Il registratore del mondo – 27

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“Possiamo dire con certezza che è stato un errore”: così le autorità sovietiche risposero alla sorella di Daniil, E.I. Gritsina, che chiedeva la riabilitazione del fratello. Era il 25 luglio 1960, in piena era Krushev, in piena destalinizzazione, e anche su quella pagina vergognosa veniva alla luce la verità. Daniil era morto per nulla.

Fu riabilitato. Ma anche la riabilitazione fu un errore, perché in effetti non era mai stato condannato. Risuona la frase dell’ufficiale dell’Nkdv: “Meglio seppellirla, questa storia. Non siamo troppo sicuri che fosse colpevole”.

E’ per questo che, a un certo momento, si poté nuovamente parlare di Charms. E’ per questo che Druskin poté finalmente far circolare quello che c’era nella valigia.

Il fatto che l’apertura di Krushev fosse molto parziale spiega forse perché Druskin decise di far circolare solo una parte del materiale. Ma questo non possiamo dirlo con certezza.

Forse anche per le particolari condizioni in cui ci è arrivata, l’opera di Charms è enigmatica quanto la sua figura. Viene il dubbio, a volte, se si sta leggendo un testo letterario o un appunto. Doveva esser difficile, nella valigia di Charms, distinguere l’opera vera e propria da abbozzi, scherzi e svolazzi. Con lui, i confini dell’opera, l’idea stessa di opera sono messi in discussione. E’ affascinante pensare a un’opera artistica conservata fra conti della spesa, date, fogli privi di valore. Druskin li ha raccolti perché li ha trovati, ma Daniil perché li ha conservati? Forse per la stessa maniacalità con cui si puliva. Può essere che conservava quelle note per ricavarne prima o poi qualche opera: nel 1915 il poeta transmentale Kruchenykh pubblicò il conto della lavanderia di un certo Jusinkij sostenendo che fosse superiore, per pathos e stile, alle ottave più struggenti dell’Onegin. Daniil forse aspettava di poter utilizzare quegli appunti. O può essere che Daniil, scoraggiato di tutto, abbia ammucchiato le cose serie insieme alle cose non serie.

C’è un’altra ipotesi, più affascinante. Daniil teorizzava una musica scientifica, una magia scientifica, un assurdo ottenuto per via scientifica. Liberarsi delle categorie logiche per lui era un’operazione logica, un esercizio ascetico che gli permetteva di vedere il mondo così com’era, senza prima e dopo, causa ed effetto, e tantomeno giusto e ingiusto. Daniil, nei suoi scritti teorici, mostra di aver studiato a menadito la logica formale, di avere un cervello alla Wittgenstein per la logica formale. Daniil è quello che disse ad Anna Semenova che, in una battuta come “Non una mezza bottiglia, una bottiglia, e non in birreria, ma nella noce” era fondamentale dire noce anziché fagiolo, ricordate? Daniil dava a vedere -e ci teneva molto a sottolinearlo- che non lasciava nulla al caso. Ora, è possibile che volesse dare al caos delle sue carte un ordine che né Druskin né noi riusciamo a ricostruire?

Sarà un mistero per sempre. Oggi molti parlano di Charms come di un precursore di Beckett e Ionesco. Ma Beckett e Ionesco non conoscevano Charms, e Charms non conosceva nemmeno l’esistenza di Beckett e Ionesco. Il lettore d’oggi può trovare Daniil perfino più avanzato, più assurdo e demistificante di Beckett e Ionesco. E forse sente che, rispetto a loro, Daniil tutto quest’assurdo lo ha vissuto sulla sua pelle, e lo ha pagato carissimo.

Tu hai tutti questi pensieri, adesso, e li affidi alle ultime boccate della tua Savinelli Sistina prima di lasciare questa stanza e quest’epoca. Provi a scriverli suo tuo quaderno Clairefontaine, il tuo diario, ma capisci che suona tutto fasullo su quel diario e allora finalmente lo strappi e lo fai volare giù dalla finestra. E’ arrivato il momento di vivere nella realtà. Non nascosto alla vita dalla cortina del fumo, non con il filtro di quella scrittura inautentica che ti ha reso inautentico anche il cervello perché sembrava che le cose ci fossero solo per esser scritte nel quaderno e che solo una parte di mondo -e di te- fosse degna di finire nel quaderno. La pipa e il quaderno sono la lente attraverso cui hai guardato il mondo. Ora lo guarderai, finalmente, coi tuoi occhi. E’ venuto il momento che tu esca fuori dal libro e torni alla tua vita. Quando percorrerai le strade di Roma o di Civitavecchia, ricordati che quello che hai letto non è tutto vero, ma non è nemmeno una favola.

FINE

Il registratore del mondo -26

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Uno degli amici di Daniil, che frequentava il gruppo Oberju fin dagli anni Trenta, si chiamava Jakov Druskin. E’ lui il protagonista della storia della valigia. Druskin era filosofo e critico musicale. Aveva scritto di Bach, Schoenberg e Webern -quando ancora in Unione sovietica si poteva scrivere di Schoenberg e Webern. Nulla di strano che le sue teorie dovessero interessare uno come Daniil, per il quale la musica doveva prima di tutto essere “logica”. Druskin non ebbe in vita una grande fortuna ed è poco ricordato ancora oggi, ma una grossa fortuna possiamo senz’altro attribuirgliela: quella di essere sopravvissuto e morto nel suo letto. L’elenco dei poeti, scrittori, filosofi, intellettuali annientati negli anni di Stalin è sterminato.

