La vita felice di Kiril Kondrashin

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Per secoli la musica in Russia è stata un peccato e ha sentito essa stessa il rimorso di essere musica. Essendo un peccato, ha percorso strade sotterranee e, quando è tornata alla luce, era rimasta in lei la traccia di epoche più antiche, quando Cirillo e Metodio non avevano ancora compiuto quello sterminio culturale che va sotto il nome di “cristianizzazione” e non avevano ancora cambiato la terra di Igor in un monastero senza gioia. Bandita dalla religione e costretta a percorrere strade sotterranee, la musica russa ha preservato, come la terra conserva gli scheletri dei dinosauri, ritmi poderosi, energie selvagge, scariche di sofferenza e forza primordiali. I musicisti russi hanno ereditato un rapporto tormentato con la musica. Per il musicista russo la musica è rimasta un peccato e lui si vive come un peccatore. Kiril Kondrashin è stato un miracolo pagano, un musicista russo senza sensi di colpa.

 

2.

Il Concorso Caikovskij fu bandito da Krushev per mostrare al mondo che la politica culturale sovietica non consisteva solo nell’internare gl’intellettuali dissidenti negli ospedali psichiatrici. Krushev era un bel tipo: appena insediato, nel 1956, fece un bel rapporto sui crimini di Stalin -il cosiddetto Rapporto Krushev- e disse al mondo che con lui sarebbe iniziata una nuova era. La nuova era cominciò con l’invasione dell’Ungheria e l’internamento in Gulag dello scrittore Alexandr Solgenitsin,
Anche i musicisti, sotto Stalin, avevano sofferto. Il caso più famoso è quello di Dmitrij Shostakovich, che esordì negli anni Venti come un compositore esuberante e sarcastico, attratto dalle novità della musica occidentale. Allora l’URSS era una fucina d’avanguardie. Ma poi, è il caso di dirlo, la musica cambiò. Sembra che fu Stalin in persona a scrivere sulla Pravda l’articolo che nel 1934, stroncava Shostakovich, accusandolo di “formalismo” e di essere lontano dalla sensibilità del popolo. Le direttive sovietiche imponevano, perché la musica fosse accessibile al popolo, di non andare oltre lo stile di Rachmaninov. Una beffa, perché Rachmaninov, in quegli anni, era a Beverly Hills a godere il suo patrimonio, per salvare il quale era fuggito dalla sua patria rivoluzionaria. Era il più borghese dei compositori, e la musica romantica è stata una musica borghese. Imponendo di restare entro i limiti stilistici del Romanticismo, le autorità bolsceviche imponevano, di fatto, all’arte di essere borghese e conservatrice.
Per tutto il periodo di Stalin, Shostakovich tenne i capolavori nel cassetto, in attesa di tempi migliori. I tempi migliori sembrarono arrivare con Krushev. Shostakovich tirò fuori molte opere dal cassetto. Ma presto si accorse che le cose non erano cambiate poi troppo. Durante un viaggio in Occidente dovette leggere un discorso contro i compositori non allineati allo stile socialista. Fu ridicolo quel discorso in bocca a lui, che non aveva uno stile socialista. Ridicolo e colpevole perché, fra i nomi che fece, c’erano quelli di suoi amici. Li disconobbe, e da essi fu disconosciuto. E’ facile accusarlo di viltà. Che alternative aveva? L’unica era di non tornare più in Russia. Avrebbe chiesto asilo in America, lo avrebbero accolto. Ma Shostakovich era legato alla Russia da un legame troppo viscerale. Chi non è russo non può capirlo. Anche Dostoevskij aveva bisogno della Russia per scrivere. Fuori si sentiva come un albero che non ha la terra adatta a dare frutti.
Ogni notte Shostakovich si infilava nel letto con la giacca. Sotto il letto aveva una valigia con tutto l’occorrente casomai lo fossero venuti a prendere. Pronto al Gulag come alla morte, sentiva di star vivendo troppo. Quando morì il suo amico Sollertinskij, scrisse alla moglie: “Lui è morto ed io sono vivo”.

 

3.

Ma all’inizio Krushev sembrava davvero una speranza. Il nuovo presidente voleva fare qualcosa di nuovo anche per la musica. E nel 1958 bandì il Concorso Caikovskij, il concorso internazionale dell’arte pianistica. Vennero pianisti da tutto il mondo, ma l’obiettivo era far vedere che i russi erano i migliori. La giuria era preparata a premiare un russo. Non avevano previsto Van Cliburn.
Harvey Lavan Van Cliburn Jr, in arte -e per comodità- Van Cliburn, era un texano alto due metri e timido come un misto di Charlot e Monsieur Hulot. Ma quando si sedeva al pianoforte diventava sicuro come un dio. Il presidente della giuria si trovò a scegliere fra una sconfitta della madre Russia e una figuraccia internazionale. Telefonò a Krushev in persona. Krushev gli chiese: “L’americano è il migliore?” “Sì.” “Allora premiatelo.”
Van Cliburn aveva sbaragliato i concorrenti interpretando il Concerto op. 23 di Caikovskij, il più russo di tutti i concerti, con un’orchestra russa diretta da Kiril Kondrashin.
Kondrashin era uno stregone. Aveva occhi sornioni e lampeggianti. Perfino il suo sorriso era autorevole. Sul podio si muoveva con energia. Sia che impugnasse la bacchetta, sia che dirigesse a mani libere, i suoi gesti erano secchi ma eloquenti. La Patetica di Caikovskij, con lui, non è patetica: è una tomba che l’ascoltatore è costretto a scavarsi, e in cui alla fine si getta. Nemico del sentimentalismo, Kondrashin dirigeva Mahler, ma non cercava in Mahler l’autore di sontuose ballate della disfatta che mandava in visibilio gli ascoltatori occidentali. Cercava in lui lo sperimentatore di suoni. Il Mahler di Kondrashin è fatto di dettagli; ma non ci si perde in quei dettagli, perché i tempi di Kondrashin sono veloci, e non ci permettono di soffermarci. Va dritto al punto con veemenza, e in questo è molto russo. Ma non è cupo.

 

4.

Kiril-Kondrashin-resize-2In quel momentaneo disgelo, forte dell’amicizia con Van Cliburn, Kondrashin si esibì in Occidente, e l’Occidente gli piacque. Piacque anche lui all’Occidente. Tre anni dopo, nel 1961, l’amico Shostakovich gli chiese di eseguire la sua Dodicesima sinfonia. Lo aveva già chiesto al grande vecchio dei direttori russi, Evgenij Mravinskij. Ma Mraviskij, gigantesco sul podio, non lo era anella vita. Mravinskij era amico di Shostakovich, ma in quel periodo Shostakovich era un “nemico del popolo”. Era accaduto così: a metà degli anni Cinquanta, il governo aveva commissionato a Shostakovich “una Nona sinfonia grandiosa come quella di Beethoven” per celebrare il decennale della vittoria in guerra e il sacrificio dei soldati russi. Shostakovich si era presentato con una sinfonia leggera e frizzante, che festeggiava non la vittoria in guerra, ma la pace. Per anni, sui cartelloni dei concerti, il suo nome fu accompagnato dalla dicitura “nemico del popolo”. E anche quando la dicitura fu tolta, le sue sinfonie erano soggetto di censura. Mravinskij, che era un pluridecorato eroe dell’arte sovietica, temette la censura e rifiutò. Il compositore ruppe l’amicizia con lui e affidò la partitura a Kondrashin. Kondrashin si dimostrò un vero amico, e condusse la sinfonia in trionfo sfidando la dittatura. All’apice del successo, acclamato in Occidente come nessun altro direttore russo, Kondrashin poteva permetterselo perché era simpatico e amato. Shostakovich e Mravinskij erano giganteschi, ma non erano simpatici né amati.

 

5.

Quando Shostakovich morì, nel 1975, era malato di delusione e di paura. I nervi spezzati, gli occhiali spessissimi, i movimenti quasi spasmodici per l’avanzare di una rara forma di polio. Gli ultimi filmati ce lo mostrano così. Mstislav Rostropovich ha detto che la musica di Shostakovich esprime la forza dell’animo russo. Ma quel compositore titanico era un uomo infranto. Scriveva lettere agli amici, e le scriveva in codice. Prokof’ev, il suo rivale, quello che secondo Rostropovich aveva espresso “l’interminabilità degli stati d’animo russi”, aveva visto l’ex moglie deportata e le sue composizioni censurate. Aveva tenuto nel cassetto la sua opera più sconvolgente, L’angelo di fuoco, che fu eseguita postuma, ed era morto lo stesso giorno di Stalin, per cui le cronache gli avevano dedicato poche righe. Quando gli avevano detto che il finale della sua Settima sinfonia era troppo amaro e andava cambiato, Prokof’ev aveva risposto: “Ormai non me ne importa nulla”. Le prime biografie omisero quell’ormai, trasformando una dichiarazione di resa in una dichiarazione di sfida. Prokof’ev era morto insieme a Stalin. Shostakovich aveva continuato a vivere sotto Krushev e Breznev. Ma anche lui avrebbe potuto dire “Ormai non me ne importa nulla”. Alla morte della madre amatissima, aveva distrutto tutte le sue lettere, come per dire che ormai era morto anche lui. La sua ultima sinfonia, la Quindicesima, l’aveva composta su pochi pentagrammi perché la polio gli rendeva faticoso scrivere. E’ per questo che la sinfonia suona così essenziale.
Alla morte di Shostakovich, molti suoi amici decisero che non volevano fare la sua fine. Rostropovich espatriò e aiutò dall’estero gl’intellettuali dissidenti. Kondrashin, durante una tournée, chiese asilo politico all’Olanda. Era il 1978.

 

6.

