Un romanzo giallo

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Non si sa nulla di certo sull’identità di B. Traven. Nemmeno per cosa stia quella B. Qualcuno s’è azzardato a ipotizzare un Bruno Traven, e qualche editore perfino ha stampato questo nome in copertina; ma in realtà non c’è motivo per sostenere che Traven si chiamasse Bruno e non, per dire, Benno o Bernhard. Quelle due strane sillabe, Tra-ven, non aiutano nemmeno a capire di che nazionalità fosse l’uomo con questo cognome.

La storia, piuttosto ingarbugliata, sta così. Nel 1925, arrivarono a una casa editrice tedesca racconti e romanzi che in breve diventarono bestseller. Arrivavano tutti da una casella postale di Acapulco, erano scritti a macchina senza nemmeno una correzione a mano, ed erano firmati -si fa per dire- da un certo B. Traven, che scriveva sempre il suo nome a macchina e mai a penna. Raccontavano storie di indios, di sfruttamento, di ingiustizia e di avventura. Chiaramente erano scritti da un uomo di idee socialiste -e quando dico uomo non intendo essere umano, ma proprio un maschio: la prosa di Traven, poco vibratile e tagliata con l’accetta, aveva tutti i difetti di una prosa maschile. Aveva anche altri difetti quella prosa: era scritta in un tedesco strano, pieno di anglismi, e con una sintassi semplificata che tendeva all’inglese. Con l’avvento del Terzo Reich, i dattiloscritti non arrivarono più in Germania, ma in Svizzera; ma continuarono ad arrivare in tedesco. L’autore dichiarava di essere americano e che gli originali erano scritti in inglese, ma quando mandò a un editore americano i suoi presunti manoscritti inglesi, risultò che il suo inglese era una traduzione parola per parola dal tedesco e occorse molto lavoro per trasformarlo in un inglese decente. Di che nazionalità era dunque l’autore? Mistero. Si può desumere dalle sue opere che conosceva bene -forse di persona- le città del Centro Europa e la loro atmosfera. D’altra parte, la mentalità pragmatica e lo stile giornalistico erano anche molto americani. E poi arrivò un altro mistero.

Nel 1939, B. Traven smise di scrivere. Nessun manoscritto arrivò più a suo nome, né in Europa né in America. Ma non era morto. Un uomo che si firmava -si fa per dire- B. Traven continuò a corrispondere con i suoi editori. I libri vendevano, Traven guadagnava. Nel 1944, John Juston decise di trarre un film dal romanzo di B. Traven Il tesoro della Sierra Madre. E qui comincia una parte piuttosto buffa della storia.

Huston si era fatto l’idea di un uomo appassionato, con una una grande visione umanitaria e avverso ad ogni forma di ingiustizia. L’uomo che si trovò davanti era diverso. Innanzitutto non era lo scrittore, ma un suo agente. Sul biglietto da visita c’era scritto: “Hal Croves – traduttore e agente letterario – Acapulco e San Antonio”. Portava una lettera di Traven che si scusava di non poter venire e lo qualificava come caro amico e suo portavoce. Era un tipo timido, silenzioso, quasi meschino. Le foto scattate sul set mostrano Croves voltare sempre la faccia all’obiettivo. Solo una cattura i suoi lineamenti. Sembrano quelli di un fantasma.

La presenza di Croves sul set non fu meno fantasmatica: Disse pochissime frasi alla troupe e diede non più di tre o quattro suggerimenti. A Huston il suo comportamento parve ambiguo: da una parte diceva di non essere Traven, dall’altra tutti sospettavano che lo fosse, e non poteva non essere consapevole che quel suo ostentato nascondersi rinfocolava i sospetti. D’altro canto, Huston per primo finì con l’escludere che si trattasse di Traven, perché la sua personalità era quasi incompatibile con quella dell’autore del romanzo. Eppure Croves conosceva i libri di Traven a memoria, dichiarava di essere nato in America ma parlava con un accento europeo -forse tedesco, forse scandinavo, precisò Huston. Era lui Traven? Non ci fu molto tempo per chiederselo, perché dopo la lavorazione del film Croves, per una decina d’anni, sparì.