Se oggi abbiamo una minima idea di chi è stato Daniil Charms, lo dobbiamo a questo amico che, mentre tutti, Marina compresa, avevano sfollato, rientrò nell’abitazione degli Juvačëv e ne uscì con la famosa valigia azzurra. Una valigia veramente “alla Charms”, perché dentro c’era di tutto: conti della spesa, scontrini, elenchi di cose da fare, un fascio di taccuini, ed anche le opere letterarie di Charms. Druskin le tenne nascoste in casa per vent’anni; poi, negli anni Sessanta, le tirò fuori e cominciò a farle circolare samizdat. Samizdat vuol dire in copie dattiloscritte, distribuite in segreto in una cerchia di estimatori che via via si allargava finché il segreto era diventato un segreto di Pulcinella. Di fatto, fra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta tutti sapevano che copie dattiloscritte di Charms andavano in giro per l’Unione sovietica. Queste copie erano spesso a mala pena leggibili: non essendoci i computer ed essendo scarse, allora, anche le fotocopiatrici, il procedimento consisteva nel mettere tanti fogli nella macchina da scrivere con in mezzo la carta carbone. Com’è facile immaginare, più ci si allontanava dal primo foglio e più l’inchiostro sbiadiva. In tutti i Paesi oltrecortina, in quegli anni, la circolazione dei samizdat era un fenomeno noto anche alle autorità. Si sapeva che c’erano, si sapeva anche approssimativamente quali erano, e si chiudeva un occhio, purché le copie continuassero a circolare clandestine. L’importante era non pubblicarle ufficialmente. Salvare le apparenze, insomma. Come ho detto prima: un segreto di Pulcinella.

Quando si poté dire qualcosa di Charms, un primo omaggio arrivò dalla poetessa Anna Achmatova. Disse “Charms ha inventato la prosa del ventesimo secolo, dove un uomo esce di casa e vola. E’ stato lui il primo a farlo”. Ma l’elogio di Achmatova è un po’ maligno: Daniil scriveva anche poesie, non solo prosa, anzi la maggior parte dei suoi scritti era in poesia. L’Achmatova ricordava il suo primo incontro con Daniil. Le aveva detto “Un poeta deve avere tre qualità: visione, intelligibilità, autorevolezza. Chlebnikov aveva visione, non intelligibilità e non autorevolezza. Lei autorevolezza ne ha da vendere, avrà anche visione e intelligibilità?” Un’entrata in scena veramente alla Charms.

Alla fine degli anni Sessanta, anche Anna Achmatova era morta. Molti di quelli che potevano ricordare Daniil non c’erano più. Iniziarono a emergere le testimonianze, ma anche le leggende.

Hoagy Carmichael, l’autore di Stardust, disse in un’intervista che non tutti quelli che raccontavano di aver conosciuto il mitico trombettista Bix Beiderbecke lo avevano davvero conosciuto. “In realtà pochi potevano dire di conoscerlo bene, io stesso non posso ricordare di lui che una mezza dozzina di frasi. E’ questo che intendono molti quando dicono che era una persona speciale.” Un affondo singolarmente cattivo e singolarmente elegante.

Anche di Daniil, morto in giovane età come Bix, cominciò a circolare un’immagine distorta. Si moltiplicarono le leggende su di lui, sulle sue stravaganze, sul suo complicato sistema filosofico, sulle sue idee musicali, sul significato dei suoi scritti. Gli eredi di Druskin possiedono tuttora metà dei quaderni di Charms, e non ne permettono la pubblicazione. Cosa ci sarà scritto in quei quaderni? Si risolverebbe qualcuno dei misteri biografici su di lui? E soprattutto: perché accidenti li tengono nascosti?

Il registratore del mondo – 25

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Adesso la guerra è finita. Ti immagini la scena: Marina entra in un ufficio dell’Nkdv e viene accolta, si fa per dire, da due ufficiali. Uno dei due, finché Marina non è uscita, non apre bocca. Le voci sono come nei film degli anni Cinquanta: scure e impostate quelle degli uomini, sobria e tragica quella di Marina.

-Io voglio sapere che fine ha fatto mio marito.

-Si rende conto che, con tutte le persone morte o scomparse in questa maledetta guerra, non è facile sapere che fine ha fatto proprio suo marito?

-Almeno potete dirmi che è morto?

-Una cosa sola posso dirle, signora Malic: lasci perdere questa storia.

-Mio marito…

-Suo marito Daniil Ivanovič Juvačëv, o come si faceva chiamare lui Daniil Charms, non è mai esistito. Mi ha chiesto una risposta franca? Bene, gliela do: per noi, suo marito non è mai esistito. Meglio se se lo ficca in testa anche lei.

Marina fa per andarsene.