Kondrashin era un artista decorato. Le autorità sovietiche diedero ordine di ritirare dal commercio i suoi dischi. I nastri originali delle sue registrazioni vennero distrutti. Suo figlio, che era ingegnere del suono, riuscì a salvarne alcuni. Ma la famiglia non lo seguì all’estero. Moglie e figli rimasero in Russia, e Kondrashin restò solo. Fu un forte dolore. Ma Kondrashin fu più forte. Fascinoso com’era, trovò presto una nuova compagna, la musicologa Nolda Broekstra.
Acclamato, risposato, registrato e ripreso dalle televisioni, Kondrashin affascinava tutto il mondo libero, come si diceva, da Amsterdam a Tokyo. Ma la sua avventura si fermò dopo tre anni. Un infarto, e Kondrashin non c’era più. A 67 anni non c’era più. Era il 3 luglio del 1981.
Cosa aveva Kondrashin di speciale? Era intelligente. Non tutti i geni lo sono. E se lo sono, tendono a nasconderlo. Le ore di studio, i ragionamenti, li tengono per sé. Mostrano il risultato come se fossero nati con quel risultato addosso. Non rivelano il loro segreto. Kondrashin si divertiva a spiegarlo, aveva la gioia, l’ironia, il carisma di un grande affabulatore, ed ogni sua performance era il romanzo di come lui aveva trovato la chiave della musica. Naturalmente, non la trovava sempre. Ma vederlo dirigere è come vedere un matematico estrarre, anziché radici cubiche, radici di suoni. Aveva grinta, fantasia, precisione. La morte dovette portarselo via in fretta, per evitare che vincesse anche su di lei.

 

Christjampoller

Canne galleggianti

1

Fino al ’35 la mia famiglia abitava in collina. Quell’anno ci trasferimmo al mare. La nostra casa dava proprio sulla spiaggia: appena uscivi dalla porta, ti ritrovavi il mare a pochi metri, dopo una pinetina. Nelle mie estati ho passato mille pomeriggi guardando il mare apparire dietro ai pini. E poi, quando la stagione finiva, io mi mettevo sui tetti a guardare l’arrivo di settembre. C’era un cielo azzurrissimo: all’orizzonte, verso mezzogiorno, mare e cielo tra un po’ si confondevano. E quando il sole splendeva, nel ricordo rimaneva sull’orizzonte un po’ di rosso.

La spiaggia si liberava: finalmente con i miei amici si poteva giocare a pallone. Qualche volta venivano gli amici di mio padre e facevamo grandi contro piccoli. Alcuni dei “grandi” non sapevano perdere: ci volevano dieci minuti per convincere Bruno che il rigore era nostro.

Ma quando poi finiva la partita e tutti quanti andavano via, bestemmiando a destra e a manca, io mi fermavo, sudato, sulla sabbia, o su una sdraio abbandonata, a rimirare il mare che iniziava ad incresparsi. Rimanevano pochi ombrelloni: la sera era sempre più vicina, solo il bagnino passava a smontare le cose…

D’inverno c’era un’umidità nella mia casa! A quei tempi non c’era mica il riscaldamento: usavamo coperte a volontà! A volontà poi per modo di dire, perché i soldi non erano tanti. E mi ricordo il risciacquo del mare, l’odore, prima di prender sonno, della salsedine. Un’onda. Dormi. Un colpo di vento: dormi. E poi crollavi in un sonno benedetto, abbandonando le fatiche della giornata con la stessa dolcezza di uno ch’è lietamente stanco, dopo aver fatto l’amore. Io avevo un sonno profondo e pesantissimo. L’orologio della torre batteva dodici botte. E poi non sentivo più nulla.

Mio padre era intransigente sugli orari. Una volta, rimasi fuori con gli amici fino a mezzanotte. Al ritorno mandai in avanscoperta mio fratello; e, quando lui aprì la porta, si ritrovò di fronte nostro padre in canottiera e mutandoni, con una faccia che non l’avrei augurata a nessuno.

Ad ogni modo, si andava a dormire. Ricordo ancora qualche sogno ricorrente. C’era una nave che partiva. E sulla nave io, di nascosto, venivo da una segreta piena d’ombra verso una stanza con un caminetto. E rimanevo lì, furtivo, appiattito per terra, a guardare. Forse arrivava uno ad attizzare il fuoco, non ricordo. Ricordo bene solo l’azzurro che inondava tutta la visione. Così si dormiva allora, cullati dal rollìo delle onde. Se di giorno avevi fatto il bagno, alla sera sentivi il beccheggiare nel letto…

E, sebbene fossi ancora così giovane, mi prese nostalgia del mio paese. Guardavo in alto, verso le colline, ma non lo trovavo. Finché, un pomeriggio, due muratori mi dissero: “E’ là”. E m’indicarono un posto che a me pareva non c’entrasse niente. Ma dissero che era il lato ovest, o qualcosa del genere, ed io me la bevvi tutta. Ci misi anni per capire che m’avevano preso in giro.

Quando venni in città era estate. I miei genitori gestivano un albergo, e abitavamo in una casetta accanto. Chi guardava da fuori vedeva l’albergo con a lato una specie di capanno: era lì che abitavamo. Mio fratello Riccardo studiava musica e passava quasi tutto l’anno a Roma. Quando ad agosto tornava a casa, s’annoiava. L’unico amico che aveva ancora a Silvi era un altro studente di musica. Si chiamava Vincenzo, ed era molto povero. Studiava con la porta aperta, finché c’era la luce del giorno, perché in casa non aveva la corrente.

Spesso uscivo con lui e mio fratello. Passeggiavo con loro, e li ascoltavo discutere di musica. Una volta, l’anno dopo il mio arrivo in città, mio fratello portò a Vincenzo un giornale. C’era una notizia sconvolgente: era morto Ottorino Respighi.

Alle volte Vincenzo veniva col cuginetto, figlio d’una zia a cui era molto legato. Era un bambino timido, magrissimo. Si chiamava Federico Christjampoller. Impiegai tempo a imparare il suo cognome.

Mio fratello e Vincenzo avevano un anno più di me, e avevano paura che li mandassero in Etiopia. Per fortuna la guerra finì prima che raggiungessero l’età. A quell’epoca, nessuno di noi era interessato al fascismo. La politica era roba da grandi. La lasciavamo ai professori, alla gente seria, a quelli che insegnavano il latino. Mussolini c’era, ci faceva fare la ginnastica, ci faceva girare in divisa -il sogno di tutti i ragazzi- il sabato non ci faceva andare a scuola, e se facevi finta di star male era una cuccagna. Ci riempiva di complimenti perché eravamo la gioventù d’Italia, i Balilla, e quando nascevamo i nostri genitori ricevevano un po’ di soldini, così eravamo sicuri che fossero contenti di averci al mondo. Il padre di un mio amico, che aveva l’abitudine di alzare le mani, aveva tirato uno schiaffo per strada al suo bambino e per questo era finito in galera. Ben gli stava! Mussolini aveva ragione. L’unico errore del Duce, secondo Riccardo, era di aver mandato via il maestro Toscanini. Quest’opinione era condivisa, con mio grande stupore, dal piccolo Federico. Che ne sapeva lui, a dieci anni, del maestro Toscanini?

Incombeva la guerra. Papà l’altra guerra l’aveva fatta, e diceva cose diverse da quelle che venivano raccontate nei comizi. Ma molti ragazzi più grandi non la pensavano così: dicevano che, grazie alla guerra, sarebbero diventati uomini. Una volta, Federico giocava allo schiaffo del soldato. Stava sotto lui. Uno di questi ragazzi gli ammollò un ceffone, che si sentì la botta da lontano. Non era la prima volta che lo faceva. Io e Vincenzo muovemmo verso di lui per fargli una cazziata. Ma Federico, tutto rosso, prese in mano un mattone e lo scagliò con tutte le sue forze contro il bullo. Ci mancò poco che lo colpisse in testa. Per fortuna, nella rabbia, non aveva mirato. Lungo la strada, ancora tutto rosso, Federico si vantava del suo gesto. Noi ridevamo, ma gli dicemmo di non farlo più.

Arrivammo fin sotto la sua casa. Dalla finestra si sentivano un grammofono che suonava Di quella pira e la voce di un tale che ci cantava sopra a squarciagola. Alcune donne per strada inveivano contro “il barbiere”. Riccardo pensò che non distinguessero tra Il barbiere di Siviglia e Il trovatore. Ma Vincenzo, ridendo, gli disse che non era così. –Zio, spegni sto coso che sono le tre del pomeriggio!

-Papà, papà, le donne strillano! – esclamò Federico salendo le scale. Sua madre ci aprì la porta e all’ingresso trovammo un uomo che dimostrava sui trentacinque anni e che cantava a gran voce, davanti al grammofono. Sua moglie, con la mano sulla fronte, sembrava implorarss il Padreterno.

-Papà, papà, le donne strillano!

L’uomo gridò: -Cosa? – e fermò la musica. Fu così che conobbi Christjampoller.

2.

La madre di Federico, la signora Letizia, ci offrì dei dolcetti, poi andammo via. Vincenzo disse che suo zio era un barbiere, che suonava il clarinetto nella banda, e adorava il maestro Toscanini. Così era spiegata la cultura musicale del piccolo Federico.

Era già l’inizio di settembre. Sulla strada di casa restai colpito da un sole giallo densissimo che filtrava tra i rami degli alberi. Si sentivano cani abbaiare.

Era passato un anno dal mio arrivo in città. Quell’estate ero stato sempre male. Quando compii sedici anni, il 14 agosto del ‘36, il mio amico Giuseppe mi mandò un biglietto d’auguri: “Quando c’è la salute c’è tutto.” In ritardo scoprii che avevo avuto la mononucleosi. Allora la conoscevano come la malattia del bacio. Quesa definizione scatenò la furia di mia madre, che voleva sapere chi avessi baciato, e tutti i giorni pregava per la remissione dei miei peccati.

Il primo giorno che uscii dopo la malattia, vidi delle more su una rete arrugginita e le mangiai. C’era il cielo più azzurro ch’io abbia mai visto, e nuvole bianche, gonfie, densissime, che sembrava di poterle toccare. Quell’anno, era il ’36, mancò l’acqua per tutta l’estate. Mio padre, con la pensione, non sapeva che pesci pigliare. Scrisse un cartello: “Si avverte ai signori bagnanti che l’acqua corrente non c’è. Andate al mare.” Era furioso. Andò a parlare col podestà dicendo che così gli facevano perdere clienti. Il podestà rispose che li perdeva per via del cartello.

Passava il tempo e l’acqua non tornava. Mio padre era una belva e se la prendeva con me perché ero stato male e non l’avevo aiutato alla pensione. Mamma mi difendeva, ma era sempre arrabbiata per via del bacio. Una volta che mio padre gridava, io gli risposi male. Cacciò la cinta e me le diede così forte che per un periodo restarono i segni. Andava in giro per casa e bestemmiava. Mia madre si faceva il segno della croce tutto il giorno. A fine agosto Riccardo ripartì per Roma.

