Il Santo fregato dalla storia

GAL_1

Francesco d’Assisi, santo e poeta. E’ il Santo per eccellenza, e il più fregato dalla Storia. La sua figura reale si può provare a ricostruirla solo guardando fra le pieghe dell’agiografia che la Chiesa e lo stesso Ordine francescano -che non doveva, per Francesco, essere un Ordine- gli hanno appioppato addosso. La leggenda e la mistificazione hanno soverchiato e nascosto la realtà come la “cupola bella del Vignola” -che in realtà non è del Vignola- della gelida e mastodontica Santa Maria degli Angeli ha soverchiato e nascosto la piccola e calda Porziuncola, dove Francesco agì e morì. Tommaso da Celano scrisse ben tre biografie di Francesco, una diversa dall’altra a seconda di come tiravano il vento e le convenienze della Chiesa. Per fare chiarezza, Bonaventura da Bagnoregio scrisse l’agiografia definitiva e ordinò la distruzione di tutte le altre. Con quell’agiografia Francesco, alter Christus, perfetto e inimitabile come Cristo, cessò di suscitare inquietudini e il suo caso fu archiviato. Le fonti storiche hanno cominciato a riemergere solo nel tardo Ottocento, e parlano di un santo anomalo, che non voleva essere santo, non voleva fondare un Ordine, che forse non conosceva nemmeno direttamente i Vangeli -Francesco era solo un diacono, quindi un laico, e i laici all’epoca non potevano leggere i Vangeli, solo ascoltare le letture e le prediche- forse fu un uomo colto e forse no, un uomo del Medioevo in ogni caso, non un pacifista, non un ecologista; forse non predicava agli uccelli ma ai criminali; fu un uomo duro che fece una vita dura, animato da un unico scopo febbrile: seguire Gesù Cristo alla lettera. Non fu il fondatore di un Ordine, perché far parte di un Ordine significava per lui ottenere uno status, e lui non voleva uno status, voleva essere povero e incognito come Cristo, e voleva che così fosse chi lo seguiva. Scrisse le prime grandi poesie e prose della letteratura italiana, ma si vergognava del suo amore per la poesia e la letteratura perché non li considerava adeguati a chi voleva vivere solo della Parola di Cristo. (Ma fu amore per la letteratura scritta? Difficile dirlo. All’epoca, la letteratura, specie quella cortese, la si udiva recitata più di quanto non la si leggesse. San Francesco certamente la conosceva, ma non sappiamo se lesse o udì, né se scrisse di suo pugno o dettò, anche perché negli ultimi anni un tracoma lo aveva reso quasi cieco. Fu in ogni caso un uomo colto di una sua particolare cultura: come quei montanari che facevano gare di endecasillabi, o quei paesani che conoscevano la musica classica meglio di un laureato d’oggi perché l’avevano udita dalle bande.)

L’agiografia ha rubato a Francesco anche la giovinezza. Il giovane Francesco “peccatore” non fu forse più peccatore di qualunque altro giovane del suo tempo. A quel tempo, i giovani ricchi saltavano addosso alle contadine, tiravano di spada e ammazzavano in guerra. Questo fu il mondo in cui Francesco fu giovane, e dobbiamo supporre che si comportasse come gli altri. E quando Francesco scrive, nel Testamento, “ero nei peccati”, dice semplicemente, alla maniera medioevale, che faceva una vita da laico. Ebbe tormenti, ebbe fegato, carisma; scelse la vita più dura e lo status più infame del mondo religioso medioevale: quello di laico “penitente”. Se, fra i tanti penitenti del suo tempo, lui è arrivato fino a noi, è per la sua istrionica personalità, per l’intelligenza che lo tenne lontano dalle autoflagellazioni e dalle altre manifestazioni del fanatismo. Il suo unico fanatismo fu di seguire Gesù Cristo alla lettera. Non criticò nessuno, non si oppose mai a nulla: lavorò unicamente su di sé e su chi sceglieva di seguirlo. Fu, diremmo oggi, un comunicatore, capace di usare le tecniche dei giullari e dei cantastorie per parlare sia alla plebe che ai nobili. Tutta qui la sua vita. Santificato, agiografato, Francesco fu poco popolare fino a quando il Romanticismo non se ne appropriò. Assisi fu poco santa fino a quando il fascismo se ne appropriò, e si appropriò del suo illustre cittadino per consacrarlo patrono d’Italia.

Non è senza significato che la sua maggiore biografa italiana è Chiara Frugoni, figlia di quell’Arsenio Frugoni che rinunciò al concetto stesso di “biografia” per scrivere la vita di Arnaldo da Brescia. Medioevalisti eccentrici per il più illustre eccentrico del Medioevo. Ma forse, per conoscere da vicino San Francesco, bisogna leggere il poco che ha scritto -scritto o dettato non importa: la serenità e musicalità dei suoi testi, la bellezza nuda, l’armonia raggiunta sono il risultato, e in arte conta solo il risultato: non importa dunque se l’ha raggiunta per sensibilità d’orecchio o per studio della pagina.