Qualche anno prima del film, un giornalista d’assalto aveva identificato Traven in un ristoratore di Acapulco, certo Berick Traven Thorsvan, americano di padre novegese. Thorsvan però, dopo aver dato del figlio di puttana al giornalista, dichiarò una cosa sorprendente: “Traven è morto. Io ero suo amico. E adesso, se morirò anch’io, sarà colpa tua!” Dopo l’intervista, anche Thorsvan sparì. Aveva partecipato a una spedizione nei territori degli indios negli anni Venti. E in quel periodo Traven aveva pubblicato un libro fotografico sugli indios. Ma non si poté chiedere nulla a Thorsvan perché Thorsvan sparì.

Croves diceva di essere nato a Chicago, ma di lui a Chicago non c’era traccia. Sparì e riapparve più volte tra la metà degli anni Cinquanta e il 1969. Era un povero vecchio ormai. Gli chiedevano: è lei B. Traven? Qualcuno gli faceva i trabocchetti: gli gridava “Mister Traven!”, sperando di vederlo voltarsi. Ma l’imperturbabile Croves non si voltò mai, anche perché -diceva- era un po’ sordo. Eppure, si divertiva a lasciare negli altri un sospetto, a non fugare tutti i dubbi, a calare, nelle sue poche parole, impercettibili contraddizioni.

Quando Croves morì, nel 1969, sua moglie mostrò al mondo la macchina fotografica e l’elmetto della spedizione di Thorsvan nei territori degli indios. Thorsvan si diceva nato a San Francisco. Ma sarebbe stato inutile cercare il suo certificato di nascita: era andato perduto nel terremoto del 1906. Hal Croves e Berick Traven Thorsvan erano dunque la stessa persona. Erano anche B. Traven? La moglie non aveva dubbi. “Conosceva ogni dettaglio di ogni libro di Traven. I primi tempi lo vedevo scrivere in tedesco e gli dicevo: allora conosci il tedesco! E lui gridava: no, non conosco il tedesco!“

Tutto risolto? No. C’è un terzo personaggio, in questa storia.

Qualcuno, in Germania, fin dagli anni Venti aveva riconosciuto nello stile di B. Traven quello di Ret Marut. Erano gli anarchici tedeschi. Ret Marut, anarchico, attore, scrittore e funzionario della sfortunata Repubblica socialista di Baviera, era sparito poco prima che apparissero i romanzi di B. Traven. La Repubblica socialista di Baviera era durata il tempo di un soffio nel 1919, ed era stata soffocata nel sangue. Ret Marut fu condannato a morte per alto tradimento. Sparì. Lasciò la Germania. Le sue tracce si perdono a Londra nel 1923. I compagni ricordano che diceva di essere nato in America, di essere cittadino americano. Supponevano che, se non fosse morto, sarebbe scappato in America. Ma neanche loro sapevano granché di lui.

Marut dirigeva e scriveva una rivista, Der Ziegelbrenner -“il fabbricante di mattoni”. Dopo la morte di Croves, la moglie tirò fuori dai cassetti alcuni numeri dello Ziegelbrenner e diversi manoscritti sia di Croves che di Marut. La scrittura era la stessa, e anche alcuni tipici errori -per esempio scrivere “ect” per “eccetera” anziché “etc”. La moglie di Croves disse che Croves era Ret Marut. Glielo aveva detto lui stesso. Si era nascosto per paura. Della condanna a morte, di Hitler, della guerra e poi della guerra fredda. Motivi di aver paura non gliene mancavano.

Per la moglie di Croves, dunque suo marito era Ret Marut, fuggito dalla Germania e riparato in Messico col falso nome prima di Berick Traven Thorsvan e poi di Hal Croves. E B. Traven era un nom de plume adottato per i suoi romanzi. Tutto quadrava, sembravano esserci anche prove sufficienti, o perlomeno indizi attendibili. Eppure…

Gentili lettori, vi chiedo un ultimo sforzo di attenzione, perché in questa storia ci si può perdere. Vi chiedo molto, e mi scuso in anticipo. Ma questa storia è come il borgesiano labirinto dei sentieri che si biforcano: una volta risolto un mistero, se ne apre un altro.

Ret Marut. Berick Traven Thorsvan. Hal Croves. B. Traven. Strani nomi.

Il nome di Ret Marut compare nel 1907 sulle locandine di alcuni spettacoli teatrali. Prima non risulta in nessun posto. Dove era stato Ret Marut prima del 1907?