-E ricordi: se torna un’altra volta, non garantisco per la sua incolumità.

L’ufficiale che è stato sempre muto accompagna Marina alla porta e la chiude alle sue spalle. Rimasto solo col suo collega, prende finalmente la parola:

-Ma sappiamo qualcosa o no?

-Beh, a noi risulta morto nel manicomio il 2 febbraio 1942. Ma non è detto che non fosse già morto. Non c’era cibo, morivano tutti di fame in quel periodo, e a volte ci si accorgeva solo dalla puzza di cadavere… Eh! -ride- non era facile, a volte, distinguere i vivi dai morti. Ma è meglio seppellirla, questa storia. Non siamo troppo sicuri che fosse colpevole.

“Charms non è mai esistito.” In Unione sovietica, per quasi vent’anni, fu proprio così. Il nome di Charms era scomparso. E’ proprio come ha scritto Carrère: il comunismo è stata la più grande mistificazione della realtà. Si finiva per credere che il proprio parente o amico scomparso fosse davvero colpevole, o peggio che non fosse mai esistito. Charms? Ce lo siamo sognato tutti quanti.

Fino alla fine degli anni Sessanta, nessuno nominò mai né Charms né Oberju. I primi accenni che se ne fanno, sul finire del decennio, non sono per nulla lusinghieri. Il gruppo viene considerato responsabile della fine dell’avanguardia.

Scrive Paolo Nori:

Ancora alla fine degli anni Sessanta Vladimir Markov, nella sua magistrale Storia del futurismo russo, scrive: La fine del futurismo va probabilmente ricercata negli oberjuti, Charms, Zabolockij, Olejnikov e Vvedenskij, i quali pubblicarono qualcosa della loro assurda poesia primitivista e dadaisteggiante.

Il registratore del mondo – 24

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L’assedio di Leningrado fu una pagina epica e orribile. Durò in tutto due anni e cinque mesi, dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944. Fu la più cocente sconfitta di Hitler in quella che doveva essere la “guerra lampo” contro l’Unione sovietica. I tedeschi avevano progettato un assedio di massimo otto settimane, ma incontrarono una resistenza che non avevano minimamente immaginato. Fu l’assedio più lungo della seconda guerra mondiale. Furono mobilitati anche gli artisti: Dimitri Shostakovich compose la Sinfonia di Leningrado, la sua Settima sinfonia, nel 1941, e l’opera oltrepassò subito i confini nazionali per diventare in tutto il mondo un simbolo della lotta antifascista. Arturo Toscanini, in esilio in America come antifascista, fece di tutto per ottenere la partitura microfilmata ed essere il primo a dirigerla in America.

Leningrado era tra gli obiettivi dell’Operazione Barbarossa, la campagna di Hitler per annientare il comunismo. L’assedio cominciò bene per i tedeschi, con i soldati che raggiunsero la Neva e bloccarono i collegamenti ferroviari. Ma, a mano a mano che la vittoria definitiva si allontanava, il dittatore tedesco diventava furioso. “Eliminerò San Pietroburgo dalla faccia della terra!”, diceva. Fu San Pietroburgo a eliminare lui. L’apertura di un fronte con la Russia fu l’errore madornale di Hitler, quello che più di tutti gli fece perdere la guerra.

Durante il primo inverno centinaia di migliaia di persone morirono per il freddo e la fame, malgrado fossero stati allestiti ovunque ospedali e mense. L’aviazione tedesca bombardava per costringere la popolazione alla resa. Gran parte degli edifici fu devastata dal fuoco dell’artiglieria. Gli abitanti attingevano acqua dalle buche nell’asfalto che gli attacchi dell’artiglieria provocavano sulla Prospettiva Nevskij. Le case erano totalmente al freddo e al buio. L’unico contatto col mondo, per i leningradesi, fu la radio. Anche gli impianti di approvvigionamento idrico erano stati danneggiati L’isolamento fu totale fino al 18 gennaio 1943, quando un primo carico di approvvigionamenti riuscì a raggiungere la città di nascosto.

Chi era ancora in forze scavava trincee ed erigeva barricate. Gli abitanti si sforzavano di tenere la città in ordine, liberandola dal ghiaccio e dalla neve e pulendo le strade dal fango. I bambini rimasti orfani venivano mandati in case per l’infanzia: si cercava di organizzare per loro dei corsi scolastici, ma più spesso finivano nelle fabbriche ad aiutare gli adulti, come nello stabilimento Linotip dove assemblavano i fucili mitragliatori destinati al fronte.

I leningradesi apprendevano i pericoli che li minacciavano dagli altoparlanti e dal ticchettio di un metronomo: un ticchettio accelerato segnalava un imminente attacco aereo, uno più lento un momento di tregua. Ad ogni bombardamento i palazzi erano squarciati e, un po’ per segnalare le zone a rischio un po’ per mitigare l’orrore, gli abitanti coprivano i buchi con dei grossi cartelli.

Tutti i giorni, per tenere alto il morale degli abitanti, si allestivano spettacoli musicali al teatro Aleksandrinskij. I dipendenti dell’Ermitage si davano da fare per nascondere i capolavori del museo nelle cantine. Tutt’intorno, i soldati presidiavano il confine cittadino. D’inverno, per confondersi con la neve, vestivano di bianco.