Il Borghetto dei Pescatori

borghetto dei pescatori

(Su Postpopuli del 18 novembre 2015)

Roma è una città a più strati. Dovunque, anche quando meno te l’aspetti, anche in mezzo ai più spaventosi agglomerati di caseggiati moderni, fra palazzi, palazzoni, palazzacci, ti sorprende con forti linee un’architettura antica: è la Storia che fa capolino, la Storia con cui deve fare i conti anche chi non la ama e non sa, e che s’è servita di Roma come di un deposito, una biblioteca d’Alessandria fatta non di libri, ma dell’evidenza fisica delle architetture. Come nella prosa di Gadda, si sedimentano i residui di tutta la cultura italiana e addivengono a una caotica forma di coesione: sicché ti volti da un lato ed è Rinascimento, dall’altro ed è Barocco, dall’altro ancora ed è l’Antichità romana, e poi la Roma popolare, e quella ebraica… è un ribollire armonioso e senza pace: come la prosa di Gadda, che cucina le parole, le deforma, le squaglia, e però nel far questo le venera, trae da esse una gioia ciclopica…

Valetudinaria per secoli, negli ultimi anni Roma ha mostrato solo lo scandalo di se stessa. La cucina mostruosa di Gadda è un bel ricordo. E’ un bel ricordo in confronto allo sporco frutto dell’incuria e della volontà di profittare dell’incuria, al fiorire delle scritte vandaliche, agli autobus, treni e tram scassati come in una città del Centrafrica che costringono i viaggiatori all’avventura e a tunnel della metro che ad attraversarli sembrano le carceri del Regno di Napoli, quelle di cui un emissario inglese disse ch’erano “la negazione di Dio in terra”. Ma lo scandalo di Roma è l’abitudine allo scandalo, la tranquillità con cui ci si convive. La Roma di Gadda era carica della rabbia di Gadda. Quella di oggi è carica solo di disamore. E’ uno scheletro di mammut a cui tutti passano accanto sputando. Nessuno la rivuole bella. A tutti fa comodo torbida, perché nel torbido ognuno si nasconde. Si nascondono i ladri, si nascondono quelli che vengono derubati, ma che sperano di diventare a loro volta ladri, si nascondono quelli che un giorno, al festino, sperano che ci sarà una fetta anche per loro, si nascondono quelli che s’arrabbiano col ladro non perché ha rubato, ma perché è stato più bravo e ha fatto un bottino più grosso. Questo racconta Roma di se stessa. Intenzioni e passioni si azzerano. Ermanno Cavazzoni, vent’anni fa, venne a Roma per lavorare con Fellini. Tornò a casa in Emilia-Romagna, e disse: stando a Roma, viene voglia di non fare un cazzo.

Roma è la portabandiera del disturbo di personalità di cui soffre l’Italia: un Paese ricco, che si trova per puro capriccio geoeconomico nell’Europa occidentale, ma che per cultura è un Paese balcanico o nordafricano, un Paese mediterraneo tradizionale dove le famiglie e i clan non hanno ancora deferito i loro poteri allo Stato, dove il Diritto non l’ha ancora spuntata sulla consuetudine, e dove la società basata sulla divisione dei compiti s’è affermata solo quando si sta davanti a una catena di montaggio, perché quando si sta davanti a un tavolo a prendere decisioni, l’etica che si adotta è quella comunitaria, quella dei piccoli gruppi, delle famiglie rissose e azzeccate ai propri interessi, quella dove tutti cercano di far tutto e ciascuno lancia per sé e per i suoi il suo personalissimo “Si salvi chi può”.

11080367_10152776355476033_6800701211402358730_oC’è un posto però, un porticciolo, che s’è conservato pulito. E’ un antico canale del Tevere, dove ormeggiano le barche dei pescatori. Lo chiamano chi Villaggio dei Pescatori, chi Borghetto dei Pescatori, chi Porticciolo di Ostia. Ma il nome prevalente è Borghetto dei Pescatori. Poco prima che il canale sfoci in mare, c’è una piazzetta con una statua in marmo di San Nicola di Bari, una statua in marmo bianco, e c’è uno slargo con una aiuola, una madonnina, una barca di legno, un bar e un ristorante. E’ un villaggio fatto di casette giallo ocra, in quello stile che andava di moda a fine Ottocento e che arieggiava a un falso Medioevo. Alle spalle della piazzetta ci sono i palazzi orrorosi dell’ultima edilizia intensiva, e una gru da qualche tempo preannuncia che costruiranno altro orrore sul retro della piazza, rovinandone la fisionomia. Ma, per adesso, la piazza è ancora un tuffo fuori dal tempo. Come negli anni Cinquanta, la gente conserva fuori alle porte gli stendini dei panni e i tricicli dei bambini. La piazza è piccola, quasi nascosta: offre la faccia al canale e il fianco al mare, come qualcuno che vuole vedere senza essere visto. La mattina, accade che nella piazza non ci sia nessuno, perché i pescatori sono tutti a mare; e che la statua di San Nicola di Bari, con la mano alzata a benedire e una rete da pesca agganciata alla schiena, le conferisca qualcosa di metafisico, più alla Carrà che alla de Chirico. Riflesso dagli specchi dell’acque e rimbalzato dai muri giallo ocra che ci giocano a rimpiattino, il sole anche d’inverno si srotola come se lì, al Borghetto dei Pescatori, fosse sempre un’Estate di San Martino.

