Curriculum

Il-donatore-feliceSono nato in una provincia soffocante come la somma di tutte le province, e lì ho vissuto fino ai 19 anni. Poi sono venuti i miei anni verdi: verdi perché all’università sono sbocciato, e verdi perché vissuti in mezzo al verde, a Siena, vicino alle colline del Chianti e a pochi passi dall’Orto de’ Pecci. La mattina vedevo la levata del sole da Via del Porrione, l’Orto era ancora coperto dalla foschia, poi mano a mano si schiariva… Sono cresciuto lì la seconda volta, fra i canti dei contradaioli sbronzi e l’odore di carne delle loro interminabili cene, fra Jean Vigo alla sala cinema di Lettere e i tavolini di Amnesty International. Poi sono tornato un anno nella mia provincia, e sono di nuovo soffocato. Sono tornato in Toscana nel 2008, a Firenze. Ero completamente solo lì, avevo un’amica pazza che studiava musica e a malapena si accorgeva di avere gente intorno. Ogni tanto incontravamo qualche suonatore ambulante e lei ci si fermava a parlare. Ora so che non è più così pazza: peccato, mi piaceva la sua follia. A Firenze facevo il portinaio, stavo sprofondato tutto il giorno dietro a un vetro, alzavo e abbassavo una sbarra e scrivevo poesie di nascosto, fra l’arrivo di un camion e quello di un’autocisterna. Di notte preparavo articoli per un editore online. Nel frattempo studiavo ancora. Mi sono trasferito a Roma a trent’anni, quando ho conosciuto mia moglie. Di dove sono io? Mi affascina tutto ciò ch’è slavo, ma anche i siciliani. Qualcuno -credo Savinio- ha scritto che siciliani e russi si somigliano e che Pirandello e Dostoevskij non sono poi tanto lontani. Credo non avesse tutti i torti.

Quanto a me, pratico una scrittura di confine perché non sono abbastanza colto per la critica, né abbastanza poetico per la poesia, né così poco poetico da scrivere in prosa. Mi piacciono più i minori dei maggiori e preferisco i capolavori imperfetti.

Che altro volete sapere?

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Nikisch, per la madosca!

Arthur-Nikisch-2-«Se devo scegliere qualcuno, che sia Nikisch! Se avevi suonato con lui, tutti gli altri direttori erano fiacchi. Per la madosca! Arthur Nikisch, l’uomo più gentile che si potesse incontrare. Credo non abbia mai alzato la voce. Non ne aveva bisogno. Lui diceva: siete stati bravissimi, splendidi: solo, vi chiederei di cambiare questa piccola cosa… e questa… e quest’altra… Suonate come sentite!, diceva, ma alla fine suonavamo come diceva lui! Diavolo di un uomo, senza niente di diabolico. Otteneva sempre tutto quello che voleva. Il gesto in lui era poca cosa: usava poco le braccia. Usava gli occhi! Il momento che precede l’attacco, chi l’ha vissuto con Nikisch sa cosa vuol dire carisma. Era calmo, ma la musica che gli usciva era peggio che fuoco! Ci guardava tutti, uno per uno. Non dava l’attacco, lui ci persuadeva ad attaccare. Usava gli occhi! Erano sguardi d’intesa: “Ci siamo capiti, è una cosa che sappiamo solo noi due”. Guardava così tutti. Era tutto nelle tue mani, credevi, ti faceva sentire… indispensabile! Ogni orchestra con cui iniziava, diceva “E’ un onore lavorare con voi,  la migliore orchestra del mondo.” Ma lo diceva a tutte le orchestre… E chiamava tutti per nome. Gli altri direttori ti dicono: oboe fai così, violini fate così… Lui diceva: Signor Spiegelmann, può fare questa cosa per me? E noi ci sentivamo assoggettati. Perché, ci chiedevamo, dove diavolo ha trovato il tempo per imparare tutti i nomi e associarli a tutte le facce? Penso che fosse il suo metodo, che lui si preparasse sui nostri nomi come si preparava sulla partitura. Ma dal vivo sembrava una stregoneria. Non oso immaginare cosa fosse, per una donna, essere amata da lui. Sentirsi insostituibile e al tempo stesso essere in suo potere. Questo era stare con lui. Un musicista come quello non si dimentica. Uno che ti possiede l’anima. Mahler, Toscanini erano grandissimi, ma lui era più grande! Lui aveva quella dote di convincerti che la sua visione era l’unica possibile, la definitiva! E mi dispiace che abbia inciso, i grammofoni allora non erano in grado di catturare tutto il suono, tutto il carisma dell’interpretazione… E’ stato il musicista più espressivo. Ma adesso i giovani sentiranno le sue incisioni e le confronteranno con quelle di altri direttori e diranno: questo è meglio, questo è peggio… Ma non sapranno com’era! Non sono stupidi, capiscono che quelle registrazioni al grammofono non rendono l’idea… Ma non hanno altro mezzo per farsene un’idea! Di Mahler non resta nulla, non ha mai registrato, e ci si deve basare sugli elogi che gli hanno fatto. Mahler era egoista, non si abbassava a registrare al grammofono. Nikisch è stato generoso, ha voluto lasciare qualcosa di sé ed è rimasto fregato, perché ci si è sepolto nel grammofono, mentre il nome di Mahler vive nell’immaginazione di tutti quei suoni possibili che mai nessuno ha udito… Questa è la verità, per la madosca! In arte l’altruismo non paga.»