Non si sa quante vittime contò l’assedio. Il governo sovietico, a guerra finita, dichiarò 670.000 vittime dal 1941 al gennaio 1944, ma dati non ufficiali parlavano di un numero di morti tra i 700.000 e un milione e mezzo. Da tre milioni e duecentomila abitanti nel ’39, alla fine della guerra Leningrado ne aveva due milioni e mezzo. Gli storici parlano di circa un milione e duecentocinquantamila tra morti e dispersi, civili e militari sovietici. Tra quei morti c’era anche Daniil.

Il registratore del mondo – 23

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Marina a casa piange. Ha capito che non può far nulla. Quando aveva Daniil accanto, si chiedeva spesso: chi me l’ha fatto fare?, come ho potuto compiere un simile errore?, perché sto con lui? Adesso che Daniil non c’è, si rende conto di quant’era innamorata.

Eppure è anche arrabbiata con Daniil. Con le sue stravaganze, con le sue imprudenze, col suo essere un essere astratto che poco o nulla si adattava alla realtà concreta. Una sola cosa lo teneva legato al mondo fisico: il sesso. Daniil amava fare sesso, ed era così bello fare sesso con lui, che in quei momenti gli si perdonava tutto. Nessuna donna passata tra le braccia di Daniil era stata resa bella da qualcuno come da lui.

Marina si sente abbandonata. Forse non abbandonata da lui. E’ un senso d’abbandono, il suo, che non ha complemento d’agente.

La guardi. La sua figura fa pensare a La delaissado, l’abbandonata, quel canto degli Chants d’Auvergne così espressivo che sembra far comparire l’abbandonata davanti agli occhi con la sua arcaica semplicità:

Aspetta la pastorella, aspetta al sommo della foresta.

Aspetta il suo amato che non viene!

“E così sono stata abbandonata! Non rivedrò più il mio amore!

Pensavo che mi amasse, e anch’io lo amavo così tanto!”

Sono comparse le stelle, le stelle che annunciano la notte.

La pastorella è là che piange, sola.

La guardi e Marina assume per un attimo la maestà di una figura archetipica. Per un attimo non fai caso alla stanzetta in cui la stai spiando di nascosto, e ti sembra di guardare, sulla sommità della foresta, La delaissado.

Per fortuna il vecchio Juvačëv si è risparmiato questa pena: poco dopo l’inizio dell’estate è morto. Seppellirlo è stata una delle ultime cose che Daniil ha fatto. Ogni domenica andava sulla tomba del padre e gli parlava. Ultimamente Daniil fumava molte sigarette per dimenticare la fame. Ma quando andava sulla tomba del padre non fumava mai. Davanti al padre vivo non aveva mai fumato e gli aveva sempre parlato stando in piedi, ed anche sulla tomba del padre non fumava e non si sedeva.

Marina è vissuta fino al 2002. Ha finito i suoi giorni negli Stati Uniti. Negli anni Novanta l’hanno rintracciata in Venezuela, dove s’era trasferita, e le hanno chiesto di raccontare del marito. Lei all’inizio si è rifiutata, forse per la paura, e ha detto: non ricordo, ricordo solo che gli piacevano le donne. Non bisogna giudicarla per questo. Bisogna aver passato quello che ha passato lei, prima di giudicarla. Marina poi ha scritto un libro di memorie. Un libro molto tenero. Daniil era eccentrico e molti lo trovavano inquietante, racconta, ma era un uomo buono e le sue stravaganze non facevano male a nessuno. Gli piaceva suonare la chitarra. Non scriveva mai a tavola, preferiva scrivere a letto o seduto alla finestra, e poi mi leggeva tutto. Io rideva e ridevo, ascoltandolo. Spesso in casa non c’era da mangiare, e quando non c’era da mangiare, dormivamo.

Il registratore del mondo – 22

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L’ospedale psichiatrico di Leningrado fa paura. Le urla degli internati fanno paura. Lì, lo sai, c’è Daniil. Sai, perché vieni dal futuro, che è stato denunciato per propaganda disfattista da una donna che lo avrebbe sentito dire che la Germania vincerà la guerra. In un rapporto dell’Nkdv, si legge che Daniil Ivanovič Juvačëv avrebbe dichiarato: “L’Urss ha perso la guerra il primo giorno, Leningrado sarà assediata o presa per fame, oppure sarà bombardata a tappeto e non ne resterà pietra. Se mi arriverà un ordine di mobilitazione, darò un pugno in faccia al comandante. Mi sparino pure, non indosserò mai l’uniforme e non servirò nelle forze sovietiche. Non voglio essere una spazzatura. Se mi costringono a sparare a una macchina durante i combattimenti in strada con i tedeschi, non sparerò ai tedeschi, ma a loro, dalla stessa mitragliatrice”. Sai che Daniil è stato messo in ospedale psichiatrico e dichiarato schizofrenico. Ma anche questo lo sai perché vieni dal futuro. Fossi stato contemporaneo di Danja, di Marina e della tabaccaia, non avresti nemmeno sospettato che Daniil potesse stare in questo posto. In realtà non sai nemmeno se Daniil è già arrivato, perché non si sa quando è arrivato, e in che condizioni, se è stato torturato. Si sa solo che, a un certo punto, è stato qui. E tu provi a riconoscere, tra quelle voci disperate, la sua. E’ folle, ma cerchi la sua voce. Non quella ipnotica, stentorea e affascinante. Cerchi l’urlo. Non ti esce dalla mente, quell’urlo.

