazista. Ha accolto più rifugiati di qualunque leader europeo e  si è battuta per essi, accogliendoli con attenzione alla loro possibilità di integrarsi nel tessuto economico tedesco, e dimostrando che si può essere “neoliberisti” ma civili e che la sinistra-sinistra anticapitalista è uguale e contraria alla destra anti-immigrati. L’odio della sinistra-sinistra verso i politici neoliberisti si esprime in modo razzista, e assume nei riguardi della Merkel toni di una misoginia così retrograda che non si può non pensare a Pasolini e all’“odio razzistico” dei sessantottini a cui si rifiutava di partecipare. La Merkel è stata anche l’unico leader politico europeo a staccare un cospicuo assegno per i terremotati italiani, ma nessun sovranista, italiano o internazionale, lo ricorda.

D’altra parte, chi sono i sovranisti italiani e internazionali? Di quelli di destra non c’è neanche bisogno di parlare. E quelli di sinistra? L’ex-Pd Fassina, diventato sovranista per un “chi” di Renzi, merita più di una pernacchia da parte di una mente seria? E Varoufakis, un accademico che oggi moralizza tutti dopo aver trascinato alla rovina un Paese per il suo delirio egoico, che gli ha fatto credere di potersi contrapporre al mondo -e vincere –ma col culo dei greci? Questi leader politici sono delle tali nullità che il loro sovranismo “di sinistra” finirà col farne degli utili idioti in mano a politici scafati come Le Pen, Orban e soprattutto Putin, il grande burattinaio che consiglia e foraggia il populismo internazionale.

La Merkel viene accusata di un comportamento vergognoso verso la Grecia nel 2015. Ed  l’unica affermazione su cui concordo. A patto che si dica che ha anche tenuto a bada i falchi del suo partito come Scheuble, che avrebbero cacciato la Grecia dall’Europa subito subito, e che il disastro greco non lo ha fatto la Merkel e nemmeno la Germania o l’Europa, ma un governo greco -legittimamente eletto dallo stesso popolo che poi ha acclamato Alba dorata- che si è reso responsabile di frode. Ma, al netto delle vergogne tedesche, con che coraggio Varoufakis, divo e mentore di un partito sotto cui abbiamo avuto le vergogne di Lesbo e Idomeni, moralizza il resto d’Europa sui migranti? Con che faccia propone le sue ricette alternative per il mondo, lui che da economista non è riuscito a tirare fuori un piccolo Paese da una crisi economica? Come pensa di poter combattere l’inciviltà alla testa di un minuscolo manipolo di estremisti?

Quella che abbiamo davanti è una nuova guerra –che non verrà combattuta con le armi, ma con la propaganda e i media- una guerra di civiltà che potrà essere vinta solo come l’altra guerra di civiltà: con l’unione di tutte le forze di sinistra e di tutte le forze liberali unite contro un nemico comune: il neofascismo. Chi non si unisce a questa battaglia, fra cent’anni, sarà ricordato per essere stato dalla parte dei neofascisti. E questa è la versione ottimistica: più realistico è pensare che passeremo attraverso un periodo di violenze, e che ci scapperà più di un morto. In realtà le violenze sono già cominciate, ma finora sono stati solo neri, Rom e clochard -dunque per gli italiani persone di serie B. Quando moriranno anche italiani bianchi uccisi da altri italiani bianchi, il vento comincerà a cambiare -ma per paura e convenienza, non perché avranno imparato la lezione, e il ciclo ricomincerà fino alla prossima volta che disimpareranno, e così via. A meno che non si riesca -ma ne dubito- a dotare di un senso civico questo Paese che ha il livello economico di una nazione europea e il livello culturale del più rissoso Paese balcanico.

Messaggio in bottiglia

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ad Annamaria Ferramosca, gennaio 2019

«Cara Annamaria,

oggi, di fronte al telegiornale, mi sono sentito fisicamente male. Quello che sta accadendo, semplicemente, non dovrebbe esser possibile -eppure succede come è successo ottant’anni fa, e forse con un’aggravante: l’Italia fascista era un’Italia indifferente, questa è un’Italia consenziente. I veri fascisti e i veri antifascisti, allora, si contavano sulla punta delle dita, la gran parte degli italiani pensava semplicemente ai fatti suoi. Quello che accade oggi invece è esattamente quello che gli italiani vogliono. Mi son detto: ma ha ancora senso scrivere e stare dentro una cultura che, fra cinquant’anni, forse sarà scomparsa? Oggi la cultura, il pensiero, la critica, ma più di tutto la sensibilità sono i bersagli preferiti della propaganda d’odio della cosiddetta”gente normale” e del suo governo neofascista. Quello che è in gioco è l’intero campo dell’umano di cui la poesia è una delle forme. Coltivare la sfumatura, difendere la differenza è la nostra piccola resistenza. Ma, quando sarà normale bruciare un clochard, potremo ancora pensare alla poesia? Sarà la nostra piccola resistenza o il nostro vizio?

