Quartetto n. 1

Fu il colonnello Orlandi a parlarmi per primo del Quartetto. Nel Primo quartetto di Bartók, mi disse, c’è un punto in cui sembra di sentir suonare una fisarmonica. Ha mai sentito gli archi suonare come una fisarmonica?, mi chiese. Una vera fisarmonica di un vero musicista contadino dell’Est Europa. Non lo conosco, gli dissi, cercherò di ascoltarlo. Ma alla radio non passò mai. Quando andavo al negozio di dischi, in città, non lo trovavo. Poi sono diventato vecchio. Da quando mi sono rotto il femore non posso più uscire e mi sono rimasti solo i ricordi per vagabondare con la mente e gli spostamenti dal letto alla finestra… Il colonnello Orlandi è morto due anni fa, ho chiesto al figlio di cercarmi lui il Quartetto, ma mi ha risposto che non ha conservato i dischi del padre. Grave errore. La musica era tutt’uno con suo padre. Si pentirà. E poi oggi mia nipote ha portato un CD con il Quartetto di Bartók. Lo ha messo su. Lo ho ascoltato. All’inizio mi sentivo preso in giro: un lungo inizio lento, senza nulla che facesse pensare alle immagini vigorose che il colonnello mi aveva evocato. Poi, poco prima della fine, quando ormai ero convinto di ricordare male quale quartetto fosse, eccola! La fisarmonica! Il quartetto che suona come una fisarmonica! Ecco la danza, i suonatori magiari, il ritmo slavo che scorre nelle vene… Dura un attimo. Ma è magia pura, vita pura. Ho chiesto a mia nipote di rimetterlo, mi sono fatto insegnare come si usa il CD per potermelo rimettere da solo. E’ passato tutto il pomeriggio. Lo ho ascoltato e riascoltato, in un’estasi esaltata. Poi ho spento la luce. Sono andato a dormire. Ho sognato che morivo in pace.

Confessione

Boito_e_Verdi

Arrigo Boito (Padova, 1842 – Milano, 1918) fu scrittore, librettista e compositore mancato. Fu un uomo febbrile e inquieto, intellettuale della Scapigliatura, figlio spirituale di Baudelaire ma cresciuto nell’aria pragmatica del Nord Italia. Lo ricordiamo in parte per la sua prima opera lirica, il Mefistofele, e in gran parte per i libretti delle due ultime opere di Verdi, l’Otello e il Falstaff. E’ opinione comune che Boito abbia portato all’opera verdiana il vento fresco di due testi di qualità, prendendo il posto dello storico librettista Francesco Maria Piave, il cui cervello aveva dato di volta. Ma è un’opinione condivisibile solo in parte. Piave scriveva versi imbarazzanti: “Sento l’orma dei passi spietati”, “il balen del tuo sorriso”. Eppure, come osserva Savinio, i momenti più alti di Verdi assomigliano molto a “Sento l’orma dei passi spietati”. Sono momenti stupendi, ma sciocchi. Provate a far eseguire la Danza delle sacerdotesse dell’Aida a una fisarmonica, e perderà tutto il suo fascino egiziano per rivelarsi una mazurka campagnola infiocchettata con qualche cromatismo. E’ questo il genio di Verdi: e un inventore di sfondoni come il Piave lo intercettò molto meglio del più colto Boito. C’è anche dell’altro. I versi di Piave, servitore della musica, erano brutti sì, ma musicabili, mentre non si riesce a immaginare un periodo più antimusicale di questo, tratto dal Falstaff di Boito: “Costui beve, poi pel gran bere perde i suoi cinque sensi, poi ti natta una favola ch’egli ha sognato mentre dormì sotto la tavola”. Solo il genio di Verdi poté mettere in musica questi ritmi zoppi. E c’è ancora dell’altro. Piave sarà stato anche un poeta da strapazzo, ma era un buon psicologo. Conosceva l’animo umano, e questo in Verdi è fondamentale. Piave capiva le ragioni teatrali di Verdi con una profondità che Boito nemmeno si sognava E il risultato è che, con Piave, tutti i personaggi, anche i più infami, hanno le loro ragioni; con Boito, Jago sembra Hannibal Lecter.

