Dialogo sul Silenzio (un racconto di Giorgio Galli)

Dialogo sul Silenzio (un racconto di Giorgio Galli)

perìgeion

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EUGEN ORMANDY – Dottor Sibelius, esiste l’Ottava Sinfonia?

JEAN SIBELIUS – No, non esiste. Ci ho provato, ma una volta scelto il Silenzio non si torna indietro. Non so dirle se è stato doloroso. E’ stato necessario. Il silenzio è parte della musica. Lei lo sa, la durata di una pausa, una virgola in mezzo a un fraseggio fanno la differenza tra interpretazione e interpretazione. Così come le parole hanno un senso solo in rapporto al silenzio, così anche i suoni. Oggi mi sembra che, nel frastuono delle radio -per fortuna i notiziari di guerra sono finiti- le parole abbiano meno senso per tutti. Mi risulta difficile immaginarmi nei panni di un poeta. Un poeta ha bisogno di credere assolutamente nelle parole, di credere che siano cose, ed è la sua fiducia illimitata a dare alle parole quella forza enorme, che ai nostri occhi le trasforma in cose. E’ la…

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Giorgio Galli: le morti felici 3

Giorgio Galli: le morti felici 3

perìgeion

biplano

 

Qui ho visto, quando è tramontato il sole, come si coricano i gattini, come si mettono a strati, come stanno stesi nei nidi di pelliccetta più caldi quei due che qualcuno ci ha buttato dentro il giardino e poi è scappato… Aprilina, preghi per me, perché io continui a stare al mondo, se non altro, ormai, per i miei gattini… Perché per l’inverno non li aspetta altro che l’allevamento al freddo, preghi per noi qui, per le ragazzine, le tre mamme gatte, preghi per Cassius

Boumil Hrabal, Paure totali

Morte di Desprez

Che volete?, che abbia paura della morte? E come farei dopo averla trasformata in melodia? Ho familiarizzato con essa in ogni nota. L’ho fatta risuonare su più voci. Mi si rimprovera che non sono stato ardimentoso: che non mi sono arrischiato su armonie impervie, che rare volte ho fatto cantare le voci su differenti divisioni ritmiche…

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Giorgio Galli: le morti felici 2

Giorgio Galli: le morti felici 2

perìgeion

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Sotto la pietra di uno degli avelli, a destra, a breve altezza dalla roccia che strapiomba, Böcklin ha scritto il proprio nome con le sole iniziali, come soleva fare: “A.B.” Terminato di edificare la sua isola, di sconfinare quel mare desolato, Böcklin riservò a sé uno dei loculi, per abitarlo da morto e magari da vivo.

Alberto Savinio, Narrate, uomini, la vostra storia

Morte di Icaro

“Dedalo dovete consolare, è lui che muore disperato. Io sono morto vicino al sole.”

Morte di Turoldo

“Meglio sparire. Inabissarsi nel proprio lavoro e non lasciar traccia della propria imperfezione spirituale. A che pro tramandare il ricordo dei peccati, delle debolezze della carne, delle mucose del corpo, del tritume dei traffici terreni? Dopo aver raccolto le gesta di Rolando, sarebbe stato un errore voler essere anche tutto il resto. Il poema è ciò che resta. Io sarò un nome anonimo, un piccolo Omero…

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Le morti felici

Le morti felici

perìgeion

maqroll

di Giorgio Galli

“Il Gabbiere giaceva raggomitolato ai piedi del timone, il corpo magro, asciutto come un mucchio di radici torturate dal sole. I suoi occhi, molto aperti, rimasero fissi in quel nulla, immediato e anonimo, in cui i morti trovano il sollievo che gli venne negato durante il loro errare da vivi.”

Alvaro Mutis, Un bel morir

Morte di Khayyām

“Ora vi racconto di come è morto Ghiat ad-Din. Stava seduto al suo tavolo di legno, sotto il fico della sua casa a Nīshāpūr. Il sole era alto. Per tutta la sua giovinezza Ghiat ad-Din si era alzato tardi, ma da vecchio dormiva soltanto poche ore. Tracciava pigramente dei segni su delle carte, ma qualcosa non doveva riuscirgli perché lo si vedeva tracciare segni sempre più nervosi, allontanare le carte con ira, poi riprenderle e tracciare ancora dei segni e accantonarle infine con ira e stanchezza. Guardò davanti a…

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L’ultima notte di Petronio

petro.1G. PETRONIVS AD NERONEM CAES.

