L’inventore di vite

1450121078_675418_1450121173_noticia_normalVeniva da una famiglia importante, ma il suo primo amore era stata una ragazza del popolo. Nulla si sa di Louise, tranne ch’era malata. Stettero insieme di nascosto, l’aristocratico e la donna del popolo, finché lei morì. Gli amici dicono che fu devastato. Ma già un anno più tardi era legato a un’altra donna, questa volta un’attrice famosa. Non stavano quasi mai insieme: lui viaggiava perché era malato, lei per le sue tournée. Era in tournée anche quando lui morì. Ma sarebbe sbagliato dire che non si volevano bene. Erano quello che oggi si dice una coppia libera. Lui era amico di tutti, da Oscar Wilde a Paul Verlaine. Ed era anche nemico di André Gide. Era un uomo ammirato e rispettato. Era quel che si dice una figura autorevole. Ed era, come si dice, inserito nel bel mondo o nel mondo che conta. Ma era anche un solitario. La misteriosa malattia che lo corrodeva –nevrastenia, fragilità polmonare, intestino guasto- non la poteva condividere con nessuno, e nemmeno il mondo impossibile che aveva dentro. Era un patito di libri d’avventura, scriveva avventure, ma erano avventure vissute sulla carta, basandosi sulle innumerevoli carte che aveva consultato. Anche la sua erudizione non poteva condividerla con nessuno. L’aveva coltivata con furia certosina, fin da bambino. Era poliglotta, erudito, poligrafo, scriveva d’avventure. Era amico di penna di Stevenson, ma non l’aveva mai incontrato. Condivise il mal d’Europa di Stevenson, ma fuori dell’Europa non stava bene. Criticava il colonialismo e il razzismo, ma stava meglio coi colonizzatori che coi colonizzati. Volle andare sulla tomba di Stevenson, non la trovò e la sua malattia mise fine al suo viaggio. Il senso del viaggio era tornare. Stava tra marinai, trafficanti, venditori di tabacco e di hashish, servi mulatti, ma non legava con loro come legava con Stevenson, Mallarmé e Paul Valéry. Considerava i contrabbandieri e i pirati la sua gente, ma per le conversazioni preferiva Jules Renard. Con sua moglie non s’incontravano quasi mai, ma si scrivevano. Era un uomo di passione. Era anche un uomo troppo cerebrale. La sua passione era scrivere vite. Ma non era come quelli che, nello scrivere vite, ne sanno poco e allora s’aggrappano ad ogni dettaglio e gli restano fedeli. Lui di quelle vite sapeva quasi tutto, sapeva tutto ciò che agli uomini era dato di sapere, e allora, quando si sedeva a scrivere, le inventava. Non raccontava le vite, raccontava quello che lui aveva ricevuto dalle vite. I fatti potevano non essere veri, la sostanza umana dei fatti era vera. Aveva vissuto numerose vite, tutte sfiorandole. Sapeva quasi tutto delle vite. Sapeva anche che la vita viene a noia. E morì giovane, nel pieno della sua insoddisfazione, prima che la noia lo prendesse.

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Vecchio cantore – racconto inedito di Giorgio Galli

… con un caloroso grazie ad Antonio Devicienti e a tutti gli amici di Perìgeion.

perìgeion

L’uomo ascoltava la pipa e fumava il jazz. Non è un errore: è proprio così. La pipa ha un suo ritmo. La pipa è contemplazione. E’ come la cantilena del mare sulla spiaggia di Sète. In una canzone, l’uomo aveva chiesto di essere seppellito sulla spiaggia di Sète. L’uomo era uno chansonnier famoso. Non era vecchio, ma era invecchiato. Era bello lo stesso, perché era sempre stato un bell’uomo. Ora era un bel vecchio. Anche la faccia stanca, i vestiti dai colori smorti gli donavano. Certo era triste guardarlo, se si ricordava com’era pochi anni fa. Ma in fondo aveva sempre avuto un che di vecchio, un che di stanco, con quella pipa infilata nella bocca anche mentre cantava. E poi, le sue canzoni erano senza età. Altri avevano cambiato stile, s’erano aggiornati ai tempi. Lui non aveva mai avuto lo stile dei suoi tempi. Non era stato sentimentale quando…

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Un racconto di Coimbra

(Su Postpopuli, col titolo Coimbra, un Portogallo che sa inquietare)

Coimbra è un quadro di Fontana ricucito. Una pagina asfaltata di bianco. La Storia è un assassino che lascia sempre tracce: l’impronta del fascio stampata sul muro di un palazzo anche dopo che il fascio è stato rimosso; il volto che riaffiora appena visibile da un affresco, dopo l’incubo della damnatio memoriae… A Coimbra non ci sono tracce. Io e mia moglie camminiamo esterrefatti. Nessuna targa nel luogo dove si consumavano gli autodafé. Nemmeno una piccola scritta, un segno. Se non avessimo letto i libri, avremmo visto solo una grande piazza, come quelle di tante città.
A Portella della Ginestra ci sono pietre scolpite coi nomi d’ogni singola vittima. Quelle pietre significano: “Abbiamo vinto noi”: non i mafiosi che hanno fatto la strage, ma noi che ce ne ricordiamo. Noi abbiamo vinto. Coimbra ha perso.
“Dopo il terremoto che avea distrutto tre quarti di Lisbona, i dotti del paese non avevan trovato mezzo più efficace per impedire una total rovina, che di dare al popolo un bell’auto-da-fè. Era stato deciso dall’Università di Coimbra che lo spettacolo di qualche persona bruciata a fuoco lento in gran cerimonia era un segreto infallibile per impedire che la terra non si scuota. Aveano in conseguenza catturato un biscaglino convinto d’aver sposato la comare, e due portoghesi che, mangiando un pollastro, ne aveano levato il lardo; si venne poi dopo pranzo alla cattura del dottor Pangloss, e di Candido suo discepolo; di quello per aver parlato, e di questo per aver ascoltato in aria d’approvazione. Furono tutti e due condotti separatamente in appartamenti freschissimi, ne’ quali non s’era mai infastiditi dal sole. Otto giorni dopo furono tutti rivestiti d’un sambenìto, e vennero loro adornate le teste di mitere di carta, la mitera e il sambenìto di Candido eran dipinte con delle fiamme all’ingiù, e con de’ diavoli senza granfie e senza coda; ma i diavoli nel sambenìto di Pangloss avean granfie e coda, e le fiamme eran dritte. Andarono così vestiti a processione e sentirono un sermone assai patetico seguito da una bella musica in falso bordone; Candido fu frustato sul messere a tempo di battuta mentre cantavano; il biscaglino e quei due che non avean voluto mangiar del lardo furono bruciati, e Pangloss fu appiccato…” Così nel Candido di Voltaire. Ma nella città non ne resta più segno.

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Un racconto di Lisbona

(Su Postpopuli, col titolo Lisbona, fascino di un passato svanito)

