La lotta

schubertUna candela alla finestra vacilla. L’inverno è rude quest’anno. Sembra un urlo proveniente dal centro della terra, la terra dove vengono dimenticati i morti. Schubert cammina giovanissimo accanto a un Danubio a malapena intravisibile tra le folate di gelo e di neve. Cerca di correre più veloce dell’inverno, ma l’inverno incombe. L’inverno in lui urla più forte perché urla in un animo fresco. Schubert è giovanissimo, si stupisce ancora di tutto. Lo affascina come il trucco di un mago il marchingegno sconosciuto della vita. Cerca di proteggere la fiammella, ma la fiammella poco a poco si spegne. Schubert vede il paesaggio già quasi cancellato e dice: addio vigneti, primavere, Prater e mugnai. Addio candele, bambine e arcolai. Buona notte. Scrive un Lied sul retro del conto di un’osteria. Cerca di opporre la sua giovinezza all’avanzare dell’inverno, ma l’inverno è rude quest’anno 1828, e non vuole graziarlo, lo ghermisce e lo porta via. “Padre, padre”, domanda un bambino passando, “non vedi qualcosa laggiù?” “Figlio mio, è solo una striscia di nebbia, nient’altro.”

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Favola

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Il poeta nuotava in un mare mitologico. Vicino alle rocce, vide un gabbiano squartare col becco un pesce. Gli colava il sangue ai lati del becco.

Il poeta pensò che la catena alimentare era il più forte argomento contro l’esistenza di Dio. Era una filiera meccanica di straordinaria efficienza, e nessuna mente meno che divina avrebbe potuto concepirla. Ma, si chiese, possibile che un Dio onnipotente e pietoso non avesse saputo idear di meglio che un mondo dove sbranarsi è la regola, dove una morte orribile è la regola?

Rimase stordito dal frastuono dei propri pensieri. Poi rialzò lo sguardo e ascoltò tutto quel silenzio. Il gabbiano s’era alzato in volo, soddisfatto. Il poeta si sentì solo come nessuno al mondo: aveva bisogno di una pietà sovrumana.

Allora tornò a casa, e scrisse.

Gli scrittori inutili

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Non resterà nulla di noi. Quando il sole avrà invaso lo specchio dei pianeti, bruceranno anche le carte dei grandi. E di noi non resterà nulla. Nella conflagrazione delle stelle tutto esplode od implode. Nella piccola conflagrazione della morte ogni nostra fatica scompare. Avremo scritto lettere a nessuno, messaggi in bottiglia –raccolti da chi? Ci leggiamo a vicenda, eremi che dialogano con altri eremi, da lontano. Le notti al lume di una sigaretta per cercare una parola o la musica di una frase, le forze strappate al lavoro che ci dà il pane e al sonno che ci riposa, la forza di opporre un muro al muro d’ironia di chi ci dice “Non perdete tempo”, e gli amplessi rinviati, le risate mancate, le gioie gustate per metà in nome di una vita segreta che non s’adempie in noi ma negli altri –chi?-, operai coscienziosi che agiscono di notte come ladri, scelgono passi da tornire e passi da lasciare grezzi, lavorano colle mani sul foglio; e il rigore infuocato che ci consuma, il mondo che ci urla dentro e chiede di essere espresso, la grazia cercata con furia e quella che arriva non richiesta, e dare forma a tutto questo a ritmo di veglie e letture strappate… Non ne resterà nulla. Abbiamo creato un laboratorio eterno, in eterno movimento  lontano dagli occhi, un cantiere dove tutto si trasforma e nulla mai si riposa, lontano dagli occhi, nessuno ci viene a chieder conto di nulla e di noi non resterà nulla, qui lontano dagli occhi, noi abbiamo la scrittura come unica ragione di scrivere e scriviamo lettere a nessuno, messaggi in bottiglia –per chi?