Possiamo usare la scrittura -ma con quale effetto? Prima la parola aveva un effetto -ma con questa opinione pubblica, ideologizzata al qualunquismo in un modo totalitario, che effetto ha la parola?

Mi sono domandato se “scrivere” ormai non è solo un gesto narcisistico. Lo chiedo anche a te: cosa stiamo facendo? Portiamo un tassello, piccolo o grande non importa, a un mosaico di bellezza che rende il mondo un posto più accettabile, o stiamo solo titillando degli ego enormi?

*

da Annamaria Ferramosca

«Carissimo Giorgio,

quel che mi scrivi mi riempie di amarezza, ho pensato al tempo lontano in cui con gli amici si scambiavano pensieri su tanti temi, anche tristi, ma vi era sempre un fondale psicologico di proiezione fiduciosa verso il futuro, si dibattevano e condividevano idee come presagi di soluzioni e intenti dagli esiti sempre positivi per tutti, vi era una speranza di equilibrio globale anche se la realtà frapponeva ostacoli vari.

Oggi, come giustamente tu dici, non solo pensiero e cultura non omologati sono avversati e perfino derisi da una folla destrorsa acefala e volgare, ma quel che è più grave è non vedere una reazione forte, convincente e coordinata dei pochissimi intellettuali, che sappia contrastare efficacemente questa deriva (visto che dalla politica non credo verranno mai risposte credibili).

Ti chiedi se restare, come facciamo, a difendere la differenza con la nostra piccola scrittura non sia solo marginale o addirittura miserabile, un crogiolarsi vizioso. E davvero non so cosa rispondere a questo tuo dubbio atroce, in questi nostri giorni dell’individualismo e dell’indifferenza generalizzati, che invadono anche territori e spiriti che ne dovrebbero essere teoricamente immuni. Ma sono certa che ognuno dà quel che riesce a dare, quel che crede di saper meglio fare e per me è cercare di trasmettere barlumi di quel mistero o assoluto che solo nella Poesia vedo prendere forma, qualcosa che mi sembra comunque salvezza, anche per gli altri se -chissà -altri, magari solo due, un giorno leggeranno e comprenderanno.

No, caro Giorgio, scrivere a volte è puro eroismo, non può essere atto egoico, se urgente e sincero, se pura espressione umana, versante nobilissimo di quell’homo bonus, in cui ancora credo. Sì, è vero, l’orrore in cui siamo immersi è devastante, ma dobbiamo continuare a cercare luce residua in noi stessi e nello scambio sincero e fertile tra noi.»

*

ad Annamaria Ferramosca

«Cara Annamaria,

credo che ci siamo lasciati alle spalle un sessantennio felice che è stato, però, un’eccezione nella storia umana. Il sessantennio dei diritti umani è finito, dopo le Torri Gemelle è tornato normale in Occidente -fuori dell’Occidente lo è sempre stato- torturare persone, fare diritti separati per gruppi etnico-religiosi diversi, sono tornate di moda le nazioni e le religioni. I progressi di umanità fatti in quel sessantennio avevano come presupposto la Shoah: l’irrazionalismo, il razzismo, la nazione, la propaganda d’odio, il potere per il potere erano stati banditi proprio perché se ne avevano sotto gli occhi i risultati. Ma, passando il tempo e allentandosi la memoria, tutto è tornato come prima. Le potenze emergenti oggi sono potenze che i diritti umani -nonché quelli civili e sociali- non li hanno mai conosciuti e non li vogliono. Tutto vecchio, come vedi. Quello che c’è di nuovo è che le nuove dinamiche di potere -diversamente dalle vecchie- possono fare a meno della cultura e che la bellezza non serve più loro neanche da paravento. Il meglio che si può dire è che le forme di cultura conosciute fino ad oggi confluiranno in forme nuove e imprevedibili, come in una nuova caduta di Roma seguita da un nuovo Medioevo. Il peggio che si può dire è che scompariranno. E non so quale delle due si avvererà.