Poniamo attenzione alla data, 1907: un anno dopo il terremoto di San Francisco. Thorsvan diceva di essere nato a San Francisco. I dati sembrano confermare, indirettamente, quello che raccontavano sia i compagni anarchici di Marut che la moglie di Hal Croves: il loro uomo era nato in America. Ma c’è una discrepanza. Thorsvan diceva di essere nato a San Francisco, Croves a Chicago. Di Marut non si conosce la città: la nascita a San Francisco può essere solo ipotizzata da quella comparsa in Europa nel 1907. Si può immaginare un americano di origine tedesca che perde tutto nel terremoto della sua città, che emigra in Germania, che essendo bilingue dalla nascita inizia a recitare e scrivere in tedesco, si impegna in politica ma è costretto a scappare. Si rifugia in un posto dove nessuno lo può riconoscere: il Messico. Quadra. Ma esiste un’altra ipotesi.

Alla polizia inglese, datato 1923, c’è un documento un cui Marut dichiara che il suo vero nome è Otto Feige. Questo documento, scoperto negli anni Settanta, ha portato due giornalisti nel luogo dove Marut afferma di essere nato. Tutto coincide. La data di nascita, il nome, perfino il nome da nubile della madre, Wernicke. C’è perfino un dettaglio suggestivo: il padre di Feige faceva di mestiere il fabbricante di mattoni: der Ziegelbrebber. Rintracciati dai giornalisti, i fratelli di Feige hanno riconosciuto le foto sia di Marut, che di Torsvan, che di Croves. Otto Feige era un ragazzo polacco di lingua tedesca, intelligentissimo e solitario, con simpatie anarchiche, che spariva per lunghi periodi e che scomparve una volta per tutte nel 1923. Il suo ultimo messaggio era una cartolina da Londra in cui diceva alla madre: sono in pericolo, parto per l’America. Un giorno del 1924, la polizia irruppe a casa Feige. Cercavano Otto. La madre ebbe un crollo nervoso. Da allora, la famiglia non ebbe più sue notizie.

Marut dunque disse alla polizia di essere Feige, e fornì elementi convincenti. Certo, poteva aver assunto l’identità di un altro, ma doveva conoscerlo bene quest’altro, se ricordava non solo data e luogo di nascita, ma perfino il cognome da nubile della madre e la professione del padre. Poi c’è la prova fotografica, il riconoscimento da parte dei fratelli. Ma i fratelli non vedevano Feige da quanti anni? L’intervista è del 1972, Feige era sparito dal ‘23, ma aveva lasciato casa molto prima. Inoltre, sembra che Feige non abbia vissuto stabilmente con la sua famiglia fino ai sei anni. E qui si apre il capitolo più pazzesco della faccenda.

In un appunto attribuito al figlio legittimo del Kaiser, si legge: “Il bastardo Feige è scomparso e al suo posto è comparso Ret Marut”.

Qualcuno degli anarchici vociferava già ai tempi della Repubblica di Baviera che Marut fosse un figlio illegittimo e ribelle del Kaiser Guglielmo. Questo appunto, intendiamoci, potrebbe essere nient’altro che una colossale bufala. Nessuno si è mai dato pena di verificarlo e nessuno lo ha mai preso sul serio. Un tipo come Marut sembrava fatto apposta per suscitare i pettegolezzi più assurdi. Ma…

La moglie di Croves raccontò che suo marito non parlò mai di suo padre, ma sempre di sua madre, un’attrice giramondo di nome Elena Ottorent. La moglie di Croves raccontò inoltre che il marito non ricordava volentieri le sue origini e dava l’idea di non sapere bene nemmeno lui dove e quando era nato e di chi fosse figlio. A volte le raccontava della Chicago di fine Ottocento, e i suoi ricordi sembravano troppo nitidi per esserseli inventati. Ma le parlava con simpatia del Kaiser Guglielmo, una simpatia strana per un anarchico.

