Un viaggio nel bosco (ovvero Sebald secondo Marco Ercolani)

Questo Sebald di Ercolani è fra le sue prose più affascinanti. E’ chiaro che il “tipo” walseriano del vagabondo gli è congeniale, anzi è un suo archetipo. Le due “fantasie” sono condotte con una libertà rapsodica e malinconica,  foriera di un tono leggermente diverso da quel kafkiano, affilato nitore nell’indagare il perturbante cui l’Ercolani precedente ci aveva abituati. Senza che nulla si perda in lucidità, queste due schegge di prosa annunziano forse una stagione più lirica, una stagione autunnale intesa nietzscheanamente come “grande vendemmia”… Stupendi due passi: “Io non scrivo mai, io riordino: il mio lavoro è quello del cucitore di pezze o dell’artigiano di mosaici”, e “Scrivo perché, come cera, si sciolgano le gabbie del potente romanzo da fare ancora. Abbozzo finti romanzi…”

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“La cour de l’ancienne école”, illustrazione tratta dal libro postumo di W. G. Sebald “Camposanto”.

Due fantasie di W. G. Sebald durante una passeggiata in Corsica (Cavo, 1998).

Prima fantasia

Si tratta di un viaggio nel bosco. La mia lingua, che spesso persuade il lettore per la maestosa andatura della frase e la precisa chiarezza dei dettagli, non ha nulla di marmoreo. Vorrei che tu vedessi gli appunti preparatori delle mie poesie: sono versi imperfetti, amorosi, e su quei torsi mutilati costruisco le sculture delle mie pagine: sono belle sculture che nascondono oscuri frammenti. Nessun critico se ne è accorto, fino ad oggi, e questa è la mia inutile fortuna. Se Bach, per gli aborigeni australiani, è un’architettura selvaggia, perché la loro musica è annidata nel calcio delle ossa, nel connettivo dei muscoli, nelle fibre della pelle, e non nei paradossi mentali del contrappunto; se è impossibile amare totalmente Bach…

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Dal “Nottario” di Marco Ercolani

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Il Nottario (Scriptions, quaderno 18) raccoglie riflessioni sulla scrittura – in forma di appunti, interviste, aforismi e saggi brevi- portate avanti da Ercolani fra il 1990 e il 2012. Di seguito alcuni passi sul significato della scrittura apocrifa (dove apocrifo va inteso nel suo senso etimologico di segreto).

Lo scrittore segreto reinventa una possibilità che il passato non ha consumato fino in fondo e che è lui a presentare, con spudorata fantasia, come nuova chiave di lettura. Il testo apocrifo dà sempre una sconvolgente sensazione di instabilità, perché mette in crisi quanto crediamo di sapere su un evento ormai concluso e consegnato alle leggi e alle leggende della storia.

Non essere nessuno ma indossare la maschera di qualcuno per infondere maggiore chiarezza a certe idee che, espresse dal proprio io, sarebbero più deboli e meno pregnanti.

C’è stato un momento felice, nella scrittura araba delle origini e nella cultura medioevale, in cui la letteratura era abitata, per consuetudine, da scrittori e opere anonime. Oggi, la felicità potrebbe consistere nel dimenticare il nostro vero nome e inventare finzioni ludico-tragiche, che vorremmo battezzare apocrife.

La vera invenzione apocrifa non è descrivere in modo frammentario o fastoso un destino, utilizzandolo come riflesso del proprio soggettivismo lirico, ma scegliere, dell’autore designato, la prospettiva in cui poter essere l’altro nel punto più scomodo della sua possibile (e fantastica) autonalisi à rebours.

Alcuni autori, esistendo, hanno reso possibili delle tradizioni interpretative. Alcuni testi, non esistendo, hanno permesso la loro futura creazione apocrifa.

La scrittura apocrifa ci offre, più che la rassicurante iconografia del libro compiuto, l’immagine della mappa geografica e della carta nautica, all’interno di un viaggio che solo apparentemente è libero di imboccare tutte le rotte alternative. In realtà, dietro a questa libertà della molteplicità, si configura il rigore estremo di una scelta che lo scrittore è tenuto a osservare: la legittimazione di un sogno, la creazione di un fantasma.