Per il mio funerale

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“Che cosa mi aspetta?”, chiese.

“Nulla”, rispose il dottore.

Il viso di lui si contrasse. Il dottore gli prese la mano. “Non vado via”, disse.

“Ma vado via io”, gli rispose.

“Devo andarmene e ho ancora tanto da dire”, pensò e non lo disse.

*

Per il mio funerale non voglio fiori. Non voglio nemmeno opere di bene. Crematemi e disperdete le ceneri in mare.

Non fate discorsi perché ricordo bene il discorso che fece il prete per mia madre. Disse un elogio funebre grandioso. “La nostra cara sorella Maria”, ripeteva. Ma mia madre si chiamava Michela. Non chiamate preti, e se possibile non fate nemmeno il funerale.

Dei miei taccuini fate quello che volete. Io sarò morto. I miei pensieri non sono imbarazzanti. Sarebbe imbarazzante che voi me li leggeste in faccia. Ma da morto… Anzi, conservateli i miei taccuini, sono l’unica traccia di me. Quello che ho fatto era sempre un compromesso con voi. I miei pensieri, invece, erano liberi. C’è più vita nell’inchiostro che nella maggior parte della vita.

Non chiedetevi se la mia vita è stata bella. La vita non è bella o brutta: è un caso fortuito. Per la maggior parte dei viventi è puro orrore. Vivono in schiavitù, sotto le bombe, esposti alle torture. Alcuni, più fortunati, hanno l’occasione di rendere bella la loro vita. Quasi sempre sprecano quell’occasione. Non so se l’ho sprecata anch’io.

La voglia di vivere l’ho sentita nella vongola, che quando cercavo d’aprirla serrava le valve in un tentativo estremo di non farsi uccidere. Ho creduto di sentirla nel rosmarino mentre lo strappavo. Ho visto la scienza della morte negli occhi di un animale che muore. Anche gli animali capiscono perfettamente quando si muore.

Questo è tutto. Il resto, dividetevelo come vi pare. Io non ci sarò.

*

Ci sono molti testamenti. Chi maledice tutto, chi perdona e chiede perdono, chi rinnova l’amore per la famiglia e maledice lo Stato che l’ha ucciso. Su come parlare della morte ci si è accapigliati per secoli.

Il dottore, da uomo di scienza, si attenne ai fatti. Disse: “Ora del decesso, sedici e quarantadue”.

La lotta

 

schubertUna candela alla finestra vacilla. L’inverno è rude quest’anno. Sembra un urlo proveniente dal centro della terra, la terra dove vengono abbandonati i morti. Schubert cammina giovanissimo accanto a un Danubio a malapena intravisibile tra le folate di gelo e di neve. Cerca di correre più veloce dell’inverno, ma l’inverno incombe. L’inverno dentro di lui urla più forte perché urla in un animo fresco. Schubert è giovanissimo, ancora stupito di tutto. Lo incuriosisce come il trucco di un mago il marchingegno della vita. Cerca di proteggere la fiammella, ma la fiammella poco a poco si spegne. Schubert vede il paesaggio già quasi cancellato e dice: addio vigneti, primavere, Prater e mugnai. Addio candele, bambine e arcolai. Buona notte. Scrive un Lied sul retro del conto di un’osteria. Cerca di opporre la sua giovinezza all’avanzare dell’inverno, ma l’inverno è rude quest’anno 1828, e non vuole graziarlo: lo ghermisce e lo porta via.