Insomma, dove era nato davvero l’uomo che è stato Ret Marut, Traven Thorsvan e Hal Croves? A Chicago, a San Francisco, nella Polonia durante il dominio tedesco? E, se quest’uomo se si è trasferito in Messico dopo il 1923 e ha inviato i suoi romanzi in Germania a nome di B. Traven a partire dal 1925, come diavolo ha fatto in meno di due anni a impadronirsi così bene della realtà locale, della cultura del Messico, dei problemi degli indios? Nessuno scrittore si è identificato coi problemi sociali del Messico come lui, nemmeno gli scrittori messicani. Qualcun altro, che era lì da tempo, raccontava le storie che Marut scriveva col nome di Traven? E perché i manoscritti erano stesi in quel tedesco strano pieno di termini inglesi? Perché quella mentalità americana ma quella conoscenza profonda dell’Europa? Forse, erano almeno in due a scrivere col nome di Traven: uno che raccontava le sue storie e un altro che le metteva per iscritto. Forse Ret Marut, nel gruppo, aveva solo il ruolo di supervisore, e forse quella lingua strana era il risultato di vari interventi e riscritture. Forse era anche un modo per non farsi riconoscere, per stemperare lo stile di Ret Marut. Sia come sia, lo stile di B. Traven era di patria incerta come l’uomo.

Nel 1952 apparve un breve racconto di Traven scritto nello stile di Traven, e qualche anno dopo un altro racconto di Traven, ma brutto, e così poco traveniano che non fu nemmeno tradotto in inglese. Poi di nuovo, e definitivamente, il silenzio. Thorsvan e Ret Marut erano già spariti. Da quel momento sparì anche Traven e, nel 1969, sarebbe uscito di scena Croves.

L’epica è di per sé narrazione collettiva, e quella di Traven è epica: un’epica dei diseredati. John Huston diceva che Traven era un mistero come Shakespeare. Sarebbe più giusto dire: come Omero. Anche di Omero nulla si sa, e tutto, soltanto, si suppone. Anche i poemi omerici sono nati forse da un lungo taglia-e-cuci di storie raccontate a voce, poi messe per iscritto, poi cucite insieme ad altre storie e ricucite e raccontate e poi riscritte… L’epica di Traven forse è stata davvero scritta da più mani, e forse all’origine non è stata nemmeno scritta, ma raccontata a voce da qualcuno senza patria, che parlava in una lingua strana e mista -la lingua degli espatriati- in qualche posto segreto dove quei romanzi-denuncia venivano composti, stesi e battuti a macchina.

A undici anni, conobbi dei prozii emigrati in Argentina prima che io nascessi. Parlavano una lingua strana, un mix di dialetto abruzzese, italiano e argentino, ma l’argentino sporco degli emigrati. Una lingua creola, uno swahili. Una lingua senza patria. Forse è in una lingua come quella che le storie di B. Traven venivano narrate.

Chiunque sia stato Traven, che sia stato Ret Marut o no, che sia stato Thorsvan o Croves o no, che sia stato Feige, che sia stato uno oppure molti, la cosa certa della sua vita è l’ossessione di sparire. La storia di Traven ci ricorda che scrivere è rinunciare a se stessi. Pessoa ha alienato il suo io in tanti “come se io”. Robert Walser si è annullato nella comunità egualitaria dei matti… Tutte queste storie ci ricordano il prezzo che paga chi scrive. Colui che scrive rinuncia all’Io come collante forte fra le sue varie istanze e perfino fra se stesso e il mondo. Accetta di essere una cosa aperta. E Traven è stato la cosa più aperta della letteratura del ‘900. Al punto che, forse, non è nemmeno mai esistito. E che sono state scritte tante pagine -comprese queste- per raccontare una vita di cui non si sa niente.

I doni di Michelle

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(a Giusi)

L’amore vero, l’amore incondizionato, appartiene solo agli animali. E’ l’amore di Michelle, la mia gattina, che quando Giusi sta male si posa sul letto e la guarda -la veglia- finché io non torno. Solo allora scende e va a mangiare.

C’è una ragione se, a settembre 2016, alla Porziuncola di Assisi, abbiamo benedetto una foto di Michelle. Non siamo credenti, ma amiamo la figura storica di San Francesco: sentiamo il suo fascino e il fascino di quei luoghi. A settembre 2016 c’era appena stato il terremoto che aveva sventrato il centro Italia. Due nostre amiche, la notte del terremoto, si trovavano vicino all’epicentro, e avevamo ascoltato il loro racconto in diretta, mentre ancora non si sapeva cosa era successo e quanto era stato grave. Ma il 2016 è stato anche l’anno in cui ho lavorato meno: un mese in tutto, e il perdurare del mio fallimento lavorativo ed economico minacciava di incrinare l’armonia fra me e Giusi. Simbolicamente, il viaggio ad Assisi significava la ricerca di una pace, e abbiamo benedetto Michelle perché in Michelle è riposta parte del nostro equilibrio emotivo -e perfino del nostro equilibrio di coppia.