Penso che gli italiani siano ancora nell’onda del 1938, e non metaforicamente. I tedeschi hanno fatto il processo di Norimberga, noi l’amnistia Togliatti. Le persone che prima facevano propaganda sulla razza hanno continuato a gestire società sportive, reti televisive ecc -il più grande giornalista italiano è stato un tale che ha continuato fino alla morte a descrivere la guerra d’Etiopia come una gita scolastica e a rammentare di aver comprato una ragazza etiope infibulata di 12 anni per sfogare la sua impetuosa sessualità, e gli abbiamo dedicato strade e piazze! Noi siamo abituati a sentir parlare di “eccellenza italiana”, “genio italiano” ecc. anche alle trasmissioni di Alberto Angela. Non sappiamo che l’abitudine di sottolineare questa italianità e questa eccellenza dell’italianità è nata dalle circolari mussoliniane dopo il 1938 e aveva la funzione di esaltare le conquiste della razza. Questo modo di comunicare si usa ancora, senza sapere da dove viene. E infatti, al governo, ci ritroviamo degli squadristi inconsapevoli, che non sanno di essere squadristi ma hanno una mente squadrista.

Come ne possiamo uscire non lo so. Ma non credo di arrivare a vedere l’uscita nel tempo della mia vita.

E nel frattempo cosa riusciamo a fare? Scriviamo lettere a nessuno, sapendo che l’alfabeto dei diritti umani è diventato indecifrabile. Mandiamo messaggi in bottiglia sapendo che chi li leggerà si farà una risata e li ributterà in acqua. Buttiamo in acqua gli esseri umani, figuriamoci i messaggi… Mi domando se all’urlo del razzismo e dell’inciviltà non sia meglio rispondere con l’operosità e il silenzio.»

*

da Annamaria Ferramosca

«Si, siamo regrediti all’homo homini lupus e difficilmente ci sarà un’inversione di rotta. Gli intellettuali, anche a livello internazionale, sembrano non aver più fiducia nelle residue idee di ricostruzione e democrazia solidale, se emettono voce questa è flebile e non trova o non vuole trovare agganci, forse per una specie di masochismo inconscio. Forse l’autoestinzione del sapiens procede così.»

*

E voi cosa pensate?

Processo all’Italia

9 sauvetages en 15h. SOSMEDITERRANEE, MSF et l'Aquarius battent le record de personnes sauvées

Parliamoci chiaro: oggi, essere una sinistra significa innanzitutto avere a cuore i diritti dei migranti. Si può fare rapidamente un test per verificare se un tale è di sinistra oppure no: si può pronunciare in sua presenza la parola migranti. Se dice qualcosa di razzista, quel tale non è di sinistra. Non voglio dire con questo che gli elettori di centro e di destra siano razzisti. Voglio dire che una sinistra ha senso, oggi, solo se si fa carico, razionalmente, realisticamente e con umanità dei problemi che la gestione delle migrazioni comporta. E’ questa la battaglia storica che oggi la sinistra è chiamata a combattere, è questo il punto su cui si misurerà il valore e il senso della sua esistenza. La sinistra è chiamata a resistere sul terreno della razionalità e dell’umanità rispetto a un’emotività disumana che oggi piange per la morte di un bambino e domani vorrebbe tutti, bambini e adulti, affogati nel Mediterraneo, senza pietà ma senza nemmeno logica, coerenza, una linea riconoscibile di pensiero. All’irrazionalismo dei leader avventurieri che vellicano la pancia del Paese, con i suoi istinti più violenti, bisogna non adeguarsi -come ha fatto troppe volte la sinistra “renziana”, che ha inseguito i populisti sul terreno del populismo- ma contrapporsi. Con argomenti comprensibili ma lucidi, perché gli irrazionalisti hanno dalla loro la semplicità e la violenza dei messaggi. Bisogna saper comunicare con un’efficacia senza semplificazioni, con una fermezza che esclude la violenza. La sinistra recente la violenza non ha saputo escluderla perché non ha saputo nemmeno chiamarla violenza. E’ questa la sua colpa storica. Non ha commesso violenza, ma l’ha permessa per mancanza di autorevolezza. L’aver teso la mano ai populisti nella criminalizzazione delle Ong, l’aver scimmiottato lo slogan razzista “Aiutiamoli casa loro”, queste sono state le sconfitte della sinistra prima ancora che quella del quattro marzo.

Questo per la sinistra riformista. E per quella massimalista?

Il suo spettacolo è ancora più desolante. Anzi direi ch’è squallido. Agli italiani di “estrema sinistra” potrei solo dire: vergognatevi. Vergognatevi perché, coscienti o incoscienti, quello che sta succedendo a migranti e Ong era quello che volevate. Non intrattenetemi con incredibili distinguo tra leghisti e grillini perché sono uguali e contrari e, se non lo avete visto, vuol dire che avevate gli occhi guasti. Non fate sermoni sulla sinistra che non è più sinistra e sulle vostre ideologie, perché sapevate che poteva accadere e avete lasciato che accadesse. Siete colpevoli. Vergognatevi.