«Padre, padre», domanda un bambino passando, «non vedi qualcosa laggiù?»

«Figlio mio, è una striscia di nebbia, nient’altro.»

Favola

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Il poeta nuotava in un mare mitologico. Vicino alle rocce, vide un gabbiano squartare col becco un pesce. Gli colava il sangue ai lati del becco.

Il poeta pensò che la catena alimentare era il più forte argomento contro l’esistenza di Dio. Era una filiera meccanica di straordinaria efficienza, e nessuna mente meno che divina avrebbe potuto concepirla. Ma, si chiese, possibile che un Dio onnipotente e pietoso non avesse saputo idear di meglio che un mondo dove sbranarsi è la regola, dove una morte orribile è la regola?

Rimase stordito dal frastuono dei propri pensieri. Poi rialzò lo sguardo e ascoltò tutto quel silenzio. Il gabbiano s’era alzato in volo, soddisfatto. Il poeta si sentì solo come nessuno al mondo: aveva bisogno di una pietà sovrumana.

Allora tornò a casa, e scrisse.

La morte di Vian

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Uno muore dei dispiaceri della vita mentre cerca di rallentare la morte. Qua fuori gli operai crepano di lavoro, chi sotto una macchina che si rompe e gli spacca la testa, chi perché beve sistematicamente per dimenticare i dispiaceri di una vita di merda e poi crepa di cirrosi. Non si vorrebbe crepare, ma non si scappa. Chi muore come me dentro una sala cinematografica. Non vi affannate a soccorrermi. E’ tutto ritmo, ritmo, ritmo fino alla morte. Crepare sotto una macchina che si rompe non ha senso. Ma nulla ha senso. Scriveranno sulla mia tomba che mi sono bruciato troppo in fretta perché il jazz brucia in fretta. Cazzate. Io non sono bruciato per il jazz. Io sarei bruciato comunque. Lo sapevo che ero malato. Sapevo da quando ero piccolo che gli altri avevano un cuore da lunghi percorsi e io uno da passeggiate brevi. Mica vero che nel jazz si muore in fretta. Guardate Duke Ellington e Bix. Duke ha un cuore da lunghi percorsi e morirà vecchio. Bix aveva un cuore come il mio. Duke, in virtù del suo cuore da lunghi percorsi, ha insinuato nel jazz una calma da classico. Per questo nulla ha senso, eccetto la musica di Duke Ellington e poche altre cose. Ha senso solo chi riesce a fare l’incredibile. Per questo io ho fatto un mucchio di cose: per fare qualcosa di incredibile. Non si rallenta la morte. Si può solo disperderla. E’ come spezzettare l’anima e farle vivere più vite, muoversi su più piani per recuperare in larghezza quello che in durata non mi è concesso. Mi potevo allargare nello spazio, non nel tempo. Quenau ha preso un abbaglio quando ha scritto che mi stavo preparando a diventare Boris Vian. Io ero già Boris Vian, e lui non ha voluto sostenermi perché a un letterato non conviene sostenere un collega che è conosciuto per il jazz, le canzoni e un romanzo scandaloso scritto solo per fare soldi con lo scandalo. Proprio quel romanzo di merda da cui è tratto questo film. Non affannatevi a soccorrermi. Titolate pure “Boris Vian muore all’anteprima di un film tratto da un libro che non aveva nemmeno firmato.” L’unico mio libro di successo è un libro di merda che non ho nemmeno firmato. Ci sono grandi esseri, come Mozart, a cui sono concessi pochi anni, ma che lasciano il segno in una cosa. E gente come me, che non ha il genio e la calma di Mozart -o di Duke Ellington- e si dedica a tante cose, sperando così di avere la sensazione di non dover morire presto. I letterati come Quenau diranno che non ho avuto il tempo di trovare la mia forma. Cazzate. E’ proprio questo fare e strafare la mia forma. Io non sono stato l’autore della Schiuma dei giorni. Ma uno che suonava la tromba, faceva l’ingegnere, faceva parte dell’Accademia di Patafisica, scriveva La schiuma dei giorni e scriveva anche racconti e romanzi di merda, per soldi… Io non sono uno scrittore o un cantante o un musicista di jazz, io sono Boris Vian. Il più artistico casinista delle notti parigine e il più casinista degli artisti mancati. Se non potevo essere grande in una cosa, volevo almeno esserlo per tutte le cose che facevo. Il risultato? La mia ex moglie scopa con Sartre.