Autunno romano

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Il mondo aspetta una rivoluzione che non vuole. E’ l’estate di San Martino. L’estate vera è una stagione violenta, che nuoce agli spiriti ombreggiati. Le persone d’estate s’affaticano sotto il peso del sole, e solo gli insetti gironzolano allegri nell’aria, loro che sono leggeri. Ma qui, nell’attesa dell’inverno, i bambini si espandono per strada, subito richiamati dai genitori. Avvicinano i musi agli aranci. I quartieri di Roma sono delle colate d’arancio sotto il sole fresco di San Martino. Quando i bambini torneranno, la prossima estate, saranno già cambiati –io lo so. Sembrerà che siano nati già grandi- La rabbia dei genitori si trasmette di generazione in generazione. Le violente gioise estati non sbocciano più. I quartieri di Roma color arancio guardano avvizziti questi uomini plumbei. I bambini fanno uno schiamazzo di colori. Gli adulti arrabbiati li zittiscono. L’arancio è triste di non splendere per nessuno, e piange, come il sole piange raggi amari.

Nino Rota

 

untitledIo sono il sogno, e il mio sogno è apollineo. C’è tutta una musica che cerca di rispecchiare le disarmonie del mondo. Federico si è sforzato, coi suoi film, di dare luce alle disarmonie della sua anima. Io invece ho bisogno di geometria, di leggerezza. Io parlo coi morti, e coi morti bisogna andare leggeri. Gli spiriti sono eterni, ma fragili. Faccio sedute spiritiche in cui risveglio i fantasmi di una tradizione. Io parlo coi morti. Ho preso un quintetto di Dvořák e l’ho trasformato nel tema de La strada. Ho copiato? No. Ho fatto come Igor. Lui ha preso la musica di Pergolesi e l’ha rifatta sua. Ma ha riletto il passato coi suoi occhiali d’oggi, perché chiamarsi Igor Stravinsky significa avere addosso la maledizione della modernità anche se non vuoi. Io ho riletto l’oggi con gli occhali del passato. Sono morto e parlo coi morti. Mi riesce la musica per film perché i film sono sciardade di fantasmi. Mi riescono i film pieni di fantasmi, come quelli di Federico e Luchino. Sono riti che risvegliano i fantasmi. Anche la mia musica è un rito, è una messa, non nera, non solenne. Ho un dialogo amichevole coi morti. I miei amici vivi, Soldati, Marvulli, sono tutta gente gioviale. Non mi piace il dolore. Il dolore appartiene alla vita. “Nuje simmo serie… appartenimmo à morte!” ha scritto un grande comico -morto pure lui. Anch’io, come lui, sono serio. E gioco, perché su questa terra, da morti, si può solo giocare.

 

Polifonia di porci

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Cuesta merda de la vita, ripetono; Cuesta merda de l’Eurozona, yo ti dico; Cueste potense mundiale, yo ti dico, ché son mundiale, dicono voci mischiate di vento; Ha investito due miliardi di dollari, due milioni, yo ti dico, esto cazzo de gobierno, voci impastate di alcool; Abdallah, Abdallah, e ridono; e le campane della chiesa scattano improvvise; Cra, cra fanno gli uccelli, e le campane girano allegre; Donkey, Donkey, si sente; El gobierno revolucionario; da un cellulare parte, forte, una canzone araba; da una libreria vuota parte, assurda, una canzone di Brassens; le campane roteano come un martello sulla strada vuota; Anche Mussolini era forte scandisce una voce sempre più ubriaca, ma le campane sono più forti; passano due macchine; sono registrate, le campane, non sono campane vere, è un altoparlante; La historia la cambia… grida ridendo una voce che la historia ha lasciato sulla strada; Vattene a fanculo, America; la canzone araba si fa largo fra le campane; si spegne la canzone di Brassens; per strada non ci sono più gli uccelli; No, yo sono un artisto! grida una voce stonando; le chiome degli alberi sono tagliate quadre, non sono buone per riparare gli uccelli; ma per le campane registrate, e le macchine, e la polifonia dei porci del mondo.

(dedicato a Ilaria Seclì)

I matti del manicomio

de staelArchivio di persone furiose, fondo senza pozzo, nume innume. C’è la pineta ma non ci sono gli alberi. Cantano le cicale ma non c’è mezzogiorno. Le voci rotolano controvento. Si combatte per alzar la voce, ma il vento la ributta giù… Siamo in un macero d’acqua, corpi a mollo nel sole a picco, sepolti dal nero della sabbia e dal canto furioso delle cicale. Siamo fatti di grido e silenzio ed il vento trionfa su di noi…

