Cristina Micelli, A chi scorre

C’è una forza inusuale nei versi di questa poetessa, che chiama le cose col loro nome, che ha una rara capacità di non mischiare la poesia e il poetico, e che lascia una bella sensazione di operosità, umanità e rifiuto delle soluzioni facili. Una poesia ruvida e autentica, che nomina accaduti e oggetti del nostro tempo con i vocaboli intemporali del dialetto.

perìgeion

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Un viaggio nel bosco (ovvero Sebald secondo Marco Ercolani)

Un viaggio nel bosco (ovvero Sebald secondo Marco Ercolani)

Questo Sebald di Ercolani è fra le sue prose più affascinanti. E’ chiaro che il “tipo” walseriano del vagabondo gli è congeniale, anzi è un suo archetipo. Le due “fantasie” sono condotte con una libertà rapsodica e malinconica,  foriera di un tono leggermente diverso da quel kafkiano, affilato nitore nell’indagare il perturbante cui l’Ercolani precedente ci aveva abituati. Senza che nulla si perda in lucidità, queste due schegge di prosa annunziano forse una stagione più lirica, una stagione autunnale intesa nietzscheanamente come “grande vendemmia”… Stupendi due passi: “Io non scrivo mai, io riordino: il mio lavoro è quello del cucitore di pezze o dell’artigiano di mosaici”, e “Scrivo perché, come cera, si sciolgano le gabbie del potente romanzo da fare ancora. Abbozzo finti romanzi…”

perìgeion

“La cour de l’ancienne école”, illustrazione tratta dal libro postumo di W. G. Sebald “Camposanto”.

Due fantasie di W. G. Sebald durante una passeggiata in Corsica (Cavo, 1998).

Prima fantasia

Si tratta di un viaggio nel bosco. La mia lingua, che spesso persuade il lettore per la maestosa andatura della frase e la precisa chiarezza dei dettagli, non ha nulla di marmoreo. Vorrei che tu vedessi gli appunti preparatori delle mie poesie: sono versi imperfetti, amorosi, e su quei torsi mutilati costruisco le sculture delle mie pagine: sono belle sculture che nascondono oscuri frammenti. Nessun critico se ne è accorto, fino ad oggi, e questa è la mia inutile fortuna. Se Bach, per gli aborigeni australiani, è un’architettura selvaggia, perché la loro musica è annidata nel calcio delle ossa, nel connettivo dei muscoli, nelle fibre della pelle, e non nei paradossi mentali del contrappunto; se è impossibile amare totalmente Bach…

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Il giorno del riposo

Dall’amicizia fra poeti sorge poesia.

le ragioni dell'acqua

               

Christian Schloe

                                 
                                                   a Lucetta e Marco

Ma lui che è silenzioso
pure non lo è tanto
Chi è entrato nella stanza?

Nessuna anticamera nessuna avvisaglia
chi abbiamo salutato al crocevia
chi era, chi sei luogo che abbiamo abitato?

Nell’inorganico convertita compassione nel paesaggio
nell’imperfetto che archivia il mondo
fumi cechi che ancora guardate con amore

Muro sbrecciato, legno che il gatto rosicchia
nello spazio intrattenuto e sordo

ride veloce della serietà senza ricompensa

Il topo ha il cappello d’oro, è più grande di lui
salta e salta la sua spiegazione inconfessata non si ferma
non sarà oggetto di dettato nella…

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Dal “Nottario” di Marco Ercolani

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Il Nottario (Scriptions, quaderno 18) raccoglie riflessioni sulla scrittura – in forma di appunti, interviste, aforismi e saggi brevi- portate avanti da Ercolani fra il 1990 e il 2012. Di seguito alcuni passi sul significato della scrittura apocrifa (dove apocrifo va inteso nel suo senso etimologico di segreto).