La sinistra che vede il suo avversario nell'”ortoliberismo” dei riformisti e non nel neofascismo leghista e grillino dà prova della stessa cecità di quei signori che, nel 1921, diressero tutto il loro odio verso i colleghi della sinistra riformista, permettendo a Mussolini di arrivare indisturbato al potere. La sinistra che si allontana dalle istituzioni non ha capito che è solo dentro le istituzioni che si può operare il cambiamento. La sinistra che sposa le battaglie “sociali” dei grillini è vittima di un clamoroso equivoco, perché l’identità della sinistra non è solo nella sua attenzione alla disuguaglianza sociale, è nella sua attenzione alla disuguaglianza. Che i diritti sociali siano prioritari rispetto ai diritti civili e umani è una sciocchezza che non sta in piedi. I diritti non sono un elenco: sono un circolo, che può essere vizioso o virtuoso. Spezzare questo circolo è sempre vizioso. Lo dimostra il fatto che l’averlo spezzato nella coscienza del Paese -come hanno fatto gli ideologi dell’estrema destra, dell’estrema sinistra e dei grillini- ha portato odio e razzismo.

Io non credo alla teoria della “guerra tra poveri”. Le dinamiche tra lavoratori inglesi e irlandesi descritte da Marx e oggi chiamate in causa per giustificare il razzismo delle classi meno abbienti sono dinamiche di quasi due secoli fa, prive di un legame storico concreto col presente. Non è nelle dinamiche sociali che va cercato il perché del razzismo in Italia, ma nelle dinamiche delle idee. Le idee degli italiani, oggi, sono improntate a un nazionalismo, a un maschilismo, a un cattolicesimo bigotto e identitario vecchi di cent’anni. C’era più consapevolezza dei diritti delle donne nelle donne di trent’anni fa che in quelle d’oggi, c’era meno nazionalismo trent’anni fa che oggi -anche se oggi lo si chiama “sovranismo”.

A una nota trasmissione televisiva, un cuoco calabrese fa una figuraccia. Sul web, gli spettatori lo linciano “per la figura che ha fatto fare alla Calabria”. Non ha fatto una figuraccia il cuoco in quanto individuo maleducato, ma l’ha fatta fare a tutta la comunità. L’etica comunitaria è tornata. L’etica comunitaria è quella che contiene, in germe, il nazionalismo.

E’ tutto collegato. Il familismo significa che ognuno è chiamato a rappresentare nel mondo non se stesso, ma la famiglia cui appartiene. E di lì, via via, la comunità, la regione, la nazione cui appartiene. Se ognuno conta per la comunità cui appartiene, ognuno vale per la comunità a cui appartiene. L’Italia è un paese profondamente familista. Era quindi fatale che, nell’incontro con il villaggio globale, sperimentasse una chiusura razzista.

Non facciamoci illudere dalle teorie consolatorie sul sovranismo che è solo odio per la moneta unica europea, che ha indebolito i ceti medi e bassi. Quella è solo un’ideologia di copertura. La realtà è che l’Italia sta facendo esperienza del suo più cancrenoso problema. L’organizzazione sociale moderna nasce dal deferimento allo Stato dei poteri prima assegnati ai clan e ai piccoli gruppi. In Italia questo deferimento non c’è mai stato. La famiglia, il paesotto, il campanile, perfino la regione sono sempre stati contrapposti allo Stato in una guerra a osservarsi e fregarsi avendo a cuore il proprio interesse particolare. Non si è mai usciti fuori da questa logica arcaica, che è la logica clanica delle società mediterranee che non sono passate attraverso la rivoluzione illuminista. L’Italia è un Paese europeo solo per posizione geografica e forza economica. Per cultura, è rimasto ancorato al peggio delle società tradizionali. Il boom economico ha colpito un Paese arretrato e impreparato. Gli italiani vestono con una ricercatezza che non è eleganza, ma ostentazione del benessere. Non importa che accostino gli abiti con gusto, ma solo che mostrino quanto hanno speso per comprarli. Quelle orrende passerelle delle città provinciali, in cui i ragazzi sfilano coperti di marche e di firme, simili più a insegne pubblicitarie che a ragazzi!… E’ la pacchianeria tipica dei parvenu. Gli altri popoli europei non hanno la stessa ossessione delle apparenze. La abbiamo noi perché siamo i cafoni del benessere, i tipici nuovi arricchiti.

A un Nord tronfio nella fierezza del reddito, che giudica calvinisticamente gli esseri umani in base al denaro e al successo -ma senza l’etica austera dei calvinisti- si contrappone un sud dove la popolazione fa scudo col proprio corpo per impedire la cattura di un mafioso, e però spara alle persone di colore. E’ così ch’è divisa l’Italia in questo momento. Ed è divisa così non per economia, ma per cultura. Per come le diverse situazioni economiche si sono innestate su un terreno arcaico e privo di una coscienza civile moderna.