Il pomeriggio del primo giorno di scuola, che allora cadeva il primo ottobre, io e Giuseppe andammo soli al mare, per fare due tiri al pallone. Non c’era nessuno: la sabbia era tutta bagnata, il mare agitato, tirava vento ed era tutto annuvolato.

L’inverno fu simile a tanti altri inverni: i compiti, il freddo, il sabato fascista. Quando avevo tempo lo passavo al bar. Non frequentavo né la parrocchia né l’Opera Nazionale Balilla. Ero un ragazzo solitario.

Il giorno di Santa Lucia, al mio paese, veniva la banda. La mattina passava per le strade e le svegliava. Poi a pranzo suonava nella piazza. Di pomeriggio accompagnava la processione. E a sera, davanti a una porchetta e a un boccale di vino, il paese si riuniva per sentire la Traviata, la Norma o la Lucia.

A mezzogiorno, in piazza Garibaldi, mentre suonavano I pini di Roma (del maestro Respighi che era da poco scomparso) riconobbi il signor Christjampoller, col suo clarinetto. Anche lui mi guardò, mi fece cenno. Quando smontarono, si fece avanti e disse: -Tu sei amico di Vincenzo, vero?

-Sì. Buongiorno.

-Ciao. Qual è il tuo nome?

-Fausto.

-Fausto. Io sono il padre di Federico, ti ricordi?

-Sì.

-Quello che cantava… lì…

-Sì, sì, mi ricordo.

-Tuo fratello non c’è?

-No, è tornato a Roma.

-Che fa a Roma?

-Studia musica… al Santa Cecilia.

Gli occhi di Christjampoller s’illuminarono.

-Ah, studia musica. Bravo.

Ci fu un attimo di silenzio.

-Beh, adesso ti devo lasciare. Ci vediamo.

3

Giovanni Christjampoller era nato nel 1898. Suo nonno era un ebreo austriaco, della Galizia orientale. I suoi genitori, Walter e Maria Teresa, erano socialisti. Questo gli procurò guai fin dal principio. Una volta, a scuola, la direttrice lo apostrofò gridandogli: “Tu, figlio di sovversivi!”

Christjampoller ricordava che quella donna era “una fanatica: quando faceva i discorsi patriottici si metteva a piangere.” Non tollerò che si offendessero i suoi genitori e rispose in un modo che gli procurò la sospensione.

Il padre di Christjampoller aveva studiato in seminario prima di diventare socialista, ed era, per l’epoca, un uomo colto. A tredici anni il figlio faceva l’apprendista di un barbiere, e con un po’ di soldi messi da parte i genitori gli comprarono un clarinetto. Fin da piccolo amava la musica. Quando aveva sentito la banda per la prima volta era come impazzito. Per lui non c’era nulla di più divino dell’organizzazione dei suoni.

Christjampoller viaggiava con la banda. Una volta arrivò fino a Napoli per suonare l’Incompiuta di Schubert. Durante la pausa, si avvicinò un tale e gli disse: “Signor maestro, la sinfonia è bella, ma accà ci vuole un po’ di musica nostrana… per esempio ‘A ronna è mobbile.”

Fu la madre a impedire a Christjampoller di dedicarsi alla musica: ricevette un invito dalla Banda dell’Aeronautica di Roma, ma la madre disse che no, di trasferirsi non se ne parlava. Poi scoppiò la guerra. Un giorno, sull’Avanti!, il compagno Mussolini scrisse che aveva cambiato parere e che ora appoggiava l’intervento. I signori Walter e Maria Teresa, ch’erano socialisti pacifisti, capirono che non c’era più nulla da fare. Alla fine la guerra li avrebbe contati fra le vittime: nel ’18 presero la spagnola.

Christjampoller fu arruolato nel ’16, e partì senza entusiasmo. C’eran di quelli che amavano fare i patrioti, ma per lo più si trattava di gradassi, che poi erano i primi a scappare. Altri facevano sul serio. Ma i più partivano pieni di rancore. Quella guerra non era la loro, l’Italia non l’avevano manco voluta! Dopo un anno nelle trincee non se ne poteva più. Si stava tutti ammucchiati, nient’altro. Le uniche varianti in questa vita erano quando si finiva sotto il fuoco. A Christjampoller toccò di andare a recuperare i feriti sotto il tiro delle mitragliatrici. I soldati non si riuscivano a capire perché ognuno parlava il suo dialetto; e qualche volta, se si sentivano voci, si aspettava col cuore in gola di vedere le divise per capire se erano amici o nemici.

Verso la fine del ’17 circolarono notizie strane: era successo un fatto grosso. Un compagno d’armi di Christjampoller rischiò la fucilazione per aver scritto alla fidanzata: “Si dice che i russi faranno la pace.”

Tutto il resto era tempo d’attesa. Ci fu un periodo buono nell’inverno del ’16: tutto il reparto fu trasferito in un paesino di montagna, dove più tardi festeggiarono il Natale. Christjampoller ricordava una donna che sembrava la sua direttrice, che tenne un gran discorso patriottico. A un certo punto gridò: -Guardate! Guardate questi eroi!- e additò con enfasi una massa di mutilati. Christjampoller rischiò di rimanere mutilato lui stesso, perché un giorno si perse con un compagno mentre facevano rifornimento, e si trovarono presi dai tedeschi. In un granaio, il barbiere aspettava la sua condanna a morte quando entrò un tizio tutto scalmanato, gridò qualcosa in tedesco e dopodiché ci fu un botto della Madonna. Christjampoller stette per perdere una gamba.

Dopo la guerra non c’era più nulla. I suoi genitori erano morti. Ma non si sentiva la pace. Sembrava che la gente cercasse di dar battaglia per strada. Il mondo era tutto sottosopra. Anche Christjampoller credette nella rivoluzione e nel compagno Lenin. Poi successe qualcosa: l’occupazione delle fabbriche non funzionò, il partito si divise a Livorno e il compagno Gramsci scrisse che il proletariato italiano doveva chiedersi se non dovesse imputare a se stesso la colpa del fallimento. I lavoratori si sentivano abbandonati: tutta la dirigenza del partito sembrava aver perso fiducia in loro. I capi, da agitatori, sembravano trasformati in conservatori.

Christjampoller sfilava il primo maggio, con il suo abito da festa, in silenzio, come usava allora. Ma quando arrivò la rivoluzione, fu una rivoluzione diversa. “Allarmi, siam fascisti / e morte ai comunisti…” Ma qualcosa, dal fondo della disperazione, intervenne a salvarlo. Prima il suono di un clarinetto, poi l’amore di Maria Letizia, che sposò nel ’23.

La vita di Christjampoller, fra il ’23 e il ’37, poteva chiamarsi felice. Per lui e per tutti, la cosa importante era poter tornare a respirare aria serena. Al punto in cui erano arrivati, non importava più che la tranquillità venisse da Trockij o da Mussolini. Anche Christjampoller s’indignò per il delitto Matteotti. Ma dopo un po’ se lo scordò. Solo quando qualcuno gli pareva un fascista troppo sperticato, commentava: “Quel Mussolini non ce l’ha manco lui l’aureola in testa. Lo ha fatto ammazzare lui a Matteotti”.

Quello che lo mandò su tutte le furie fu il fatto che Toscanini venisse schiaffeggiato dai fascisti. Era il ‘31: il celebre direttore, a Bologna, s’era rifiutato di eseguire Giovinezza ed era stato schiaffeggiato, con gran soddisfazione di Mussolini che scrisse: “Finalmente haanno dato una bella lezione a questi musicisti cafoni!”.

Christjampoller scrisse al Duce una lettera anonima ch’è ancora conservata negli archivi fascisti.

Domando se nell’anno IX dell’Era Fascista sia permesso ad un Pinco Pallino qualsiasi di schiaffeggiare il Maestro Toscanini, reo di non aver voluto suonare Giovinezza in una celebrazione in cui questo inno, pur tanto caro agli italiani, c’entrava come i cavoli a merenda. In questo periodo di capovolgimento dei valori morali ci si può aspettare di veder schiaffeggiato domani anche Marconi perché non radiotrasmette qualche discorso sonnifero di qualche gerarca in diciottesimo…

Firmato: Un Fascista (che, a costo di essere chiamato vigliacco, non firma perché non vuole finire al confino, il che oggi è molto facile anche se si ha perfettamente ragione)

Per fortuna aveva avuto l’accortezza di spedire il suo messaggio da Pescara, in modo che non potessero rintracciarlo. Una volta spedito, ebbe paura non tanto per sé, quanto per Letizia e i bambini. In fondo, non era così impossibile trovarlo: chi altri, in tutto l’Abruzzo, portava una simile devozione al Toscanini?

Christjampoller aveva avuto due figli: Luisa, nel ’21, e Federico, nel ’25. Letizia lo adorava; mezzo paese andava a farsi i capelli al suo salone, e ne usciva con tutta l’allegria che sapeva infondere quell’uomo gentile e canterino.

Il migliore amico di Christjampoller era il generale Vernamonte: un tipo alto, smilzo, pacato quanto Christjampoller era piccolo e impulsivo. Leggeva libri e gli piaceva esprimersi in modo ricercato. Una volta entrò in un caffè di Pineto dove il tenente D’Ostilio stava giocando a briscola. Stava perdendo, ed era alla mano decisiva. E proprio mentr’era il suo turno, entrò il generale dicendo: “Stamattina mi sono svegliato a cavallo di un tuono”. Il tenente era un tipo sanguigno. L’ingresso del collega lo confuse e gettò la carta sbagliata. In un attimo si riprese, lanciò un urlo, poi afferrò un calendario a due mani e cominciò a bestemmiare tutti i santi che vi leggeva, ad uno ad uno.

L’altro grande amico di Christjampoller era il professor Barlaham, un tipo alto, bruno, ben piazzato, un po’ burbero, che insegnava italiano alle medie. Poi c’erano la prima tromba Annibale Grandi, l’oboista Simone Graziosi, il flautista Giovanni Marchigiani e il basso tuba Eustachio Magnini, che suonavano in banda con lui. Era molto amico di tutti e quattro, e divenne intimo del basso tuba, “lu trumbone d’accumpagnamente”, come si dice in Abruzzo. Di lui diceva: “Non suona per piacere, suona per spirito di corpo. A lui non toccano belle melodie, né pezzi di bravura… Si fa il trombone d’accompagnamento per amore della banda”.