Chi non conosce gli animali troverà esagerata, addirittura ridicola questa affermazione. Ma si sbaglia. Quando Michelle è arrivata da noi, il 2 settembre del 2013, era un periodo che litigavamo spesso. Una sera di aprile del 2014 avevamo alzato la voce e Michelle si era spaventata. Subito abbiamo cessato di discutere per consolare e accarezzare Michelle. Non lo dico per raccontare i fatti nostri, ma per far capire agli scettici che per noi quella gattina non è “un animale domestico”: è una figlia di un’altra specie.

Dicono che gli animali ci scelgono, ed è vero: in un gattile si può percepire la reazione di quel gatto che, avvicinato tra gli altri, si avvicina a sua volta. Ma nel caso di Michelle, lei ci è stata portata e prima l’avevamo vista solo in fotografia. L’origine della sua fiducia è più misteriosa. E’ una fiducia che si è formata gradualmente. I primi tempi -lo ricorderete- non si avvicinava al nostro letto. Ora dorme con noi, appiccicata a Giusi che è la sua mamma umana, e stare nel letto con noi è il coronamento della sua giornata, è il momento in cui si sente più serena e in assenza del quale scatta per lei il segnale che qualcosa non va. Il nostro andare a letto, la sera, segue un rituale preciso: prima si mette a letto Giusi, io le porto le medicine e parliamo un po’. Poi Michelle si mette vicino alla porta e mi pianta addosso due occhi fissi da gufo. Magari miagola per richiamare l’attenzione. E’ il suo modo di dire “Adesso lasciaci sole”. Allora io, il maschio, vado a sbrigare le ultime faccende, o a scrivere o ad ascoltare musica, e le due donne si crogiolano in quel loro strano gineceo. Solo più tardi posso entrare nel letto anch’io: Giusi, in genere, dorme, ma Michelle dorme del sonno lievissimo dei gatti. Sente la mia venuta e scopre il petto per ricevere carezze. Alcune volte si distende obliqua dal mio lato del letto, e, quando cerco di entrarci, sembra avviare una contrattazione: carezze in cambio di spazio.

Se la sera io e Giusi ci attardiamo a vedere un film, Michelle viene a chiamarci. Si ferma di fronte al divano e miagola. Se ci alziamo per vedere cosa vuole, solleva la coda e ci porta verso il letto. Lo fa anche quando Giusi sta male: se prova ad alzarsi, viene a chiamarla e la porta con la coda alzata verso il letto. Certe volte pare profetica: chiama Giusi a letto e dopo un po’ Giusi ha un attacco d’asma. Non c’è niente di misterioso in questo comportamento: gli animali non possiedono la parola, ma hanno esercitato una capacità di decifrare il linguaggio del corpo che noi invece abbiamo perduto. Interpretano i nostri corpi meglio di noi stessi, e perciò sentono l’arrivo dei nostri malanni prima di noi. Noi occidentali non siamo abituati ad ascoltare il nostro corpo. I gatti lo fanno. Distinguono anche tra il male fisico e il quello dell’anima: nel caso del male fisico, Michelle fa la guardia, nel caso del male morale fa le fusa, accarezza, a volte lecca. Cani e gatti sono dotati di straordinaria empatia verso la nostra psiche. Ma, mentre i cani concedono quest’empatia a chiunque, i gatti la elargiscono solo a chi ha conquistato già la loro fiducia. Il cane è servile nel suo amore, ama anche se non è ricambiato. Il gatto dà amore, ma ne pretende.

I primi anni, evitavamo di chiamare Michelle “bimba” per non umanizzarla. Adesso la chiamiamo bimba, e chiamiamo noi stessi mamma e papà, perché non conta l’appartenenza a due specie differenti, conta il rapporto che c’è. Michelle è diversa da noi, ma in famiglia riveste il ruolo della figlia, e noi non veniamo meno a nessun patto di mutuo rispetto zoologico se ammettiamo questo fatto.