Eppure, se ci occupiamo di Boito non è per dirne male come artista, ma per elogiarlo come uomo. Quando girarono voci sulla stampa secondo cui Boito era stanco di collaborare con Verdi e voleva dedicarsi di più alla propria musica, Verdi gli offrì, non senza risentimento, di congedarlo. Ma Boito non accettò, e gli scrisse: “Voi vivete la vita vera e reale dell’Arte, io quella delle allucinazioni”. Una così lucida confessione è difficile da fare per chi aspira ad essere un artista. Boito la ha fatta, ed è per questo che è stato un grande uomo.

Congedo

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Gentile dottore,

ho deciso di rinunciare al suo aiuto. Il motivo della mia decisione non le piacerà, ma la prego di rispettarla e di non cercare di convincermi a tornare indietro.

Vede, io ho studiato letteratura su libri di testo in cui le critiche avevano un’impostazione psicanalitica: così, se Pascoli parlava di un fiore, quel fiore doveva simboleggiare gli organi genitali di una donna e alludere all’impossibilità per il poeta di vivere un rapporto d’amore. Tutto questo ha avvelenato la mia crescita inducendomi a pensare che la letteratura fosse una malattia. Troppo tardi ho capito che la mia malattia non aveva niente a che fare con la letteratura: troppo tardi, quando già mi ero preso responsabilità familiari e di lavoro che mi impedivano di ricostruire quell’amore giovanile e di portarlo avanti. Per colpa della sua disciplina ho perso quella porzione di bellezza che avrebbe potuto migliorare la mia vita.

Ricorrere a lei per scoprire la mia vera natura è stato un errore nell’errore. Ormai sono convinto che la vera personalità di un uomo sia quella pubblica. Il Novecento e la sua disciplina ci hanno abituati a scavare nell’inconscio delle persone rendendole tutte uguali, i grandi come i meschini, perché nell’inconscio siamo più o meno tutti uguali. E’ nelle manifestazioni che emergono le nostre differenze, le nostre più profonde individualità. Nel modo in cui modelliamo la materia magmatica del subcosciente per farne vita. E allora chi, come me, è in cerca di un’identità non la troverà mai in quel rutilante materiale di base. La troverà fuori. Si deve essere superficiali per profondità, diceva Nietzsche. Per questo io rinuncio alle sue cure. Per questo penso che, per conoscermi meglio, d’ora in poi vivrò solo in superficie.

Non creda che non le sia grato per il lavoro fatto fin adesso.

Cordiali saluti,

L’esilio

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Sembra che una notte, rincasando dai soliti bagordi, il cantautore e scrittore Leonard Cohen vide un uccello appollaiato su uno dei primissimi cavi della rete elettrica installati sull’isola greca di Hydra, e che da questa visione sia nata la canzone Bird on the Wire. Quello che non si sa è che Leonard Cohen trovò sull’isola una bottiglia contenente un manoscritto con una poesia. Cohen la giudicò poco interessante e conservò bottiglia e manoscritto senza mai farsene niente. Le pagine contenute nella bottiglia furono ritrovati fra le sue carte alla sua morte. Qui riportiamo il contenuto del manoscritto non per il suo valore letterario, ma per la particolare vicenda che vi è narrata. L’originale è in inglese, lo abbiamo tradotto. Non è stato possibile datarne la composizione.