4

A marzo del ’37 successe qualcosa che cambiò di botto la vita di Christjampoller. Federico aveva deciso che, per l’arrivo della primavera, si sarebbe tagliato i capelli. E così, la mattina del 21 marzo, si sedette nel salone del padre. Christjampoller iniziò a tagliare, ma a un certo punto arrivò un tale dall’aria illustre, alto, ben vestito. Il barbiere disse al figlio che avrebbe finito nel pomeriggio e si precipitò ad accogliere il cliente. Federico dovette andare a scuola con mezza testa tagliata e mezza no.

Christjampoler mise un disco di Toscanini che eseguiva la Settima sinfonia di Beethoven. Gliel’aveva procurato un amico di ritorno dall’America, il fu Baldassarre. Christjampoller si mise ad elogiare Toscanini e la qualità delle incisioni americane, aggiungendo: -Peccato che il Maestro l’abbiano mandato via. Ma è la politica che ha le sue esigenze.

Subito dopo, temendo d’essersi tradito, sentenziò: -L’arte è al di sopra di tutto: lo dice anche il Duce.

-Il Duce?

-Sì, l’ha detto il Duce da Palazzo Venezia: la politica deve diventare un’arte, perché l’arte è la cosa più importante.

Christjampoller, quel giorno, tornò a casa con l’idea d’aver commesso uno sbaglio.

Quella sera fu chiamato dal prefetto. Uscì di casa, dopo aver avvertito Letizia di stare in guardia. Si mise il pastrano, perché era una sera fredda, e scese in strada. Tirava vento, non c’era nessuno. Christjampoller fu colpito in faccia da un foglio di giornale. Gli parve un cattivo presagio. Sentì anche una madre che cantava, il cuore gli si addolcì. Ma non bastò a smagare la paura.

A metà strada si mise a piovere. Affrettò il passo. Non aveva niente per coprirsi. Pensò che, forse, avrebbe potuto dire ch’era rimasto bloccato dalla pioggia e tornare un altro giorno, dopo aver studiato il discorso da fare. Ma si disse che sarebbe stato peggio. Arrivò in prefettura in orario. C’era un lungo corridoio. Lui era tutto bagnato. L’acqua cadeva sul tappeto, e lui temette che potessero incolparlo anche di quello. Disse ad un tale: “Sono Christjampoller”.L’uomo gli indicò una porta. Lui s’avviò.

Una voce gentilissima gli disse: “Venite, signor Christjampoller, accomodatevi.” E un uomo robusto gli venne incontro, sorridendo, per stringergli la mano. Christjampoller si preoccupò. Si sedette.

C’erano tre uomini in piedi di fronte a lui. Ma due soli parlavano. L’altro restava muto a lasciar intendere che era una cosa molto grave.

-Christjampoller, voi siete un buon artista.

-Grazie.

-E avete giustamente riferito le parole del Duce sull’importanza dell’arte.

-Sì.

-Il problema è: se uno come il Duce, che, come voi, conosce l’importanza dell’arte, prende provvedimenti contro un artista, non avrà le sue buone ragioni?

-Difatti, come ho tenuto a sottolineare, esistono ragioni della politica, che io non discuto, e che non sono necessariamente le stesse dell’arte. Non si può avere tutto nella vita. Bisogna scegliere. Il nostro Duce, molto giustamente, ha scelto.

-E voi chi scegliete, tra il Duce e Toscanini?

-Ma certamente il Duce. Esprimevo solo il mio dolore per la perdita di un artista che avrebbe potuto dar lustro alla patria.

-Ma il maestro Toscanini ha scelto liberamente di non dar lustro alla sua patria. Nessuno l’ha obbligato.

-Anche i grandi sbagliano. Toscanini, come il Duce, ha fatto una scelta. Purtroppo, non la migliore.

-Però voi la vostra scelta non l’avete fatta, perché siete fedele al Duce, ma anche a Toscanini. Non si può avere tutto nella vita.

-Chiedo scusa: si tratta di un regalo di un amico, che tornò dagli Stati Uniti, ignorando gli avvenimenti italiani, per morire poco dopo il suo ritorno. Non potevo disprezzare il dono di un amico.

-Voi siete molto intelligente, Christjampoller.

-Vi ringrazio.

-Cercate di mettere la vostra intelligenza al servizio di una giusta causa. La musica è una causa più nobile del maestro Toscanini. Quando il maestro sarà morto e i suoi dischi saranno così rovinati da non potersi più sentire, resteranno all’umanità le musiche di Verdi, non le sue esecuzioni. Gli esecutori vanno e vengono. Gli autori restano. Il nostro Duce, a suo modo, è un autore. Lui resterà.

-Certo.

-Bevete con noi, signor Christjampoller.

-Ma come? Per così poco?

-Christjampoller, io vi chiedevo di bere del vino alla salute del Duce. Se questa è la vostra risposta, vi daremo da bere dell’altro.

Una settimana dopo, mentre Christjampoller riapriva il suo salone, si ripresentò il signore elegante che aveva fatto la soffiata. Ma ora non era più così distinto. Iniziò a provocare Christjampoller chiedendogli se gli era servita la lezione, se aveva ancora il disco di Toscanini, se ancora gli piaceva così tanto, se aveva dato una ripassata ai discorsi del Duce. Christjampoller non rispose.

-Avete mai pensato – continuò l’uomo entrando nel salone – che non solo i clienti più fedeli al partito potrebbero diventare infedeli al vostro negozio, ma che perfino la signora vostra moglie potrebbe alla fine preferire un fascista che le darebbe una vita più agiata…

Christjampoller non ci vide più. Come anni prima non aveva tollerato l’offesa ai genitori, ora non tollerò quella a sua moglie. Gli scattava dentro un meccanismo per cui portava pazienza finché offendevano lui, ma quando gli toccavano i suoi cari diventava una bestia. –Andate a quel paese voi e tutta la banda di delinquenti che vi protegge! Qua dentro non c’entrate più manco se v’accompagna non il Duce, ma il Papa in persona!

Tornò a casa e raccontò tutto a Letizia, aspettandosi di venire rimproverato. Letizia l’abbracciò.

E una domenica, io ero andato a comprare il giornale per mio padre, passai davanti alla bottega di Christjampoller e trovai tutto sfasciato. C’erano dentro lui, Letizia, Luisa e Federico. Tutti avevano facce sconvolte, Letizia piangeva. Corsi a casa ad avvertire i miei. Poco dopo eravamo tutti lì. Portai Federico a fare un giro. Venne anche Vincenzo, scuro in volto. Era una bella domenica, piena di sole. Quando tornammo a casa, sentii mio padre rantolare: “Fascisti di merda!”

In quei giorni i Christjampoller seppero chi erano i loro amici. Molti non li andarono a trovare. Noi sempre. Federico soffriva moltissimo. Già si vergognava con gli amici che lo prendevano in giro per i suoi occhiali (“quattrocchi, quattrocchi”). Ora soffriva per la sua povertà. Per gli sguardi cattivi, il disprezzo della gente per un gesto del padre che lui manco poteva comprendere. Sapeva solo che suo padre aveva ragione. Quando era in compagnia non sapeva di che cosa parlare. Provava allora a parlare di scuola, e tutti lo zittivano.

Christjampoller decise di partire. Sarebbe andato in Argentina, come il padre di Letizia. –Però tu torna- gli disse la moglie, che suo padre dopo la partenza non lo aveva visto più.

Riccardo tornò apposta da Roma. Accompagnammo Christjampoller alla nave. Era una splendida mattina d’aprile. Pareva un’offesa che fosse così splendida. I passeggeri salivano. Si sentiva il rumore della sirena. Il mare era azzurrissimo. Il molo di Pescara una lunga striscia bianca, attraversata dai pescatori… I trabocchi abbassavano le loro reti.

-Questo Mussolini va fermato – disse Christjampoller. -E se diventassimo come la Germania?

-In questo caso, tu saresti al sicuro laggiù – rispose mio padre.

-Io sì, ma loro? – ed indicò accorato la sua famiglia.

-Appena vedete che tira aria cattiva per gli ebrei, venite da me. Baldassarre, dall’America, mi disse che all’estero non avevano mandato giù né l’Etiopia né la Spagna. Se quel buffone diventa amico di Hitler finiamo nella merda!

-Non ci pensare… pensa a guadagnare e a tornare presto – disse Letizia.

-E a voi chi ci pensa?

-Non ti scordare il clarinetto.

-Se mi scordo pure quello mi si spacca il cervello.

-Scrivi.

-Tanto è tutta posta intercettata.

-Scrivi lo stesso. Se in America incontri Toscanini fagli i complimenti anche da parte nostra.

-E pensare che eravamo socialisti tutti quanti: io, i miei genitori, e quel buffone là. La vedi ora che bella libertà, che bell’Avanti!?

-Vai.

-Federì… non ti far prendere per il culo.

Quella fu la massima dimostrazione d’affetto che Christjampoller concesse a suo figlio. Lo amava, ma non gli mostrava il suo amore.

La nave partì. Io, quella sera, mi sedetti sulla spiaggia. Riccardo era dentro, ripartiva per Roma il giorno dopo. Mio padre andò a fare una passeggiata. Mia madre non aveva voglia di lavare i piatti e lasciò tutto così com’era.

Si vedevano sul mare le lampare.