-Marinaaa! Marina aiutooo!

Unghie strappate, lingue tagliate con la Gilette, tutto questo succedeva a chi veniva catturato dai servizi segreti. Sarà successo anche a Daniil?

Perché è stato dichiarato schizofrenico? Forse si è finto pazzo per sfuggire al plotone d’esecuzione. Fare il matto gli riusciva sempre bene. Ma non possiamo saperlo. Può anche darsi che fosse davvero schizofrenico, o comunque affetto da qualche patologia mentale. Non possiamo saperlo.

Avrà detto davvero quelle parole sulla Germania? Chi lo sa. Tu, di sicuro, non gliele hai sentite dire. Se anche le ha dette, bisognerebbe sapere se le ha dette sul serio. Quante ne diceva un paradossalista come lui?

Avrà avuto davvero le idee politiche che aveva espresso negli interrogatori prima dell’esilio a Kursk? Vallo a sapere. Sicuramente non era un propagandista antisovietico. Però la sua formazione era stata quella di un credente, timorato di Dio, di un conservatore insomma, per cui non sorprenderebbe che fosse davvero monarchico. Ma tu non gli hai sentito dire nulla in proposito, i documenti non riportano niente… Certo, Daniil sapeva che i valori su cui si reggeva la vecchia società, quella morta con Nicola II e la sua famiglia, erano incompatibili con la sua scrittura. Sapeva che, con buona probabilità, avrebbe disprezzato quel mondo e le sue pompe. Ma cosa passava davvero in quel cervello è impossibile saperlo. La stessa Marina non lo sapeva bene.

-Era uno scrittore.

-Oh andiamo, signora Malic, era solo un matto.

-Voi sapete che non è così.

-Guardi qua. Ho una prosa di suo marito. “È difficile parlare di Puškin a qualcuno che di lui non sa niente. Puškin è un grande poeta. Napoleone è meno grande, di Puškin. E Bismarck, in confronto con Puškin, non vale niente. E Alessandro primo e secondo, e terzo, in confronto con Puškin sono delle vesciche. Tutti, in confronto con Puškin, sono delle vesciche, solo in confronto con Gogol’, lo stesso Puškin è una vescica. E allora, anziché scriver di Puškin, è meglio se scrivo di Gogol’. Anche se Gogol’ è tanto grande, che di lui non si può scrivere niente, pertanto scrivo di Puškin. Ma dopo Gogol’, scrivere di Puškin vien quasi vergogna. E di Gogol’ scrivere non si può. Allora è meglio se non scrivo niente di nessuno”.

Marina ride.

-Suvvia. E’ letteratura questa?

-Più di quanto lei possa immaginare.

-Ad ogni modo, Marina, non possiamo fare nulla. Potrebbe essere morto, ormai. E’ stato sempre imprudente.

-Coraggioso.

-No. Aveva paura, come tutti. Ma aveva un singolare talento per mettersi nei guai. Certo, è strano…

-Cosa è strano?

-Suo marito è finito nei guai per una poesia su un uomo che scompare. E adesso di lui non c’è più traccia.

-Niente?

-Le ultime informazioni che abbiamo sono che è stato trasferito a Novosibirsk.

-Allora andrò a Novosibirsk.

-Non glielo farebbero vedere.

-Come è finito a Novosibirsk?

-Non lo so.

-Ma per che cosa poi? Qual è l’accusa?

-Non so neanche questo. Se si tratta di tradimento, o di propaganda filotedesca -e suo marito parlava il tedesco, a quel che ricordo- a quest’ora è stato già passato per le armi.

-Ma Danja non era un traditore. Era un uomo strano, ma non un traditore.

-Vede? Lei dice “non era un traditore, ma era un uomo strano”… nemmeno lei aveva piena fiducia in lui. Può dirmi in tutta coscienza di aver conosciuto bene suo marito? Di avere una chiara idea dei suoi pensieri, di ciò che per lui contava nella vita?

-Beh…

-Lo vede? Lasci perdere, signora Malic. Non finisca in un gioco più grande di lei.

Marina ci pensa un po’: -Quel buzzurro di Anton Grigor’evič mi ha tirato un pugno, l’altra volta.

-Davvero? (ride) Gli farò una bella ramanzina. Gli dirò che una donna non si tocca neanche con un fiore.

Il registratore del mondo – 21

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-Dov’è Danja? Stava parlando con lei stamattina.

E’ Marina che parla col rigattiere.

-Sì, ma non l’ho visto tornare.

-Cosa le ha detto?

-Parlavamo di magia, signora.

-Magia? Quando torna…

-Vada dalla tabaccaia. Credo che suo marito stesse andando là.

Marina sembra una pazza. -Ha visto Danja? Ha visto Danja?

