Nino Rota

 

untitledIo sono il sogno, e il mio sogno è apollineo. C’è tutta una musica che cerca di rispecchiare le disarmonie del mondo. Federico si è sforzato, coi suoi film, di dare luce alle disarmonie della sua anima. Io invece ho bisogno di geometria, di leggerezza. Io parlo coi morti, e coi morti bisogna andare leggeri. Gli spiriti sono eterni, ma fragili. Faccio sedute spiritiche in cui risveglio i fantasmi di una tradizione. Io parlo coi morti. Ho preso un quintetto di Dvořák e l’ho trasformato nel tema de La strada. Ho copiato? No. Ho fatto come Igor. Lui ha preso la musica di Pergolesi e l’ha rifatta sua. Ma ha riletto il passato coi suoi occhiali d’oggi, perché chiamarsi Igor Stravinsky significa avere addosso la maledizione della modernità anche se non vuoi. Io ho riletto l’oggi con gli occhali del passato. Sono morto e parlo coi morti. Mi riesce la musica per film perché i film sono sciardade di fantasmi. Mi riescono i film pieni di fantasmi, come quelli di Federico e Luchino. Sono riti che risvegliano i fantasmi. Anche la mia musica è un rito, è una messa, non nera, non solenne. Ho un dialogo amichevole coi morti. I miei amici vivi, Soldati, Marvulli, sono tutta gente gioviale. Non mi piace il dolore. Il dolore appartiene alla vita. “Nuje simmo serie… appartenimmo à morte!” ha scritto un grande comico -morto pure lui. Anch’io, come lui, sono serio. E gioco, perché su questa terra, da morti, si può solo giocare.

 

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Polifonia di porci

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(a Ilaria Seclì)

Cuesta merda de la vita, ripetono; Cuesta merda de l’Eurozona, yo ti dico; Cueste potense mundiale, yo ti dico, ché son mundiale, dicono voci mischiate di vento; Ha investito due miliardi di dollari, due milioni, yo ti dico, esto cazzo de gobierno, voci impastate di alcool; Abdallah, Abdallah, e ridono; e le campane della chiesa scattano improvvise; Cra, cra fanno gli uccelli, e le campane girano allegre; Donkey, Donkey, si sente; El gobierno revolucionario; da un cellulare parte, forte, una canzone araba; da una libreria vuota parte, assurda, una canzone di Brassens; le campane roteano come un martello sulla strada vuota; Anche Mussolini era forte scandisce una voce sempre più ubriaca, ma le campane sono più forti; passano due macchine; sono registrate, le campane, non sono campane vere, è un altoparlante; La historia la cambia… grida ridendo una voce che la historia ha lasciato sulla strada; Vattene a fanculo, America; la canzone araba si fa largo fra le campane; si spegne la canzone di Brassens; per strada non ci sono più gli uccelli; No, yo sono un artisto! grida una voce stonando; le chiome degli alberi sono tagliate quadre, non sono buone per riparare gli uccelli; ma per le campane registrate, e le macchine, e la polifonia dei porci del mondo.

I matti del manicomio

de staelArchivio di persone furiose, fondo senza pozzo, nume innume. C’è la pineta ma non ci sono gli alberi. Cantano le cicale ma non c’è mezzogiorno. Le voci rotolano controvento. Si combatte per alzar la voce, ma il vento la ributta giù… Siamo in un macero d’acqua, corpi a mollo nel sole a picco, sepolti dal nero della sabbia e dal canto furioso delle cicale. Siamo fatti di grido e silenzio ed il vento trionfa su di noi…

I disoccupati

gufoNoi godiamo una spaventosa libertà. Animali notturni, gufi, barbagianni che di giorno dormono e di notte vanno a caccia sui PC, la libertà per noi è una goccia che ci scava un buco nel cervello. E’ un morbo, una tara. Ci abituiamo ad esser parassiti, pensiamo come parassiti. Le nostre passioni non ci appassionano più. I nostri tratti si smorzano in una linea di matita cancellata, di cui resta soltanto l’incisione sul foglio, fossile contornato da lievi sbaffi di grafite. Apolidi colpevoli d’essere apolidi, e se incolpevoli ugualmente apolidi, i peggiori di noi scontano per un breve delitto un infinito castigo, i migliori hanno un castigo senza avere commesso un delitto. Gente che calpesta un suolo su cui non ha diritto. Gente che si nasconde dalla vergogna. Gufi, barbagianni, animali o forse minerali. Eravamo vivi nell’infanzia, quando il nostro dovere era solo di vivere e sognare. Poi non siamo cresciuti. Scompariamo…

Vecchio Pierrot

Pierrot

Il vento è troppo triste per soffiare
il sole sfoga la sua accidia
spremendo succhi di veleno caldo e giallo.