E’ vero che la crisi economica e il processo europeo hanno portato ovunque a una rinascita dei nazionalismi. E’ vero che dappertutto i neofascismi hanno cavalcato lo scontento sociale. Ma è vero anche che in nessun Paese dell’Europa ricca democratica e centrale si è raggiunto un simile livello. E il fatto sembra essere che le istanze populiste dei neofascisti attecchiscono meglio su un terreno patriarcale e premoderno com’è quello italiano.

Qual è dunque la colpa dell’estrema sinistra italiana? E’ di aver confuso il suo linguaggio con quello della destra sociale neofascista. Termini come “turbocapitalismo”, concetti “sovranisti” li abbiamo sentiti tanto dai neonazisti che dai veteromarxisti. L’estrema sinistra oggi rappresenta un popolo ideologicamente più simile a Trump che a Luciano Lama, e usa concetti e termini che si sovrappongono a quelli di Trupm -anche se conservano qualche ricordo di Luciano Lama. Una sinistra così non sarà mai veramente antirazzista, perché i suoi interessi costeggeranno quelli dei razzisti. Con una battuta, questa estrema sinistra sarebbe più disposta a farsi capitanare da un nuovo Mussolini, che “di cose per il sociale ne ha fatte”, che da un nuovo Churchill, colpevole di essere un “ortoliberista”.

E, finché sarà così, saremo un Paese razzista.

Un urlo civile

28795913_10213517542166140_2281160782405113074_nNon uso mai questo spazio per esprimere riflessioni politiche, perché penso che per farne ci siano persone più competenti. Tuttavia, come persona che ha la parola, come cittadino ed essere umano, non posso esimermi dal dire ciò che ho da dire in un momento grave come questo. Lo faccio da persona di sinistra, perché di sinistra è la mia cultura e di sinistra sono i miei valori.

Inutile dar la colpa di quello che è successo a Renzi, alle divisioni della Sinistra, alla crisi, all’Europa o al fantasma di Canterville. La colpa è solo degli italiani.

Il 70% degli italiani ha detto con questo voto che vuole un mondo simile a quello di Orban e di Trump. C’è una totale incompatibilità di valori rispetto a chi persegue un modello illuminista (con sfumature più liberali o più socialiste, ma sempre basandosi sul principio di Ragione). Non credo che una diversa gestione o una diversa classe politica avrebbero potuto cambiare questo risultato in maniera radicale. E’ un fenomeno in atto in gran parte dell’Europa e degli Stati Uniti, e nessuna classe dirigente né nessuna forza di opposizione sembra in grado di bloccarlo.

L’idea che il Partito Democratico abbia perso perché “poco di sinistra” avrebbe senso se Liberi e Uguali, Potere al Popolo e le altre forze “più di sinistra” lo avessero sorpassato o almeno gli fossero arrivati vicini. Ma, se il 70% degli italiani vota per un’Italia alla Trump, non vuol dire che si sentono “più di sinistra”, qualunque cosa ciò voglia significare. Vuol dire proprio il contrario.

Si è detto che gli elettori di sinistra non hanno votato a sinistra. Bene: l’elettore di sinistra che non vota a sinistra, o è legato sentimentalmente a un tipo di sinistra che non è più possibile, o votava a sinistra per sé e ha fatto una scelta puramente personalistica. Il che è lecito, ma la sinistra o è per tutti o non è; e comunque non basta a spiegare quel 70%. Inutile appellarsi a falsi confronti fra il risultato elettorale del 2014 e quello attuale: il 42% del 2014 era frutto in parte di un’illusione ottica dovuta a una pessima legge elettorale, e in parte dell’euforia per i famosi 80 euro in busta paga, il “bonus Renzi”. E’ stato un voto autointeressato, non un voto a sinistra.

La sinistra, diceva Vittorio Foa, è mettere al centro dell’azione politica il problema della sofferenza umana. Ora, tutto si può rimproverare al Partito Democratico, fuorché di non aver fatto cose o proposte per affrontarla. Carlo Calenda ha salvato gli operai di Alcoa mentre i suoi avversari si facevano fotografare con i lavoratori o declamavano slogan. Cinque anni fa i politici italiani dicevano ancora che Eluana Englaro poteva generare e che suo padre era un assassino, oggi c’è il testamento biologico. Certo, la sinistra di governo ha fatto cose che io condanno, ed ha fallito in altre. Come un po’ tutti i partiti di governo quando hanno a che fare con un parlamento di 600 teste. Io non ho apprezzato la Buona scuola e la politica di Minniti con le restrizioni alle Ong; ho trovato vergognosa la gestione del caso Regeni, non mi sono piaciute le sparate di Poletti contro disoccupati ed emigrati, non mi è piaciuto il populismo da televendita dello stesso Renzi. Detto questo, se uno di sinistra non apprezza il Pd, vota logicamente Liberi e Uguali o Potere al Popolo, non Lega. Se uno è “più a sinistra” non vota i grillini, che hanno affossato la legge sulle unioni civili e impedito la discussione sullo Ius Soli.

