Vita

(ad Anna Bergna)

Ho sentito la voglia di vivere nella vongola che, quando cercavo di aprirla, serrava le valve in un estremo tentativo di non farsi uccidere.

La gallina aveva gli occhi di spavento quando la contadina pigliò le forbici.

E il bambino, alla morte del nonno, sapeva che qualcosa di irreparabile era accaduto.

Qualunque cosa che vive possiede una sua scienza della morte.

I superstiti

mark-rothko-style-christmas-tree-e-gibbonsLei è la mamma di Adela. Adela è una bambina moldava, intelligentissima, seria, sembra un’adulta. Ogni volta entra in libreria e indica un libro che le piace. La mamma chiede al libraio “Quanto costa?” e non vuole sconti, ma chiede che le si metta il libro da parte. Dopo qualche giorno -il libraio lo sa- torna con un astuccio carico di spicci, l’esatto importo del libro, e lo compra.

I superstiti sono come matti. Sassi, felci, gufi, gatti, vivono la vita delle piante e dei temporali nelle intercapedini dei commerci umani. Vivono in silenzio e di nascosto. Per mimetizzarsi raccolgono monete.

Il libraio è un ragazzo autistico. Sorride, non guarda negli occhi, ma ha gli occhi ardenti. Saluta e si rimette a scrivere. Scrive su dei quaderni tutti uguali, con le copertine di caldi colori autunnali. Scrive e poi ricopia, perché non sopporta cancellature e correzioni e vuole che la pagina sia perfetta. Perfetta come dopo la morte.

I superstiti sono un po’ matti. Sassi, felci, gufi, gatti, vivono nelle scanalature del tempo, in un’epoca geniale e immobile scandita da riti intemporali. Vivono con silenzio e irrequietezza. Per nascondersi imparano un mestiere.

Brassens cantava le sue canzoni per I gatti. L’impermeabile sulla giacca, seduto su una gradinata della notte parigina, tirava fuori la chitarra e, senza togliersi la pipa di bocca, cantava Au bois de mon coeur composta a casa quel pomeriggio. La notte è quasi vuota e fischia vento. Tre gatti si raccolgono ai piedi della chitarra. In un altro tempo, un ragazzo autistico ascolta Au bois de mon coeur con la stessa attenzione dei gatti mentre raccoglie le monetine della mamma di Adela.

I superstiti sono come matti. Sassi, felci, gufi, gatti, comunicano col canto più che con le parole, come animali e poeti. Vivono mentre gli altri dormono. Per non star soli escono la notte.

Una foto di Campana

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Cotesto non sono io, cazzo! L’uomo ritratto in codesta foto era un uomo ordinario, di chiamava Filippo Tramonti ed era un avvocato, un comune borghese che infinocchiava i clienti. E voi avete scambiato la sua foto per la mia e l’avete messa sulle copertine dei miei libri. Cani! C’è da giurare che è stato un complotto di Papini e Soffici, ci scommetto, tutta la redazione di Lacerba starà ridendo per essere riuscita a giocarmi codesto bel tiro in eterno. Io lo so. Impastare di merda la mia memoria perché durerà più della loro.

Non conoscete nemmeno la mia faccia. Io sono elettrico. Che ne sapete voi di me? Avete messo sui miei libri la faccia di un altro e pretendete sapere qualcosa del mio sucosciente? Restituitemi piuttosto i mie poemi! Foste più umili, lascereste che vi curassi con l’elettricità. Posso curare molte malattie con l’elettricità, potrei donare all’umanità un futuro libero e felice grazie alla corrente che attraversa il mio corpo. Vi insegnerei a produrre in proprio la corrente elettrica come faccio io, e sareste tutti liberi e felici. Non ci sarebbero più guerre nel mio mondo. E voi, voi che mi avete dato del guerrafondaio. Cani! Sono stato il più grande patriota del mio tempo. Sono l’ultimo dei germani in Italia. E non vuol dire ch’io feci la spia pei Tedeschi nella Grande Guerra, o cani! Germano vuol dire fratello. Sono stato l’ultimo dei fratelli. Io sono un ideale di fraternità. Sono il futuro! Vi posso render liberi, ma voi e tutta la redazione di Lacerba avete complottato per chiudermi in codesto manicomio e far restare l’umanità prigioniera. Fatemi uscire! O vi incenerisco tutti con la mia corrente. O codesta mano che ha stretto la mano del Carducci si abbatterà su di voi futuristi di merda e vi incenerirà. Io sono elettrico! Vi ammazzo tutti!