Nel principio di indeterminazione di Heisenberg si afferma che è l’osservatore stesso a modificare la materia osservata: questo significa che nella scienza non esiste più un punto di vista neutrale, ma una visione soggettiva che ha qualcosa da condividere con la “soggettiva” cinematografica e il “punto di vista” della narrativa fantastica. Anche nei sistemi complessi della fisica contemporanea l’equilibrio nasce, come per caso, da una costellazione di squilibri che alla fine genera un disordine organizzato – una forma vivente. Esempio di questo codice del disordine, in letteratura, è la narrazione fantastica e analogica, che trova le sue forme solo a partire dalla frantumazione delle regole note. In tal senso la figura dello scrittore si trova in una posizione polivalente – scienziato, poeta, critico, narratore, storico – dove nessuna di queste rotte diventa definitiva e delimitante ma tutte servono a illuminare il suo cammino.

L’apocrifo è una scrittura ipotetica, che da un lato confina con il nulla e dall’altro con la molteplicità delle ipotesi fantastiche che germinano da questo nulla. La scrittura ipotetica presuppone un narratore epico, un veggente che, come il Nunzio delle tragedie, possieda la calma necessaria per descrivere  un fatto tragico. Solo che quel fatto è, ora, indicibile e nessuno ne ha più memoria.

Ciò che l’apocrifo separa è il “testo” dall’io che lo produce. In apparenza, e diabolicamente, qui viene minacciato il principio stesso di identità; ma forse questo è semplicemente smascherato, messo in circolo su livelli diversi o pensato come illusione suprema.

Proprio per ciò che non è dicibile mi sono messo a costruire muri di parole.

Rispondo alla paura di non essere con racconti fantastici.

Trasformo l’emozione, prima che possa provocarmi dolore, in rappresentazione del dolore. Sopporto che qualcosa di angosciante possa accadermi ma non che mi venga sottratta la libertà di rappresentarlo. La mia opera appartiene meno alla storia della letteratura che alla storia della clinica.

«Il cuore ha sempre una splendida capacità di scrivere di sé, cambiando ogni volta l’autore» (da una lettera a G. Z., 1994).

Né poeta lirico né scrittore apocrifo né saggista di poeti né teorico della follia. Non mi interessa il fallimento ‘relativo’ delle mie possibili carriere all’interno di queste zone della scrittura, ma il fallimento assoluto, irrimediabile, irrisolvibile, che caratterizza la mia scrittura nomadica.

Maria Grazia Di Biagio, inediti

Condivido dagli amici di Perìgeion queste poesie da scoiattolo, di una giovane poetessa che intreccia parole consuete come intrecciasse braccialetti, e che con esse ci regala sorprendenti aperture metafisiche…

perìgeion

MG Di Biagio foto

 

CON L’OCCHIALE IN PUNTA DI NASO

Quando si rivoltano le zolle al campo

è un luccicare di pepite brune

Vero è che le ombre a ridosso

del solstizio si allungano più in fretta.

L’età dell’oro ha vita breve.

Pure vero che un autunno così estivo

non lo si vedeva da decenni

Ho le carte in regola per dirlo

– quasi un vezzo –

con l’occhiale in punta di naso.

*

Nell’incavo deserto di un nido, si avverte

il vuoto reso da una galassia in fuga

Lo smarrimento che assale l’astronomo

all’ipotesi di un oltre che non vede.

Il vuoto sta ancorato all’y del ramo

per altre cove e schiuse, altre partenze

Verso il limite che acceca il telescopio

l’universo è più stellato – intero.