Il dolore portoghese non l’ho ritrovato in nessun altro dolore del mondo. Il dolore portoghese l’ho ritrovato solo nelle poesie di Ivo Andrić: “Oh lunghi anni di giovinezza / pieni di raggi di sole / pieni di pensieri e di vittime / della stregata pietra natia”. In nessun posto al mondo mi son sentito uno di lì come a Lisbona nel 2002. Lisbona era coperta di polvere e di miseria, preziosi chiostri manuelini erano bruttati da cacche di piccione -cacche che nessuno aveva nettato per settimane, forse per mesi-, la città intera era tutta un “lavori in corso”, lavori che tuttavia non si capiva da quanto tempo fossero in corso e se non fossero stati nel frattempo abbandonati; e le strade erano piene di sconnessure, ché a prendere il tram sembrava di tornare bambini e di giocare alle Montagne Russe. C’era un’atmosfera da dopo-alluvione, i lisbonesi aspettavano ancora il loro Marquês de Pombal, il marchese che aveva ricostruito la città dopo il terremoto-tsunami del 1755. Per prendere il tram ci si disponeva in fila orizzontale lungo il bordo del marciapiede, con un rigore ancora salazariano; i trasgressori venivano puniti con la più severa riprovazione sociale. La polizia ti perquisiva all’entrata e all’uscita d’ogni centro commerciale, brutalmente, senza chiedere né permesso né scusa. Ma le piazze del centro rigurgitavano d’ambulanti che ti prendevano per un braccio e ti mostravano, di sotto alle loro selve d’occhiali da sole, abbondanti riserve di hashish. I negozi vendevano prodotti che da noi erano passati da vent’anni, i supermercati erano cataste di roba e sull’uscio non mancava quasi mai un mendicante deforme. Vuole la leggenda che le deformità fossero così frequenti perché l’isolamento del Paese e la scarsità degli abitanti avevan dato luogo a una lunga teoria d’accoppiamenti tra consanguinei. Ma era solo una leggenda.
Eppure Lisbona era splendida. Splendida per le sue architetture moresche, per le sue strade ariose, per i vicoli angusti, per il respiro dell’Oceano che la ventilava e arava, che la illuminava, ch’era disteso e risonante come il verso di Walt Whitman. Era splendida per la cantilena dolorosa della sua lingua. Era splendida per la pubblica nudità della sua miseria. Lisbona era un bellissimo corpo che mostrava senza ritegno i solchi delle torture. Mi sono sentito a casa lì come soltanto nella poesia di Ivo Andrić. Di dove sono io? Sono dell’Est, del Portogallo, dell’America Latina. Appartengo a tutte le culture dove il contatto col dolore è così privo di mediazioni da riuscire esaltante.
Lisbona nel 2002 era una città che suonava. Puzzava di fado. Nei ristoranti dove la sera mangiavamo pesce a dieci euro, c’erano ragazze tristi che cantavano il fado. Ti portavano quei piatti unici enormi, riso, anitra, maialino di latte, patate, pesce, e ti cantavano il fado. Pagavi dieci euro per quella meraviglia. Il proprietario di un ristorantino, quando seppe ch’eravamo italiani, ci offrì la cena e stappò una bottiglia del suo miglior vino, perché aveva fatto il militare in marina, in acque italiane, e il nostro arrivo gli aveva ricordato la giovinezza. Erano ristoranti sporchi e umani. E vi si mangiava da dio. Ora quei ristoranti non ci sono più. Li ho cercati inutilmente, con mia moglie, nel 2012, durante il nostro viaggio di nozze. Non mi capacitavo di non trovarli. Volevo regalare a mia moglie la magia; le stavo facendo attraversare una Lisbona ancora triste ma più feroce, più pulita ma più simile alle nostre ciniche città.

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Le vite di B. Traven

Nulla di certo si sa dell’identità di B. Traven. Nemmeno per che cosa stia quella B. Nel 1925, in Germania, arrivarono racconti e romanzi che in breve diventarono bestseller. Arrivarono da una casella postale di Acapulco, scritti a macchina e senza nemmeno una correzione a mano, a nome di un certo B. Traven, che si firmava sempre a macchina e mai a penna. Erano scritti in un tedesco strano, raccontavano storie di indios, di sfruttamento, di ingiustizia e di avventura. Chiaramente erano scritti da un uomo di idee socialiste -usiamo uomo non come essere umano, ma proprio come maschio: la prosa di Traven, poco vibratile e tagliata con l’accetta, aveva tutti i difetti di una prosa maschile. Con l’avvento di Hitler, i dattiloscritti non arrivarono più in Germania, ma continuarono ad arrivare in tedesco. L’autore dichiarava di essere americano, ma quando mandò a un editore americano i suoi manoscritti in inglese, il suo inglese risultò tradotto parola per parola dal tedesco e occorse molto lavoro per trasformarlo in un decente inglese. Di che nazionalità era dunque l’autore? Mistero. Si può desumere dalle sue opere che conosceva bene, forse di persona, le città del Centro Europa e la loro peculiare atmosfera. D’altra parte la mentalità pragmatica e lo stile giornalistico erano anche molto americani. Poi arrivò il mistero nel mistero. Nel 1939, Traven smise di scrivere. Nessun manoscritto arrivò più a suo nome, né in Europa né in America.
Nel 1944, John Juston trasse un film dal romanzo di Traven Il tesoro della Sierra Madre.
Huston si era fatto l’idea di un uomo appassionato, con una una grande visione umanitaria e avverso ad ogni forma d’ingiustizia. Si aspettava d’incontrare lo scrittore, invece arrivò un suo agente: il timido, silenzioso, quasi meschino Hal Croves. Le foto mostrano Croves voltare sempre la faccia all’obiettivo. Solo una cattura i suoi lineamenti. Sembrano i lineamenti di un fantasma.
Croves conosceva Traven a memoria, appariva e scompariva tra Acapulco e Città del Messico, dichiarandosi nato in America ma parlando con accento tedesco. Era lui Traven? Anni prima un giornalista aveva identificato Traven in un ristoratore di Acapulco, tale Berick Traven Thorsvan, americano di padre novegese. Thorsvan dichiarò al giornalista: “Traven è morto. Io ero suo amico”. E, dopo l’intervista, sparì. Thorsvan aveva partecipato a una spedizione fra gli indios negli anni Venti. E in quel periodo Traven aveva pubblicato un libro fotografico sugli indios. Ma non si poté chieder nulla a Traven Thorsvan perché Traven Thorsvan sparì. Apparve Croves, nato a Chicago ma di cui a Chicago non c’era traccia. Sparì e riapparì molte volte. Molti gli chiesero: Lei è Traven? Qualcuno gli faceva i trabocchetti: “Mister Traven!” gli gridava, sperando di vederlo voltare il capo. L’imperturbabile Croves non voltò mai il capo. Eppure, si divertiva a lasciare negli altri un sospetto, a non fugare tutti i dubbi, a calare, nelle sue poche parole, impercettibili contraddizioni. Quando Croves morì, nel 1969, sua moglie mostrò al mondo la macchina fotografica e l’elmetto della spedizione di Traven Thorsvan. Thorsvan era nato a San Francisco. Inutile cercare il suo certificato di nascita: era andato perduto nel terremoto del 1906. Hal Croves e Berick Traven Thorsvan erano dunque la stessa persona. Erano anche B. Traven? La moglie non aveva dubbi.
Ma c’è un altro personaggio, in questa storia. Qualcuno, in Germania, riconobbe nello stile di Traven quello dell’anarchico Ret Marut, attore, scrittore e funzionario della breve Repubblica socialista di Baviera. Soffocata nel sangue la Repubblica di Baviera, Marut fu condannato a morte per alto tradimento e sparì. Le sue tracce si perdono a Londra nel 1923. Si sa che voleva imbarcarsi per l’America, dove, da un certo momento in poi, diceva di essere nato.
Marut dirigeva e scriveva una rivista, Der Ziegelbrenner (il fabbricante di mattoni). Dopo la morte di Croves, la moglie tirò fuori dai cassetti alcuni numeri dello Ziegelbrenner e diversi manoscritti di Croves e di Marut. La scrittura sembrava la stessa, perfino il vizio di scrivere “ect” per “eccetera” anziché “etc” erano uguali. La moglie di Croves disse che Croves era Ret Marut. Ma qui sorge un altro mistero.
Il nome di Ret Marut compare solo nel 1907, sulle locandine di alcuni spettacoli teatrali. (1907: un anno dopo il terremoto di San Francisco. Thorsvan era nato a San Francisco.) Chi era stato Ret Marut prima del 1907?
Già ai tempi della Repubblica di Baviera, si vociferava che fosse un figlio illegittimo e ribelle del Kaiser Guglielmo. Un documento della polizia inglese, datato 1923, associa il suo nome a quello di Otto Feige, un bambino polacco di lingua tedesca, intelligentissimo e solitario, che visse coi genitori a partire dai sei anni, che aveva simpatie anarchiche, che tendeva a sparire per lunghi periodi, e che scomparve definitivamente dopo aver mandato una cartolina alla madre da Londra nel 1923. (Londra nel 1923, come Ret Marut.) Nella cartolina diceva di trovarsi in grave pericolo e di voler partire per l’America. Un giorno del 1924, la polizia irruppe a casa Feige. Cercavano Otto. Da allora la famiglia non ebbe più notizie.
Dov’era stato Feige fino a sei anni? In un appunto attribuito al figlio legittimo del Kaiser, si legge: “Il bastardo Feige è scomparso e al suo posto è comparso Ret Marut”. Era davvero il figlio illegittimo dell’imperatore? O suo padre era morto prima della sua nascita come il padre di Thorsvan? Con sua moglie, Croves non parlò mai di suo padre, ma sempre di sua madre, un’attrice giramondo di nome Elena (o Helen) Ottorent. La moglie di Croves raccontò che suo marito non ricordava volentieri le sue origini, e dava l’idea di non sapere bene neanche lui dove e quando fosse nato e di chi fosse figlio. A volte le raccontava della Chicago di fine Ottocento, e i suoi ricordi sembravano precisi. Feige era davvero gli altri tre? O Ret Marut, prima di diventare Thorsvan e Croves, era nato davvero negli Stati Uniti?
Ma, se Feige è diventato prima Marut poi Thorsvan e poi Croves, se ha scritto col nome di Traven, come ha fatto a conoscere così bene il Messico tra il ’23 e il ’25? Nessuno scrittore si è identificato col clima sociale del Messico come lui, nemmeno gli scrittori messicani. Qualcun altro, ch’era lì da anni, raccontava le storie che Marut (e Thorsvan, e Croves, forse Feige) scriveva col nome di Traven? E perché i manoscritti erano stesi in quel tedesco strano e in quell’inglese ancora più strano? E quella mentalità americana ma quella conoscenza profonda dell’Europa? Forse, erano almeno in due a scrivere col nome di B. Traven. Questo spiegherebbe il perché della misteriosa interruzione nel ’39. Anche se l’interruzione non fu totale: nel ’52 apparve un breve racconto di Traven scritto nello stile di Traven, e qualche anno dopo un altro racconto di Traven, ma brutto e così poco traveniano che non fu nemmeno tradotto in inglese.
Chiunque sia stato Traven, che sia stato Ret Marut o no, che sia stato Thorsvan o Croves o no, che sia stato Feige, che sia stato uno oppure molti, l’unica cosa certa nella sua vita è l’ossessione di sparire. Traven ci ricorda che scrivere è rinunciare a se stessi. C’è chi l’ha fatto in modo meno radicale: Pessoa, che ha alienato il suo io in tanti “come se io”; Walser, che s’è annullato nella comunità egualitaria dei folli. Ma, anche chi vive la sua scelta in modo meno estremo, sa che scrivendo si rinuncia all’Io come collante forte fra le sue varie istanze, e perfino fra se stesso e il mondo. Chi scrive accetta d’essere una cosa aperta… E Traven è stato la cosa più aperta della letteratura del ‘900.