E così avete deciso di cacciarmi via,
m’avete messo alla porta,
dato l’ostrakon dalla vostra città:
quella città che voi proteggevate
contro l’assalto di gente disprezzata
con mura forti
e con i templi in cui adorate i vostri lari.
Quelle strade a volte, quei mattoni
portano la firma della mia mano silenziosa,
che vi aiutava.
E se un bel giorno m’avete cacciato
non è stato perché ho violato una
delle leggi che abbiamo scritto insieme
e in cui insieme abbiamo creduto,
ma per avervi mancato di rispetto,
per non avervi fatto l’inchino.
E non l’ho fatto non perché ero io,
ma perché nella nostra città
bisognava camminare a testa alta:
questo credevo, e invece mi sbagliavo.
Sono sempre stato solo,
e voi siete una famiglia, una tribù.
Io la famiglia l’avevo mezza persa
e l’altra mezza m’aveva tradito.
Non ho riparato fra le vostre mura
mentre fuggivo dai loro coltelli,
ma col vostro placito vi venni a lavorare.
E sembrava che potessi un giorno anch’io
saggiamente amministrare la città.
Pure, non ero un membro di diritto:
non si entra di diritto in una famiglia
o in una tribù.
Ero come l’amico di Francia, che ritorna
d’estate a questi mari,
graditissimo ospite, che un giorno o l’altro
dovrà ripartire.
Condizione per stare con voi
era non scrivere nulla di mio,
inchinarmi alla vostra bravura
e condannare chi voi condannavate
e perdonare a chi voi perdonavate.
Scrivere mie sentenze non potevo:
io ero uno, e voi eravate molti.
Ma con tutto il rispetto dei vecchi
e dei figli dei vecchi
io credevo che il vostro amore
me lo davate perché vi piacevo.
Pur venerando i vostri grandi padri
e i figli dei vostri grandi padri
volevo che la mia voce passasse nei microfoni
non diventare microfono anch’io.
Questo voi non me l’avete perdonato,
e non m’avete detto nulla:
quando il decreto d’esilio è arrivato, io già lo sapevo
dagli sguardi che mi spiavano nei vicoli,
che mi seguivano quando ai mercati
contrattavo la merce,
lo sapevo dagli sguardi
spariti d’amore,
dal sorriso di colui che, nuovo figlio,
avevate adottato, e che aveva più voglia
di me di fare inchini,
aveva voglia di confondersi con tutti
mentre quando una notte io, disperato,
non m’ero ammazzato,
m’ero obbligato a distinguermi sempre
e ad essere fiero, perché il segno portavo
del figlio non voluto, del diverso
che si poteva distruggere con niente.
Allora dissi: devi essere invincibile.
Ora io continuerò ad essere uno
mentre voi sarete sempre molti.
Siete felici, ed io sono disperato.
Ma siete certi che vi farà onore
l’avere agito così perché ero uno?

Rendez-vous

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Caro E.M.,

non ci siamo mai piaciuti. Tu sei fatto a modo tuo, hai una natura artistica, edonistica, sensuale. Io sono per i doveri. Ti ho sempre impedito di fare le cose di testa tua, perché altrimenti ti saresti messo in guai più grossi di quelli in cui ti sei già messo. E non sono mai riuscito a convincerti che l’ho fatto soprattutto per il tuo bene. Eppure, il tuo comportamento dell’ultimo periodo mi sconcerta. Sei troppo sottomesso, e temo che sia anche colpa mia. Il fatto è che le cose a modo tuo si possono fare solo in un mondo fatto a modo tuo. Ma forse si può trovare un compromesso. Per farlo però ho bisogno di avere una tua presenza più attiva. Ultimamente sei diventato così timoroso che nemmeno mi accorgo più di te. E così è troppo, capisci?

Incontriamoci. Siamo adulti e possiamo parlare da adulti. Non è più come un tempo. Ci siamo combattuti tutta la vita. Ormai l’ho capito che non sei come gli altri. Prova a dirmi, in un mondo a modo tuo, come saresti e cosa conterebbe per te. Magari riusciamo a trovare un modo di farcela anche in questo.

Ti saluto e ti aspetto

E. M.

Ascoltando Coltrane

Questa musica può far impazzire, pensava l’inquilino del piano terra mentre ascoltava The Father and Son and The Holy Ghost, prima take dell’album Meditations di John Coltrane. Ed effettivamente si tratta di una musica sconvolgente, che suscita emozioni forti, ma nessun essere umano sano potrebbe realmente aver paura di impazzire durante il suo ascolto. Sugli effetti psicotropi della musica circolano varie leggende, come quella di una signora che ebbe un orgasmo alla prima esecuzione del Tristano e Isotta di Wagner. Ma sono tutte storie non confermate. Anche la leggenda del tenore Martinelli che con un acuto mandò in frantumi i vetri del Metropolitan di New York non ha mai trovato conferme. Una persona sana, ribadiamo, non ha reazioni abnormi all’ascolto di una musica -per quanto emotivamente intensa. Il signore del piano terra però non doveva essere sano, perché, per paura che qualcuno, reso pazzo dalla musica, entrasse dall’ampia finestra del soggiorno e lo colpisse, uscì lui dalla finestra, attraversò il giardino, scavalcò il recinto e e, sceso in strada, prese a pugni il primo che gli capitò a tiro riducendolo quasi in fin di vita. E, quando si fu ripreso, non seppe dire altro che: -Non capisco, dev’essere stata la musica di Coltrane.