Tutti le dicono di no. Anche la tabaccaia che ha assistito alla cattura, piangendo, le dice di no. -Ma perché piangete? – le chiede Marina.

-Non è niente, oggi è morto il babbo di Lev.

Marina non la sta nemmeno a sentire. -Danja! Avete visto Danja? Qualcuno ha visto mio marito Danja? Daniil Ivanovic, chi di voi ha visto Daniil Ivanovic?

A quel punto succede una cosa imprevedibile: Marina si avvicina proprio a te.

-Lei, lei, l’ho vista tante volte, non la conosco ma l’ho vista tante volte. Mi aiuti a cercare Daniil.

-Suo marito? -le chiedi, impallidendo.

-Sì. E’ uscito a mezzogiorno. E’ uscito per comprare le sigarette e lo zucchero. Non è più tornato.

-Sì, l’ho visto uscire…

-Mi ricordo. Lei stava sotto casa. Ha attraversato la strada dietro di lui. Che gli è successo?

-Non lo so, l’ho perso di vista proprio in questa strada…

-Lo stavate spiando? Eh? Lo stavate spiando? Come si chiama lei?

-Io? Si calmi, la prego, lo troveremo.

-Ha un accento straniero.

-Ho vissuto all’estero a lungo.

E’ pazzesco. Marina ha chiesto aiuto proprio a te, e tu la stai depistando. Non posso cambiare il corso della storia, ti ripeti. Devo fingere…

-E’ qui che l’ho perso di vista. Una macchina lo ha quasi investito. Poi non ricordo altro. Io sono andato avanti.

-E’ entrato dalla tabaccaia?

Ti ricordi delle minacce alla tabaccaia e dici: -Non lo so, io poi sono andato per conto mio…

-Va be’, lei mi è poco utile, ma è stato buono.

Si allontana di corsa, ti grida: -Se ha notizie me le porti, lo sa dove abito!

Sai dove abita e sai cos’è successo, ma non glielo dirai. Per la prima volta in vita tua, ti senti addosso il peso di una scelta tremenda. La tua prima, grossa responsabilità morale l’hai avuta in una vita che non è la tua e in un tempo che non è il tuo.

-Danja! Danja!…

La tabaccaia ti fissa negli occhi, terrorizzata.

Quello che tu non sai, della tabaccaia, è che le hanno preso il marito. Non è morto il babbo di Lev, è scomparso Lev. E lei sa che non è un caso: lo hanno preso in ostaggio perché lei non dica niente, perché abbia paura anche per suo figlio Ilya. E’ un pensiero che ti attraversa la testa come un lampo. Glielo leggi in quegli occhi che ti fissano.

-Anche lui… – sussurri.

-Che gli faranno?

-Non lo so… non so più nulla.

Ma questo dialogo rimane nella tua immaginazione. Non glielo potresti chiedere davvero, e lei non potrebbe risponderti davvero.

Tutto quello che sai, lo sai dai suoi occhi.

Marina adesso è con la manicure. Tutte e due girano stralunate, la manicure chiede -Il signor Daniil Ivanovič! Il signor Daniil Ivanovič Juvačëv.

Hai visto!, pensi, lo disprezzava, ma adesso che è sparito, guarda con quanta passione lo cerca. In fondo, tutti lo sapevano che era un buono.

– Daniil Ivanovič Juvačëv. Daniil Charms.

-Chi, il pazzo vestito da Sherlock Holmes?

-Sì.

-Sono giorni che non lo vedo.

Poco a poco, la strada si svuota. Tre persone -Marina, la manicure e una terza che non riconosci- si dirigono insieme sulla parallela, qualcun altro sentendo odor di guai si allontana, qualcuno le guarda sconcertato o fingendo sconcerto.

Una guardia si avvicina a un uomo e gli chiede:

-E’ successo qualcosa, qua?

-No. Nulla.

-Ah.

La guardia si allontana fischiettando. Giureresti che ha un’aria soddisfatta, ma forse è solo una tua impressione. In strada siete rimasti in due: tu, e gli occhi della tabaccaia.

Tutti tutti tutti gli alberi pif
Tutti tutti tutti i sassi paf
Tutta tutta tutta la natura puf.

Tutte tutte tutte le fanciulle pif
Tutti tutti tutti gli uomini paf
Tutte tutte tutte le nozze puf.

Tutti tutti tutti gli slavi pif
Tutti tutti tutti gli ebrei paf
Tutta tutta la Russia puf.

Il registratore del mondo – 20

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Quando Daniil esce, una macchina nera coi vetri oscurati fa la sua apparizione all’angolo della strada e si ferma proprio davanti a lui. Gli impedisce di attraversare.

-Oh. Che è matto? Mi aveva quasi ammazzato.

-Venga.

-Che vuole?

-Salga su. Venga.

Daniil urla: -Ma chi è? Che vuole?

-Niente storie.

Daniil si mette a correre, un tizio esce dalla macchina con una pistola, lo insegue, lo acciuffa per il cappotto.

-Non faccia lo stronzo.

-Io non ho fatto niente!