Per saecula – tutto e niente

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(A Doris Emilia Bragagnini)

L’ultima persona che lo ha conosciuto è morta nel 1997: era nata ad Arles nel 1875 ed è vissuta 122 anni. Si chiamava Jeanne Calment. Nel 1888 aveva tredici anni e si trovava nel negozio di colori della sua famiglia quando vide entrare Van Gogh. “Era sporco, brutto, col volto bruciato dall’alcol, per nulla gentile. Andava al bordello, ma le prostitute a volte non si facevano pagare e lui spendeva i suoi soldi per bere.” Non diceva: era un grande pittore. Diceva che era sporco e brutto e che andava a puttane.

Jeanne era nata quando ancora non c’erano la torre Eiffel e il cinema. Suo marito la portava a Parigi a vedere il cinema dei fratelli Lumière e i lavori di costruzione della torre. Da ragazza ballava la farandola. Prima di morire partecipò con la sua voce a un album rap. Se le avessero chiesto cosa era cambiato in 122 anni, forse avrebbe risposto: tutto è cambiato, niente è rimasto lo stesso. Ma la sua idea di Van Gogh non era cambiata.

Van Gogh era nulla per la società del suo tempo ed è tutto per noi. A volte mi chiedo quanti van Gogh ci siano fra i nostri clochard. Lui in fondo era poco più di un clochard per i suoi contemporanei. Forse era anche una persona sgradevole, almeno in alcuni momenti. Jeanne Calment lo descriveva come un uomo rozzo. Ma a leggere le sue lettere non si direbbe.

«Penso tanto a te e a Gauguin e a Bernard, sempre e ovunque. Mi piacerebbe che foste tutti qui. Non sarei sorpreso se il mio ultimo quadro, il cielo stellato, ti piacesse. Spesso ho la sensazione che la notte sia ancora più colorata del giorno, con toni di viola e di blu e di verde più intensi. Le stelle mi fanno venire in mente i puntini neri che indicano le città e i paesi su una carta geografica. Prova a immaginare se i punti di luce in cielo fossero accessibili come per noi i punti sulla carta della Francia. Come prendiamo il treno per andare a Tarascon o Rouen, così prendiamo la morte per andare su una stella. Non mi sembra impossibile che il colera, la crisi e il cancro siano mezzi di trasporto celesti proprio come i battelli a vapore e i treni sono mezzi di trasporto terrestri. Nella vita di un pittore la morte forse non è la cosa più difficile che ci sia. Mi sento la testa ovattata già da settimane, devo stare attento ai miei nervi. Quando il mio spirito è in stato di esaurimento, pensa sempre più all’eternità. Hai avuto notizie da Gauguin? Se venisse qui, per noi inizierebbe un nuovo periodo. La mia idea sarebbe quella di fondare una casa per artisti che non esistesse soltanto durante le nostre vite ma anche per le generazioni future. Se quello che fai ti fa vedere l’eternità, allora la tua esistenza ha avuto un senso.»

“Egli stava lavorando per noi” scrisse cinquant’anni dopo René Char. Aveva gli occhi dei posteri. Era come se fosse già morto per se stesso. Si vedeva come lo avrebbero visto dopo la sua esistenza reale. Quindi anche lui si considerava tutto e niente.

Agli occhi della società, un artista o è un genio o è un fallito. Van Gogh è quasi solo un genio per noi, ma per la gente che lo conobbe era quasi solo un fallito. Lui si sentiva più simile al grano.