Boris Vian morì d’infarto mentre assisteva all’anteprima di un film tratto dal suo romanzo Sputerò sulle vostre tombe. Era il 1959 e Vian aveva 37 anni. Era stato ingegnere, attore, autore di canzoni. Aveva scritto romanzi bellissimi come La schiuma dei giorni, e altri scritti solo per soldi, come appunto Sputerò sulle vostre tombe, pubblicato sotto falso nome, l’unico grosso successo della sua carriera. Ma soprattutto fu trombettista di jazz. Forse proprio per questo suo eclettismo, il mondo letterario non lo prese mai troppo sul serio. Raymond Quenau, nella prefazione a La schiuma dei giorni, scrisse che in quel libro “Boris Vian si avviava a diventare Boris Vian”. Ma Vian era già diventato se stesso, e la sua vita anzi volgeva alla fine.

Gli scrittori inutili

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Non resterà nulla di noi. Quando il sole avrà invaso lo specchio dei pianeti, bruceranno anche le carte dei grandi. E di noi non resterà nulla. Nella conflagrazione delle stelle tutto esplode od implode. Nella piccola conflagrazione della morte ogni nostra fatica scompare. Avremo scritto lettere a nessuno, messaggi in bottiglia –raccolti da chi? Ci leggiamo a vicenda, eremi che dialogano con altri eremi, da lontano. Le notti al lume di una sigaretta per cercare una parola o la musica di una frase, le forze strappate al lavoro che ci dà il pane e al sonno che ci riposa, la forza di opporre un muro al muro d’ironia di chi ci dice “Non perdete tempo”, e gli amplessi rinviati, le risate mancate, le gioie gustate per metà in nome di una vita segreta che non s’adempie in noi ma negli altri –chi?-, operai coscienziosi che agiscono di notte come ladri, scelgono passi da tornire e passi da lasciare grezzi, lavorano colle mani sul foglio; e il rigore infuocato che ci consuma, il mondo che ci urla dentro e chiede di essere espresso, la grazia cercata con furia e quella che arriva non richiesta, e dare forma a tutto questo a ritmo di veglie e letture strappate… Non ne resterà nulla. Abbiamo creato un laboratorio eterno, in eterno movimento  lontano dagli occhi, un cantiere dove tutto si trasforma e nulla mai si riposa, lontano dagli occhi, nessuno ci viene a chieder conto di nulla e di noi non resterà nulla, qui lontano dagli occhi, noi abbiamo la scrittura come unica ragione di scrivere e scriviamo lettere a nessuno, messaggi in bottiglia –per chi?

Autunno romano

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Qui fra i quartieri di Roma color arancio è l’estate di San Martino. L’estate vera è una stagione violenta, che nuoce agli spiriti ombreggiati. Le persone d’estate s’affaticano sotto il peso del sole, e solo gl’insetti gironzolano allegri nell’aria, loro che sono leggeri. Ma qui, nell’attesa dell’inverno, i bambini si espandono per strada. Avvicinano i musi agli aranci. I quartieri di Roma sono colate d’arancio sotto il sole fresco di San Martino. Quando i bambini torneranno, la prossima estate, saranno già cambiati –io lo so- sembrerà che siano nati già grandi. Le estati di gioia non sbocciano più. I quartieri di Roma color arancio guarderanno avvizziti quegli uomini plumbei. I bambini fanno uno schiamazzo di colori, ma gli adulti arrabbiati li zittiscono. Torneranno anche loro arrabbiati. L’arancio è triste di non splendere più per nessuno, e piange, come il sole piange raggi amari.