La vita felice di Kiril Kondrashin

1.

Per secoli la musica in Russia è stata un peccato e ha sentito essa stessa il rimorso di essere musica. Essendo un peccato, ha percorso strade sotterranee e, quando è tornata alla luce, era rimasta in lei la traccia di epoche più antiche, quando Cirillo e Metodio non avevano ancora compiuto quello sterminio culturale che va sotto il nome di “cristianizzazione” e non avevano ancora cambiato la terra di Igor in un monastero senza gioia. Bandita dalla religione e costretta a percorrere strade sotterranee, la musica russa ha preservato, come la terra conserva gli scheletri dei dinosauri, ritmi poderosi, energie selvagge, scariche di sofferenza e forza primordiali. I musicisti russi hanno ereditato un rapporto tormentato con la musica. Per il musicista russo la musica è rimasta un peccato e lui si vive come un peccatore. Kiril Kondrashin è stato un miracolo pagano, un musicista russo senza sensi di colpa.

2.

Il Concorso Caikovskij fu bandito da Krushev per mostrare al mondo che la politica culturale sovietica non consisteva solo nell’internare gl’intellettuali dissidenti negli ospedali psichiatrici. Krushev era un bel tipo: appena insediato, nel 1956, fece un bel rapporto sui crimini di Stalin -il cosiddetto Rapporto Krushev– e disse al mondo che con lui sarebbe iniziata una nuova era. La nuova era cominciò con l’invasione dell’Ungheria e l’internamento in Gulag dello scrittore Alexandr Solgenitsin,
Anche i musicisti, sotto Stalin, avevano sofferto. Il caso più famoso è quello di Dmitrij Shostakovich, che esordì negli anni Venti come un compositore esuberante e sarcastico, attratto dalle novità della musica occidentale. Allora l’URSS era una fucina d’avanguardie. Ma poi, è il caso di dirlo, la musica cambiò. Sembra che fu Stalin in persona a scrivere sulla Pravda l’articolo che nel 1934, stroncava Shostakovich, accusandolo di “formalismo” e di essere lontano dalla sensibilità del popolo. Le direttive sovietiche imponevano, perché la musica fosse accessibile al popolo, di non andare oltre lo stile di Rachmaninov. Una beffa, perché Rachmaninov, in quegli anni, era a Beverly Hills a godere il suo patrimonio, per salvare il quale era fuggito dalla sua patria rivoluzionaria. Era il più borghese dei compositori, e la musica romantica è stata una musica borghese. Imponendo di restare entro i limiti stilistici del Romanticismo, le autorità bolsceviche imponevano, di fatto, all’arte di essere borghese e conservatrice.
Per tutto il periodo di Stalin, Shostakovich tenne i capolavori nel cassetto, in attesa di tempi migliori. I tempi migliori sembrarono arrivare con Krushev. Shostakovich tirò fuori molte opere dal cassetto. Ma presto si accorse che le cose non erano cambiate poi troppo. Durante un viaggio in Occidente dovette leggere un discorso contro i compositori non allineati allo stile socialista. Fu ridicolo quel discorso in bocca a lui, che non aveva uno stile socialista. Ridicolo e colpevole perché, fra i nomi che fece, c’erano quelli di suoi amici. Li disconobbe, e da essi fu disconosciuto. E’ facile accusarlo di viltà. Che alternative aveva? L’unica era di non tornare più in Russia. Avrebbe chiesto asilo in America, lo avrebbero accolto. Ma Shostakovich era legato alla Russia da un legame troppo viscerale. Chi non è russo non può capirlo. Anche Dostoevskij aveva bisogno della Russia per scrivere. Fuori si sentiva come un albero che non ha la terra adatta a dare frutti.
Ogni notte Shostakovich si infilava nel letto con la giacca. Sotto il letto aveva una valigia con tutto l’occorrente casomai lo fossero venuti a prendere. Pronto al Gulag come alla morte, sentiva di star vivendo troppo. Quando morì il suo amico Sollertinskij, scrisse alla moglie: “Lui è morto ed io sono vivo”.

3

Ma all’inizio Krushev sembrava davvero una speranza. Il nuovo presidente voleva fare qualcosa di nuovo anche per la musica. E nel 1958 bandì il Concorso Caikovskij, il concorso internazionale dell’arte pianistica. Vennero pianisti da tutto il mondo, ma l’obiettivo era far vedere che i russi erano i migliori. La giuria era preparata a premiare un russo. Non avevano previsto Van Cliburn.
Harvey Lavan Van Cliburn Jr, in arte -e per comodità- Van Cliburn, era un texano alto due metri e timido come un misto di Charlot e Monsieur Hulot. Ma quando si sedeva al pianoforte diventava sicuro come un dio. Il presidente della giuria si trovò a scegliere fra una sconfitta della madre Russia e una figuraccia internazionale. Telefonò a Krushev in persona. Krushev gli chiese: “L’americano è il migliore?” “Sì.” “Allora premiatelo.”
Van Cliburn aveva sbaragliato i concorrenti interpretando il Concerto op. 23 di Caikovskij, il più russo di tutti i concerti, con un’orchestra russa diretta da Kiril Kondrashin.
Kondrashin era uno stregone. Aveva occhi sornioni e lampeggianti. Perfino il suo sorriso era autorevole. Sul podio si muoveva con energia. Sia che impugnasse la bacchetta, sia che dirigesse a mani libere, i suoi gesti erano secchi ma eloquenti. La Patetica di Caikovskij, con lui, non è patetica: è una tomba che l’ascoltatore è costretto a scavarsi, e in cui alla fine si getta. Nemico del sentimentalismo, Kondrashin dirigeva Mahler, ma non cercava in Mahler l’autore di sontuose ballate della disfatta che mandava in visibilio gli ascoltatori occidentali. Cercava in lui lo sperimentatore di suoni. Il Mahler di Kondrashin è fatto di dettagli; ma non ci si perde in quei dettagli, perché i tempi di Kondrashin sono veloci, e non ci permettono di soffermarci. Va dritto al punto con veemenza, e in questo è molto russo. Ma non è cupo.