Spesso s’incontra nella piazza un cane solo. “Di chi è?” ho chiesto alla ragazza del bar. “Di tutti”, ha risposto. Il cane è di tutti. Tutto è di tutti. Una sera, un pescatore annaffiava col tubo da giardino le piante alla sua finestra, e poi s’è voltato e ha annaffiato ad una ad una anche le aiuole delle palme. Le ha annaffiate come fossero le sue. Era un pescatore molto vecchio.

Sono andato lì una volta perché dovevo intervistare gli artigiani. Nascosto da una siepe c’era un piccolo cantiere, con delle canoe di legno colorate. Ho fatto al capocantiere qualche domanda su Roma, sul sindaco, su altra varia umanità, ma lui ha risposto: “Non posso parlare di cose che non so. Io costruisco barche di legno. Di queste cose non sono competente, e le direi fesserie se parlassi”.

La gente del borgo ormai mi riconosce. Non parliamo quasi mai, ma mi riconoscono. Anche i gatti mi riconoscono. Riconoscono la mia macchina azzurra quando arriva. Quando apro lo sportello s’avvicinano a prendere il cibo. Sono quattro: io li chiamo Capobanda, Fratellino, Capofitto e Forestico. Il Capobanda è tigrato marrone, ed è quello che miagola per primo. Fratellino sembra il fratello minore del Capobanda. Capofitto lo chiamo così perché è il più giocoso e famelico, e una mattina s’è buttato con tutta la testa nella scatola del cibo. Forestico è il più diffidente. Do da mangiare ai gatti e mi siedo su una panchina a leggere. E’ il mio rito del mattino. La panchina appartiene a una casa, ma i padroni di casa mi lasciano stare. Escono dalla porta, mi vedono seduto sulla panchina del loro muro e mi dicono “Buongiorno”. Se io faccio per levarmi, mi dicono “Stia, stia, quel posto è per tutti”.

Di buon mattino ho visto un signore anziano con una macchina rossa seminare una catena montuosa di croccantini, e i gatti mangiarli avidamente. “Ma sono suoi?”, gli ho chiesto. “Sono di tutti”, ha risposto. “Quando le barche rientrano dalla pesca, i gatti sono già pronti, e i pescatori non gli negano niente”. E i gatti hanno mangiato i croccantini del signore, ma poi sono venuti da me: io gli ho lasciato anche il mio cibo, e loro sono stati contenti.

Mi incuriosisco della storia del posto. Sulla statua di San Nicola è scritto “Donata nel 1931”. Quando è stato costruito il Borghetto? Lo domando a un giovanotto nel bar. E’ un signore sulla quarantina, una brava persona, mi dicono che sia un militare. Ma si vede che è diverso dai pescatori: lui ragiona del valore delle case, parla di amici che vendono e comprano, porta la camicia aperta sulla t-shirt e non quella abbottonata fino al collo dei pescatori. Mi racconta che il Borgo è stato costruito nel 1932, in 57 giorni e 57 notti di lavoro ininterrotto, su ordine di Mussolini. Mussolini si era incagliato col suo motoscafo proprio da quelle parti e i pescatori lo avevano tratto fuori dalla secca. In segno di gratitudine, Mussolini fece costruire il Borghetto e ordinò che venisse da Bari la statua di San Nicola. Sempre in segno di gratitudine, fece aprire il canale, e vi alloggiò il suo motoscafo personale.

Ma chi?, mi domando io, er Buce, er Truce che s’affacciava da palazzo Chiggi? Il Tonitruante che per dire il popolo diceva il poppolo perché con due Pi era più esplosivo? Una storia affascinante, una favola, come le favole dei re generosi che donano un mantello magico. Perché l’avrebbe fatto Mussolini? Per farsi pubblicità? Ma con chi? Coi pescatori del porto?

Il sito del Comune, di questa favola, non porta traccia:

La nascita ufficiale del Borghetto risale al 4 aprile del 1932, proprio in funzione dello sfruttamento dell’adiacente canale, realizzato dai romani nel 356 a.C. per drenare il terreno paludoso circostante e sfruttare al meglio le saline, abbondanti nella zona.

Quindi il canale non è stato aperto dal Duce, ma dai Romani. Su Wikipedia troviamo:

La zona del borghetto, a ridosso del Canale dei Pescatori, tra il Mar Tirreno e la pineta di Castel Fusano, fu dapprima insediata, nel 1890, da pescatori napoletani, ai quali la “Pia Associazione di San Nicola nella Basilica di Bari” donò una statua raffigurante San Nicola di Bari, protettore dei pescatori, scolpita nel marmo di Trani. Successivamente, nel 1931, quando con la costruzione del tratto di lungomare vennero demolite le baracche dei pescatori, questi rischiarono di essere riportati nelle loro zone d’origine, ma la scrittrice Margherita Sarfatti intervenne a loro favore facendo costruire sei case rosse a due piani. Il borghetto fu ufficialmente inaugurato il 4 aprile 1932 e venne costruita una chiesetta dedicata a San Nicola di Bari.

Altro che gratitudine! Il Tonitruante li stava per sfrattare, i pescatori, se non fosse intervenuta la Sarfatti. E’ che in questo ciclopico deposito di memoria storica, accade che la memoria si imbrogli, e che nel passaggio tra i vari strati le informazioni si modifichino e la storia diventi leggenda. Una leggenda che s’alimenta forse anche del “vento di revisioni” che tira nel mondo di fuori, quello al di fuori del Borgo.