«Quando penso a tutte quelle cose di cui non capisco il motivo, guardo i campi di grano. La loro storia è la nostra: non siamo forse anche noi in gran parte grano? Ci rassegniamo a crescere come una pianta. A volte non siamo in grado di muoverci come la nostra immaginazione vorrebbe, e quando siamo maturi veniamo falciati come il grano. Sono davvero convinto che la storia dell’uomo sia come la storia del grano: anche se non vieni seminato nella terra per germogliare, non importa, vieni comunque macinato per essere trasformato in pane. La differenza tra fortuna e sfortuna, bene e male, bello e brutto, è relativa. »

Lettera d’amore (un cantico)

15469795791_eecc6d582a_b«Ci regaliamo il frutto delle notti,  gli anni vissuti senza di noi. Un incendio, una morte, una rinascita, un rifondare l’uno nell’altra le nostre città. Il tuo corpo è una storia d’amore. Porta i segni di tutto il mio amore. Modellato con mani da vasaio, con pazienza creato, scolpito.

Sei intensa come l’odore dei tropici. Sei ambra, lava etnea, gorgoglio di risacca e profumo di menta. Sei monumento di marmo e donna viva. La tua voce è voce di velluto, canto della notte. Hai gli occhi scuri d’Andalusia. Ogni tua sfaccettatura è una persona. Un mondo intero di porti, di case, brulicante di esseri umani. Sei sempre una e sempre nuova, come le onde sulla superficie del mare. E tutto questo nelle mie mani che ti ricreano. Che custodiscono dolore e splendore. Che si donano mentre attingono da te.

Hai un desiderio selvaggio di riprenderti la vita che ti è stata tolta. Riprendiamocela, io ti aiuto a riprenderla. Mia come il palmo delle mie mani, tuo come il colore dei tuoi occhi, riprendiamo possesso del mondo. Sei vorace di tutto e tutto annienti. Cadono affascinate anche le pietre. Ma non cado io. E’ più forte la mia passione e ti vince, e tu ami essere vinta. Amo la tua arroganza, il viso e il portamento alteri e gelidi, la rabbia che fa franare le montagne, la troppa forza che cerca sempre nuove passioni su cui sfogarsi. Amo quel corpo sodo, caldo come il sole, le gambe d’avorio e acciaio, la plasticità aggressiva del portamento. Amo l’incarnato di terra, il Mediterraneo dei sensi. Le fiocinate della tua tenerezza, la tua raffinatezza di nata povera. Sei di pane duro. Quando arrivi ogni cosa è al suo posto, ognuna ha il profumo che la individua. Ed io sono intrecciato a te come la vite al suo tralcio. Siamo un’orchestra, un coro: innalziamo alla vita un’unica musica.

Io mi arrampico in te come linfa che scorre nell’albero, dalle radici alla punta dei rami. Ti circolo nelle vene e ti rigenero. Ti sradico, ti fulmino, ti tolgo i tuoi tesori per mostrarteli. Non alzare muri, li abbatto. Non resistermi, ti vinco. Non temermi perché la tua paura è nulla in confronto al mio amore. Io ti inchiodo a me, serro le tue mani alle mie e con gli occhi piantati nei tuoi occhi ti anniento e ti ricreo nella passione. Appesa alla stella più alta tu rinasci, rivivi. Con me.

Ma le parole cessano. L’amore non è fatto di parole. L’amore ha un corpo. E il cuore, quando è caldo, non parla.

Solo una cosa rimane. Tu. Noi.»

Non lo sappiamo

tolstoij1Le ultime parole non sono così importanti, non riassumono una vita o una dottrina. Davanti alla morte ogni uomo è solo come un uomo comune, anche se è stato un grand’uomo ed anche se è morto da eroe. Tolstoij morì scappando, come tutti sanno, in una misera stazione ferroviaria. Le agiografie riportano che i giornalisti erano là fuori, e che lui disse: con tutti gli esseri umani che soffrono, perché questa gente si interessa solo a me che muoio? Un pensiero altruista, che si confà all’autore di Resurrezione.

Dunque quella mattina alla stazione di Astapovo il grande umanitario rivolse i suoi ultimi pensieri al popolo che soffre. Questo è ciò che tutti sanno. Altri sostiene che il grande mistico dichiarò in punto di morte il suo amore per la Verità. Ed anche questa è una morte degna di lui, come tutti vedono.