4

In quel momentaneo disgelo, forte dell’amicizia con Van Cliburn, Kondrashin si esibì in Occidente, e l’Occidente gli piacque. Piacque anche lui all’Occidente. Tre anni dopo, nel 1961, l’amico Shostakovich gli chiese di eseguire la sua Dodicesima sinfonia. Lo aveva già chiesto al grande vecchio dei direttori russi, Evgenij Mravinskij. Ma Mraviskij, gigantesco sul podio, non lo era anella vita. Mravinskij era amico di Shostakovich, ma in quel periodo Shostakovich era un “nemico del popolo”. Era accaduto così: a metà degli anni Cinquanta, il governo aveva commissionato a Shostakovich “una Nona sinfonia grandiosa come quella di Beethoven” per celebrare il decennale della vittoria in guerra e il sacrificio dei soldati russi. Shostakovich si era presentato con una sinfonia leggera e frizzante, che festeggiava non la vittoria in guerra, ma la pace. Per anni, sui cartelloni dei concerti, il suo nome fu accompagnato dalla dicitura “nemico del popolo”. E anche quando la dicitura fu tolta, le sue sinfonie erano soggetto di censura. Mravinskij, che era un pluridecorato eroe dell’arte sovietica, temette la censura e rifiutò. Il compositore ruppe l’amicizia con lui e affidò la partitura a Kondrashin. Kondrashin si dimostrò un vero amico, e condusse la sinfonia in trionfo sfidando la dittatura. All’apice del successo, acclamato in Occidente come nessun altro direttore russo, Kondrashin poteva permetterselo perché era simpatico e amato. Shostakovich e Mravinskij erano giganteschi, ma non erano simpatici né amati.

5

Quando Shostakovich morì, nel 1975, era malato di delusione e di paura. I nervi spezzati, gli occhiali spessissimi, i movimenti quasi spasmodici per l’avanzare di una rara forma di polio. Gli ultimi filmati ce lo mostrano così. Mstislav Rostropovich ha detto che la musica di Shostakovich esprime la forza dell’animo russo. Ma quel compositore titanico era un uomo infranto. Scriveva lettere agli amici, e le scriveva in codice. Prokof’ev, il suo rivale, quello che secondo Rostropovich aveva espresso “l’interminabilità degli stati d’animo russi”, aveva visto l’ex moglie deportata e le sue composizioni censurate. Aveva tenuto nel cassetto la sua opera più sconvolgente, L’angelo di fuoco, che fu eseguita postuma, ed era morto lo stesso giorno di Stalin, per cui le cronache gli avevano dedicato poche righe. Quando gli avevano detto che il finale della sua Settima sinfonia era troppo amaro e andava cambiato, Prokof’ev aveva risposto: “Ormai non me ne importa nulla”. Le prime biografie omisero quell’ormai, trasformando una dichiarazione di resa in una dichiarazione di sfida. Prokof’ev era morto insieme a Stalin. Shostakovich aveva continuato a vivere sotto Krushev e Breznev. Ma anche lui avrebbe potuto dire “Ormai non me ne importa nulla”. Alla morte della madre amatissima, aveva distrutto tutte le sue lettere, come per dire che ormai era morto anche lui. La sua ultima sinfonia, la Quindicesima, l’aveva composta su pochi pentagrammi perché la polio gli rendeva faticoso scrivere. E’ per questo che la sinfonia suona così essenziale.
Alla morte di Shostakovich, molti suoi amici decisero che non volevano fare la sua fine. Rostropovich espatriò e aiutò dall’estero gl’intellettuali dissidenti. Kondrashin, durante una tournée, chiese asilo politico all’Olanda. Era il 1978.

6

Kondrashin era un artista decorato. Le autorità sovietiche diedero ordine di ritirare dal commercio i suoi dischi. I nastri originali delle sue registrazioni vennero distrutti. Suo figlio, che era ingegnere del suono, riuscì a salvarne alcuni. Ma la famiglia non lo seguì all’estero. Moglie e figli rimasero in Russia, e Kondrashin restò solo. Fu un forte dolore. Ma Kondrashin fu più forte. Fascinoso com’era, trovò presto una nuova compagna, la musicologa Nolda Broekstra.
Acclamato, risposato, registrato e ripreso dalle televisioni, Kondrashin affascinava tutto il mondo libero, come si diceva, da Amsterdam a Tokyo. Ma la sua avventura si fermò dopo tre anni. Un infarto, e Kondrashin non c’era più. A 67 anni non c’era più. Era il 3 luglio del 1981.
Cosa aveva Kondrashin di speciale? Era intelligente. Non tutti i geni lo sono. E se lo sono, tendono a nasconderlo. Le ore di studio, i ragionamenti, li tengono per sé. Mostrano il risultato come se fossero nati con quel risultato addosso. Non rivelano il loro segreto. Kondrashin si divertiva a spiegarlo, aveva la gioia, l’ironia, il carisma di un grande affabulatore, ed ogni sua performance era il romanzo di come lui aveva trovato la chiave della musica. Naturalmente, non la trovava sempre. Ma vederlo dirigere è come vedere un matematico estrarre, anziché radici cubiche, radici di suoni. Aveva grinta, fantasia, precisione. La morte dovette portarselo via in fretta, per evitare che vincesse anche su di lei.

 