Lo scrittore segreto reinventa una possibilità che il passato non ha consumato fino in fondo e che è lui a presentare, con spudorata fantasia, come nuova chiave di lettura. Il testo apocrifo dà sempre una sconvolgente sensazione di instabilità, perché mette in crisi quanto crediamo di sapere su un evento ormai concluso e consegnato alle leggi e alle leggende della storia.

Non essere nessuno ma indossare la maschera di qualcuno per infondere maggiore chiarezza a certe idee che, espresse dal proprio io, sarebbero più deboli e meno pregnanti.

C’è stato un momento felice, nella scrittura araba delle origini e nella cultura medioevale, in cui la letteratura era abitata, per consuetudine, da scrittori e opere anonime. Oggi, la felicità potrebbe consistere nel dimenticare il nostro vero nome e inventare finzioni ludico-tragiche, che vorremmo battezzare apocrife.

La vera invenzione apocrifa non è descrivere in modo frammentario o fastoso un destino, utilizzandolo come riflesso del proprio soggettivismo lirico, ma scegliere, dell’autore designato, la prospettiva in cui poter essere l’altro nel punto più scomodo della sua possibile (e fantastica) autonalisi à rebours.

Alcuni autori, esistendo, hanno reso possibili delle tradizioni interpretative. Alcuni testi, non esistendo, hanno permesso la loro futura creazione apocrifa.

La scrittura apocrifa ci offre, più che la rassicurante iconografia del libro compiuto, l’immagine della mappa geografica e della carta nautica, all’interno di un viaggio che solo apparentemente è libero di imboccare tutte le rotte alternative. In realtà, dietro a questa libertà della molteplicità, si configura il rigore estremo di una scelta che lo scrittore è tenuto a osservare: la legittimazione di un sogno, la creazione di un fantasma.

Nel principio di indeterminazione di Heisenberg si afferma che è l’osservatore stesso a modificare la materia osservata: questo significa che nella scienza non esiste più un punto di vista neutrale, ma una visione soggettiva che ha qualcosa da condividere con la “soggettiva” cinematografica e il “punto di vista” della narrativa fantastica. Anche nei sistemi complessi della fisica contemporanea l’equilibrio nasce, come per caso, da una costellazione di squilibri che alla fine genera un disordine organizzato – una forma vivente. Esempio di questo codice del disordine, in letteratura, è la narrazione fantastica e analogica, che trova le sue forme solo a partire dalla frantumazione delle regole note. In tal senso la figura dello scrittore si trova in una posizione polivalente – scienziato, poeta, critico, narratore, storico – dove nessuna di queste rotte diventa definitiva e delimitante ma tutte servono a illuminare il suo cammino.

L’apocrifo è una scrittura ipotetica, che da un lato confina con il nulla e dall’altro con la molteplicità delle ipotesi fantastiche che germinano da questo nulla. La scrittura ipotetica presuppone un narratore epico, un veggente che, come il Nunzio delle tragedie, possieda la calma necessaria per descrivere  un fatto tragico. Solo che quel fatto è, ora, indicibile e nessuno ne ha più memoria.

Ciò che l’apocrifo separa è il “testo” dall’io che lo produce. In apparenza, e diabolicamente, qui viene minacciato il principio stesso di identità; ma forse questo è semplicemente smascherato, messo in circolo su livelli diversi o pensato come illusione suprema.

Proprio per ciò che non è dicibile mi sono messo a costruire muri di parole.

Rispondo alla paura di non essere con racconti fantastici.

Trasformo l’emozione, prima che possa provocarmi dolore, in rappresentazione del dolore. Sopporto che qualcosa di angosciante possa accadermi ma non che mi venga sottratta la libertà di rappresentarlo. La mia opera appartiene meno alla storia della letteratura che alla storia della clinica.

«Il cuore ha sempre una splendida capacità di scrivere di sé, cambiando ogni volta l’autore» (da una lettera a G. Z., 1994).

Né poeta lirico né scrittore apocrifo né saggista di poeti né teorico della follia. Non mi interessa il fallimento ‘relativo’ delle mie possibili carriere all’interno di queste zone della scrittura, ma il fallimento assoluto, irrimediabile, irrisolvibile, che caratterizza la mia scrittura nomadica.