*

Le mancanze si addensano

sui fili delle rondini

come per un’attesa –

fumano il narghilè col tempo

discorrendo del meno che pesa

nella fissità…

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“Per difetto o supernova”, di Ilaria Seclì

“I cimiteri marini” una volta facevano pensare a Valéry; ma oggi, a chi crede che il mondo lo riguardi, fanno pensare a tutt’altro, anche in poesia. La bellezza salverà il mondo. Ma la bellezza, Ilaria, per chi è come te si paga con l’orrore.

le ragioni dell'acqua

Il viale si allontana su uno skateboard
il viso basso che lo guida ha ali
accende una sigaretta tra nero e nebbia.
Da quell’altezza e no che non si vede
la fine del viale. Al ritorno, il giorno dopo
una coppia e una bici, lividi agli occhi
conta accorta le monetine nel palmo
lui si avvicina al panificio sperando nell’esito
del getto, del dado, un numero buono e meno
tirchio, hanno la smorfia di un dolore
consumato, fedelissimo. Un’altra umanità
che per difetto ignora la storia della supernova
dire che siamo niente e niente dureremo
nella grande economia dell’universo
non si addice, non sta bene. Prova a dirlo.
Al ragazzo che sfida la notte e il freddo
a questi due che la storia macina, divora,
inghiotte con accanito zelo. Prova a dirlo.
Ai cimiteri marini ai piedi in cammino
verso quale patria, a chi rovista nei bidoni.
Prova a dirlo…

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“8 gennaio XVI”, di Ilaria Seclì

“Qualcuno ha immaginato un finale anche per chi non c’era”. C’è più crudeltà nello sguardo di un neonato, più magia nello sguardo di un disabile, più attesa del miracolo in un profugo che ha perso tutto. Qualcuno ha immaginato il suo finale per quelli che non c’erano. Come dice Francesco Marotta, “la poesia è una forma di resistenza”. Più eroica ancora quanto più è lieve.

le ragioni dell'acqua

Anche stando sulla soglia non si vede nulla.
Il clown è in fondo alla sala scura.
Anche stando in punta di piedi non si vede. C’è Otto al centro della soglia, lui è alto. Tutti ridono ridono, arrivano musiche di Francia e Vienna, fisarmoniche e carillon.
Il teatrino è pieno, qualcuno allunga gli occhi li spinge, cerca di superare gli altri corpi ma non ce la fa. Chi è dentro ride, ride e applaude, commenta ad alta voce, grida bravo!
Chi è fuori ha un’aria spaesata, di chi deve indovinare i motivi della risata, i gesti, accenna per cordialità a un sorriso, quasi si vergogna di non poter partecipare. Riprova a entrare, ma niente.

Una donna chiede alla spalla di fronte: c’è posto? Qualcuno risponde sì, uno o due. Ma nessuno si muove, si sposta.
Resta chi è già dentro e tiene con forza il posto.

Fuori un angelo parla…

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Destini minori: gli esseri silenziosi

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di Marco Ercolani

Elisa Cairo

Figlia di sordomuti, Elisa Cairo non ha mai ascoltato nessun suono all’interno della sua casa. Il mondo esterno le è apparso subito, fin dalla prima infanzia, fragoroso e violento, se confrontato al silenzio della sua casa. Alla fine, però, anche la mancanza delle voci dei genitori le fu impossibile da sopportare, come una violenza.
Scrive in un foglietto, che lascia nella loro stanza: «Parto». Fa i bagagli, lascia casa a notte alta. Arriva a Milano, trova lavoro come archivista, affitta una stanza, inizia una vita tranquilla. Ma i rumori cominciano a infastidirla, o quando è in strada nelle ore di punta o quando lavora, turbata dal fruscìo delle pagine e dai rumori dei volumi. Ogni volta torna nella sua stanza con sempre maggiore sollievo. Ma, se ascolta delle voci venire dagli appartamenti vicini, le sembra di diventare pazza, come se assistesse a un rito diabolico.

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La mer est pleine de corps

Non possiamo restare in eterno impotenti e indifferenti di fronte alle stragi marine -che sono stragi che avvengono in mare, ma non sono fatte dal mare, sono fatte dalle nostre leggi sciagurate. Dobbiamo produrre coscienza, perché solo sotto una pressione feroce delle loro cittadinanze i nostri governi inerti decideranno di adeguare le loro norme alla legge perenne dell’umanità, dei diritti umani, del salvataggio della vita umana in mare. Ho scritto molte volte sul tema della migrazione; questa volta mi affido alle immagini di Sebastiano Adernò.