"Radiosa sorella della morte" – per "Dimore perdute" di Chiara Romanini

dimore perdute

Il mistero è altra cosa dal segreto. Il segreto è spiegabile, ma la sua spiegazione è nota a pochi: riguarda gli iniziati. Il mistero, invece, non è conosciuto da nessuno: riguarda le cose ultime, e nel momento in cui anche uno solo ne trova la chiave, cessa di essere mistero. La vera arte mescola segreto e mistero. Il segreto è perlopiù la sua tecnica, il mistero ne è la sostanza. L’arte di Chiara Romanini riguarda il mistero, lo lambisce, ci gioca senza azzardarsi mai a interrogarlo. Anzi tiene il più possibile a conservarlo. Lo osserva nelle cose che le si presentano sotto lo sguardo, lo scova, lo restituisce. Sempre intatto. O meglio, trasformato in forma, che è il modo migliore per conservarlo.

Scrive Adam Zagajewski in una poesia intitolata Tardo Beethoven:

“…gioia, gioia selvaggia
della forma, radiosa sorella della morte”.

Questi due versi sono a loro volta un mistero. Il loro significato è evidente, ma è impossibile da parafrasare. È impossibile “dire a parole nostre” la verità che Zagajewski esprime in questo pugno di parole. Il loro mistero, il loro attingere alle cose ultime, è nella forma. Allo stesso modo si presenta l’arte di Chiara Romanini: il suo mistero è tutto nella forma. La composizione dell’immagine, il suo bianconero, le sue sgranature, il suo tocco anticheggiante creano atmosfere entro cui fluttuano visioni. Bambine avvolte in candide vesti, tendoni da circo, clown, donne che indossano maschere di una selvaggia antichità, passi di danza, interni sbrecciati, muri diroccati, termosifoni cadenti; e specchi sporchi che riflettono figure senza mostrarne il volto, finestre che custodiscono il cifrario di un Altrove sigillato, tende che velano volti, sguardi intensissimi che emergono da fondali di essenziale raffinatezza. È tutto un mondo sonnambolico, un rievocare cose perdute che possono essere recuperate solo in parte. Le figure quasi levitano, sfiorano la terra come se stessero per partirne. Le immagini hanno una qualità insieme familiare e inquietante, sembra un guardare oltre la morte, un parlare, a volte, coi morti. Se fosse musica, sarebbe musica di Nino Rota, il “piccolo santo”, il compositore che diceva di parlare con le anime dell’aldilà… Chiara Romanini sembra recuperare queste immagini da una memoria incompleta, al modo in cui si recuperano al risveglio i fotogrammi semiscomparsi del sogno. E c’è una nostalgia bruciante del sogno, sempre associata però alla consapevolezza della sua irrecuperabilità. I contenuti perduti Chiara li chiama dimore. Non importa sapere quali siano, importa che questo termine alluda a cose care, ma anche solenni -non sono case, sono dimore– a cose sacralizzate da una mitologia personale: come il padre di Bruno Schulz, che, sacralizzato dalla mitologia personale dello scrittore, diventa protagonista di misteriosissimi racconti. Le testimonianze di questi sogni, le tracce semicancellate delle dimore perdute, riaffiorano nella quotidianità impure, mescolate ad altri materiali che le sporcano, ed è così che la fotografa le raffigura: nella loro struggente irrecuperabilità. Si ha sempre una sensazione di incompleto, di non detto di fronte a queste fotografie. Ma esse sono sempre anche radiose nella loro ostinata interiorità. Facciamoci caso: nelle immagini di Chiara Romanini il buio è quasi assente: le visioni si presentano alla luce del giorno, o in penombra. Proprio come i frammenti del sogno recuperati durante la veglia. Consapevole e visionaria, l’artista sciorina il cifrario del suo Altrove: un Altrove da cui si proviene e verso cui si tende, e che ricorda il nulla che precede e segue le nostre vite. In questa misteriosa luminosità, Chiara realizza l’evocazione ardente di Zagajewski:

“…gioia, gioia selvaggia
della forma, radiosa sorella della morte”.

(Dimore perdute, mostra fotografica di Chiara Romanini. Roma, 24-27 settembre 2020, via Giulia 87, studio fotografico di Alfredo Matacotta Cordella)

Autori fraterni

gatto cortazar

Ci sono autori di cui percepiamo l’umanità anche se non parlano -o parlano pochissimo- di sé. Cioran, per esempio, riservatissimo fin dentro ai suoi Quaderni. O Georges Brassens, nascosto dietro l’umorismo misterioso delle sue canzoni. Con loro si crea un contatto diverso da quello puramente letterario, ed anche dall’identificazione adolescenziale e pre-letteraria. Sono figure simpatiche e lontane, concrete anche se parlano la lingua astratta della forma. Con loro si stabilisce un vero e proprio rapporto umano.

Anche di Cortázar si percepisce distinto il lato umano. Sospetto che questa percezione di umanità abbia a che fare con il dono di questi autori di maneggiare l’ironia e l’autoironia.