Christjampoller

Canne galleggianti

1

Fino al ’35 abitavamo in collina. Quell’anno ci spostammo verso il mare. La casa dava proprio sulla spiaggia: appena uscivi dalla porta, ti ritrovavi il mare a pochi metri, dopo una pinetina. Nelle mie estati ho passato mille pomeriggi guardando il mare apparire dietro ai pini. E quando la stagione finiva, mi mettevo sui tetti a guardare l’arrivo di settembre. C’era un cielo azzurrissimo: all’orizzonte, verso mezzogiorno, mare e cielo si confondevano. E quando il sole splendeva, nel ricordo rimaneva all’orizzonte un po’ di rosso.
La spiaggia si liberava: coi miei amici si poteva giocare a pallone. Qualche volta venivano gli amici di mio padre e facevamo a grandi contro piccoli. Alcuni grandi non sapevano perdere: ci volevano dieci minuti per convincere Bruno che il rigore era nostro. Ma quando poi finiva la partita e tutti andavano via bestemmiando, io mi fermavo sudato, sulla sabbia, o su una sdraio abbandonata, a guardare il mare che iniziava ad incresparsi. Rimanevano pochi ombrelloni, il bagnino passava a smontare le cose…
D’inverno c’era un’umidità nella mia casa! A quei tempi non c’era mica il riscaldamento: usavamo coperte a volontà! A volontà poi per modo di dire, perché i soldi non erano tanti. E mi ricordo il risciacquo del mare, l’odore, prima di prender sonno, della salsedine. Un’onda. Dormi. Un colpo di vento: dormi! E poi crollavi in un sonno benedetto, abbandonando le fatiche del giorno con la stessa dolcezza di chi è lietamente stanco, dopo che ha fatto l’amore. Io avevo un sonno profondo e pesante. L’orologio della torre batteva dodici botte. Poi non sentivo più nulla.
Mio padre era intransigente sugli orari. Una volta rimasi fuori con gli amici fino a mezzanotte. Al ritorno mandai in avanscoperta mio fratello; e, quando lui aprì la porta, si ritrovò di fronte nostro padre in canottiera e mutandoni, con una faccia che non l’avrei augurata a nessuno.
Ad ogni modo, si andava a dormire. Ricordo ancora qualche sogno ricorrente. C’era una nave che partiva. Sulla nave io, di nascosto, venivo da una segreta piena d’ombra verso una stanza con un caminetto. E rimanevo lì, furtivo, appiattito per terra, a guardare. Forse arrivava uno ad attizzare il fuoco, non ricordo. Ricordo bene l’azzurro che inondava tutta la visione. Così si dormiva, allora, vicini al rollìo delle onde. Se di giorno avevi fatto il bagno, alla sera sentivi il letto beccheggiare…
Mi prese nostalgia del mio paese. Guardavo in alto, verso le colline, ma non lo trovavo. Finché, un pomeriggio, due muratori dissero: “E’ là”. E m’indicarono un posto che a me pareva non c’entrasse niente. Ma dissero che era il lato ovest, o qualcosa del genere, ed io la bevvi tutta. Ci misi anni per capire che m’avevano preso in giro.
Quando venni in città era d’estate. I miei genitori gestivano un albergo, e abitavamo nel casolare accanto. Chi guardava da fuori vedeva l’albergo con a lato una specie di capanno: era lì che abitavamo. Mio fratello Riccardo studiava musica, e passava quasi tutto l’anno a Roma, all’Accademia di Santa Cecilia. Quando ad agosto tornava a casa, s’annoiava. L’unico amico che aveva ancora a Silvi era un altro studente di musica. Si chiamava Vincenzo, era molto povero. Studiava con la porta aperta, finché c’era la luce del giorno, perché in casa non aveva la corrente.
Spesso uscivo con lui e mio fratello. Passeggiavo con loro, li ascoltavo discutere di musica. Una volta, l’anno dopo il mio arrivo in città, mio fratello portò a Vincenzo un giornale con una notizia: era morto Ottorino Respighi.
A volte Vincenzo veniva con il cuginetto, figlio d’una zia cui era molto legato. Era un bambino timido, magrissimo, un po’ strano. Si chiamava Federico Christjampoller. Impiegai tempo ad imparare quel cognome.
Mio fratello e Vincenzo avevano un anno più di me, e avevano paura che li mandassero in Etiopia. Per fortuna la guerra finì prima che raggiungessero l’età. Allora, nessuno di noi era interessato al fascismo. La politica era roba da grandi. La lasciavamo ai professori, alla gente seria, a quelli che insegnavano il latino. Mussolini c’era, ci faceva fare la ginnastica, ci faceva girare in divisa -il sogno di tutti i ragazzi- e il sabato non ci faceva andare a scuola. Diceva di noi ch’eravamo la gioventù d’Italia, i Balilla, e quando nascevamo i nostri genitori ricevevano dei soldi, così eravamo sicuri ch’erano contenti. Il padre di un mio amico, che aveva l’abitudine di alzare le mani, aveva tirato uno schiaffo per strada al bambino ed era finito in galera. Ben gli stava. Mussolini aveva ragione. L’unico errore del Duce, secondo Riccardo, era di aver mandato via il maestro Toscanini. Federico gli disse: “Hai ragione”. Ci restai di sale. Che ne sapeva lui, a dieci anni, del maestro Toscanini?
Stava arrivando la guerra. Papà l’aveva fatta, la guerra, e diceva cose diverse da quelle che venivano dette nei comizi. Molti ragazzi più grandi dicevano che, grazie alla guerra, sarebbero diventati dei veri uomini. Una volta, Federico giocava allo schiaffo del soldato. Stava sotto lui. Uno di questi ragazzi gli mollò un ceffone, che si sentì la botta da lontano. Non era la prima volta che lo faceva. Io e Vincenzo muovemmo verso di lui per fargli una cazziata. Cazzo, se l’era presa con un bambino di dieci anni! Ma Federico, tutto rosso, prese in mano un mattone e glielo scagliò contro con tutte le sue forze. Ci mancò poco che lo colpisse in testa. Per fortuna non aveva mirato. Lungo la strada, ancora tutto rosso, Federico si vantava. Noi ridevamo, ma gli dicemmo di non farlo più.
Arrivammo fin sotto la sua casa. Dalla finestra sentivamo un grammofono che suonava Di quella pira e la voce di un tale che ci cantava sopra a squarciagola. Alcune donne per strada inveivano contro “il barbiere”. Riccardo pensò che non distinguessero tra Il barbiere di Siviglia e Il trovatore. Ma Vincenzo, ridendo, gli disse che non era così. –Zio, spegni sto coso che sono le tre del pomeriggio! -scandì Vincenzo guardando la finestra.
-Papà, papà, le donne strillano! – esclamò Federico salendo le scale. Sua madre ci aprì la porta e all’ingresso trovammo un uomo che dimostrava sui trentacinque anni e che cantava a gran voce davanti al grammofono. Sua moglie, con la mano sulla fronte, sembrava che implorasse il Padreterno.
-Papà, papà, le donne strillano!
L’uomo gridò: -Cosa? – e fermò la musica. Fu così che conobbi Christjampoller.

2.

La madre di Federico, la signora Letizia, ci offrì dei dolcetti, poi andammo via. Vincenzo disse che suo zio era un barbiere, che suonava il clarinetto nella banda e adorava il maestro Toscanini. Così era spiegata la cultura musicale del piccolo Federico. Sulla strada di casa restai colpito da un sole giallo densissimo che filtrava tra i rami degli alberi. Si sentivano cani abbaiare.
Era passato un anno dal mio arrivo in città. Quell’estate ero stato sempre male. Quando compii sedici anni, il 14 agosto del ‘36, il mio amico Giuseppe mi mandò un biglietto d’auguri: “Quando c’è la salute c’è tutto.” In ritardo scoprii che avevo avuto la mononucleosi. Allora la conoscevano come la malattia del bacio. Questo scatenò l’ira di mia madre, che voleva sapere chi avessi baciato e tutti i giorni pregava per la remissione dei miei peccati.
Il primo giorno che uscii dopo la malattia, vidi delle more su una rete arrugginita e le mangiai. C’era il cielo più azzurro ch’io abbia mai visto, e nuvole bianche gonfie, densissime, che sembrava di poterle toccare. Quell’anno mancò l’acqua per tutta l’estate. Mio padre, con la pensione, non sapeva che pesci pigliare. Scrisse un cartello: “Si avverte ai signori bagnanti che l’acqua corrente non c’è. Andate al mare.” Era furioso. Andò a parlare col podestà dicendo che così gli facevano perdere clienti. Il podestà rispose che li perdeva per quel cartello.
Passava il tempo e l’acqua non tornava. Mio padre se la prendeva con me perché ero stato male e non l’avevo aiutato alla pensione. Mamma mi difendeva, ma era sempre arrabbiata per via di quel bacio. Una volta che mio padre gridava, io gli risposi male. Cacciò la cinta e me le diede così forte che per un po’ mi restarono i segni. Andava in giro per casa e bestemmiava. Mia madre si faceva il segno della croce. A fine agosto Riccardo ripartì per Roma.
Il pomeriggio del primo giorno di scuola, che allora cadeva il primo ottobre, io e Giuseppe andammo soli al mare a fare due tiri a pallone. Eravamo solo noi due: la sabbia era tutta bagnata, tirava vento.
L’inverno fu simile a tutti gli altri inverni: i compiti, il freddo, il sabato fascista. Quando avevo tempo lo passavo al bar. Il giorno di Santa Lucia, al mio paese veniva la banda. La mattina passava per le strade e le svegliava. Poi a pranzo suonava nella piazza. Di pomeriggio accompagnava la processione. E a sera, davanti a una porchetta, il paese si riuniva per sentire la Traviata, la Norma o la Lucia.
A mezzogiorno, in piazza Garibaldi, mentre eseguivano I pini di Roma del maestro Respighi, che era da poco scomparso, riconobbi il signor Christjampoller col clarinetto. Anche lui mi guardò, mi fece cenno. Quando smontarono, si fece avanti e disse: -Tu sei l’amico di Vincenzo, vero?
-Sì. Buongiorno.
-Qual è il tuo nome?
-Fausto.
-Fausto. Io sono il padre di Federico, ti ricordi?
-Sì.
-Quello che cantava… lì…
-Sì, sì, mi ricordo.
-Tuo fratello non c’è?
-No, è tornato a Roma.
-Che fa a Roma?
-Studia musica… al Santa Cecilia.
Gli occhi di Christjampoller s’illuminarono.
-Ah… Bravo.
Ci fu un attimo di silenzio.
-Beh, adesso devo andare. Ci vediamo.