Maria Grazia Di Biagio, inediti

Condivido dagli amici di Perìgeion queste poesie da scoiattolo, di una giovane poetessa non enfatica, non egotica, non ostrogota -un fiore raro nella mia generzione- che intreccia parole consuete come intrecciasse braccialetti, ma è tutt’altro che priva di aperture metafisiche…

perìgeion

MG Di Biagio foto

 

CON L’OCCHIALE IN PUNTA DI NASO

Quando si rivoltano le zolle al campo

è un luccicare di pepite brune

Vero è che le ombre a ridosso

del solstizio si allungano più in fretta.

L’età dell’oro ha vita breve.

Pure vero che un autunno così estivo

non lo si vedeva da decenni

Ho le carte in regola per dirlo

– quasi un vezzo –

con l’occhiale in punta di naso.

*

Nell’incavo deserto di un nido, si avverte

il vuoto reso da una galassia in fuga

Lo smarrimento che assale l’astronomo

all’ipotesi di un oltre che non vede.

Il vuoto sta ancorato all’y del ramo

per altre cove e schiuse, altre partenze

Verso il limite che acceca il telescopio

l’universo è più stellato – intero.

*

Le mancanze si addensano

sui fili delle rondini

come per un’attesa –

fumano il narghilè col tempo

discorrendo del meno che pesa

nella fissità…

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Ilaria Seclì_Del pesce e dell’acquario

La concisa e abbagliante visione di un poeta su di un altro poeta.

Chi si appresta alla lettura Del pesce e dell’acquario (LietoColle, 2009) non sa di trovarsi di fronte a un libro fatto d’acqua. Le vischiosità viscerali dei recessi magmatici di una poesia corporale e le geometrie manieristiche di una poesia scritta a priori in regole, sono assenti. Chi conosce l’autrice di questo libro sa che non c’è alcun filo teso a dividere poeta e poesia. Quando Ilaria parla, in ciò che chiamiamo quotidianità, la sua cantilena avvolgente, rabdomantica è la stessa voce che scorgiamo nei suoi versi, a dire che le sue poesie potrebbero, e lo fanno, nascere da una qualsiasi conversazione con lei. E così, come la persona è lieve, le poesie del libro scintillano come i riflessi della luce sull’acqua, muovendosi veloci, di superficie in superficie, inabissandosi e riemergendo nel medesimo istante, senza pesantezza, spegnendosi in quello sguardo che le ha viste lucenti, donandoci un piccolo miracolo:…

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Del pesce e dell’acquario

Del pesce e dell’acquario

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delpesce-e-dellacquario

di Marco Ercolani

«Verrà che non abitiamo i nomi
non li saprete più pronunciare con l’incoscienza di prima
quando tutta l’appartenenza bugiarda si solleverà
troverete tra voi e ciò che era
la carcassa di un giardino antico e scomposto
la roccia che ha fatto riposare i 1000 tempi
la cintura sfilacciata che tiene il cancello arrugginito
La polvere delle intenzioni ingrossare gli scheletri
dei passeri spaventati
Solo tre note a perdita d’occhio sull’ultimo filo elettrico
muoveranno appena un’immagine persa e familiare»

Poeta visionario e barocco, Ilaria Seclì: i suoi versi appartengono al mondo dei poeti “scorticati”, dei “senza-pelle”, dove la sensibilità si accende e si infuoca prima che la ragione possa esercitare il suo naturale controllo. Ma questo non basterebbe a spiegare il trasalire dell’emozione che questa voce poetica trasfonde al lettore. Azzardo un’ipotesi: la poesia non è parlata solo dalla potenza delle sue immagini ma è lei stessa la…

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“Per difetto o supernova”, di Ilaria Seclì

“I cimiteri marini” una volta facevano pensare a Valéry; ma oggi, a chi crede che il mondo lo riguardi, fanno pensare a tutt’altro, anche in poesia. La bellezza salverà il mondo. Ma la bellezza, Ilaria, per chi è come te si paga con l’orrore.