Polli

(Su Postpopuli del 14 agosto 2014, col titolo Geni della letteratura e cose che cambiano)

brechtAll’università, Viviana diceva d’essere la mia migliore amica. Ma io non le avevo mai detto ch’era la mia migliore amica. Era un titolo che s’era auto-data. Molti titoli, del resto, ella s’autoattribuiva. Un pomeriggio di settembre, azzurro come nella poesia di Brecht, Viviana m’aveva confidato: “Nella mia vita, ho conosciuto solo tre persone alla mia altezza”. Mi disse i loro nomi, e com’era prevedibile io non c’ero. Mi disse, in un’altra occasione, che divideva gli amici in “fondamentali” e non, ed ancora una volta, com’era prevedibile, io non appartenevo alla categoria dei primi. Viviana attribuiva a se stessa un “carisma” sulle altre persone, ma le altre persone non le attribuivano che una certa supponenza. E’ del tutto conseguenziale che, quando Viviana parlava di suo fratello, scrittore e attore in erba, non lo presentava come scrittore e attore in erba, ma come un genio della letteratura. Del resto, era questa l’opinione che ne avevano in famiglia: quando si laureò in Lettere con centodieci su centodieci e lode, il fratello di Viviana venne festeggiato per quasi due settimane: i festeggiamenti per la sua laurea durarono quanto un matrimonio balcanico, perché, ad ogni occasione, si trovava una scusa per alzare i calici gridando “Abbiamo un genio, un genio!” Io, se mi fossi laureato a trent’anni come lui, avrei ricevuto dai miei genitori non due settimane di calici alzati, bensì di calci nel deretano, cosa ch’io stesso avrei trovato del tutto giusta e normale. Per inciso, anche l’umile sottoscritto scrive, come dimostrano queste poche righe, e però non s’è mai sentito un genio della letteratura; anzi ha sempre evitato di dire troppo in giro che scrive, proprio per non essere confuso con tutti coloro che considerano se stessi geni della letteratura: così geniali, magari, da non aver bisogno neanche di leggere libri altrui; e quando il più umile sottoscritto s’è laureato a sua volta con centodieci su centodieci e lode, e all’età di “soli” ventisei anni, nessuno in siffatta occasione ha avuto l’ardimento di gridare al genio.

L’unica volta che presi io l’ardimento d’andare al cinema con Viviana e suo fratello, al termine dello spettacolo, con le luci in sala e la musica che si spengeva sui titoli di coda, udivo solo la voce di lui -del geniale fratello- che pontificava in un modo così assurdo da far venire in mente la battuta che a un suo simile aveva dedicato Woody Allen: “Come vorrei avere un’enorme palata di cacca di cavallo!” Se avessi citato quella frase, e quella scena -davvero geniale- di Io & Annie, forse la combriccola degli artisti non avrebbe capito che la odiavo: mi avrebbe preso fra i loro confratelli, eventualità ch’io aborrivo quant’altre mai. Che senso avevano i commenti che avevo appena udito? “Film geniale, regia geniale! C’è tutto! C’è Dante! C’è Dylan Dog!” Geniale, geniale: una parola sprecata, ripetuta, ch’io aborrisco quant’altre mai. Aborrivo quel circolo di eletti come la peste nera, gialla, rossa, bordò ed indaco. E’ del tutto conseguenziale che, da allora, evitai con ogni cura di tornare al cinema in siffatta compagnia.

Testo completo su Postpopuli

L’epopea del Diverso

(Su Postpopuli del 18 febbraio 2015, col titolo Alan Turing, omosessualità e discriminazione)

Ora tutti parlano di Alan Turing. Nel 1954, Turing si suicidò mangiando una mela avvelenata: amava la favola di Biancaneve, e negli ultimi anni camminava canticchiando la musica del film Disney. Volle morire così: una morte romantica per un uomo a cui il romanticismo fu negato.

Alan Turing era stato condannato per omosessualità nel 1951. Fu uno degli ultimi processi per omosessualità nel Regno Unito. Il Parlamento di Sua Maestà già discuteva dell’abrogazione del reato di omosessualità. Ma, fino al 1967, il Parlamento non abrogò questo reato, e continuò a perseguire -e condannare- persone omosessuali. Turing era convinto che la legge d’abrogazione sarebbe presto arrivata, gli sembrava illogico che non arrivasse, e per tutto il processo continuò a ripetere: “Non vedo nulla di malvagio nelle mie azioni”. Aveva ragione: non c’era nulla di malvagio. Ciononostante, il Parlamento di Sua Maestà non abrogò il reato, la legge non arrivò, Turing fu condannato. Tra la galera e la castrazione chimica, scelse la seconda. Il cervello continuò a lavorare, ma il corpo non era più il suo. Gli crebbero i seni. Debilitato, umiliato, Turing addentò la mela avvelenata. E se ne andò come l’uomo di una favola, se ne andò di nascosto com’era vissuto. Se ne andò come un personaggio di una favola e non come un uomo reale. Evidentemente non si sentiva di questo mondo.

Prima del film pochi conoscevano il suo nome; eppure erano stati lui e Von Neumann a creare ciò che oggi è il computer. Fu lui a creare il concetto di intelligenza artificiale. Noi viviamo nel mondo di Turing. Il computer da cui gli omofobi lanciano le loro invettive, nascosti dietro l’impunità degli avatar, è opera dell’omosessuale Turing.

Ma noi non solo viviamo nel mondo di Turing, forse viviamo anche grazie a Turing. Tra il 1974 e il 1995, documenti militari vennero desecretati, e dimostrarono che il Professor Turing, durante la guerra, era a capo del team di ricercatori che aveva decifrato il codice segreto dei nazisti, che aveva decriptato cioè le comunicazioni militari che i nazisti mandavano in codice con la loro macchina Enigma. Fu la Macchina di Turing a decifrare Enigma. Se oggi viviamo nel mondo di Turing, è perché, se Turing non avesse decifrato Enigma, la guerra sarebbe stata più lunga, e avrebbe avuto esito più incerto. Forse parleremmo tutti tedesco, se Turing non avesse decifrato Enigma.

Eppure, su quest’uomo fondamentale si stese una completa damnatio memoriae.

Testo completo su Postpopuli

La biblioteca scomparsa

rothko

Aveva più ricordi là dentro che ovunque nel mondo e in sé. In ogni libro la traccia di un periodo, un momento o una svolta della sua maturazione. Ogni tipo di carta aveva l’odore di una fase della vita, dall’accidioso bighellonare dell’università ai primi cozzi contro il mondo del lavoro. C’erano libri che ormai aveva digerito e gli scorrevano nelle vene; ed altri che gli avevano lasciato nel cuore soltanto un’impronta sonora. C’erano Mandel’stam, Heaney -già, Heaney: lui ora dice di sentirsi come L’isola che scompareC’erano i dischi, carichi di storia più dei libri. Sui dischi di Toscanini aveva imparato a sposare passione e rigore. C’era la musica inglese dal tardo Rinascimento a Vaughan Williams. La scomparsa di Prokof’ev bruciava come una spina. I Tre pezzi per clarinetto di Stravinsky erano i suoni più misteriosi che mai avesse udito … tutti ora sono scomparsi nella biblioteca scomparsa.

Un libro su Mahler portava le stimmate di un’estate listata a lutto da una delusione d’amore. Sui Testamenti traditi di Kundera aveva compreso la musica del Novecento. Ma anche i libri sulla musica ora sono scomparsi nella biblioteca scomparsa.

Dov’è finita la biblioteca scomparsa? Un po’ qua e un po’ là. Nelle case di tanta gente.

I conti non tornavano più. Cominciarono con gli ori del battesimo e le collanine della prima comunione. Poi fu il turno di vecchi oggetti di casa: anche il vecchio giradischi del nonno. Per un po’ riuscì a cavarsela facendo il portiere di notte; poi niente. E, un po’ alla volta, anche la biblioteca diventò la biblioteca scomparsa.

Staccavano la luce, ogni sera tornava a casa con una nuova lista d’insuccessi. Sua moglie faceva finta di non cadere in depressione, ma ci stava cadendo. Gli scalatori, quando il compagno di cordata sta cadendo e li trascina giù, devono tagliargli la corda. Sua moglie decise di tagliargli la corda.

E così gli non rimane più nulla, la biblioteca è scomparsa, i legami per cui la biblioteca era scomparsa sono scomparsi a loro volta. Gode la leggerezza di chi non ha più nulla. Si trastulla con le parole di questa storia e si ricorda di un libro della biblioteca scomparsa che parlava di un certo Franz Tunda: “Inutile come lui non c’era nessuno al mondo… viveva dell’odore di marcio e si nutriva di muffa, respirava la polvere delle case cadenti e ascoltava rapito il canto dei tarli”.

 

Storia di un ponte

ponteC’era un ponte, a Pescara: un ponte fascista. Si chiamava infatti Ponte Littorio. Oggi non esiste più, lo si può vedere soltanto in certe foto d’epoca, teso sopra lo scorrere del fiume, traversato dalle automobili, da biciclette e da madri col passeggino, con sullo sfondo il bagno borbonico e le case della città antica. Non era brutto, il ponte Littorio, malgrado le aquile svettassero orribilmente in cima alle colonne. Ha scritto Luigi Lopez in Pescara dalle origini ai giorni nostri: “I ponti sono la spia più evidente dell’evoluzione della città. Se al piccolo borgo militare fu un tempo sufficiente un ponte di legno, poi sostituito dal laborioso e pericoloso traghetto sulla scafa e poi dal risonante stretto ponte a battelli; se al borgo che diventava città fu necessario un ponte a gabbia di ferro, ben presto anche questa struttura risultò inadeguata”. Pescara, dicevano le cronache locali, era in continua crescita: se nel 1921 contava 26.000 abitanti, dieci anni più tardi ne erano diventati 38.000, e sarebbero saliti a 45.000 nel 1936: “un incremento demografico secondo solo a quello di Roma”, fanfaronavano le cronache locali. In realtà, fra il 1921 e il 1936 c’era stato il 1927, e nel 1927 la vecchia Pescara, che sorgeva sulla sponda sud del fiume, aveva annesso il borgo che sorgeva sulla sponda nord e che si chiamava Castellammare Adriatico. A volere l’unificazione erano stati Gabriele d’Annunzio, che a Pescara era stato solo il tempo di nascere, e il ministro fascista Giovanni Acerbo, che a Pescara era nato e restato. C’era da stupirsi che la popolazione fosse aumentata? Prima veniva calcolata quella di una città, ora quella di due! Era questa la spiegazione dell’“incremento demografico secondo solo a quello di Roma”.

Il fascismo elevò Pescara a capoluogo di provincia. E la città si diede da fare per erigere la sua grande opera propagandistica: il Ponte Littorio. Era largo 18 metri, di cui 12 di carreggiata, e lungo 106; aveva quattro colonne che reggevano altrettante aquile di bronzo, alla cui base erano incisi distici latini inneggianti all’unificazione “delle due Pescare”, come si diceva nascondendo il fatto che di Pescara ce n’era stata una, quella di d’Annunzio e Acerbo, e aveva rubato a Castellammare Adriatico sinanco il nome. Il ponte aveva quattro antenne portabandiera e portalampade che raggiungevano i venti metri d’altezza, e due balconi centrali affacciati sul porto e sul mare. Su quattro basamenti di travertino lo scultore Vicentino Michetti aveva scolpito quattro donne di bronzo: l’Agricoltura, la Pastorizia, l’Industria e la Pesca: le pietre miliari dell’economia cittadina secondo la più classica retorica del Ventennio.