3

Giovanni Christjampoller era nato nel 1898. Suo nonno era un ebreo austriaco, della Galizia orientale. I suoi genitori, Walter e Maria Teresa, erano socialisti. Una volta, a scuola, la direttrice lo apostrofò gridandogli: “Tu, figlio di sovversivi!” Christjampoller le rispose e venne sospeso.
Il padre di Christjampoller aveva studiato in seminario ed era, per l’epoca, un uomo colto. A tredici anni il figlio faceva l’apprendista di un barbiere, e con un po’ di soldi messi da parte i genitori gli comprarono un clarinetto. Fin da piccolo amava la musica. Quando aveva sentito la banda per la prima volta era come impazzito. Per lui non c’era nulla di più divino dell’organizzazione dei suoni.
Christjampoller viaggiava con la banda. Una volta arrivò fino a Napoli per suonare l’Incompiuta di Schubert. Durante la pausa, si avvicinò un tale e gli disse: “Signor maestro, la sinfonia è bella, ma accà ci vuole un po’ di musica nostrana… per esempio, ‘A ronna è mobbile…”
Fu la madre a impedire a Christjampoller di dedicarsi alla musica: ricevette un invito dalla Banda dell’Aeronautica di Roma, ma lei disse che no, di trasferirsi non se ne parlava. Poi scoppiò la guerra. Un giorno, sull’Avanti!, il compagno Mussolini scrisse che aveva cambiato parere e che ora appoggiava l’intervento. I signori Walter e Maria Teresa, ch’erano socialisti pacifisti, capirono che non c’era più nulla da fare. Alla fine della guerra presero la spagnola, e ne morirono.
Christjampoller fu arruolato nel ’16, e partì senza entusiasmo. C’erano quelli che amavano fare i patrioti, ma per lo più si trattava di gradassi, che poi erano i primi a scappare. Altri facevano sul serio. Ma i più partivano pieni di rancore. Quella guerra non era la loro, l’Italia non l’avevano manco voluta. Dopo un anno nelle trincee non se ne poteva più. Si stava tutti ammucchiati. Le uniche varianti erano quando si finiva sotto il fuoco. A Christjampoller toccò di andare a recuperare i feriti sotto il tiro delle mitragliatrici. I soldati non si riuscivano a capire perché ognuno parlava il suo dialetto; qualche volta, se si sentivano voci, si aspettava di vedere le divise per capire se erano amici o nemici.
Verso la fine del ’17 circolò voce era successo un fatto grosso. Un compagno d’armi di Christjampoller rischiò la fucilazione per aver scritto alla fidanzata: “Si dice che i russi faranno la pace.”
Tutto il resto era tempo d’attesa. Ci fu un periodo buono nell’inverno del ’16: tutto il reparto fu trasferito in un paesino di montagna, dove più tardi festeggiarono il Natale. Christjampoller ricordava una donna che sembrava la sua direttrice, che tenne un gran discorso patriottico. A un certo punto gridò: -Guardate! Guardate questi eroi!- e additò con enfasi una massa di mutilati. Christjampoller rischiò di rimanere mutilato lui stesso, perché un giorno si perse con un compagno mentre facevano rifornimento, e si trovarono presi dai tedeschi. In un granaio, il barbiere aspettava la sua condanna a morte quando entrò un tizio tutto scalmanato, gridò qualcosa in tedesco e dopodiché ci fu un botto della Madonna. Christjampoller stava per perdere una gamba.
Dopo la guerra non c’era più nulla. I suoi genitori erano morti. Non sembrava ci fosse la pace. Sembrava che la gente cercasse di dar battaglia per strada. Il mondo era sottosopra. Anche Christjampoller credette nella rivoluzione e nel compagno Lenin. Poi successe qualcosa: l’occupazione delle fabbriche non funzionò, il partito si divise e il compagno Gramsci scrisse che il proletariato italiano doveva chiedersi se non dovesse imputare a se stesso la colpa del suo fallimento. I lavoratori si sentivano abbandonati: tutta la dirigenza del partito sembrava aver perso fiducia in loro. I capi, da agitatori, sembravano trasformati in conservatori.
Christjampoller sfilava il primo maggio, con il suo abito da festa, in silenzio, come si usava allora. Ma quando arrivò la rivoluzione, fu una rivoluzione diversa. “Allarmi, siam fascisti / e morte ai comunisti…” Christjampoller fu salvato dal suono di un clarinetto, e poi dall’amore di Maria Letizia, che sposò nel ’23.
La sua vita, fra il ’23 e il ’37, poteva a buon diritto chiamarsi felice. Per lui e per tutti, la cosa più importante era tornare a respirare tranquilli. Al punto in cui erano arrivati, non importava più che la tranquillità venisse da Trockij o da Mussolini. Anche Christjampoller s’indignò per il delitto Matteotti. Ma dopo un po’ se lo scordò. Solo quando qualcuno s’entusiasmava in modo troppo smaccato, commentava: “Quel Mussolini è bravo, ma non ce l’ha manco lui l’aureola in testa. Te lo ricordi Matteotti?”
Quello che lo mandò su tutte le furie tuttavia fu il fatto che Toscanini venisse schiaffeggiato. Era il ‘31: il direttore, a Bologna, s’era rifiutato di eseguire Giovinezza ed era stato malmenato da una squadraccia con gran soddisfazione di Mussolini, che scrisse: “Finalmente hanno dato una bella lezione a questi musicisti cafoni!”. Christjampoller scrisse al Duce una lettera anonima ch’è ancora conservata negli archivi fascisti:

Domando se nell’anno IX dell’Era Fascista sia permesso ad un Pinco Pallino qualsiasi di schiaffeggiare il Maestro Toscanini, reo di non aver voluto suonare Giovinezza in una celebrazione in cui questo inno, pur tanto caro agli italiani, c’entrava come i cavoli a merenda. In questo periodo di capovolgimento dei valori morali ci si può aspettare di veder schiaffeggiato domani anche Marconi perché non radiotrasmette qualche discorso sonnifero di qualche gerarca in diciottesimo…
Firmato: Un Fascista (che, a costo di essere chiamato vigliacco, non firma perché non vuole finire al confino, il che oggi è molto facile anche se si ha perfettamente ragione).

Per fortuna aveva avuto l’accortezza di spedire il messaggio da Pescara, in modo che non potessero rintracciarlo. Una volta spedito, ebbe paura non tanto per sé, quanto per Letizia e i bambini. In fondo, non era impossibile trovarlo: chi altri, in tutto l’Abruzzo, portava una simile devozione al Toscanini?
Christjampoller aveva avuto due figli: Luisa e Federico. Letizia lo adorava; mezzo paese andava a farsi i capelli al suo salone, e ne usciva con tutta l’allegria che sapeva infondere quell’uomo gentile e canterino.
Il migliore amico di Christjampoller si chiamava Vernamonte: un tipo alto, smilzo, poetico. Una volta entrò in un caffè di Pineto dove il tenente D’Ostilio stava giocando a briscola. Stava perdendo, era alla mano decisiva. Proprio mentr’era il suo turno, entrò Vernamonte dicendo: “Stamattina mi sono svegliato a cavallo di un tuono”. Il tenente era un tipo sanguigno. L’ingresso di Vernamonte lo confuse e gettò la carta sbagliata. Lanciò un urlo, poi afferrò un calendario e cominciò a bestemmiare tutti i santi che vi leggeva, ad uno ad uno.