Si rimprovera al Pd di avere fatto una politica economica “neoliberista”. A parte che qualsiasi partito di governo la farebbe, a meno che non voglia trascinare sul lastrico decine di migliaia di suoi concittadini e assumersene la responsabilità; ma per chi vuole cambiare il sistema in senso più socialista c’erano altre scelte. Andare nella direzione opposta significa solo che gli italiani vogliono più destra e la vogliono arrabbiata, populista, antiumanistica ed antiscientifica.

La mia impressione è che nel 2001 gli italiani abbiano votato per un sogno liberista temperato da una rassicurante prassi democristiana; nel 1994 e 2013 per “il nuovo”; nel 2018 hanno votato compatti per il razzismo, scegliendo “Prima gli italiani” e “le Ong taxi del mare”, per il semplice bisogno di trovare un capro espiatorio a cui attribuire le proprie frustrazioni. Si poteva chiedere alla sinistra di fare uno sforzo in più. Si è preferita la scorciatoia demagogica.

Quello che seguirà sarà un tempo molto triste. Per una piccola parte di noi potrà anche non essere così  triste, ma solo per chi sta abbastanza bene. Quelli che hanno salvato il posto di lavoro per il rotto della cuffia, lo perderanno. I piccoli imprenditori in difficoltà non avranno benefici dalla retorica della Lega o dall’autotassazione grillina, piuttosto avranno ulteriori problemi per le conseguenze della loro economia allegra. Le periferie, bisognose di qualcuno che le sappia gestire, diventeranno ancor più periferie sia con le ronde leghiste che con la cialtroneria dei grillini. E quelli che il modello Triton non ha salvato, ora non troveranno più nessuno a salvarli dall’annegamento in mare. Perché il paradosso di questo “voto di protesta” è che a farne le spese saranno proprio i più deboli e i loro sostenitori.

Devo fare una precisazione: quando dico “i più deboli”, non intendo dire persone migliori. Essere vittime non assolve. Molte vittime sono carnefici deboli. La storia è piena di esempi in tal senso. I cristiani, da perseguitati, divennero persecutori. Aug San Suu Kyi, paladina dei diritti umani quando era un prigioniero politico, come leader politico si è resa complice di un genocidio.

Anche fosse in corso una guerra fra poveri, la xenofobia che gli italiani hanno scelto non ha giustificazioni. Il percorso ideologico che dal 1994 porta al 2018 è di una grettezza desolante. Anziché lottare per i propri diritti e per il miglioramento delle proprie condizioni, gli italiani hanno preferito dirigersi contro i diritti degli altri. Si sono dimostrati un popolo disagiato ma colpevole, che in 25 anni ha sempre scelto il cinismo e ha sempre rifiutato l’assunzione di responsabilità. Si accusa di corruzione la classe politica, ed è vero. Ma la classe politica, in una democrazia rappresentativa, è tale perché è stata scelta. Questo paese ha avuto tante occasioni di ricominciare dopo il 1992. Le ha perse tutte. Non dimenticherò mai quello che disse Gherardo Colombo a un convegno cui partecipai come giornalista: “Tangentopoli non è finita perché ha toccato la classe dirigente, ma perché ha chiesto anche ai cittadini di fare la loro parte. Abbiamo avuto il sostegno degli italiani finché abbiamo chiesto legalità agli altri, ma quando la abbiamo chiesta anche a loro ci si sono ribellati contro. E questo mi fa pensare che non ci siano tante brave persone in questo paese”.

Dal 1992 ad oggi il popolo di cui faccio parte sceglie la soluzione più facile e cerca sempre un colpevole. Poteva scendere in piazza per l’art. 18 anziché bloccare Roma per comprare l’ultimo IPhone; poteva fermare le scuole per un mese. Non lo ha fatto. In Francia, quando i cittadini bocciano una legge, la fanno cambiare. In Italia no. I giovani precari, quelli della mia generazione, sanno scendere in piazza ma non sanno fare le cose sul serio. E infatti le loro manifestazioni somigliano a delle festicciole, con salti, balli e slogan non risolutori. Non fa paura a nessuno, una festicciola. Gli operai che sfilavano in silenzio, il primo maggio, quelli facevano paura ai padroni: perché era una cosa seria.

Un operaio che si è stancato della classe dirigente e vota Lega non è una persona di sinistra che vota a destra: è una persona di estrema destra. Che ha i suoi motivi, che magari un giorno rivoterà a sinistra; ma intanto è di destra. Non si è progressisti per diritto di nascita, ma per le proprie idee.