Alla Festa della Repubblica del 2014 c’era una grande dimostrazione d’aerei militari nel cielo di Ostia, e Michelle s’era molto spaventata di quel fracasso. Per tranquillizzarla eravamo rimasti con lei sul letto. Alla fine del frastuono degli aerei, ci siamo accorti che Michelle si era addormentata, e ci siamo messi a parlare sottovoce per non svegliarla. Un’altra volta sono rientrato a casa da una giornata di lavoro defatigante e per nulla remunerativa, e ho trovato Giusi che cantava la ninna-nanna a Michelle. I pasdaràn della famiglia tradizionale di cui l’Italia è piena vorrebbero vederci bruciare nelle fiamme dell’inferno, suppongo. La nostra famiglia comprende anche Michelle. Sarebbe bello poter mettere questa creatura felina nello stato di famiglia; ma la stupidità umana non consente.

Chi vuole sapere tutto di una persona non dovrebbe chiedere alla moglie, al marito o ai fratelli, ma al suo animale domestico. Con queste creature ci riveliamo a un grado di sincerità che con i nostri cospecifici sembra impossibile. E’ che nel loro sguardo non percepiamo il giudizio, che negli sguardi umani è onnipresente. In Preferisco sparire di Marco Ercolani, lo scrittore svizzero Robert Walser si rispecchia nei gatti che incontra durante le sue passeggiate. Il gatto, animale avvezzo all’uomo, è espressione pura, che prescinde dalla parola e dal giudizio. Dinanzi ad esso non possiamo che essere se stessi, nella creaturale nudità della nostra anima. Non solo gli animali non giudicano, ma l’altro indiscutibile vantaggio è che non parlano: i nostri segreti rimangono chiusi in loro come in uno scrigno. Nessuna complicità è più assoluta.

Con Michelle facciamo anche lunghe conversazioni, e lei pare rispondere a tono. Può darsi che alcune parole le siano diventate familiari, ad esempio “pappa”, “amore” o il suo soprannome “Nana”. Ma si può parlare con lei per uno o due minuti e lei replica con un miagolio intonato al mood della nostra voce.

Il miagolio di Michelle è molto particolare, somiglia a un fado. E’ un suono malinconico, e Michelle è una gattina malinconica. Un collega di Giusi, guardando una sua foto, ha esclamato: “Che sguardo straordinario! E’ quasi umano!” Michelle ha uno sguardo intenso e intelligente. Come tutti gli intelligenti, è delicata. Risente tutti gli umori della casa, basta poco e si stressa e le viene la cistite. Ad ogni mia perdita di lavoro, ad ogni malattia di Giusi le è venuta la cistite, oppure qualcosa nel suo comportamento è cambiato: ha iniziato a mangiar meno oppure a chiedere cibo in continuazione, ha iniziato a miagolare in modo ossessivo o a scacciarci se la avviciniamo… Un’altra caratteristica di Michelle è che è una gatta molto timorosa: scappa davanti al topolino a molla che comincia a muoversi, e scappa ad ogni nostro movimento brusco, ad ogni nostro agitare in mano un oggetto un po’ più grosso del consueto. E’ stata picchiata? Non sappiamo nulla della sua vita prima di noi…

Quando abbiamo montato il primo albero di Natale grande, credevamo che lei ce lo avrebbe distrutto in un giorno. Invece Michelle adorava l’albero, lo contemplava dalla poltroncina, seduta a sfinge o appallottolata, oppure si accucciava all’ombra delle sue lucine per schiacciare un pisolino… Nemica di ogni minimo cambiamento, di ogni mobile spostato e di ogni giorno delle pulizie, Michelle ha accettato subito quell’albero, e quando è passato il Natale è sembrata sgradire di vederlo smantellato.