Pure, vi fu un altro Tolstoij: il senza pace, quello che si diceva insaziabile della carne delle contadine –e quelle contadine saranno state sempre consenzienti?, ci chiediamo-, quello che in nessun posto era a casa, che voleva giganteggiare e trionfare sull’esistenza senza riguardo a chi soffriva accanto a lui. Il Tolstoij di cui pochi sanno, descritto nei diari della moglie la cui sofferenza di donna toccò anche Doris Lessing. L’uomo così preso dalla sua vitalità da non avere riguardi, così preso dai propri sensi da volerli sfogare su di lei anche subito dopo il parto… il grande umanitario convisse col grande brutale, il grande generoso col tremendo egoista.

Di Bob Kennedy si sa che, quando fu sparato, disse: controllate come stanno gli altri. Di Caikovskij non si capisce nulla: morì di colera, morì avvelenato, morì suicida…? Prima di morire ripeté più volte: maledetta! Maledetta chi? La malattia, la morte? La sua benefattrice Von Meck, che lo aveva abbandonato all’improvviso? O la vita da cui si stava congedando? Nessuno lo sa.

Tolstoij non lanciò maledizioni, ma si congedò dalla moglie con poche, gelide parole, e fuggì. Non le permise di entrare, ad Astapovo, e di vederlo morire. Peggio di una maledizione. Una cancellazione. Una damnatio memoriae. L’ultimo pensiero di Tolstoij quella mattina ad Astapovo, con i giornalisti sotto le finestre e la moglie abbandonata ed esclusa anche dalla vista dell’ultimo respiro, fu per il popolo, fu per la Verità? Non lo sappiamo. Ma il figlio di Tolstoij riporta una versione diversa:

-Andarsene, bisogna andarsene. Andrò in qualche posto dove nessuno possa disturbarmi. Lasciatemi in pace…

Una maledizione. Le ultime parole del grand’uomo, per il figlio, furono simili alle parole di uno che muore. E forse in questo fu simile al popolo, e forse in questo sta la Verità. Ma noi non lo sapremo mai.

La pipa dei sogni

pipaNon era questione di fumo, ma d’identità. Da quando aveva perso il lavoro aveva perso anche quella, la cercava e s’aggrappava ai dettagli per trovarla. Un giorno, durante una passeggiata, aveva visto quella pipa sulla vetrina della tabaccheria vicino al mare: dritta, elegante, rusticata, dello stesso color del tabacco. Ma costava ottanta euro. Ne aveva comprata una quando aveva ancora il lavoro, ma l’aveva presa economica perché i soldi erano già pochi. Si divertiva a fumarla, ma niente di più. Non era una pipa di qualità, l’aveva presa così, tanto per sfizio. Era un modo come un altro di fumare. La pipa della tabaccheria vicino al mare, invece, l’aveva incantato. Se la poteva permettere meno di prima, non era economica -anche se ottanta euro per una pipa non sono tanti- ma gli sembrava essenziale. Aveva voglia a ripetersi che c’erano cose più serie a cui pensare, che poteva fumare senza spender tanto, che non era il momento! Aveva voglia a soppesare quanto lavorava la sua compagna per mettere da parte ottanta euro! Lui aveva deciso che avrebbe messo nella custodia degli occhiali le monetine che gli avanzavano ogni giorno fino a raggiungere gli ottanta euro, così si sarebbe sentito meno ladro. Se lo sarebbe goduto di più il fumo di una pipa così sofferta. Ma ogni settimana doveva attingere al portaocchiali perché c’erano tante spese e pochi soldi, e allora ricominciava da capo. Quando aveva mezz’ora libera faceva una passeggiata fino al mare per controllare che la pipa fosse lì ancora. C’era, e lui se ne tornava a casa pregustando il possesso della pipa, sognandosi in bocca il cannellino e l’aroma legnoso, perché immaginarsi con quella pipa lì per lui non era una questione di fumo, ma d’identità.