Arte di sorgente

Nella mia terra, l’Abruzzo, c’è una pittrice contadina, Annunziata Scipione. Oramai la conoscono tutti, in Italia: tutti gli intenditori. «Sono nata con la passione di scarabocchiare. Da bambina scarabocchiavo sui vetri, sulla carta, sui muri col carbone, facevo bozzetti di terra. Anche da signorina mi piaceva disegnare, ma poi buttavo i disegni. Non pensavo a una cosa seria. Prima veniva il lavoro in campagna, una donna doveva badare alle pecore, fare la calza. Ma io facevo altro che la calza, cucivo i vestiti, ero brava a fare tutto. Dipingere non era da donne, ma era più forte di me» racconta. «Dipingere mi è sempre piaciuto tantissimo, era una cosa per me. Spesso mangiavo in piedi e intanto riguardavo il quadro che stavo facendo. La pittura mi dà felicità.» Sui soggetti delle sue opere, dice semplicemente: «Ho sempre dipinto i miei ricordi, quello che conosco e ho vissuto, la campagna, i contadini, la vendemmia, le mucche, le pecore».

Non sono un intenditore d’arti figurative: eppure credo che Cristina Sendrea sia una pittrice della stessa razza. Poco sappiamo di lei: il suo nome; il suo anno di nascita; il nome di suo marito, Bogdan Sendrea (dal che deduciamo che Sendrea non è il suo cognome natale); la città in cui vive e lavora, Verolanuova, nel Bresciano (ma quale lavoro farà?); la sua patria d’origine, la Romania. Nel pieghevole d’una sua mostra, ci fa sapere che non ama parlare di se stessa: tiene solo a dirci che l’avvenimento più importante della sua vita è stato incontrare e sposare il suo uomo, e che si considera fortunata perché la pittura le permette di esprimere ciò che ha dentro. Poche parole, di una semplicità disarmante, anzi che potrebbero appartenere a chiunque, che potrebbero perfino allarmare e farci pensare all’ennesima romantica che scambia l’intimismo per arte. Ma a smentire quest’opinione c’è una prova autorevole: quella dei suoi dipinti. Non tutti: non quelli d’imitazione impressionista e cezanniana. Ma quelli da cui promana un urlante dolore, quelli da cui si leva un’urlante tenerezza, quelli da cui emerge una fede spietata e scabra, la fede degli spagnoli, la fede dell’Est; quelli da cui si leva una preghiera sommessa ed aspra. A cosa ci fa pensare quella preghiera? Ci fa pensare al Padre nostro di Janacek. Allo Stabat Mater di Poulenc. Ai Quattro pezzi sacri di Verdi. Ci fa pensare alle ultime parole di Verdi, che non volle al suo funerale “né canti né suoni: basteranno un prete, due candele e una croce”.

Da alcune rispose date di getto sul suo blog, sembra che la ritrosia dell’artista sia motivata anche da difficoltà linguistiche. In quelle risposte, la pittrice si comporta come una bambina, con naturalezza e umiltà: a chi le muove critiche sul blog, chiede consigli su come migliorarlo, e lascia perfino il suo numero di telefono… Ci facciamo l’idea di un’artista bambina, non in senso anagrafico, ma di un’artista che ha il temperamento umano di un bambino.

Non voglio entrare nel merito del valore dei quadri di Sendrea. Altri lo sapranno fare più di me. Ma è difficile non sentirsi scossi da immagini come questa

sendrea1

o questa

sendrea2

o dalla pietà ancestrale di questa madre

sendrea3

o dal terrore selvaggio di questa bambina, che forse ha paura della miseria, forse della povertà, forse dell’abbandono

sendrea4

Purtroppo, le uniche testimonianze su Sendrea le abbiamo sul suo blog. Così la descrive, in home page, il suo maestro Dionigi Canini: “Parlare delle opere di Cristina non e facile,per capirle e apprezzarle bisogna entrare nel suo mondo fatto di cose semplici e tanti sogni. Da padre ferroviere nasce in Romania dove vive un infanzia difficile, riuscendo ad emergere a 16 anni quando studia in una delle scuole superiori più prestigiose della Romania. A 20 anni, quando viene in Italia a trovare per qualche giorno sua sorella maggiore, conosce Bogdan vicino di casa in Romania. Ne diventa la moglie, l’amica, la compagna. Persona dell’anima molto dolce e sottile rincorre quel sogno quella bellezza che l’osservatore attento può trovare ammirando le sue opere…”

L’infanzia difficile lascia profondi solchi nella sua pittura. Potrei anzi dire che da queste pitture balza su il sentimento di un’infanzia infelice, di un’infanzia -forse- abbandonata.

sendrea5Un sentimento dell’infanzia che ricorda quello della celebre canzone di Jacques Brel.

Questa pittura mi affascina. La trovo raffinata e violenta, primordiale, selvaggia, ma anche tenera, “genuina”: le immagini di Cristina Sendrea hanno una concretezza rara. Sendrea è radicata nella vita come una quercia, ma la vita appare ai suoi occhi come una fantasmagoria piena di lati infernali. Ecco ad esempio il terrore di questi volti

sendreea6

sendrea7

sendrea9

e la sofferenza inumana del Cristo che porta la croce

sendrea10

Ma nel reale c’è posto anche per momenti buoni: momenti che leniscono, senza farlo dimenticare, il senso tragico dell’infanzia che permea la produzione di Sendrea.

sendrea12

 