All’inaugurazione, il 14 agosto del ’33, vennero il duca d’Aosta e il segretario nazionale del Partito Giuseppe Starace, il ministro dei Lavori Pubblici e gli alti gerarchi Italo Balbo e Guido Buffarini Guidi. L’invito del podestà Giacinto Forcella obbligava tutti ad indossare camicia nera e decorazioni, ma dispensava dall’uso della giacca: il caldo era troppo grande. Il ponte fu amato e ammirato, ma anche criticato, perché, si diceva le quattro colonne, pur belle in sé, spezzavano l’armonia della costruzione, diversamente da quanto accadeva col Ponte della Vittoria a Firenze. A questa critica Pescara rispondeva che i due ponti “erano calcolati in ambienti naturali ben diversi, ricco di storia ma scarso di natura quello di Firenze; al centro di un vasto orizzonte, circondato dalla luce e dalla vicinanza del mare e dal cielo di alta montagna quello di Pescara”: un meraviglioso arrampicarsi sugli specchi per dire: Firenze è Firenze, a Pescara non abbiamo un cazzo e, se c’è qualcosa, bisogna pur metterla in mostra!

Pescara fu città fascistissima. Nel “rapporto al Duce” presentato dal federale Nicola Volpe il 26 gennaio del ’42 si legge che le uniche manifestazioni d’insoddisfazione erano dovute a carenze alimentari e che i cittadini seguivano con entusiasmo le manifestazioni del regime. “Lo stato d’animo della popolazione è di serena comprensione delle dure necessità della guerra, che si combatte non disgiunta da una quasi generale certezza della vittoria.” Organizzazioni antifasciste non ce n’erano, e del resto non avrebbero potuto esserci perché la censura esercitava un duro controllo su tutta la provincia. Nel 1940 un commerciante e un fabbricante di laterizi di Alanno, Pasquale Odoardi e Mario Verrocchio, erano stati condannati a uno e due anni di confino per aver raccontato barzellette sul fascismo. Nel ’41 venne arrestato l’avvocato Leo Leone, nel quale il prefetto Alberto Varano aveva ravvisato “la volontà acre del superinformato e del supercritico diretta a far sbollire il sano entusiasmo dei buoni cittadini”. I testimoni di Geova erano stati banditi per il loro antimilitarismo, e le autorità controllavano la posta, cancellando dalle lettere le frasi sgradite e convocando i loro autori in Questura. L’argomento più proibito era la guerra. Chi ne parlava -o scriveva per lettera- veniva condotto in Questura. Nicola Volpe aveva scritto che i pescaresi “comprendevano le dure necessità della guerra”; sarebbe stato più corretto dire ch’erano quasi all’oscuro della guerra.

Nodo di collegamento viario fra il nord e il sud e fra l’est e l’ovest del Paese, giovane e perciò fragile, Pescara avrebbe dovuto aspettarsi un attacco aereo. Invece era indifesa. L’aeroporto era una scuola d’addestramento per piloti d’aerei da caccia, ma non aveva velivoli funzionanti. Non c’erano armi contraeree o batterie antinave. Non c’erano rifugi antiaerei, non erano state organizzate squadre di soccorso ad eccezione di quella della Croce Rossa. La propaganda ripeteva che l’Italia aveva i migliori aviatori del mondo, ed era vero; ma l’industria bellica produceva solo aerei da raid. Erano stati progettati velivoli potentissimi, ma non erano staticostruiti perché mancava il metallo per costruirli. Come molti italiani, i pescaresi eran convinti che nulla di male potesse venir loro dal cielo. E continuarono ad andare a passeggio, al cinema e al mare come se la guerra fosse finita, mentre invece doveva ancora arrivare. E quando arrivò, coi bombardamenti del 31 agosto e del 14 settembre ’43, si assisté all’esplosione di un furore incontrollato. “Era incredibile come tanta gente fosse determinata ad andarsene, come se avesse coltivato in segreto e da tempo quell’idea” raccontò ad un giornalista uno che c’era. I tedeschi disseminarono la città di mine e requisirono tutto ciò che serviva alla loro industria bellica –fra cui statue di bronzo del Ponte Littorio. Il 31 ottobre, alla festa di Cristo Re, l’abate Pasquale Brandaro non poté usare le campane della sua chiesa perché i tedeschi gliele avevano confiscate. La vecchia Castellammare era deserta. Andò di là dal fiume, nella Pescara di d’Annunzio e Acerbo, dov’era rimasta un po’ di gente, e lì suonò le campane della cattedrale. Nel pomeriggio, i tedeschi gli avevano portato via anche quelle.

Gli Alleati bombardarono a tappeto, sperando che i cittadini, terrorizzati, insorgessero contro il regime. Ma non insorse nessuno. Non rimase nessuno. In una città che somigliava a un cratere della Luna i genieri tedeschi scavarono buche sul Ponte Littorio per sotterrarvi casse d’esplosivo. Il 9 giugno del ‘44, il Ponte Littorio saltò via, e con esso tutte le illusioni della Pescara tronfia e incosciente, ma forse soprattutto ingannata, del fascismo. Le mine restarono sulla spiaggia per una decina d’anni, anche dopo la fine della guerra, e ogni tanto qualcuno ci finiva sopra camminando e saltava per aria a pezzi.

I patchwork di Eleni

I patchwork di Eleni

1

Eleni insegnava musica ai bambini, e amava il suo lavoro. Amava anche i bambini, sebbene non potesse averne di suoi. Il suo matrimonio era finito anche per questo. Ho avuto pochi contatti con suo marito, ma non mi piaceva. Incontravo lei di rado, negli anni della maturità, perché era sempre sfuggente e aveva sempre qualcosa per le mani. Lui non c’era mai. Un tardo pomeriggio del 2008, sbucando dalle visioni minacciose di piazza della Signoria, Eleni mi balzò incontro e m’annunziò il suo divorzio. Lo disse così, come una cosa che da gran tempo s’aspettava e ch’era stata solo ratificata. Ma poi mi fissò in viso quegli occhi penetranti che pochi conoscevamo, e mi chiese d’offrirle un aperitivo e d’accompagnarla per un pezzo di strada, anche in silenzio. “Sono a pezzi”, sussurrò.

Camminammo tutta via dei Tornabuoni, poi lungo l’Arno. Ci fermammo sul Ponte alle Grazie, a guardare le canne d’organo che il riflesso della luna formava sul limo del fiume. Era calata la sera. Sottobraccio l’accompagnai fino a piazza della Posta, nel monolocale dov’era andata ad abitare. C’eravamo detti meno di dieci parole. Ma perché sporcare di parole un’amicizia così bella?

Dovevo tornare indietro di molti anni per ricordarmi quando l’avevo conosciuta. Avevamo vent’anni. Ero appena arrivato a Firenze, era dicembre. Santa Croce era un albero di Natale, addobbata, illuminata, rallegrata dalle bancarelle che vendevano torroni; e c’erano i corniciai, i venditori di carabattole, d’antiquariato, modernariato e tutta quella roba… Sotto la statua di Dante, Eleni mi aspettava. C’eravamo visti una sola volta, a una masterclass nel Lazio -studiavamo entrambi il violoncello- e non ricordava bene com’ero fatto. Le avevo detto al telefono che avrei sventolato una busta rossa per farmi riconoscere. La trovai che fumava una sigaretta. Mi venne incontro col suo mezzo sorriso, colla sua tipica aria di malizia gentile.

-Come stai?

-Io bene. Tu?

-Bene. Stanco del viaggio.

-A che ora sei arrivato?

-Alle due del pomeriggio.

Erano le cinque. Eleni sorrise.

-Allora hai fatto appena in tempo a sistemarti e sei venuto da me.

-Più o meno. Più tardi devo andare in questura.

-Come in questura? – si stupì lei.

-Sì: appena arrivato m’hanno rubato il portafogli. Ero sul 17, sono arrivato in foresteria, dovevo pagare e quando ho aperto il marsupio mi sono accorto che c’era un taglio in basso e il portafogli mancava. Tutti i documenti devo rifare…

Eleni parve proccupata: -E adesso come fai?

-Il Bancomat lo tenevo in un’altra tasca, per cui s’è salvato. Ma la carta d’identità, la patente… tutto devo rifare.

-Mi dispiace. Ma hai bisogno di qualcuno che venga a testimoniare? Ci vengo io, se vuoi…

-Te la senti davvero? Mi sembra un abuso chiedertelo, mi conosci così poco…

-Ma non me l’hai chiesto, te l’ho proposto io. E poi ti conosco abbastanza da sapere che sei Lorenzo Necci! – rise lei.

Mi offrì un bicchiere di vin broulé. Era attraente. Era greca, e greco era il suo profilo. Aveva la pelle olivastra, capelli corti e scuri, molto ricci. Il viso spigoloso e il corpo avevano del mascolino, e il modo di vestire era da uomo: jeans e maglioni di lana girocollo –lana piuttosto grossa. Portava però grandi orecchini pendenti, con ricami orientali. Aveva un’espressione enigmatica: sfrontata, fredda, un po’ dura, ma con un che di malinconico, un ruvido affetto, un’ironia maliziosa ma non cattiva. La bocca era serrata e sottile e gli occhi scurissimi sembravano più nascondere che rivelare i suoi sentimenti. Quando si rivolgeva a qualcuno poteva sembrare che lo prendesse in giro, ma in fin dei conti percepivi un’interiore bontà: anzi, era quella la sensazione che nel tempo ti restava: la sensazione di un animo buono. Aveva una voce profonda, un po’ atona; parlava piano e in modo secco; aveva il fascino di quelle donne che non accentuano la propria sensualità, e magari la soffocano, anche se ne hanno da vendere.

Passò il pomeriggio. Si fecero le dieci di sera. Per ringraziarla le avevo offerto una pizza, e ora la stavo riaccompagnando a casa.

-Ti manca la Grecia?