Le vite parallele

immagineIn una ero direttore d’orchestra. La Quarta di Brahms, Sibelius e Dvorak erano i miei cavalli di battaglia nel repertorio tradizionale, ma la mia specialità era quello moderno. Facevo Prokof’ev come un direttore russo, il Neoclassicismo sotto la mia bacchetta suonava limpido e infuocato, Richard Strauss e Mahler suonavano puri come Mozart e tragici come Orlando Gibbons. La critica si meravigliava del mio gesto piccolo e semplice. Alle prove, stabilivo con l’orchestra un rapporto di assoluta familiarità: finita è l’epoca dei direttori autoritari, l’esecuzione  si fa tutti insieme, dicevo: e scherzavo coi miei orchestrali, chiedevo loro scusa se sbagliavo, se non mi seguivano chiedevo se occorreva loro un battito più chiaro; li persuadevo della mia interpretazione più che imporgliela, lasciavo loro la libertà di realizzare la musica nel modo che gli fosse più congeniale e accoglievo le loro risposte badando solo di armonizzarle. Ma l’ultima parola era la mia. I commentatori notavano ch’ero un direttore moderno, ma con un che di antico nello stile, certi rubati da direttore ottocentesco, un’insofferenza agli eccessi di sfumature… Mi scagliavo nelle interviste contro il suono tecnologicamente sofisticato e pretendevo dai tecnici, in sala d’incisione, una fotografia realistica del suono delle mie orchestre.

In un’altra ero un grande giornalista. Mi battevo per un giornalismo all’inglese, che scorporasse i fatti dalle opinioni, e scrivevo in una prosa cristallina ma musicale, combinando le parole con un’abilità che a volte attingeva alle combinazioni e ai ritmi della poesia. Lucido osservatore non solo della politica e del costume ma del giornalismo stesso, ero considerato un esempio di etica giornalistica e coltivavo l’arte di star dentro al mondo dei media come un corpo estraneo. Avevo lo stile sobrio dei personaggi pubblici d’un tempo, vestivo in dolce vita e giacca e conciliavo così l’odio per il mio tempo col bisogno di partecipare al mio tempo.

In una delle mie vite stavo girando un film. Anche come regista avevo un atteggiamento familiare con attori e tecnici, impostavo con loro un lavoro di squadra e mi ponevo alla pari col gruppo –benché fossi uno dei più importanti registi viventi. Abile nel creare atmosfere e nel descrivere psicologie con pochi tocchi, preferivo girare dal vero piuttosto che in studio perché credevo che la realtà avesse sempre una sua poesia, ma volevo che i dialoghi fossero realizzati in sala di doppiaggio per assicurarmi l’effetto sinfonico avvolgente e rustico tipico del sonoro dei miei film. Preferivo scolorire gli acuti e ridurre la gamma delle dinamiche per conferire alle colonne sonore una certa patina antica.  A volte ero anche prim’attore e autore delle musiche. Il mio stile di recitazione sobrio, quasi impersonale, mi dava l’autorità di chi un’autorità non la cerca, il carisma paradossale delle figure non forti ma tenaci. Coltivavo con onesto compiacimento l’arte di nascondermi sotto le luci della ribalta.

Infine, in un’altra vita ero uno scrittore. Applicavo volute di prosa alla Bruno Schultz a una materia documentaria e grezza, di cronaca. Mi assicuravo così la presa sul mio tempo, la presenza nel dibattito culturale e civile del mio tempo ma anche l’estraneità di chi viene da altri tempi, di chi vive d’altri tempi ed è di passaggio nela sua epoca come quel solitario che non sfuggiva alla gente di Italo Calvino.

Queste vite le ho vissute tutte e nessuna. Ho voluto mantenere intera la gamma della mia complessità, conservare vergine e vertiginoso il terreno delle mie potenzialità, e non ho mai scelto. Ogni volta che ho desiderato qualcosa, qualsiasi cosa, mi sono scontrato col fiume dei miei ripensamenti, e alla fine la mia vita è stata esile e inutile come la nuvoletta di fumo che sale dalla pipa verso il cielo. Qui è rimasta soltanto la vita che non volevo.

Un libro con dedica

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(a Ilaria Seclì)