-E voi -dice rivolto ai passanti- mezza parola e potete giurare che la vostra vita non sarà più quella di prima.

La tabaccaia è in lacrime sull’uscio, trema. L’uomo le si avvicina e le sussurra:

-Vuole che Ilya faccia l’università? Bene, allora quello che ha visto non è mai successo.

Un altro uomo è uscito dall’auto. In due spingono Daniil dentro la macchina.

-Aiuto… Che volete? Io non ho fatto niente… Non ho fatto niente.

La macchina si chiude. Una voce disperata urla da dentro: -Marinaaa! Marina aiutooo!

L’urlo sembra quello di una belva, non riconosci la voce stentorea ma fine, ipnotica di Daniil.

Sei paralizzato. Sai che non puoi cambiare quello che sta accadendo. Sai che l’uomo con la pistola può spararti.

Senti rumori di colluttazione, non si vede nulla dentro la macchina perché i vetri sono oscurati, ma ti sembra di sentire delle botte. Senti la voce di un uomo che geme. Senti la voce dell’uomo con la pistola gridare: -Zitto! Zitto, buffone! Hai finito di fare il buffone.

La macchina parte, un pedone che attraversa la strada ci finisce quasi sotto. Si apre il finestrino, una mano con una pistola, partono tre colpi.

-Alzati! Muoviti!

Il poveraccio che stava attraversando si sposta tutto intonito. La tabaccaia piange, piegata in due, appoggiandosi allo stipite della porta.

-Era un bravo cristiano… un bravo cristiano.

E rompe in singhiozzi. -Era matto, ma non ha mai fatto male a nessuno…

A lungo ti sarebbe risuonato nelle orecchie l’urlo di Daniil. L’esteta, l’uomo sempre in posa, sempre intento a sfoderare il suo charme anche nelle situazioni più assurde, pronto a dimenticare la sua stessa paura per una scena madre in mezzo alla strada o davanti alla polizia segreta, urla come una bestia. La paura ha vinto, stavolta davvero.

Il registratore del mondo – 19

TERZA PASSEGGIATA

21 AGOSTO 1941

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Un uomo è uscito di casa
Con un bastone e un tascapane…

C’è una particolarità nell’opera di Daniil, ed è che spesso tutto ha origine con qualcuno o qualcosa che sparisce. Come nel suo racconto più famoso:

C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.

E’ il 21 agosto 1941. L’estate a San Pietroburgo è torrida. Daniil esce di casa. E’ magrissimo, i vestiti sporchi, lui stesso, se gli vai vicino puzza -ed è strano perché Daniil è sempre stato molto pulito. Di una pulizia maniacale, per l’epoca. Ha un’espressione insolita: se non lo vedessi così sfatto, la diresti un’espressione energica.

-Daniil Ivanovič!

E’ il rigattiere, quello che nella passeggiata di marzo gli aveva mostrato certi almanacchi buddhisti.

-Oh, è lei… Mi scusi, sono un po’ rintronato quest’oggi.

-Oggi le chiedo un consiglio per me. Di questi libri, quale è migliore per iniziare a comprendere la magia?

-La magia, dice? Mah, non lo so, non m’intendo di manuali di magia. La magia l’ho imparata fin da bambino, vede. Ma una cosa gliela posso dire: il libro giusto è il più scientifico.

-Il più scientifico.

-Sì, la magia è una scienza, e molto esatta. Come la poesia. In magia, se fai un piccolo errore, si vede il trucco. In poesia, se non azzecchi tutte le parole, tutti i ritmi, tutti i suoni, si vede che qualcosa è andato storto. Il pubblico vuole vedere il prodigio, non il meccanismo sottostante. Se uno sbaglia una parola in poesia, sa che succede?

-Che succede?

-Che il pubblico non vede più quello che dice la poesia: vede lei al lavoro. Le faccio un esempio più semplice: se Mravinskij si fosse presentato a dirigere impreparato, il pubblico l’avrebbe goduta la sinfonia di Shostakovich?

-Io non conosco né Mravinskij né Shostakovich!

-Va be’, era per dire… Insomma, se un musicista non si prepara in modo scientifico, la magia non viene, il pubblico sente che c’è qualcosa di sbagliato e la magia non viene. Ma non si deve fare come quei musicisti di oggi che si comportano sul palco come scalmanati. Freddi bisogna stare. E’ il pubblico che si deve scaldare, non loro. Mi spiego?

-E che cosa c’entra la magia?

-C’entra, perché il pubblico si deve sbalordire, ma il mago no. Il mago deve essere perfettamente in controllo di un meccanismo scientifico oliato fin nei minimi particolari. Mi spiego?

-Ma non può farmi un esempio?

-Dopo, carissimo, dopo. Adesso devo andare a comprare le sigarette. Dopo il mio ritorno parliamo di tutto quello che vuole, e le faccio vedere cosa intendo.

-Va bene, illustrissimo. A più tardi.

Daniil si allontana quasi correndo. Sembra che abbia molta fretta. Dalla finestra si affaccia Marina.

-Danja! Lo zucchero!

-Sì.

-Torna subito!

-Sì!