-No – sorrise. –I primi tempi sì, mi bruciavano dentro la mia città, i miei amici. Mi sentivo come il secondo tema del Secondo concerto di Prokov’ev per pianoforte. Lo conosci? Quello che lui compose per un amico che s’era ucciso e l’aveva avvertito per lettera del suo suicidio. Lo conosci? E’ un tema semplicissimo, ma sembra raccogliere in sé tutto l’inverno di Russia… Ecco, io mi sentivo così.

–Sì, lo conosco bene – mormorai. –E’ uno dei temi più belli mai composti.

-Anche per me.

Qualche istante di silenzio, poi disse: –All’inizio soffrivo. Avevo lasciato nella mia città un amore durato tre anni. Lui si chiamava Vasilis, era più grande di me di cinque anni. Mi portava al mare, mi portava in motorino, mi portava nei prati. Mi diceva “Sei mia”, “Giurami che sei solo mia”, “Giurami che io sono tutto per te”, “Dimmi che nessuno è niente in confronto a me”. Era travolgente. E gelosissimo. Ma a me piaceva così. Ma non pensare che… non era ossessivo, la sua era più che altro scena. Aveva bisogno di un possesso totale, ma a me piaceva così. Finì quando io lasciai la Grecia. Lui non voleva che andassi lontano, io scelsi me stessa.

La ascoltavo attento. Ci fu un attimo di silenzio.

-Mi mancavano queste cose. Non la mia famiglia. I miei sono divorziati. Mio padre era depresso e quando andava in crisi diventava aggressivo. Ero piccola quando se n’è andato di casa. Mia madre ha avuto altre storie, ma sempre con gente di merda, e ogni volta è uscita devastata. Mi vuole bene, ma siamo sempre riuscite a parlare poco. Ha troppi problemi. Per fortuna avevo dei nonni spettacolari: mio nonno paterno soprattutto, lo amo più d’un padre. Era inglese e mi parlava in inglese. Quando ero piccola accendeva la pipa e mi raccontava storie di guerra. Mi piaceva. Era come sfuggire dal presente ed entrare nelle sue avventure. Con lui potevo lasciarmi andare e sentirmi bambina. Con gli altri no: mi sentivo adulta, anche se non molto saggia- concluse stemperando tutto in una risata.

Eleni amava la notte. Una notte d’estate, a quindici anni, di nascosto dalla madre che dormiva -sedata da una cinquantina di gocce dopo essersi lasciata con l’ennesimo uomo- era uscita. Era festa nella sua città, c’era gente. Andò in una piazza dove stavano ballando. Un ragazzo le si avvicinò. Ballarono. Il ragazzo la prese per mano. Dopo un po’ il suo ardore d’adolescente cacciava via dal corpo di Eleni i cattivi pensieri. Quando la conobbi io, divideva con una collega flautista, Liliana, un appartamentino vicino piazza della Signoria. La sua stanza affacciava sul mercato del Porcellino: per essere precisi, su una via che passava dietro al Porcellino, e che veniva usata come pisciatoio dagli ubriachi che sciamavano la notte. Nelle ore d’insonnia, Eleni fumava sul balcone, nascosta dietro due occhi assenti, ed osservava con allegria l’infernaccio della città. Se non era di cattivo umore, perfino l’odore di piscio la divertiva. D’estate, lei e Liliana uscivano spesso, a mezzanotte, per andare a mangiare un kebab. Eleni aveva preso confidenza col ragazzo del locale. A volte lo andava a salutare. Si erano dati i numeri di telefono, e quando lui faceva pausa lei scendeva, anche in pigiama, e fumavano assieme. Qualche volta facevano l’amore, ma non stavano insieme.

A fine giugno del primo anno, alla vigilia d’una settimana intensiva di prove, Eleni non riusciva a chiudere occhio. Si alzò, andò sul balcone: si tenne compagnia per un po’ con le sigarette e un whiskey, mentre nella sua testa risuonava un quartetto che le era molto caro, l’opera 56 di Sibelius intitolata Voces intimae. Anche Sibelius era un accanito fumatore e un appassionato di vini e distillati. Aveva dovuto smettere per un tumore alla gola, e aveva scritto quel quartetto poco dopo aver sfiorato la morte… Per un attimo, Eleni ebbe paura che potesse accaderle lo stesso. Sentì che il battito le accelerava, la testa girava… Poi riprese il controllo.

Ebbe bisogno di uscire, era troppo irrequieta. E così girò da sola un paio d’ore, assaporando la notte fiorentina, passeggiando lungo l’Arno pieno di turisti, sul Ponte Vecchio dove cantanti da strapazzo imbruttivano bellissime canzoni e arie d’opera con portamenti che sarebbero stati eccessivi anche in pieno Ottocento, e per le strade vicino gli Uffizi invase da ritrattisti e madonnari. In piazza della Repubblica c’era un gruppo di jazzisti. Erano bravi. Alcuni ragazzi, per lo più dell’Est, suonavano il violino per racimolare un po’ di danaro. Eleni ne ammirò due, un ragazzo e una ragazza di diciotto, vent’anni, vestiti da gitani. Suonavano con leggerezza spensierata. Ma la polizia li interruppe e li cacciò. Al vedere le luci della volante, tutti i madonnari, gli ambulanti, i venditori di bracciali, tutto un esercito di poveri cristi raccattò in fretta le proprie robe e si dileguò. Su Ponte Vecchio restavano solo i turisti, trionfanti fra i negozi di gioielli. Eleni ritornò a casa.

Era arrivata a Firenze una mattina d’aprile, alle cinque: il cielo si stava già imperlando di latte, e c’era quello strano silenzio di prima dell’alba, quando le voci non sembrano conversare, e sembrano casuali interruzioni al silenzio di un mondo in attesa. Aveva preso un cornetto alla stazione di Santa Maria Novella e s’era diretta verso l’affittacamere dove aveva passato i primi giorni. La città non l’aveva entusiasmata. Diceva ch’era “una città senza anima: non solo le antiche botteghe chiudono con la stessa facilità con cui le mosche, d’estate, vengono fatte secche dalla graticola elettrica, ma nessuna delle sue bellezze architettoniche e artistiche sembra suscitare l’attenzione e l’amore dei fiorentini. Musei sporchi, tenuti male, con indicazioni stampate su fogli di carta e appiccicate a muro con lo scotch… e non solo, ma strade dissestate, dove a ogni passo inciampi in una buca, alberi malati, tutte le superfici imbrattate con lo spray… per non parlare dell’apatia che si respira a pieni polmoni in ogni negozio, bar, ufficio, dove chiunque incontri sembra seccato, se gli rivolgi la parola, che l’hai strappato a un sonno millenario…” Così mi scrisse, quando le dissi che stavo per trasferirmi a Firenze anch’io.

Studiava molto, Eleni. “Se non suono, mi sento come una farfalla a cui hanno tolto la polvere dalle ali”, aveva confidato a Liliana. Passava giorni senza uscir di casa, senza togliersi il pigiama, sprofondata nei suoni. Sembrava non s’accorgesse nemmeno della presenza dell’amica, e quando lei le parlava, Eleni aveva l’aria di tornare sulla terra e di dire: “Ah, sei qui?”

Una volta, rientrando, Liliana aveva visto uno spettacolo buffissimo: Eleni rigovernava la cucina con la Salome di Strauss sparata a tutto volume, muovendosi a ritmo, quasi danzando, e accompagnando il CD con canti e gesti che pareva una baccante. Erano scoppiate a ridere. Quando voleva prenderla in giro, Liliana le chiedeva: “Rifammi un po’ la Salome, com’era?”

Eleni scriveva molte lettere a molti amici lontani. Passava molto tempo al telefono. Nei fine settimana usciva con le amiche. Liliana non si preoccupava se non la vedeva tornare di notte. Eleni faceva sesso molte sere, con molti ragazzi, e le piaceva. Lo faceva anche con uomini adulti. A casa sua, a casa loro, o sulla sponda dell’Arno, fra l’erba, sotto le stelle, quando la primavera rendeva la notte di Firenze un invito all’amplesso. Se la comitiva non la vedeva più, era probabile che Eleni si fosse allontanata con una birra in una mano e la vita d’un ragazzo nell’altra.

2

Ci fu una sessione di prove che iniziò alle nove del mattino e proseguì fino alle nove di sera, con la pausa pranzo. Il direttore era una bestia. “Che cazzo, lo vogliamo tirare quest’arco sì o no?” “Potevo andare in pensione l’anno scorso, non ci sono andato sapete perché? Perché amavo il mio lavoro. Ma ora non lo amo più. Credevo di fare una cosa utile lavorando coi giovani. Manco per cazzo. Tutto tempo sprecato!” “Ho l’impressione d’avere a che fare con dei mentecatti. Ma come fate a non sentire che non siete insieme?” “Primo violino, cazzo, lo vuoi dare un attacco sì o no? Se non sei in grado di stare in orchestra, che sei venuto a fare?” “Ma porca, porca, porca!, avete le orecchie foderate di prosciutto! Suonate come porci! Ma come l’avete superata la selezione!, siete raccomandati?”

A Liliana: “Se qual flauto fosse un pisello, vedere con quanta passione lo suoneresti!”

Quando urlò ai violoncelli “Il vostro vibrato sembra quello di una vacca”, Eleni ribatté: “E le sue indicazioni sembrano quelle di uno scaricatore di porto!” Calò il gelo.

Dopo la pausa, il “maestro” era ancora più insopportabile. Il cornista, preso di mira un’altra volta, non ce la fece più: -Maestro, non posso suonare con lei così aggressivo.

-Aggressivo? – gli urlò quello. –Sai cosa ti avrebbe detto Toscanini?

-Toscanini era un grande direttore – disse Eleni calma, con voce bassa ma non così tanto da non essere udita.

-Da capo! – sbraitò il maestro. Da quel momento, tutti gli errori li mise in conto ai violoncelli.

I cellisti di fila ce l’avevano a morire con Eleni. –Vuoi stare zitta? Quello ci rovina! – la minacciò un ragazzo durante la pausa.

-Se fosse per te, saremmo rovinati da tempo – rispose Eleni.

S’era confidata a lungo col suo ragazzo, Antonio. Le sembrava schizofrenico che ci si potesse occupare di una cosa bella come la musica ed essere persone così squallide. “Si fa musica malgrado i musicisti”, disse. E si seppellì, quella sera, nel corpo caldo di Antonio chiedendogli: “Puliscimi dalla bruttezza del mondo”.