La corruzione più grande non è nella classe dirigente, ma nelle cosiddette persone comuni. Che premiano governanti opachi perché, nell’opacità, possono continuare a far le loro magherìe riparandosi all’ombra del malcostume. Che chiedono legalità solo agli altri. Che sono di estrema destra con gli altri, anarchici con se stessi. Un popolo di evasori fiscali che urla “onestà”. Un paese da un femminicidio al giorno che strepita “Gli immigrati stuprano le nostre donne” (e già il possessivo dice tutto). Sono spaventato dal neofascismo dei deboli. Sono preoccupato da quella sinistra che continua a non capire che il miglioramento materiale non porta al miglioramento del senso civico. Quando mio padre era vivo, discutevamo perché lui era repubblicano ed io mi sentivo socialista. Ma oggi, rileggendo Mazzini, capisco che l’”educazione nazionale” di cui egli scriveva non era un artificio retorico, ma un modo antico per dire il senso civico. La maggior parte delle persone non si è dimostrata in grado non dico di rispettare, ma nemmeno di concepire i diritti altrui. E questa incapacità è anche nei deboli, è anche nelle persone che si dicono di sinistra.

Dov’è, oggi, la sofferenza umana che, per Foa, è al centro del pensiero di sinistra? Non è nel disoccupato che, volendosi suicidare e non avendo il coraggio di farlo, pensa di farsi arrestare, e prova prima a sparare a “una famiglia”; ma gli manca il cuore, e allora spara a un nero, rivelando il substrato clerico-fascista che agisce nel suo inconscio. La sofferenza umana è nel ragazzo nero ammazzato. E’ nei migranti e rifugiati che la “sinistra” di Alexis Tsipras lasciava nel mare greco al gelo o sbatteva in galera, che la “sinistra” di Hollande respingeva al confine francese, e che invece la destra della Merkel -che è una destra, ma non neofascista- ha accolto anche a costo di perdere poi le elezioni. Chi ignora questi fatti dimostra di avere a cuore più la propria identità culturale “di sinistra” che le persone di cui la sinistra dovrebbe occuparsi. E’ in quella gente la sofferenza umana, non in un popolo italiano che ha sì dei problemi, ma per la stragrande maggioranza del quale “essere poveri” significa ancora non potere più andare in vacanza.

Fuocoammare

fuocoammareQuello che resta è il silenzio. Chi cerca un film di drammi, emergenze ed affanni lo cerchi altrove. Il ritmo di Fuocoammare è quello con cui le vecchie riassettano le lenzuola sui letti, e i marinai aspettano mesi prima di tornare a casa… La pazienza, la tenacia, la lentezza: c’è questo nel carattere dei lampedusani raccontato da Gianfranco Rosi. La tragedia degli sbarchi, che i telegiornali chiamano da vent’anni emergenzaemergenza clandestiniemergenza migranti, e da qualche tempo, per bontà, emergenza profughi– per i lampedusani è la realtà con cui si misurano ogni giorno; che si è mescolata alla loro vita di piccola comunità di pescatori che tramanda il mestiere di padre in figlio. Fuocoammare racconta la dignità fuori del tempo con cui un’isola porta sulle spalle la tragedia più infame del nostro tempo. Il piccolo Samuele ha un occhio pigro. Deve portare la benda. Per portarla non può più tirar di fionda. Lui rinuncia, pazienta. Piano piano l’occhio pigro  fa progressi. E lui aspetta.  Soffre di mal di mare. Suo padre gli consiglia di andare sulla banchina, dove attraccano i pescherecci, per “farsi lo stomaco”. E lui ci va ogni giorno, e fa progressi. Gioca a sparare. A tutti i bambini piacciono i giochi di guerra, è normale che Samuele giochi a sparare. Lampedusa poi è piena di militari. Ma sono militari della Marina, obbediscono alla legge antica dei marinai, che dice che la vita umana in mare va salvata. Ed è una guerra salvarla, in uno scoglio cui l’Europa e il mondo -e l’Italia anche, in parte- hanno lasciato il compito di far tutto da solo. Si vive come se si fosse ancora in guerra. Come quando, nel ’43, il bombardamento della nave Maddalena durò tutta una notte, e sembrò per tutta notte che ci fosse il fuoco a mare. Samuele va dal medico. Dice che prova sensazioni strane, dolori che non riesce a spiegare. E’ l’ansia, risponde il medico. Samuele ha l’ansia come un adulto. Ma non l’ansia creata dai media, che dosano col contagocce i loro allarmi sciacalli trecentosessantacinque giorni all’anno da vent’anni. E’ un’ansia che incombe e spinge a non parlare. Mentre il mondo blatera, i lampedusani cercano di vivere e fare, con dignità. Sono gente antica. Samuele colpiva gli uccelli con la fionda. Ma adesso che non può tirar di fionda, va  a cercarli di notte, si avvicina al loro nido fra i rami, e in un lungo momento magico Samuele e gli uccelli si guardano in faccia, nel freddo buio azzurrino screziato dal brodo della torcia elettrica.