Daniil attraversa la strada. Al primo tabaccaio, trova chiuso. Va dal secondo, tre strade più in là. E’ insolita questa situazione. Deve aver ricevuto dei soldi. Lo vedi traversare la seconda strada, poi la terza, sempre più veloce, con il passo svelto di un gatto. Entra dal tabaccaio.

Il registratore del mondo – 18

charms

Appena fuori dal bar, un tuffo al cuore. Qualcosa ti riporta indietro di decenni. Da piccolo, ascoltavi su un nastro a casa di tuo nonno una ninna-nanna cantata da Beniamino Gigli. Poi il nastro s’era rotto e tu non avevi più ascoltato la ninna-nanna. Non sapevi neanche cosa fosse. Ti ricordavi solo due versi. “Una luce del sole / che accarezza il dì”. Erano le uniche parole che ricordavi. E la loro musica. Ed era proprio quella che stai ascoltando.

-Scusi, cosa sta ascoltando? -chiedi tutto frastornato all’automobilista.

-Non me ne intendo molto, aspetti, vediamo che numero è…

Sei talmente emozionato che passi sopra alla delusione di quel “Non me ne intendo molto”. Dunque non c’è qualcuno come te. E’ solo un tizio a cui hanno regalato un po’ di musica e se la sta sparando in macchina a un’ora in cui non ha niente da fare.

-La canzone è Mille cherubini in coro, l’autore è Schubert.

-Me la fa riascoltare? Scusi, me la facevano ascoltare da piccolo e non sapevo assolutamente cosa fosse…

-Ma sì -fa l’uomo con benevolenza -tanto non c’ho niente da fare. Sto in pensione. A mio nipote piacciono ‘ste cose e me le ha regalate. So belle, solo che io non me ne intendo…

Forse suo nipote è come me, pensi.

Ascolti. Non hai il coraggio di chiedere di riascoltare una terza volta. Le parole non sono quelle che ricordavi. Non era “Una luce del sole / che accarezza il dì”, ma “Una dolce canzone / t’accarezza il crin”. Ringrazi il pensionato, e speri che suo nipote sia una persona come te.

Scrivi a tua moglie: “Non ci crederai, ma ho appena scoperto cos’è la ninna-nanna di quando ero bambino. Al ritorno ti racconto. Sono a Civitavecchia, senza traffico torno in un’ora e mezza-due”.

Il tempo era cambiato, era diventato più ventoso, si era rannuvolato il cielo.

Guidi tranquillo, quando una lamiera nera ti passa davanti come un’eclissi, la paura schizza come inchiostro, è tutto nero e poi di un chiarore abbagliante. Ti sembra di essere cieco anche se ci vedi. La macchina aveva attraversato tre corsie come se niente fosse e aveva continuato ad andare, come se niente fosse. Ti era parso di morire. L’automobilista che ti aveva tagliato la strada si sporge dal finestrino e ti urla: -A stronzo, vai come se fosse morto tu’ nonno! Ma li mortacci tua!

Il tuo primo pensiero è: ho bisogno di fermarmi. Ti è venuto di nuovo da pisciare.

La piazzola di sosta è vasta. C’è un’altra macchina con una signora grassa dentro. Non l’avevi nemmeno vista. Spaventato com’eri, le avevi fatto la pipì davanti e non t’eri accorto di lei.

-Ma che se sente male?

-Eh… scusi, sì… uno stronzo m’ha tagliato la strada…

-Eh, a me un regazzino m’ha rubato la borzetta, sto cercando de chiama’ la polizia.

-Rubato la borsetta? In macchina?

-E sì! Al semaforo, là dietro. Un ragazzino scuro, sarà stato marocchino o zingaro. Non aveva manco quindici anni, ma questi a quest’età so già professionisti, ce l’hanno proprio scritto nella razza. Io ero ferma al semaforo, s’avvicina e pensavo fosse un lavavetri, invece m’infila la mano nel finestrino e si prende la borsa. “Ridammi almeno i documenti!” gli ho detto. Lui è ritornato indietro e m’ha ridato i documenti e cinque euro. Ha detto “Scusa, non volevo. Con questi ci paghi la benzina”. E se n’è andato. Ma nun è scappato: s’è allontanato tranquillo, tanto sta sicuro che rimarrà impunito… Capito come funziona in Italia? Ma io lo denuncio. Non servirà a gnente, ma lo denuncio.

-Mah, da quello che dice, era solo un ragazzino che ha fame…

-Eh ma io sto andando a lavoro. Me lo rimborsano come infortunio in itinere. Che devo rinuncia’ a dei soldi pe’ n’extracomunitario? Tanto prima o poi lo pigliano, o per furto o per droga… Ma che a lei je prende il telefono? A me dice che nun c’è campo, posso chiamare la polizia dal suo?

-No, anche per me non c’è campo.

Ti rimetti in macchina, amareggiato. La ninna-nanna di Schubert ti ha ricordato un momento in cui forse non era felice, ma il tuo unico compito era vivere e sognare. Realizzare quei sogni, provarci e fallire, sarebbe venuto dopo. Allora dovevi solo esistere, e sognare.

E’ questo che ti è venuto in mente ora che ti senti impotente di fronte alla rovina di Daniil.