Da quando era a Firenze, Eleni aveva avuto due ragazzi -più le molte avventure con cui riempiva il tempo quando era libera. Il primo ragazzo, Maurizio, studiava economia: era molto strafottente, scherzava sempre. Era pieno di sé. Secondo alcuni era fascista. Un giorno la madre di Eleni spedì delle scatole dalla Grecia: lei chiese aiuto a Maurizio per sistemarle. Non c’era nessun altro in casa: era un fine settimana e Liliana era tornata a Marradi, il suo paese. Eleni prese un grosso televisore fra le braccia e lo portò da sola nella stanza.

-Ammazza, sei una donna forte! – gridò Maurizio con la sua voce da sbruffone.

-Perché, le donne sono deboli? – insinuò lei con un sorriso malizioso.

-No, che c’entra, mica volevo fare del maschilismo, era perché, così… sei forte! – gridò lui.

-Sono una donna forte – mormorò ironica Eleni.

-E sì, mica è un’offesa?, è che… si’ fforte!

Lei piantò i suoi occhi di perla in quelli di lui. Le sorridevano con malizia le pupille. Appoggiò la schiena alla parete e lo sfidò: -E tu? Fammi vedere quanto sei forte.

-Io?, ma che dici? – gridò Maurizio sgranando gli occhi.

-Che dico? – sussurrò Eleni.

Lui le dimostrò quanto era forte, ed Eleni stette con lui tre mesi. La loro unione si spezzò dall’oggi al domani: non s’è mai saputo perché, ma da Liliana trapelò che, durante una discussione, a Maurizio era partito uno schiaffo. Eleni aprì la porta, gl’intimò di uscire, e aggiunse che, se si fosse fatto vivo, avrebbe chiamato la polizia. Non disse più una sola parola né a lui né su di lui.

Il secondo ragazzo era diverso. Un tipo affidabile, quadrato. Dove Maurizio aveva una tempesta di capelli, Antonio era mezzo calvo. Anche lui l’aveva conquistata mentre la aiutava a fare gli scatoloni. Fu quando Eleni si trasferì nella nuova casa. Erano seduti sul pavimento del corridoio. Lei, stanca morta, guardò il lavoro fatto e domandò: -E adesso che facciamo?

Senza pensarci un attimo, lui la baciò.

-Ma come ti viene in mente? Sei impazzito? – fu la dura reazione di Eleni. Ma dopo meno di un minuto faceva l’amore con lui, per terra, fra le scatole aperte.

Con Antonio era durata più di un anno. Era finita perché avevano tentato di convivere e non c’erano riusciti. Ma era stata una storia molto bella. Antonio era stato un buon compagno, attento e vicino. Era anche venuto con lei in Grecia quando le era morto il nonno.

Già. Una mattina, Liliana aveva trovato sul tavolo di colazione questa lettera:

Cara Lili,

la tua Eleni riparte per la Grecia e ci resterà 2 settimane. Mio nonno paterno è morto. Era come un padre per me. Al funerale rivedrò anche mio padre. Se quando torno sei già partita per l’estate telefonami. Ti voglio sentire vicina.”

Tornò dopo tre settimane, più dolce e più triste di prima. Suo padre aveva ripreso a telefonarle: scoppiava a piangere, spesso era ubriaco. La madre s’era lasciata con l’ennesimo uomo, e venne a trovarla a Firenze. Come sempre, passarono la maggior parte del tempo in silenzio, e solo il momento del saluto rivelava l’affetto tra madre e figlia. Le telefonate del padre divennero ossessive, voleva che Eleni lo facesse rivedere con la moglie. Lei dovette di nuovo chiudere i rapporti.

Il carattere buono e quadrato di Antonio risultò anche dal fatto che faceva volontariato coi malati di mente: apparteneva a una cooperativa che portava quella povera gente a zappare, intagliare il legno, dipingere… Liliana era rimasta colpita da un episodio: al tavolo di un bar s’era avvicinata una signora tutta scarmigliata, chiaramente spostata di mente. Aveva chiesto una sigaretta. Antonio aveva preso tabacco e cartine, ma s’era accorto d’aver finito i filtri. Aveva detto alla signora d’aspettare un minuto, era andato a comprare i filtri, aveva preparato la sigaretta e l’aveva consegnata accesa nelle mani della donna.

3

Ci perdemmo di vista, dopo quella passeggiata muta in cui Eleni cercò consolazione al suo divorzio. A lavoro, mi raccontavano amici comuni, continuava ad essere la stessa; ma a casa era diventata una donna in crisi, che beveva un po’ troppo. Una volta mi telefonò e mi disse che veniva a trovarmi. Mi raccontò che a lavoro stava dando battaglia perché molte cose non andavano, in quella scuola non veniva rispettata la sicurezza dei bambini. Che non riusciva ad abituarsi alla nuova stanza in cui viveva, un monolocale che somigliava più a una roba da studenti che all’abitazione d’una donna adulta, “con un letto a soppalco che ogni volta devo farmi il segno della croce per come scricchiola. Un giorno o l’altro mi lascia col culo per terra”, rise. Mi confessò, come parlasse del tempo, che si sentiva sola e che la sera usciva per fare sesso col primo che capitava. “Ma sempre protetto”, sorrise. Mi chiese se poteva fumare in casa. “Certo che sì”, le risposi.

Di quanto tempo devo tornare indietro per ricordarmi d’una persona così in crisi? I suoi modi erano ruvidi e maliziosi come sempre, ma intorno a lei aleggiava un senso di solitudine profonda. Di solito, i suoi momenti di solitudine duravano qualche giorno, in cui non parlava e stava quasi tutto il tempo a letto. Ma adesso, non appena usciva dal lavoro, sfioriva. Se ci avesse coinvolti un po’ di più, o se noi fossimo stati capaci di forzare il suo isolamento, forse sarebbe stato diverso. Perché, presto, arrivarono altri guai.

Eleni iniziò ad inimicarsi il nuovo dirigente scolastico perché le cose che non andavano le diceva tutte, proprio come faceva da studente. La refezione era cattiva, nelle stanze c’erano vecchie cose arrugginite pericolosissime per i bambini; per mancanza di fondi, erano cominciate a mancare prima la carta igienica e poi il riscaldamento. I bambini si ammalavano. Il personale di pulizia, dopo il 2008, iniziò a venir pagato una miseria, e di conseguenza faceva molto male il suo mestiere. Eleni arrivò ad affermare che non avrebbe consigliato a una sua amica di iscrivere il proprio figlio alla sua scuola. Espresse la sua opinione al preside e in alcune lettere al sindaco. Finì con un mobbing pauroso, del preside e dei colleghi, che tirò in ballo le irregolarità della sua vita privata, e -non so neanch’io come- riuscirono a mandarla via per giusta causa.

Mi telefonò che avrebbe dato una festa d’addio, perché non poteva più pagarsi l’affitto.

-Ma… e dove vai? – le chiesi io.

-Da mia madre. In Grecia. Non dire niente.

Io raggelai: -Ele, ma in Grecia adesso c’è la fame! Cosa vai a fare lì? Piuttosto, vieni ad abitare da me, o da chi vuoi…

-Non dire niente, Lorenzo! – ribatté lei brusca. -Verrai a salutarmi? – mi chiese quasi implorando.

-Certo…

Era il luglio del 2010. La festa fu come la rimpatriata de Il grande freddo. Non vedevo l’ora d’andarmene. Non avevo più niente da dire agli amici di tanti anni fa. Lei invece sembrava allegra come da adolescente. Ma, un momento ch’eravamo soli in cucina, mi strinse le mani e disse: -Pensami forte!

L’ho pensata, ma la distanza era troppa. Non ci sentivamo più da un paio d’anni. Poi la scorsa settimana, su Facebook, ha chiesto agli amici di spedirle della roba vecchia che non ci serve più: asciugamani, vestiti, bottoni, nastri, stoffe… perché per prendere qualche quattrino s’è data al patchwork. Sta studiando il tedesco perché ha un uomo in Germania, che vorrebbe portarla con sé. Sarà l’uomo giusto, una buona volta? Io spero di sì. Vorrebbe trovare lavoro là. In effetti, andare in Germania è l’unica soluzione. “Ti rivorrei in Italia, perché almeno so che ogni tanto potremmo incontrarci. Ma ti direi una cazzata se ti dicessi che qui va meglio. Ti confesso due cose anch’io: la prima è che sono senza lavoro, la seconda che sono solo come un cane”.

Ogni tanto Eleni posta degli articoli in inglese sul pericolo che è Alba Dorata, ma dice che le persone intorno la prendono per matta. “Sono tutti entusiasti che ci sia un gruppo di fascisti che va a dare fuoco agli immigrati e a menarli e a rovesciare i loro banchetti. Le vecchiette, accanto al numero del medico e del farmacista, non hanno nell’agenda quello della polizia, ma quello della locale sezione di Alba Dorata”, mi ha scritto.

Le ho spedito tutto quello che potevo. Eleni ha sempre avuto tante risorse, ce la farà.

 

Dove sei

Abbiamo fatto questa strada tante volte. Tu forse non lo ricordi, presa come sei da tutto quello ch’è successo in seguito. Allora sorridevi al mio passaggio, avevi fatto caso che qualcuno troppe volte s’accostava al tuo portone e passeggiava sotto la tua finestra quando suonavi. Ora dove sei? Forse abiti ancora lì, a quella finestra da cui non viene più un suono di violino. Forse la guerra t’ha portato via il violino, forse la voglia stessa di suonare. Forse sei morta. O forse sei viva da qualche altra parte, e per non pensare alla guerra hai scordato tutto, anche noi, e tutto quello che c’era prima qui.

E se invece sei tornata? Magari hai ripensato a me, a quel sorriso dato di sfuggita, a quegli ultimi canti di violino… E magari, tornando, hai sentito anche tu la stessa cosa, che questo paese nuovo è peggio ancora del vecchio, che questa piazza non è la stessa se non ci suona più la banda di Novàk, se lui e i suoi non vanno più a bere all’osteria…

Siamo cresciuti con il cuore in gola, fra i canti dei soldati. Adesso c’è silenzio. Ma questo silenzio non sembra quello dei posti in cui siamo cresciuti e in cui abbiamo avuto paura. Se sentivamo passare i camion, allora, avevamo paura Adesso questa motoretta che passa non mi fa sentire niente, solo il fastidio stridente di un posto ch’è stato casa nostra, e non lo è più.