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Anche dalla redazione di Perigeion, un momento di riflessione sull’escalation del dolore al quale stiamo assistendo in questi giorni.

Sul continuo dramma, un cortometraggio di Sebastiano Adernò (illustrato da Rosa Cerruto e Nadia Formentini, soundtrack: freesound.org)

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Terre Nude 3′ classificato al Premio Letterario Nazionale SCRIVEREDONNA

Sono un novizio del lavoro di Rossella Pompeo, e quindi ciò che scrivo non ha che il valore di un saluto rivolto a una persona durante un primo incontro.
I versi e le prose pubblicati sul blog Il Grandangolo sono come parti di un rituale: un rituale cosmopolita e cosmico, innodia-trenodia scritta in più lingue, che evoca frantumi di mondi diversi ricreando un “mondo a sprazzi”, ipersensibile e impazzito. L’energia che anima queste visioni esplode oltre le parole: le parole non ce la fanno a stare dietro al fuoco della visione, all’intensità della musica -quasi che l’autrice venisse presa da un’improvvisa afasia, da uno sbigottimento di fronte allo scarto fra la propria forza immaginativa e le parole. Di qui una lotta furibonda con le parole, una lotta che l’autrice mette in mostra evidenziandone le dissonanze, chiamando a sé le altre lingue perché la aiutino a ricomporre il canto. Il plurilinguismo non si dà solo nello scrivere componimenti in più lingue, e nemmeno negl’improvvisi inserti d’altre lingue dentro componimenti in italiano: ma si manifesta anche nel trascolorare da un registro stilistico all’altro – come nel dialogo Anna Leda, che accoglie lacerti di dialetto e di linguaggio giovanile; o nella favola in versi Lo scarabeo, dove il linguaggio infantile viene adottato con una specie d’esasperata adesione. Il plurilinguismo si spinge fino al parlar la lingua d’altri, fino all’ecolalia. Ciò fa del Grandangolo qualcosa di diverso da un blog: ne fa uno spazio, un microcosmo la cui spigolosa armonia è fatta di dissonanze. Questo spazio vive una vita limbica fra il mentale e il sensuale, ma contiene anche un punto di vista duro e preciso sulla realtà sociale: è una mistica calata nel corpo sociale. Ad animarla è una scrittura profondamente femminile, tormentata, visionaria, eppure selvaggiamente realista. Di questa scrittura, il poemetto Terre nude sembra il momento generatore, la scaturigine di una forza notturna e vitale, il ritrovamento di un fuoco antico che finalmente riconcilia nel suo slancio musica e parola, e finalmente riconcilia, bruciandole, l’autrice e le sue parole.
Solo un mio punto di vista, un saluto da primo incontro, che spero non dispiaccia l’autrice e che permetta di scendere più in profondità in questo mondo in cui comunque vi invito a discendere.

To Be By Your Side di Rossella Pompeo

Acquerello 2007 Rossella Pompeo Acquerello 2007 Rossella Pompeo

Il mio poemetto inedito: “Terre Nude” si classifica al terzo posto del “Premio Letterario Nazionale SCRIVEREDONNAXXI– anno 2013”.

http://www.viverepescara.it/index.php?page=articolo&articolo_id=442254

La giuria è composta da Maria Luisa Spaziani (Presidente), Marcia Theophilo (Poetessa e Operatrice culturale), – entrambe candidate al Nobel per la letteratura -, Anna Maria Giancarli (Poetessa e Operatrice culturale) e Nicoletta Di Gregorio (Poetessa e Vice presidente Fondazione Pescarabruzzo).