le ragioni dell'acqua

Il viale si allontana su uno skateboard
il viso basso che lo guida ha ali
accende una sigaretta tra nero e nebbia.
Da quell’altezza e no che non si vede
la fine del viale. Al ritorno, il giorno dopo
una coppia e una bici, lividi agli occhi
conta accorta le monetine nel palmo
lui si avvicina al panificio sperando nell’esito
del getto, del dado, un numero buono e meno
tirchio, hanno la smorfia di un dolore
consumato, fedelissimo. Un’altra umanità
che per difetto ignora la storia della supernova
dire che siamo niente e niente dureremo
nella grande economia dell’universo
non si addice, non sta bene. Prova a dirlo.
Al ragazzo che sfida la notte e il freddo
a questi due che la storia macina, divora,
inghiotte con accanito zelo. Prova a dirlo.
Ai cimiteri marini ai piedi in cammino
verso quale patria, a chi rovista nei bidoni.
Prova a dirlo…

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“8 gennaio XVI”, di Ilaria Seclì

“Qualcuno ha immaginato un finale anche per chi non c’era”. C’è più crudeltà nello sguardo di un neonato, più magia nello sguardo di un disabile, più attesa del miracolo in un profugo che ha perso tutto. Qualcuno ha immaginato il suo finale per quelli che non c’erano. Come dice Francesco Marotta, “la poesia è una forma di resistenza”. Più eroica ancora quanto più è lieve.

le ragioni dell'acqua

Anche stando sulla soglia non si vede nulla.
Il clown è in fondo alla sala scura.
Anche stando in punta di piedi non si vede. C’è Otto al centro della soglia, lui è alto. Tutti ridono ridono, arrivano musiche di Francia e Vienna, fisarmoniche e carillon.
Il teatrino è pieno, qualcuno allunga gli occhi li spinge, cerca di superare gli altri corpi ma non ce la fa. Chi è dentro ride, ride e applaude, commenta ad alta voce, grida bravo!
Chi è fuori ha un’aria spaesata, di chi deve indovinare i motivi della risata, i gesti, accenna per cordialità a un sorriso, quasi si vergogna di non poter partecipare. Riprova a entrare, ma niente.

Una donna chiede alla spalla di fronte: c’è posto? Qualcuno risponde sì, uno o due. Ma nessuno si muove, si sposta.
Resta chi è già dentro e tiene con forza il posto.

Fuori un angelo parla…

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Ilaria Seclì

La parola di Ilaria è una parola-dialogo: torna sulla sua Lecce, sui luoghi vissuti e rivissuti, su coordinate non solo spaziali, e non si relaziona solo alle altre parole, ma alle cose: si espande in un universo di oggetti e di affetti, un universo brulicante di vite morti case, di axis mundi di cui solo lei possiede la formula magica. La sua forza non è solo quella tradizionale del poeta che intaglia la sua parola fino a farne una cosa -un’arma tanto più fine quanto è più gentile: è anche nel rapporto con l’al di là della parola -e con l’al di qua, col silenzio; come certi compositori del Novecento, da Janacek a Xenakis a Varese ad Ives, si fanno forti del loro rapporto con l’Oltremusica, col suono e il rumore, Ilaria prolunga la sua parola verso il mondo, verso la vita nel suo senso più ricco e meno abusivo, e ne fa coriandoli o lapilli, o ninna nanne di madri, o immagini impresse su una retina cosmica, e che gradatamente svaniscono…

le ragioni dell'acqua

La polvere sull’asse della sedia
nel conservatorio di sant’Anna.
Sottile immobile tronco di palma
che la porta intravede dal cortile.
Gli sguardi lisci delle cose, senza
crepe, senza distrazioni. Così
la pelle di certi visi boreali
trattiene l’infanzia della neve.
Un silenzio mai stanco transita,
trova eredi, sa dove far riposare
il suo cespo vivo

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