L’inventore di vite

1450121078_675418_1450121173_noticia_normalVeniva da una famiglia importante, ma il suo primo amore era stata una ragazza del popolo. Nulla si sa di Louise, tranne ch’era malata. Stettero insieme di nascosto, l’aristocratico e la donna del popolo, finché lei morì. Gli amici dicono che fu devastato. Ma già un anno più tardi era legato a un’altra donna, questa volta un’attrice famosa. Non stavano quasi mai insieme: lui viaggiava perché era malato, lei per le sue tournée. Era in tournée anche quando lui morì. Ma sarebbe sbagliato dire che non si volevano bene. Erano quello che oggi si dice una coppia libera. Lui era amico di tutti, da Oscar Wilde a Paul Verlaine. Ed era anche nemico di André Gide. Era un uomo ammirato e rispettato. Era quel che si dice una figura autorevole. Ed era, come si dice, inserito nel bel mondo o nel mondo che conta. Ma era anche un solitario. La misteriosa malattia che lo corrodeva –nevrastenia, fragilità polmonare, intestino guasto- non la poteva condividere con nessuno, e nemmeno il mondo impossibile che aveva dentro. Era un patito di libri d’avventura, scriveva avventure, ma erano avventure vissute sulla carta, basandosi sulle innumerevoli carte che aveva consultato. Anche la sua erudizione non poteva condividerla con nessuno. L’aveva coltivata con furia certosina, fin da bambino. Era poliglotta, erudito, poligrafo, scriveva d’avventure. Era amico di penna di Stevenson, ma non l’aveva mai incontrato. Condivise il mal d’Europa di Stevenson, ma fuori dell’Europa non stava bene. Criticava il colonialismo e il razzismo, ma stava meglio coi colonizzatori che coi colonizzati. Volle andare sulla tomba di Stevenson, non la trovò e la sua malattia mise fine al suo viaggio. Il senso del viaggio era tornare. Stava tra marinai, trafficanti, venditori di tabacco e di hashish, servi mulatti, ma non legava con loro come legava con Stevenson, Mallarmé e Paul Valéry. Considerava i contrabbandieri e i pirati la sua gente, ma per le conversazioni preferiva Jules Renard. Con sua moglie non s’incontravano quasi mai, ma si scrivevano. Era un uomo di passione. Era anche un uomo troppo cerebrale. La sua passione era scrivere vite. Ma non era come quelli che, nello scrivere vite, ne sanno poco e allora s’aggrappano ad ogni dettaglio e gli restano fedeli. Lui di quelle vite sapeva quasi tutto, sapeva tutto ciò che agli uomini era dato di sapere, e allora, quando si sedeva a scrivere, le inventava. Non raccontava le vite, raccontava quello che lui aveva ricevuto dalle vite. I fatti potevano non essere veri, la sostanza umana dei fatti era vera. Aveva vissuto numerose vite, tutte sfiorandole. Sapeva quasi tutto delle vite. Sapeva anche che la vita viene a noia. E morì giovane, nel pieno della sua insoddisfazione, prima che la noia lo prendesse.

Nino Rota

 

untitledIo sono il sogno, e il mio sogno è apollineo. C’è tutta una musica che cerca di rispecchiare le disarmonie del mondo. Federico si è sforzato, coi suoi film, di dare luce alle disarmonie della sua anima. Io invece ho bisogno di geometria, di leggerezza. Io parlo coi morti, e coi morti bisogna andare leggeri. Gli spiriti sono eterni, ma fragili. Faccio sedute spiritiche in cui risveglio i fantasmi di una tradizione. Io parlo coi morti. Ho preso un quintetto di Dvořák e l’ho trasformato nel tema de La strada. Ho copiato? No. Ho fatto come Igor. Lui ha preso la musica di Pergolesi e l’ha rifatta sua. Ma ha riletto il passato coi suoi occhiali d’oggi, perché chiamarsi Igor Stravinsky significa avere addosso la maledizione della modernità anche se non vuoi. Io ho riletto l’oggi con gli occhali del passato. Sono morto e parlo coi morti. Mi riesce la musica per film perché i film sono sciardade di fantasmi. Mi riescono i film pieni di fantasmi, come quelli di Federico e Luchino. Sono riti che risvegliano i fantasmi. Anche la mia musica è un rito, è una messa, non nera, non solenne. Ho un dialogo amichevole coi morti. I miei amici vivi, Soldati, Marvulli, sono tutta gente gioviale. Non mi piace il dolore. Il dolore appartiene alla vita. “Nuje simmo serie… appartenimmo à morte!” ha scritto un grande comico -morto pure lui. Anch’io, come lui, sono serio. E gioco, perché su questa terra, da morti, si può solo giocare.