La cerimonia pubblica di premiazione si terrà presso la “Sala Figlia di Iorio” della Provincia di Pescara, in Piazza Italia 3 a Pescara Venerdì 13 Dicembre 2013 alle ore 17.00

Il Premio, che gode del sostegno della Fondazione Pescarabruzzo e dei patrocini della Provincia di Pescara e del Comune di Pescara – Assessorato alla Cultura, è stato istituito dalle Edizioni Tracce con l’intento di incoraggiare, promuovere e valorizzare la creatività femminile.
La finalità è proprio quella di esaltare la scrittura delle…

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Antonio Devicienti: nella petraia i sassi ardono

Pochi giorni fa, su La dimora del tempo sospeso, un articolo di Francesco Tomada ricordava a poeti e aspiranti poeti la necessità di essere umili, di dare valore alla dignità del percorso piuttosto che alla sua visibilità. La vicenda da cui scaturisce questo libro ce lo ricorda con la maggior forza: altro che ricerca del successo, altro che “tirarsela”: l’arte è sacrificio di sé. Si può perdere la ragione o la vita per questo. Non si può fare arte se non rinunciando a godere, in favore di qualcosa che s’adempie soltanto negli altri. Non tutti hanno la forza di resistere, ed è per questo che tante vocazioni si perdono per strada, e ci sono tanti Giona fuggitivi per il mondo. Il ritratto di Edoardo De Candia che emerge da questo breve articolo mi ricorda ciò che Ehrenburg scrisse di Marina Cvetaeva: “Ho incontrato molti poeti nella mia vita, e conosco lo scotto che l’artista paga alla sua passione; ma, se non sbaglio, nei miei ricordi non esiste una immagine più tragica di quella di Marina. Nella sua biografia tutto appare incerto, illusorio: le idee politiche, i giudizi critici, i drammi personali; tutto, tranne la poesia”.

Compitu Re Vivi (2)

Antonio Devicienti, TORRIDO, in AA.VV. OPERE SCELTE, FaraEditore 2014

devicientiIl poemetto di Antonio Devicienti, selezionato al concorso “Pubblica con noi” 2014, è ispirato alle vicende umane e artistiche di Edoardo De Candia, pittore ed emarginato (Lecce, 1933 – ivi, 1992).
Intreccia elementi di biografia del pittore a un canto “forsennato”, altisonante, dove i temi della vita e dell’arte si rincorrono e si feriscono.
Il motivo dell’alienazione sociale si porta dietro la memoria di altri artisti ingabbiati in una vita difficile e febbrile, spesso in un’aura di pazzia e che qui appaiono tra le filigrane di una voce nervosa, indignata – per esempio Dino Campana, Rotko… –
Il “torrido” del titolo mi sembra sottolinei assai bene il sostrato desertico che fa da sfondo alle vicende dell’artista, ma anche un vivere febbrilmente, un “vedere” per disperazione ai margini della città.
Più in generale il poemetto insiste sul valore della libertà nell’arte, il…

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Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi

“Andate verso il gesto che vi ha
battezzati, tornate indietro nel
seme, trapassate il mondo
le trame del tempo e del giudizio
e perdonate se vi ho insegnato il perdono
anche quando l’amore era
un frutto marcio”

Questi versi, trovati sul Web per caso, sono di Sebastiano Aglieco. E’ impossibile non amarli. La recensione che condivido restituisce il fascino asciutto e oscuro, il dolore primordiale, la petrosa moralità di questo autore che -in coerenza colla sua poetica- ha scelto di esprimersi in un siciliano duro e interiorizzato e di collocarsi in posizione appartata rispetto al panorama letterario.

La poesia e lo spirito

Sul libro di Sebastiano AgliecoCompitu re vivi appena uscito per Il ponte del sale proponiamo: una lettura, una selezione di poesie, una selezione delle recensioni reperibili in rete.

Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi
di Giorgio Morale

Concepito nel 2006 e arrivato alle stampe otto anni dopo, Compitu re vivi (Il compito dei vivi) di Sebastiano Aglieco è un distillato di poesia e vita. In esso Aglieco, già autore di libri di poesia come Giornata (2003), Dolore della casa (2006), Nella storia (2009), e della raccolta di saggi Radici delle isole (2009), mostra una maturità che non si esaurisce nello sterile esercizio di un mestiere

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