I disoccupati

gufoNoi godiamo una spaventosa libertà. Animali notturni, gufi, barbagianni che di giorno dormono e di notte vanno a caccia sui PC, la libertà per noi è una goccia che ci scava un buco nel cervello. E’ un morbo, una tara. Ci abituiamo ad esser parassiti, pensiamo come parassiti. Le nostre passioni non ci appassionano più. I nostri tratti si smorzano in una linea di matita cancellata, di cui resta soltanto l’incisione sul foglio, fossile contornato da lievi sbaffi di grafite. Apolidi colpevoli d’essere apolidi, e se incolpevoli ugualmente apolidi, i peggiori di noi scontano per un breve delitto un infinito castigo, i migliori hanno un castigo senza avere commesso un delitto. Gente che calpesta un suolo su cui non ha diritto. Gente che si nasconde dalla vergogna. Gufi, barbagianni, animali o forse minerali. Eravamo vivi nell’infanzia, quando il nostro dovere era solo di vivere e sognare. Poi non siamo cresciuti. Scompariamo…

annegato

naufraghiacqua di acqua e poi acqua ancora. il corpo pesa, i razzi volano. il cielo scompare, appare e scompare, i razzi da sopra, i razzi da sotto. il corpo si gonfia, un respiro brevissimo e poi acqua, un respiro spezzato, più spezzato, il cielo è un miraggio, frazioni di secondo, e poi acqua ed acqua, i razzi da sotto, le mani si dimenano, il corpo si dimena ma l’acqua spinge giù, l’acqua è forte, è come avere le catene ai piedi, a tutti gli arti, si va giù. non respiro, imbarco acqua. perché? non c’è tempo. l’ultima cosa che sento è l’aria che manca. l’ultima cosa che sento è la rabbia perché la vita sta soffocando, i porti, le persone, arrancare, sperare. imbarco acqua. non sono pronto. ho vita ancora. ma il corpo è bloccato. acqua di acqua e poi acqua ancora. i polmoni scoppiano. sento sempre meno, sto entrando nella morte senza essere pronto, ci sto entrando con tutta la rabbia. acqua di acqua e poi acqua e ancora. acqua e più nulla. si va giù.

I chiusi dentro

dechiricoAvere una vita grandiosa e non saperla dire. Sentire tutto fino a farsi male e sembrare che non si senta nulla. Vivere nel fuoco e condursi nel gelo. Sentire che il nostro sangue è diverso e doversi nascondere, evitare di ferirsi per non mostrare che il nostro sangue è diverso. Crolla il mondo e non riusciamo che a stare al nostro posto. Una sola domanda ci assilla: “Che cosa ci si aspetta da noi?” Ogni stanza ha dei mobili, quadri lampade e sedie, e noi non li vediamo; osserviamo il muoversi degli altri per capire dove sono i mobili e non inciampare. Anziché vivere ci guardiamo vivere. Siamo un palazzo di cristallo costruito per i vostri occhi. Attenti a non fare una mossa sbagliata, segreti come le perle custodite dalle ostriche dei mari. Le mani che ci stringono non stringono noi; il calore che emanano non riscalda noi. Se ci toccate, toccate il palazzo di cristallo. E dentro quel palazzo noi siamo prigionieri. Noi come i gatti desideriamo d’essere toccati, ma non lo sopportiamo. Noi come i gatti vogliamo guardare, ma non sopportiamo d’essere guardati. I vostri volti per noi sono di pietra: se chiedono di noi, non rispondiamo; se cercano aiuto, noi non ve lo offriamo. I vostri volti sono scritti in alfabeto straniero. Ma domandate di noi a parole, e vi risponderemo; chiedeteci francamente aiuto, e noi ve lo daremo. Non parlate con gli occhi, perché non li vediamo. Non guardateci negli occhi, perché non ve li mostriamo. Noi come i gatti ci feriamo all’incrocio degli occhi come a un incrocio di spade. Noi come i gatti giriamo nascosti dietro ai nostri volti. Muore la nostra migliore amica e voi ci dite: che faccia sorridente che hai! Non cercate di leggerci in volto, perché i nostri volti non si leggono. Parlate! Se ci amate diteci di amare, perché giocare col nostro amore è troppo crudele. Non giocate col nostro amore, perché noi non sappiamo giocare! Parlateci! E una notte, nella stanza delle confidenze, noi vi racconteremo un’altra volta di come Lawrence ha conquistato Aqaba.