Richieste assurde

libraio

Come sapete, per un certo periodo ho esercitato la professione di libraio. Una delle cose a cui un libraio si abitua subito sono le richieste assurde. Ne avevo avuto qualche sentore già in fiera, nell’esperienza di cui vi ho già parlato, l’estate di qualche anno fa. Una sera si avvicinò una tizia e mi sussurrò con fare cospirativo: -Mi servirebbe un libro sul buddhismo, avete un libro sul buddhismo? Me ne va bene anche uno sulla meditazione, perché vorrei arrivare al buddhismo attraverso la meditazione. Sa, mi serve per la massoneria…

Ma è stato indubbiamente quando ho aperto una libreria mia che mi è pervenuto il maggior numero di richieste assurde. C’è un genere letterario, quello dei libri scritti da librai che raccontano le richieste comiche dei clienti. A questo genere voglio dare anch’io il mio piccolo contributo, perché, per il breve tempo che la libreria L’Orto dei Libri è stata aperta, ho maturato una certa esperienza.

Una delle conversazioni assurde più memorabili, sicuramente la più macabra, è stata questa:

-Che è qua le onoranze funebri?

-No, più giù.

-Ah, scusate. E’ che avevo visto tutti ‘sti libri antichi…

Per la cronaca, io non avevo nessun libro antico.

Questa invece la più sgrammaticata: -Voi siete quella libreria che mi hanno detto che siete talmente gentile che vendete i libri gratis, non è vero?

La più conseguenziale: -Scusate, visto che siete una libreria, cercavo proprio voi, non è che avete le mollette?

Questa non riguarda nello specifico i libri, ma merita di essere inclusa come la più rispettosa della privacy:

-Ho trovato chiuso, è chiuso?

-No, scusi, ero andato in bagno.

-Ah, e che faceva?

La più disinteressata: -Sono un autore. Volevo sapere se voi fate vendita di libri o li fate solo leggere.

La più letterata: -Io sono una gran leggitrice, ho tanti libri a casa, come tutti, e… diciamo la verità: che ci faccio?

La più altruista: -Mi scusi, mi avevano detto di venire qua perché lei poteva aiutarmi. Io ho tanti pacchi di pannoloni di mio marito disabile. Ora non mi servono più, li posso portare a lei e li dà a qualcuno che ne ha bisogno?

La più pratica: -Mi serve un libro da mettere in macchina per scoraggiare i ladri, me ne dà uno da dieci euro?

La più colorita: -Vorrei un libro giallo.

-Poliziesco?

-No, con la copertina gialla.

Ecco, quando queste cose capitavano, io le scrivevo su Facebook e tutti si divertivano un mondo. Molte volte, però, mi sentivo arrabbiato e frustrato: la maggior parte della gente entrava per chiedere cose tipo se con i libri riuscivo a campare o quale era il mio vero lavoro a parte questa passione per i libri. I più che entravano, cercavano di appiopparmi i loro libri usati, e non facevano mistero di considerare il libro un oggetto del tutto inutile. Oppure:

-Buongiorno. Ho visto scritto Libreria e ho pensato di chiedervi un libro di lettura per mio figlio. Solo se ce lo avete usato, tanto so che sono soldi buttati. Di Italo Calvino, Lezioni americane.

Alcuni entravano disorientati, cercando di capire che negozio fosse:

-Ma siete un’enoteca?

-Ma quindi è una libreria? E cosa fate, affittate i libri?

-Ma per caso è questo il bar per cani e gatti?

Il fatto è che tutte queste mattane, per quanto divertenti, rivelano che le persone hanno poca confidenza coi libri, anzi non sanno nemmeno bene come è fatta una libreria e cosa fa. E questo è meno divertente. Anzi, è tristissimo. Quando mi chiedono “Dove è il prezzo?” e, alla risposta “In quarta di copertina” mi guardano come se fossi ET, al che devo specificare “Giri il libro di culo”, beh, viene fuori il ritratto di un popolo molto ignorante, che conferma in pieno le ricerche secondo cui siamo i più ignoranti d’Europa. E con questa nota cupa passo e chiudo.

Due poesie di Rimbaud

arthur_rimbaud

1. Ma Bohème (fantasia)

Me ne andavo, coi pugni nelle tasche sfondate;
Anche il mio paltò diventava ideale;
Andavo sotto il cielo, Musa! ed ero il tuo fedele;
Perbacco! quanti amori splendidi ho sognato!

I miei pantaloni avevano un vasto strappo.
-Puccettino sognante, nella corsa sgranavo
Rime. La mia locanda era l’Orsa Maggiore.
-Nel cielo le mie stelle avevano un leggero

Fru-fru, l’ascoltavo seduto sul ciglio della via,
Le belle sere settembrine in cui la rugiada
M’imperlava la fronte come un vino di vigore;

In cui, poetando fra le ombre favolose,
Tiravo come lire gli elastici alle scarpe
Ferite, e avevo un piede accanto al cuore!