D’estate i gatti s’annoiano
-Lord Pierrot, perché guardate i gatti?
Non è meglio scrivere dei libri?
-No. Piuttosto butta a mare i libri.

Fischietta la cornacchia giù nel parco,
oh!, fischietta la cornachia giù nel parco!
I vecchi gracidano e i giovani
dicono volgarità.
-Lord Pierrot, perché ascoltate i gatti?
-Sono meglio di Amelita Galli-Curci!

Le pendole rintoccano, rintoccano le pendole,
la sedia a rotelle fa zic-zac, zic-zac.
-Lord Pierrot, sarete mica autistico?
-No. Semplicemente preferisco i gatti.

annegato

naufraghiacqua di acqua e poi acqua ancora. il corpo pesa, i razzi volano. il cielo scompare, appare e scompare, i razzi da sopra, i razzi da sotto. il corpo si gonfia, un respiro brevissimo e poi acqua, un respiro spezzato, più spezzato, il cielo è un miraggio, frazioni di secondo, e poi acqua ed acqua, i razzi da sotto, le mani si dimenano, il corpo si dimena ma l’acqua spinge giù, l’acqua è forte, è come avere le catene ai piedi, a tutti gli arti, si va giù. non respiro, imbarco acqua. perché? non c’è tempo. l’ultima cosa che sento è l’aria che manca. l’ultima cosa che sento è la rabbia perché la vita sta soffocando, i porti, le persone, arrancare, sperare. imbarco acqua. non sono pronto. ho vita ancora. ma il corpo è bloccato. acqua di acqua e poi acqua ancora. i polmoni scoppiano. sento sempre meno, sto entrando nella morte senza essere pronto, ci sto entrando con tutta la rabbia. acqua di acqua e poi acqua e ancora. acqua e più nulla. si va giù.

Elì (Preghiera in mare)

preghiera mareSale dal fondo della terra un canto di disperati. Sale il logos degli esseri privi di colpa. Una mandola, un sitar, un gatto nascosto nella stiva. Dormono sotto terra, ma non dormono in pace. Dormono senza terra, dormono in mare. Dormono con gli occhi svegli. Dormono senz’occhi, diventati nido d’alghe, passaggio di plancton, corridoi d’acqua marina. Pesci minuscoli ci giocano dentro. La vita continua. Loro no. Il mare continua. Loro sono finiti. Sono finiti ma non sono fermi. Non possono fermarsi. Ancora e ancora! Itaca! Da Sirte e Aleppo! E l’Italia, un sogno di maggio. E l’Italia, un naufragio ad ottobre.

Non dormite in pace! Vi passi il sonno finché loro non dormono in pace. Itaca non esiste. Itaca è un muro d’odio.

Sale un salmo: Adonai, Adonai! Sale un urlo: Elì!

(Elì risponde: perché chiedete di me, e non chiedete di tutto il pianeta…)

(Elì, la sua voce bianca di ragazzo di Aleppo…)