Ora, magari, dovrei scrivere SALVTEM PLVRIMAM DICIT. Tu mi mandi a morire e io ti mando gli auguri? Non sia mai detto, quant’è vero che mi chiamo Petronio. Io non ho parenti o figli da farti proteggere: quindi, visto che devo morire, parlo liberamente con la lingua sciolta. “Libera lingua loquemur ludis Liberalibus”, scriveva Nevio. Per prima cosa ti dico che sei un cretino: per cinque anni hai fatto fare tutto a Lucio Anneo, che s’è rivelato più abile di te nel governo. Poi facesti governare tua madre, e nelle sue mani Roma fu sicura come il tempio di Diana nelle mani d’Erato. Decidesti allora d’ucciderla, tua madre, ma te ne mancava il coraggio; e allora mettesti tutto nelle mani di Lucio. Io lo ammiro, sai, Lucio. Non ho ucciso nessuno, eppure non faccio il maestro come lui. S’è ritirato in campagna come i romani d’una volta, e s’è messo a meditare… M’hanno raccontato la sua morte: sembrava Socrate in persona! Che grande attore! Avevi un personaggio del genere a corte e te ne sei disfatto. Si vede che ti manca il gusto…

Anche tu pensi d’essere un attore, e nemmeno t’accorgi che ti ride dietro mezza Roma. Non solo per quello che reciti, spesso reciti Virgilio, ma per come lo fai: dilati le lunghe come richiami di corni, rendi le brevi un’impetuosa cavalcata. I tuoi ritmi somigliano ai capricci del tempo di marzo. La tua voce o è un urlo o un sussurro. Nella mia città, quando uno fa così pensiamo che abbia preso il sole in testa, ma tu sei Cesare e nessuno ti contraddice. La tua brama d’esibirti rovina anche la tavola: mangi a quattro palmenti, bevi finché non sembri tu la botte, e ridi a crepapelle perché tutto il mondo veda quanto ti diverti. Ma tu non ti sai divertire. E’ anzi profondamente triste vederti.

L’eleganza ti manca in tutti i campi. Quando scrivi sei talmente ricercato che ci vogliono ore per capire una decina dei tuoi versi. Fossi stato più saggio, avresti cercato d’imparare qualcosa dalla levità azzurra della mia prosa. Invece credi di superare Virgilio usando le espressioni più astruse. Sei convinto che più uno scrive astruso, più è poeta. Che pregiudizi da schiavo! Aspiri ad essere un classico, ma non hai ancora capito cos’è un classico? E’ uno che guarda le cose senza illusioni. Tu un’illusione ce l’hai: ti credi d’essere un artista. E credi d’essere potente. Certo che sei proprio un fesso: mentre imiti Omero, dietro le tue spalle succede l’ira di Giove e non ci fai neanche caso. Finisci di cantare e gusti gli applausi che ti fanno comunque, qualunque cosa tu dica. Prova domani a declamar parole a caso: vedrai come l’uditorio viene giù per guadagnarsi la pagnotta! Eccoli i nobili Quiriti, che hanno conquistato l’Orbe “con il ferro e non con l’oro”, ma che si taglierebbero il misirizzi con tutti gli accessori pur di scaldare ancora i loro seggi. Non ch’io mi senta migliore, ma almeno a me non importa di niente: io i discorsi solenni ho deciso di non farli, e mi occupo di cose serie, di cose che si sentono, si vedono, si toccano, in tutti i sensi. Ci pensino altri a dire scemenze su cosa è giusto e cos’è sbagliato, sulla patria e su tutto il resto. Per me, la gente, per come la conosco, non merita nulla del genere. Gli altri facciano un po’ come gli pare, basta che ci mettano un po’ di buon gusto, che non mi disturbino gli occhi quando fanno le cose.

Credi d’essere un grande amatore: e fai che tutta Roma sussurri delle tue orge con Giunio Vero, dei tuoi incontri con il giovane Asinio Terenziano (che tu consideri alla stregua d’un rapporto filosofico, ti credi di fare Platone…) Il mormorio più sommesso e inquietante però è su Camilla, la più bella fra le fanciulle tredicenni che Tito Calpurnio ti procurava tutti i venerdì, la più illustre per natali. I maligni la chiamavano “la meretrice augusta”. Ma nemmeno la loro malignità saprebbe immaginare com’è morta. Tu fai che di queste cose sussurrino tutti, perché credi che il pubblico s’affezioni sempre a colui di cui si parla. Ma l’amore è una cosa che va fatta con arte, con tatto quanto più il gioco è raffinato e perverso. Quello che faccio io scivola su Roma come l’acqua su una zolla impermeabile. Forse nessuno ricorderà di me dopo la mia morte. Ma tu sei troppo rozzo e vanesio per avere il gusto supremo di scomparire, di avere i piedi leggeri. Lo scopo della mia vita è d’essere un vento, che sfiora la terra e si sfa, senza che la gente neanche s’accorga…