4

A marzo del ’37 successe qualcosa che cambiò la vita di Christjampoller. Federico aveva deciso che, per l’arrivo della primavera, si sarebbe tagliato i capelli. E così, la mattina del 21 marzo, si sedette nel salone di suo padre. Christjampoller iniziò a tagliare, ma a un certo punto arrivò un tale dall’aria illustre, ben vestito. Il barbiere disse al figlio che avrebbe finito nel pomeriggio e si precipitò ad accogliere il cliente. Federico dovette andare a scuola con mezza testa tagliata e mezza no.
Christjampoler mise un disco di Toscanini che eseguiva la Settima di Beethoven. Gliel’aveva procurato un amico di ritorno dall’America, il fu Baldassarre. Christjampoller si mise ad elogiare Toscanini e la qualità delle incisioni americane, aggiungendo: -Peccato che il Maestro l’abbiano mandato via. Ma è la politica che ha le sue esigenze.
Subito dopo, temendo d’essersi tradito, sentenziò: -L’arte è al di sopra di tutto: lo dice anche il Duce.
-Il Duce?
-Sì, l’ha detto anche il Duce da Palazzo Venezia: la politica deve diventare un’arte, perché l’arte è la cosa più importante.
Christjampoller, quel giorno, tornò a casa con l’idea di aver commesso uno sbaglio.
Quella sera fu chiamato dal prefetto. Uscì di casa, dopo aver avvertito Letizia di stare in guardia. Si mise il pastrano, perché era una sera fredda, e scese in strada. Fu colpito in faccia da un foglio di giornale. Gli parve un cattivo presagio. Sentì una madre che cantava, il cuore gli si addolcì. Ma non bastò a smagare la paura.
A metà strada si mise a piovere. Affrettò il passo. Non aveva niente per coprirsi. Pensò che, forse, avrebbe potuto dire ch’era rimasto bloccato dalla pioggia e tornare un altro giorno, dopo aver studiato il discorso da fare. Ma si disse che sarebbe stato peggio. Arrivò in prefettura in orario. C’era un lungo corridoio. Lui era tutto bagnato. L’acqua cadeva sul tappeto, e lui temette che potessero incolparlo anche di quello. Disse ad un tale: “Sono Christjampoller”. L’uomo gl’indicò una porta. Lui bussò.
Una voce gentilissima gli disse: -Venite, signor Christjampoller, accomodatevi.
Un uomo robusto gli venne incontro, sorridendo, per stringergli la mano. Christjampoller si preoccupò. Si sedette.
C’erano tre uomini in piedi di fronte a lui. Ma due soli parlavano. L’altro restava muto a lasciar intendere ch’era una cosa grave.
-Christjampoller, voi siete un buon artista.
-Grazie.
-E avete giustamente riferito le parole del Duce sull’importanza dell’arte.
-Sì.
-Il problema è: se uno come il Duce, che, come voi, conosce l’importanza dell’arte, prende provvedimenti contro un artista, non avrà le sue buone ragioni?
-Difatti, come ho tenuto a sottolineare, esistono ragioni della politica, che io non discuto, e che non sono necessariamente le stesse dell’arte. Non si può avere tutto nella vita. Bisogna scegliere. Il nostro Duce, molto giustamente, ha scelto.
-E voi chi scegliete, tra il Duce e Toscanini?
-Ma certamente il Duce. Esprimevo solo il mio dolore per la perdita di un artista che avrebbe potuto dar lustro alla patria.
-Ma il maestro Toscanini ha scelto liberamente di non dar lustro alla sua patria. Nessuno l’ha obbligato.
-Anche i grandi sbagliano. Toscanini, come il Duce, ha fatto una scelta. Purtroppo, non la migliore.
-Però voi la vostra scelta non l’avete fatta, perché siete fedele al Duce, ma anche a Toscanini. Non si può avere tutto nella vita.
-Chiedo scusa: si tratta di un regalo di un amico, che tornò dagli Stati Uniti, ignorando gli avvenimenti italiani, per morire poco dopo il suo ritorno. Non potevo disprezzare il dono di un amico.
-Voi siete molto intelligente, Christjampoller.
-Vi ringrazio.
-Cercate di mettere la vostra intelligenza al servizio di una giusta causa. La musica è una causa più nobile del maestro Toscanini. Quando il maestro sarà morto e i suoi dischi saranno così rovinati da non potersi più sentire, resteranno all’umanità le musiche di Verdi, non le sue esecuzioni. Gli esecutori vanno e vengono. Gli autori restano. Il nostro Duce, a suo modo, è un autore. Lui resterà.
-Certo.
-Bevete con noi, signor Christjampoller.
-Ma come? Per così poco?
-Christjampoller, io vi chiedevo di bere del vino alla salute del Duce. Se questa è la vostra risposta, vi daremo da bere dell’altro.
Una settimana dopo, mentre Christjampoller riapriva il suo salone, si ripresentò il signore distinto che aveva fatto la soffiata. Ma ora non era più così distinto. Chiese a Christjampoller se gli era servita la lezione, se aveva ancora il disco di Toscanini, se ancora gli piaceva così tanto, se aveva dato una ripassata ai discorsi del Duce. Christjampoller non rispose.
-Avete mai pensato – continuò l’uomo entrando nel salone – che non solo i clienti più fedeli al partito potrebbero diventare infedeli al vostro negozio, ma che perfino la signora vostra moglie potrebbe alla fine preferire un fascista che le darebbe una vita più agiata…
Christjampoller non ci vide più. Come anni prima non aveva tollerato l’offesa ai genitori, ora non tollerò quella a sua moglie. –Andate a quel paese voi e tutta la banda di delinquenti che vi protegge! Qua dentro non c’entrate più manco se v’accompagna non il Duce, ma il Papa in persona!
Tornò a casa e raccontò tutto a Letizia, aspettandosi di venire rimproverato. Letizia l’abbracciò.
E una domenica, io ero andato a comprare il giornale per mio padre, passai davanti alla bottega di Christjampoller e trovai tutto sfasciato. C’erano dentro lui, Letizia, Luisa e Federico. Tutti avevano facce sconvolte, Letizia piangeva. Corsi a casa ad avvertire i miei. Poco dopo eravamo tutti lì. Portai Federico a fare un giro. Venne anche Vincenzo, scuro in volto. Era una bella domenica, piena di sole. Quando tornammo a casa, sentii mio padre rantolare: “Fascisti di merda!”
In quei giorni i Christjampoller seppero chi erano i loro amici. Molti non li andarono a trovare. Noi sempre. Federico soffriva moltissimo. Già si vergognava con gli amici che lo prendevano in giro per gli occhiali (“quattrocchi, quattrocchi”). Ora soffriva per la sua povertà. Per gli sguardi cattivi, il disprezzo della gente per un gesto del padre che lui manco comprendeva del tutto. Sapeva solo che il padre aveva ragione. Quando era in compagnia non sapeva di che cosa parlare. E stava in silenzio.
Christjampoller decise di partire. Sarebbe andato in Argentina, come il padre di Letizia. –Però tu torna- gli disse la moglie, perché suo padre dopo la partenza non era tornato più.
Riccardo tornò apposta da Roma. Accompagnammo Christjampoller alla nave. Era una splendida mattina d’aprile. Pareva un’offesa che fosse così splendida. I passeggeri salivano. Si sentiva il rumore della sirena. Il mare era azzurrissimo. Il molo di Pescara una lunga striscia bianca, attraversata dai pescatori… I trabocchi abbassavano le reti.
-Questo Mussolini va fermato – disse Christjampoller.
-Non ci pensare… pensa a guadagnare e a tornare presto – disse Letizia.
-E a voi chi ci pensa?
-Non ti scordare il clarinetto.
-Se mi perdo quello, mi si spacca il cervello.
-Scrivi.
-Tanto è tutta posta intercettata.
-Scrivi lo stesso. Se in America incontri Toscanini fagli i complimenti anche da parte nostra.
-E pensare che eravamo socialisti tutti quanti: io, i miei genitori, e quel buffone là. La vedi ora che bella libertà, che bell’Avanti!?
-Vai.
-Federì… non ti far prendere per il culo.
Quella fu la massima dimostrazione d’affetto che Christjampoller concesse a suo figlio.
La nave partì. Io, quella sera, mi sedetti sulla spiaggia. Riccardo ripartiva per Roma il giorno dopo. Mio padre era andato a fare una passeggiata. Mia madre non aveva voglia di lavare i piatti e aveva lasciato tutto così com’era.
Si vedevano sul mare le lampare.