Sono le voci della natura a dominare il paesaggio sonoro di Fuocoammare. Sono rare, sommesse, intessute sul basso continuo del mare. La voce umana è scarsa. E, quando c’è, non somiglia alla nostra. E’ più vicina al canto, alla preghiera. Una vecchia racconta la notte del ’43 in cui sembrò che ci fosse il fuoco a mare, e la sua voce è quella delle litanie.  Il padre di Samuele racconta la vita monotona e dura in alto mare, ed ha una voce cadenzata, simile al tonfo del mare. La voce di Samuele somiglia ai cinguettii degli uccelli. I lampedusani sono come i regazzini di Pasolini, che s’aggirano per il paesaggio e sembrano far parte del paesaggio. Sono lì da sempre, esseri intemporali. Le loro storie starebbero bene in un romanzo di Verga, o negli anni in cui c’era il fuoco a mare. Ma gli sbarchi portano la Storia in questo posto scordato dalla Storia. Quando si parla degli sbarchi la voce umana non è più voce della natura. E’ la voce delle anime rigate. E’ come una preghiera la voce del dottor Pietro Bartolo, il medico di base che insieme a due colleghi -due!- offre assistenza a quei poveri cristi. “Ogni uomo che sia un uomo ha il dovere di aiutarli”, dice soppesando attentamente che sia un uomo e timbrando la parola dovere. Ma non c’è nessuna rabbia nel suo dire, la sua parola lenta e trasognata sembra calare dal cielo. La sua voce nitida e infranta non si concede un’invettiva. Nessuno, in Fucoammare, si lamenta o maledice. Un gruppo di nigeriani ringrazia Dio per essere riusciti a sbarcare. Intonano un canto, e cantando raccontano di ciò che hanno passato: le marce forzate attraverso il Sahara, la Libia dell’Isis e delle prigioni dov’è di casa la tortura… Ma sono contenti, ringraziano solo Dio d’essere vivi. C’è un’altra scena ambientata al centro d’accoglienza, si disputa una partita di calcio tra profughi, la Siria vince, i giocatori vengono portati in trionfo. Ma poi c’è la terza scena, dove i profughi non cantano e non giocano: sono morti, e nessuno dei presenti osa parlare. E’ questa l’angoscia che incombe, e che contagia anche il piccolo Samuele.

C’è una musica nel film, la cui storia stralcio da un articolo di Valeria Brigida sul Fatto Quotidiano, scusandomi con l’autrice per la libertà con cui taglio la sua prosa:

«Giuseppe Frangipane, detto Pippo, è uno dei personaggi del film: è il dj di Canzonissima, trasmissione musicale che ogni giorno va in onda sulle frequenze di Radio Delta, raccogliendo richieste e dediche dei lampedusani. Ed è proprio lui che lancia la canzone Fuocoammare. Gli chiedo dove posso trovare quella canzone. Sono curiosa di conoscere il testo. “Il testo non c’è. E’ andato perduto” mi dice Pippo. Come? E non c’è modo di recuperarlo? “Purtroppo, no. Comunque parlava dei bombardamenti del 1943 a Lampedusa.” Capisco. Ma, quindi, quando nel film lanci e dedichi la canzone in radio? “Si sente solo il pezzo strumentale. E’ un pezzo che i musicisti lampedusani suonano da sempre. E che si balla! Mio nonno, Antonino Russo, ha novant’anni ed è uno dei musicisti più anziani dell’isola. Ma nessuno si ricorda le parole. Quella volta, nel ’43, mio nonno stava a Ponente, una zona dell’isola. All’improvviso, da laggiù, ha visto un fuoco proprio nel porto di Lampedusa. A quel tempo non c’era elettricità. Si stava al buio. E quel fuoco illuminava l’isola.” Chi focu a mmari ca c’è stasira. Chi focu a mmari ca c’è stasira. Era la frase che ripetevano i lampedusani quando la nave italiana Maddalena fu bombardata e prese fuoco nel porto. Una frase ripetuta talmente tante volte che alla fine è diventata una canzone popolare. E di cui oggi, dopo 73 anni, sopravvivono solo poche parole. Chi focu a mmari ca c’è stasira.»

Sembra che a Lampedusa il film non l’abbiano ancora visto: l’unico cinema è all’aperto, e bisogna attendere una stagione più mite.