(1870)

Arrivati a “La mia locanda era l’Orsa Maggiore” vien quasi da piangere, e le sere settembrine in cui la rugiada “imperlava la fronte come un vino di vigore” sono fra le immagini più limpide che abbia letto in poesia. C’è il vino, icona di una vita dissoluta, bohemien, e che però è anche il vino greco, il vino dei grandi brindisi di Alceo di Mitilene; e questo vino è un vino “di vigore”: par di vederlo scender giù pel gargarozzo, allegro e impetuoso come l’acqua di torrente. E’ un’immagine baldanzosa ed eroica, che contrasta col cielo azzurrissimo del verso precedente, collo svagato girovagare di questo fanciullo viandante, e introduce nella poesia un clima febbrile, un clima d’infantile sovreccitazione che autorizza la deliziosa sinestesia delle stelle che fanno “fru-fru”. C’è purezza in questa poesia, semplice come il refrain dell’Incantesimo del Venerdì Santo di Wagner, e altrettanto potente. Perfino un’immagine così ingenua da rischiare il fallimento poetico, “La mia locanda era l’Orsa Maggiore”, si carica di forza evocativa perché “calza” perfettamente la natura sognante del ragazzo che scrive.
Come poi questo ragazzo, che s’era identificato negli ideali della Comune, che aveva viaggiato per i continenti avvertendo per primo quel “mal d’Europa” che sarebbe dilagato fra le generazioni successive, come costui si sia potuto trasformare in un trafficante d’armi, forse colpevole perfino dell’assassinio di un operaio, rimane per me un mistero. Per nessuna ragione riesco a perdonare al Rimbaud di Ma Bohème d’essersi trasformato nel Rimbaud degli ultimi anni.

 Rimbaud02

2. Orazione della sera

Vivo seduto, angelo fra le mani di un barbiere,
Impugnando un boccale a scanalature profonde,
Ipogastrio e colletto inarcati, una Gambier
Fra i denti, nell’aria gonfia d’impalpabili veli.

Simili a escrementi caldi in una piccionaia,
Mille Sogni creano in me dolci bruciori: poi
Il mio cuore triste è a volte come alburno
Ove sanguina il cupo giovane oro dei succhi.

Poi, deglutiti con cura i miei sogni, mi volto,
Avendo bevuto ormai trenta o quaranta gotti,
Per allentare, assorto, un bisogno pungente:

Benigno come l’Iddio del cedro e dell’issopo,
Piscio verso gli oscuri cieli, alto e lontano,
Con l’acconsentimento dei grandi eliotropi.

(1871)

Qui è un Rimbaud già più disincantato, ridotto alla “caninità” di un Diogene dalla disillusione seguita al crollo degli ideali. Contempla immoto tutto ciò che ha attorno -e attorno ha solo ciò che la natura gli offre; è avvilito, perso in un mondo di sogni in cui non crede più, ridotto ai suoi bisogni primordiali, a una cosa della natura. Il giovane deluso irride agli ideali (i “grandi eliotropi”) facendoci sopra una pisciata. Il ragazzo che voleva cambiare il mondo pronuncia parole di resa; è diventato “benigno come l’Iddio del cedro e dell’issopo”, elemento fra gli elementi; ma in questa benignità c’è un’amarezza pungente come i suoi succhi gastrici. Gode del suo degrado con una singolare gioia della disperazione. Gli resta solo il suo essere poeta.

 

Chiara Romanini: metamorfosi e identità

78673293_561364134652970_5998693698911600640_n

(Nota critica per la mostra Dimora perduta)

Una lenta, incessante metamorfosi attraversa l’arte di CHIARA ROMANINI, fra le più assertive che quest’epoca ci abbia fatto conoscere. L’arte di Chiara non inizia infatti con un balbettio, con la fotografa che cerca la sua strada e ci fa assistere alla ricerca di una voce e di una luce: no, essa esordisce violentemente, col suo carico di disperazione e di eros, e muove verso una ricerca più formale, più glaciale, più melanconica; ma si muove restando fedele a se stessa, per graduale germinazione degli elementi l’uno dall’altro, per quasi biologica esigenza di rinnovamento. Se il corpo seminudo dell’artista rimane protagonista di molte scene -con una gestualità più drammatica, con un più vivido senso del teatro- l’abito da sposa viene gradatamente abbandonato, fino ad essere mostrato vuoto, appeso, esanime, come accartocciato su se stesso; ed altri personaggi, altre maschere conquistano il centro della scena: maschere di bambine, di donne dal volto rinascimentale, di clown.

Fotografare, anziché se stessa, qualcun altro -e quindi cogliere in certa misura l’altrui mondo interiore- porta nella fotografia di Chiara un tono nuovo: un tono surreale, fiabesco, meno vicino alle arti pure e più al clima di film come La strada di Fellini, Amanti perduti di Carné, Luci della ribalta di Chaplin. Ma si direbbe che queste atmosfere siano colte nel punto di maggiore nudità e violenza. Ecco dunque gli sciabolanti contrasti di luce e le luci algide o acide o trancianti; ecco i chiaroscuri, ecco la presenza ingombrante della tenda da circo che quasi trancia la scena.

Intanto, nel confronto con l’Altro, l’arte della fotografa parmense acquista nuova profondità dialettica: se prima l’Io dominava l’inquadratura, ora esso si scontra col suo limite – il limite naturale costituito dall’Altro. Se prima la soggettività era libera, e proprio per questo s’identificava col Tutto e lo percepiva, in totalità panica, fin dentro gli oggetti inanimati, ora essa stabilisce rapporti di alleanza e opposizione con gli elementi della visione che ritrae, istituisce linee di forza e di demarcazione. Dalla crisi d’identità passa, insomma, all’identità, ma sempre con autorità e convinzione, con la capacità pressoché unica che ha quest’artista di buttare le carte in tavola -senza un solo fronzolo.