Polli

(Su Postpopuli del 14 agosto 2014, col titolo Geni della letteratura e cose che cambiano)

brechtAll’università, Viviana diceva d’essere la mia migliore amica. Ma io non le avevo mai detto ch’era la mia migliore amica. Era un titolo che s’era auto-data. Molti titoli, del resto, ella s’autoattribuiva. Un pomeriggio di settembre, azzurro come nella poesia di Brecht, Viviana m’aveva confidato: “Nella mia vita, ho conosciuto solo tre persone alla mia altezza”. Mi disse i loro nomi, e com’era prevedibile io non c’ero. Mi disse, in un’altra occasione, che divideva gli amici in “fondamentali” e non, ed ancora una volta, com’era prevedibile, io non appartenevo alla categoria dei primi. Viviana attribuiva a se stessa un “carisma” sulle altre persone, ma le altre persone non le attribuivano che una certa supponenza. E’ del tutto conseguenziale che, quando Viviana parlava di suo fratello, scrittore e attore in erba, non lo presentava come scrittore e attore in erba, ma come un genio della letteratura. Del resto, era questa l’opinione che ne avevano in famiglia: quando si laureò in Lettere con centodieci su centodieci e lode, il fratello di Viviana venne festeggiato per quasi due settimane: i festeggiamenti per la sua laurea durarono quanto un matrimonio balcanico, perché, ad ogni occasione, si trovava una scusa per alzare i calici gridando “Abbiamo un genio, un genio!” Io, se mi fossi laureato a trent’anni come lui, avrei ricevuto dai miei genitori non due settimane di calici alzati, bensì di calci nel deretano, cosa ch’io stesso avrei trovato del tutto giusta e normale. Per inciso, anche l’umile sottoscritto scrive, come dimostrano queste poche righe, e però non s’è mai sentito un genio della letteratura; anzi ha sempre evitato di dire troppo in giro che scrive, proprio per non essere confuso con tutti coloro che considerano se stessi geni della letteratura: così geniali, magari, da non aver bisogno neanche di leggere libri altrui; e quando il più umile sottoscritto s’è laureato a sua volta con centodieci su centodieci e lode, e all’età di “soli” ventisei anni, nessuno in siffatta occasione ha avuto l’ardimento di gridare al genio.

L’unica volta che presi io l’ardimento d’andare al cinema con Viviana e suo fratello, al termine dello spettacolo, con le luci in sala e la musica che si spengeva sui titoli di coda, udivo solo la voce di lui -del geniale fratello- che pontificava in un modo così assurdo da far venire in mente la battuta che a un suo simile aveva dedicato Woody Allen: “Come vorrei avere un’enorme palata di cacca di cavallo!” Se avessi citato quella frase, e quella scena -davvero geniale- di Io & Annie, forse la combriccola degli artisti non avrebbe capito che la odiavo: mi avrebbe preso fra i loro confratelli, eventualità ch’io aborrivo quant’altre mai. Che senso avevano i commenti che avevo appena udito? “Film geniale, regia geniale! C’è tutto! C’è Dante! C’è Dylan Dog!” Geniale, geniale: una parola sprecata, ripetuta, ch’io aborrisco quant’altre mai. Aborrivo quel circolo di eletti come la peste nera, gialla, rossa, bordò ed indaco. E’ del tutto conseguenziale che, da allora, evitai con ogni cura di tornare al cinema in siffatta compagnia.

Testo completo su Postpopuli

L’epopea del Diverso

(Su Postpopuli del 18 febbraio 2015, col titolo Alan Turing, omosessualità e discriminazione)

Ora tutti parlano di Alan Turing. Nel 1954, Turing si suicidò mangiando una mela avvelenata: amava la favola di Biancaneve, e negli ultimi anni camminava canticchiando la musica del film Disney. Volle morire così: una morte romantica per un uomo a cui il romanticismo fu negato.
Alan Turing era stato condannato per omosessualità nel 1951. Fu uno degli ultimi processi per omosessualità nel Regno Unito. Il Parlamento di Sua Maestà già discuteva dell’abrogazione del reato di omosessualità. Ma, fino al 1967, il Parlamento non abrogò questo reato, e continuò a perseguire -e condannare- persone omosessuali. Turing era convinto che la legge d’abrogazione sarebbe presto arrivata, gli sembrava illogico che non arrivasse, e per tutto il processo continuò a ripetere: “Non vedo nulla di malvagio nelle mie azioni”. Aveva ragione: non c’era nulla di malvagio. Ciononostante, il Parlamento di Sua Maestà non abrogò il reato, la legge non arrivò, Turing fu condannato. Tra la galera e la castrazione chimica, scelse la seconda. Il cervello continuò a lavorare, ma il corpo non era più il suo. Gli crebbero i seni. Debilitato, umiliato, Turing addentò la mela avvelenata. E se ne andò come l’uomo di una favola, se ne andò di nascosto com’era vissuto. Se ne andò come un personaggio di una favola e non come un uomo reale. Evidentemente non si sentiva di questo mondo.
Prima del film pochi conoscevano il suo nome; eppure erano stati lui e Von Neumann a creare ciò che oggi è il computer. Fu lui a creare il concetto di intelligenza artificiale. Noi viviamo nel mondo di Turing. Il computer da cui gli omofobi lanciano le loro invettive, nascosti dietro l’impunità degli avatar, è opera dell’omosessuale Turing.
Ma noi non solo viviamo nel mondo di Turing, forse viviamo anche grazie a Turing. Tra il 1974 e il 1995, documenti militari vennero desecretati, e dimostrarono che il Professor Turing, durante la guerra, era a capo del team di ricercatori che aveva decifrato il codice segreto dei nazisti, che aveva decriptato cioè le comunicazioni militari che i nazisti mandavano in codice con la loro macchina Enigma. Fu la Macchina di Turing a decifrare Enigma. Se oggi viviamo nel mondo di Turing, è perché, se Turing non avesse decifrato Enigma, la guerra sarebbe stata più lunga, e avrebbe avuto esito più incerto. Forse parleremmo tutti tedesco, se Turing non avesse decifrato Enigma.
Eppure, su quest’uomo fondamentale si stese una completa damnatio memoriae. Il Parlamento di Sua Maestà, che gli doveva semplicemente la propria sopravvivenza, non fece nulla per impedire quel processo vergognoso e una castrazione chimica ancor più vergognosa.

Testo completo su Postpopuli

Eau argentée

perìgeion

eau_argentée

di Giorgio Galli

Simav è una ragazza curda che vive nella città assediata di Homs. Il suo nome, in lingua curda, vuol dire Acqua argentata. Simav non ha nulla: la casa in cui abitava è stata bombardata, i suoi genitori sono morti nel bombardamento. Quante case sono state bombardate durante l’assedio di Homs? Forse il numero esatto non è conoscibile. Ma le immagini ce lo dicono con forza: sono troppe. E le case bombardate in tutta la Siria? Il 12 marzo la coalizione Withsyria rendeva noto che, stando alle immagini satellitari, l’83 per cento delle luci in Siria si è spento dal 2011 ad oggi.
Le luci si sino spente su tutta la Siria. Ma Simav le riaccende. Simav, Acqua argentata, ha perso tutto ma le è rimasta una telecamera. Una piccola telecamera amatoriale con cui filma ogni cosa: anche il momento in cui la sua casa viene bombardata…

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