I chiusi dentro

dechiricoAvere una vita grandiosa e non saperla dire. Sentire tutto fino a farsi male e sembrare che non si senta nulla. Vivere nel fuoco e condursi nel gelo. Sentire che il nostro sangue è diverso e doversi nascondere, evitare di ferirsi per non mostrare che il nostro sangue è diverso. Crolla il mondo e non riusciamo che a stare al nostro posto. Una sola domanda ci assilla: “Che cosa ci si aspetta da noi?” Ogni stanza ha dei mobili, quadri lampade e sedie, e noi non li vediamo; osserviamo il muoversi degli altri per capire dove sono i mobili e non inciampare. Anziché vivere ci guardiamo vivere. Siamo un palazzo di cristallo costruito per i vostri occhi. Attenti a non fare una mossa sbagliata, segreti come le perle custodite dalle ostriche dei mari. Le mani che ci stringono non stringono noi; il calore che emanano non riscalda noi. Se ci toccate, toccate il palazzo di cristallo. E dentro quel palazzo noi siamo prigionieri. Noi come i gatti desideriamo d’essere toccati, ma non lo sopportiamo. Noi come i gatti vogliamo guardare, ma non sopportiamo d’essere guardati. I vostri volti per noi sono di pietra: se chiedono di noi, non rispondiamo; se cercano aiuto, noi non ve lo offriamo. I vostri volti sono scritti in alfabeto straniero. Ma domandate di noi a parole, e vi risponderemo; chiedeteci francamente aiuto, e noi ve lo daremo. Non parlate con gli occhi, perché non li vediamo. Non guardateci negli occhi, perché non ve li mostriamo. Noi come i gatti ci feriamo all’incrocio degli occhi come a un incrocio di spade. Noi come i gatti giriamo nascosti dietro ai nostri volti. Muore la nostra migliore amica e voi ci dite: che faccia sorridente che hai! Non cercate di leggerci in volto, perché i nostri volti non si leggono. Parlate! Se ci amate diteci di amare, perché giocare col nostro amore è troppo crudele. Non giocate col nostro amore, perché noi non sappiamo giocare! Parlateci! E una notte, nella stanza delle confidenze, noi vi racconteremo un’altra volta di come Lawrence ha conquistato Aqaba.

Gli ambulanti

ambulante nella tempestaDal mare si lancia una corsa di vento. Prende la strada larga, s’incanala raccogliendo affluenti dagli slarghi che mirano al porto. I figli incestuosi dei venti sfiancano i teli delle bancarelle, le bancarelle fanno vela, i venti spaccano i cardini, slegano i legacci, rovesciano la mercanzia in mezzo alla strada. Le lampade cinesi di carta si contraggono, possedute dai figli incestuosi dei venti. L’altoparlante di un’auto affida alla cattiveria dei venti parole razziste in dialetto napoletano. Siamo meno forti delle lampade. Siamo appesi come i teli che mo’ mo’ si sganciano. Siamo buttati a terra come i teli violentati dai figli incestuosi dei venti. La lampada cinese vacilla, la mercanzia scaraventata per terra, noi arrabattati a raccoglierla. La lampada cinese si spegne, la lampada scaraventata per terra, tutto striscia sull’arena, non si riconosce il mio dal tuo. La macchina razzista ha trionfato. In fondo alla strada, calmo e maligno, sta il serpente del mare generatore dei venti.

La vita del borgo

le passage du commerce saint-andre (1952-1954)

Dal mio punto d’osservazione, osservo. E’ il privilegio di non avere una vita. Liberarsi dall’ingombro dell’io, trasformarsi in puro punto di vista. Gli aerei che volano. Le macchine. Negozi aperti per nessuno. Le parole degli uccelli che cadono giù dai rami. Il rimbombo della musica di un baraccone. Camion che scaricano merci -per chi? Ascolto uno scampanìo di bottiglie e non vedo i bevitori. Passano giovani come fantasmi scampati a un’inondazione. Sembra che l’umidità dell’aria li abbia sommersi. E’ finito l’impero romano. E’ caduto, i messi non sono ancora arrivati, ma ne parlano gli uccelli, gl’ideogrammi funebri degli uccelli che cadono giù dai rami. La rivoluzione francese deve ancora arrivare, la croce sulle chiese è la croce di Ildebrando di Soana, San Francesco e Rousseau devono ancora venire a trasformare gli schiavi in uomini liberi. Il borgo vivrebbe anche senza di noi. Le foglie si accartoccerebbero e diventerebbero rosse, i bambù del ristorante di pesce -aperto per chi?- diventerebbero decrepiti e poi diventerebbero morti. I ristoranti cafoni, l’insegna che lampeggia APERTO, i biliardini, resterebbero tutti come fossili dopo un’inondazione. Gli uccelli manderebbero i loro segni a un vento libero di parole. Passerà la vita del borgo, resterà il borgo.