“Oltre”–fotografie di Chiara Romanini

oltre

«La mia anima nostalgica dell’oltre,
piena d’orgoglio, s’inombra intanto;
ai miei occhi unti sale un pianto
che ho pure la forza di nascondere.»

Questi versi di Mario de Sá-Carneiro, poeta portoghese amato da CHIARA ROMANINI, indicano la direzione in cui si muove la sua ricerca. Oltre: parola dannunziana che, nell’opera della fotografa, si spoglia d’ogni intento estetizzante e si fa anelito di leggerezza e luce.

Semplificata, schiarita nei toni, con spazi più vuoti e inquadrature meno strette, l’immagine diventa più aerea: da ostensione diventa evocazione. I primi scatti, quasi tutti presi in interni, erano drammatici e scultorei; i più recenti giocano sul rapporto fra il dentro e il fuori dell’inquadratura, sulla suggestione di corpi e oggetti che stanno uscendo di campo -o sono già usciti di campo. Gioca sulle finestre, i cieli, i teli di una serra oltre i quali c’è qualcosa -ma cosa?

Gli interni e gli specchi rimandavano a una dimensione claustrofobica, in cui l’immagine era chiusa in se stessa. I fantasmi, presenze ossessive, erano padroni della scena. Ora i fantasmi non se ne sono andati, ma padrona del campo è l’artista. Essi sguazzano, fluttuano, ma non opprimono. La fotografa pistoiese indossa ormai una pelle nuova. Il vestito abbandonato sulla corda mentre l’eterna sposa esce di scena è l’emblema di questo nuovo corso.

Non sono cessate le inquietudini: Romanini potrebbe ancora dire, con l’amato Sá-Carneiro, “Per me la lontananza è più vicina / del luogo presente”. Potrebbe ancora dire “Io sono stato qualcuno che è passato. / Sarò, ma io non sono più”. Quello ch’è cambiato è il suo rapporto con l’Oltre: inattingibile e immanente prima, attivamente cercato oggi. E se è vero che, come scrive lei stessa, la fotografia le serve a “togliersi le stoffe dall’anima”, è vero allora che l’anima dell’artista si sta schiarendo. Dagli abissi si trova in un limbo, dall’inferno sta entrando in purgatorio. Come direbbe l’amato sa-Carneiro:

«Un poco più di sole – io ero brace,
un poco più di azzurro -io ero oltre.
Per riuscire, mi è mancato un colpo d’ala…
Se io almeno rimanessi al di qua…»

(Le citazioni sono tratte da: Mario de Sá-Carneiro, Quasi, traduzione e cura di Alessandro Ghignoli, Via del Vento edizioni, Pistoia)

Chiara Romanini, “Voci di pietra”


craco-voci-di-pietra-chiara-romanini-min

Si produce una singolare reazione chimica quando l’arte di CHIARA ROMANINI incontra la rocca di Craco. Sembra che quel paese, un tempo roccaforte strategica e ora accumulo di case morte, stia lì per incontrare la trasfigurazione della sua fotografia. La poetica di fantasmi della giovane artista persiste in una luce nuova, non intima e crepuscolare come nei suoi lavori precedenti, non tessuta di buio e penombra: una luce meridiana, d’aria aperta e vasti spazi aridi. In questa luce la figura della sposa dal volto nascosto – marchio ossessivo dello stile della fotografa – affiora come da un passato antichissimo, che solo le pietre conoscono. Una figura che parla la stessa lingua delle pietre. Tra resti di palazzi e chiese, scale che attendono qualcuno che le salga, scenari sassosi butterati da un’aspra macchia mediterranea, la donna dal volto nascosto, la bambola, l’abito bianco dal gusto retrò emergono come presenze perturbanti ma familiari, come se di questo canto delle case morte fossero visitatori abituali, apparizioni che la materia stessa ha suscitato. Come segni di un simbolismo indecifrabile, che ha lo stesso fascino delle lingue morte. Come il suono delle lingue morte infatti sale dall’inconscio ma è anche evento esterno, fatto oggettivo. In questo mucchio di foto simile a un mucchio di sassi, conglomerati nevrotici ed elementi del paesaggio condividono la stessa sostanza. Chiara Romanini fotografa il substrato mitico della psiche, il cumulo di detriti nei depositi nell’inconscio collettivo. Al contatto con l’aria di Craco, il massimo dell’intimità e il massimo della spersonalizzazione – i due poli del lavoro dell’artista – combaciano per rovente fusione. Voci di pietra è titolo esatto. Definisce l’asprezza e la pietà dell’opera di Romanini, e la potenzialità musicale che nella sua arte visiva – secondo una linea che discende da de Chirico e Savinio – si crea dai rapporti plastici tra le figure. La macchina fotografica scarcera voci mitiche, e pietosamente le riconsegna al silenzio della materia. Nell’antichità, l’ora dei fantasmi non era come per noi la mezzanotte, ma il mezzogiorno. È nella luce meridiana che apparivano le creature ultramondane. Una tradizione che si è conservata in certe culture contadine, se la mitica taranta mordeva nel primo pomeriggio. In questa scheggia di Basilicata, in questa rocca resa disabitata dalle frane, i fantasmi di Chiara Romanini affiorano come, nell’antichità, i demoni di mezzogiorno.