«Ti ho spedito il mio libro. Stavolta non ti mando una lettera scritta a mano, mi sono accorto che scrivere a mano, quasi sempre, mi limita, che solo nella parola astratta della scrittura a macchina mi sento libero di dire quello che mi pare. E’ una deformazione dei nostri tempi, senz’altro, ma ho sempre praticato una scrittura in scomparsa, una scrittura in cui era possibile dire “io” solo se a dirlo era un altro -sono sempre morto nella mia scrittura, e mi sembra coerente adottare un metodo di scrittura impersonale, che cancelli le tracce del mio io fisico. Ti sembrerà un delirio, e forse lo è. Vivo nei simboli della dissipazione: il fumo che sale dalla pipa, le parole che scontornano nell’etere, le amicizie senza essersi mai visti, i libri che nessuno legge. Ogni volta che mi rimprovero di stare sprecando la vita, mi viene in mente che forse lo spreco è il mio modo d’essere. Perdona quest’amarezza e questa dissipazione, gli scrittori sono dei costruttori, ma noi non siamo scrittori, siamo solo dei naufraghi che cercano di restare aggrappati alla nave della scrittura. Non scriviamo più per esistere, ma per sopravvivere. Ed io sopravvivo sparendo. Leggi il mio libro. La mia vita è più in dieci righe che in dieci giorni, e sono più io nelle parole dietro cui scompaio che qua.»

La morte del poeta

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Passeggiava nel vento Picasso, uomo antichissimo dalle visioni moderne. Era il 9 novembre, quasi l’estate di San Martino. Dai balconi pendevano panni stesi ad asciugare al sole e al vento. Picasso non era di buon umore. In guerra aveva perso tanti amici, alcuni perché erano partiti al fronte, altri perché non gli avevano perdonato di non essersi arruolato: eri nessuno quando sei venuto in Francia, gli dicevano, e con tutto quello che la Francia ha fatto per te… ma a Picasso non andava giù che, per ringraziare la Francia, doveva piantare una baionetta nelle viscere di un tedesco. Era il 9 novembre del 1918. Si contavano i morti, e Picasso contava gli amici persi. Un artista è sempre solo, pensava, ma lui era ancora più solo. Molti amici artisti s’erano uniti alla guerra per essere meno soli, per fare parte di un coro anziché cantare da soli. Si contavano i morti anche fra loro. Picasso comprò un giornale. La Francia aveva vinto. Una ventata gli portò via il basco. Alzò gli occhi. Dai balconi pendevano panni stesi ad asciugare al vento e al sole. Un velo nero lo raggiunse in faccia. Quando se lo tolse, il basco non si vedeva più, e una vedova di guerra si scusava: il velo era suo.

*

Passeggiava tra la folla Ungaretti. La folla gridava à bas Guillaume, à bas Guillaume, à bas Guillaume! Guillaume era l’imperatore tedesco Wilhelm II. Stavano festeggiando la vittoria. Era quasi l’estate di San Martino e c’erano sole e vento. Ungaretti aveva addosso tutta la pena della guerra. Ma portava notizie di vittoria. E quelli gridavano: à bas Guillaume, à bas Guillaume, à bas Guillaume! C’era qualcosa di nero in quell’urlo, quasi un brutto presentimento.

*

Picasso seppe della morte di Guillaume Apollinaire appena tornato a casa. Colpito in faccia dal velo nero di una vedova di guerra, l’aveva preso per un segno di sfortuna ed era tornato a casa ad aspettare la cattiva notizia. Era un uomo antichissimo e superstizioso. Ungaretti salì nell’attico dell’amico la mattina del 9 novembre 1918 per portargli dei sigari toscani e parlare della vittoria dell’Intesa. Lo trovò in stato d’incoscienza, forse già morto. Sua moglie, Jacqueline Kohl, era accanto al letto e piangeva, in stato di chock, non riuscendo né a muoversi né ad aiutarlo. All’ospedale italiano di Parigi lo dichiararono morto. La folla giù in strada gridava: à bas Guillaume, à bas Guillaume, à bas Guillaume!

*

Apollinaire era andato a combattere perché aveva bisogno di una patria. L’epoca degli imperi è stata un’epoca a modo suo internazionale. Apollinaire aveva sangue svizzero e polacco, era nato a Roma ma vissuto in Francia fin da giovane. Voleva diventare cittadino francese. Ungaretti era uno degl’italiani di Alessandria d’Egitto ed era andato a combattere per appartenere a una patria che aveva visto solo da adulto.

Il soldato Guillaume Apollinaire venne ferito alla testa e congedato, anche se lui avrebbe voluto continuare a combattere. Dopo il congedo s’era ammalato di spagnola e ne era morto.

(E la folla gridava: à bas Guillaume, à bas Guillaume, à bas Guillaume!…)