Mi ricordo di quando è scoppiato l’incendio: a Roma d’incendi ne scoppiano di continuo, e sono di quelle cose che succedono anche se Cesare non lo comanda. Invece si disse che Cesare l’aveva comandato, per poi dare la colpa ai Cristiani. Non era vero niente, ma intanto le voci correvano. E tu, artista del trono, per fermare le voci cosa fai? Compri i terreni bruciati e ci costruisci sopra la villa più bella ch’io abbia mai visto, seconda solo a certi edifici d’oltremare. Ora la fama d’incendiario t’inseguirà fin dentro l’Ade, e ci vorrà uno storico bravo come Tucidide per dimostrare che tu non c’entravi. Perché è più facile supporre che l’imperatore sia pazzo che accorgersi che è un coglione. I Cristiani se lo racconteranno per generazioni, se lo tramanderanno di padre in figlio e ti consegneranno alla storia come il peggiore degl’imperatori. Sono gente pericolosa, i Cristiani: così entusiasti, e allo stesso tempo così lucidi, ch’io li temo più di un’Africa di Parti. Perché, se dovessero trovarsi per avventura a far ragionamenti più terreni degli attuali, diventerebbero una potenza in grado di buttar giù l’Impero e di erigerne un altro al suo posto. Tu pensi ch’io parli per iperboli, e non capisci nulla come sempre. Pensi che l’Impero sia destinato a durare in eterno perché l’hanno detto i poeti. Ma quando mai i poeti hanno capito qualcosa di politica? Nessuno oggi crede più agli dei, eppure tutti continuano a pensare che l’Impero sia indistruttibile perché protetto dal cielo. Non è ancora chiaro che, se Giove non esiste, tutto quello che ha promesso è come le promesse dei marinai? E quindi può succedere di tutto, anche che Roma sia sconfitta e che diventi potente un gruppo di straccioni fanatici. In fondo, oltre le parole dei poeti, cos’altro erano gli antichi Latini?

A me non importa nulla della gloria. Sono troppo vecchio per non capire ch’è un’illusione. E bada che lo dico davvero, non per filosofia come Lucio. Non me ne importa nulla di te, di Roma e di tutto il resto. Per me sarebbe stato un grande onore andare a morire ammazzato in una guerra, ma me n’è mancata l’occasione. Ora credi di farmi paura obbligandomi a morire? Non sai chi è Petronio. Eppure abbiamo lavorato insieme per anni!

In questo, però, devo riconoscerti un’attenuante: nessuno mi ha mai capito bene. Una volta, avevo appena scritto il Satyricon, un tale mi chiese qual era il mio pensiero circa la decadenza dell’oratoria. Nel libro ne facevo parlare i personaggi, ma nulla sugeriva la mia opinione. Perché nessuno scrive più come Cicerone? Non capiva, il poveretto, che per me i termini del problema cambiano completamente: per me Cicerone poteva tranquillamente tagliarsi le vene al posto di Lucio, avrebbe sgravato l’umanità di un grande peso.

Quando entrai alla tua corte come arbitro del buon gusto, sapevo di avere a che fare con un uomo di pessimo gusto. Ma feci superbamente il mio lavoro. Dappertutto mi s’indicava come G. PETRONIVS ARBITER, e qualche scriba distratto credette di vedere in Arbiter il mio cognome: così tanto era connaturato quel servizio alla mia persona. Il mio vero cognome fu dimenticato, e non lo rimpiango: non aspiro alla memoria degli uomini. Durino le opere, muoiano gli uomini.

Ma sto parlando di cose intelligenti, e tu sei scemo. Non dubito che, appena leggerai questa mia lettera, mi condannerai a morte. E’ proprio questo il bello: non potrai vendicarti di me in nessun modo. Quindi, vedi di essere intelligente almeno stavolta e di non dare in ismanie come al solito: mi seccherebbe molto apprendere, dall’aldilà, che sei stato ridicolo anche in quest’occasione. Beh, mio caro pagliaccio augusto!, forse non morirai di rabbia, ma di sicuro anche tu non vivrai a lungo. Credi che i Pisoni abbiano organizzato la congiura da soli?

Ti saluto. Devo andare a tagliarmi le vene.

Gaio Petronio Arbitro