Ma c’è stato un cambiamento più grosso nella vita abitudinaria di Michelle. A inizio primavera del 2018, una sera, trovammo che Michelle aveva fatto la pipì in soggiorno. Non era mai successo. Stava male? Rinunciammo al nostro concerto all’Auditorium per stare con lei, senza però notare nulla di strano nel suo comportamento. Quella notte la sentimmo ringhiare. Ringhiava in direzione del balcone. Ci alzammo per capire cosa stesse succedendo, e sul balcone c’era un enorme batuffolo di pelo bianco e grigio con due occhioni spalancati. Era un gatto bellissimo, simile a un maestoso Maine Coon chiaro. Era tutto impaurito, sembrava chiedere scusa di aver invaso il territorio di Michelle. Suonammo ai nuovi vicini. “Avete un gatto?” “Sì”.

Poco alla volta, Michelle e Romeo si sono riavvicinati. Il loro primo incontro diurno, qualche settimana dopo, sembrava l’incontro fra due maestà: guardingo, solenne, cerimonioso. Romeo faceva dei vocalizzi dal balcone e Michelle rispondeva a grugniti, Romeo si strofinava sulla portafinestra e Michelle si avvicinava piano piano… fino a quando lui non è entrato in casa. Adesso è talmente di casa che usa anche la stessa lettiera. Io lo chiamo “il gatto musicista” perché ha la voce più melodiosa del mondo, fa un verso misto di miao, prr, glu-glu, modulato su tutti i toni: sembra un oboe d’amore. Da quasi un anno si presenta verso le cinque del mattino, passa dall’apertura che gli lasciamo nella portafinestra, e inizia la sua serenata: “Mau, prrau, prr, glu-glu, glau, mauauu-gl, prr”. Michelle gli va incontro e strofina il nasino sul suo; poi lo mena. Questo è il loro rito di saluto. Si rivedono altre volte, nel corso della giornata, a orari quasi fissi: in genere nel primo pomeriggio e la sera. Adesso che Michelle sta male anche Romeo sembra essersene accorto: non canta più come prima, è più silenzioso, cauto, dopo ogni terapia la sorveglia senza darle fastidio, e solo quando lei sta meglio riprova a giocare. Lei, in cambio, chiede cibo per lui. Si avvicina, mi fa “miao”, mi porta al piattino: quando io lo riempio si discosta e lascia mangiare Romeo.

Michelle

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(A Giusi)

Quando Michelle mi fissa addosso quello sguardo di belva affettuosa, quello sguardo che è pura espressione, di una trasparente selvaggia verginità, penso che da un momento all’altro aprirà bocca e si metterà a parlare. Ma Michelle non parla: dalla sua bocca esce solo il suo miao, modulato su una varietà di toni che ormai mi è familiare e che capisco come fosse musica. No, a Michelle non serve la mediazione della parola: perché sporcare di parole un messaggio così chiaro?

Michelle ha carisma. Non ho mai incontrato chi ne avesse altrettanto. E’ arrivata un giorno di settembre e ha catalizzato su di sé ogni attenzione. Di colpo due sposi adulti, con la buccia indurita da svariate  difficoltà, si sono scoperti asserviti a una gattina. L’aveva trovata un’amica, era in strada e piangeva da tre giorni. Era stata abbandonata, o si era persa. Ma credo che l’abbiano abbandonata perché Michelle ha una paura enorme di restare sola. Quando stiamo per uscire ci sbarra la strada, dall’ascensore la sentiamo miagolare disperata. Quando torniamo ci tiene il broncio. La nostra amica non poteva tenerla perché la sua anziana gatta la rifiutava. Allora ha messo un annuncio su Facebook, e Giusi si è fatta avanti. Chi sa che vita ha fatto prima di noi, ci chiediamo. Ha tra gli otto mesi e un anno, forse ha già partorito dei cuccioli. Forse è per questo che l’hanno bbandonata: lei ha avuto cuccioli, e loro si sono liberati di lei. In questo caso, dove sono finiti i gattini? Le nostre amiche l’hanno trovata lì sotto una macchina, tutta spaurita, che piangeva.

Quando ce l’hanno portata era sconvolta. Si nascondeva nei posti più ingegnosi. Si raggomitolava; si strofinava esitante sui mobili per cercare di renderli suoi; s’acquattava in cerca di pace negli angoletti bui. Solo a volte si concedeva a qualche timida carezza. Non potevo immaginare nulla di più modesto e umile di lei, ma s’era imposta con tutta l’autorevolezza della sua modestia. Emanava un senso di pace che polverizzava le nostre preoccupazioni: la preoccupazione per la salute di Giusi, la preoccupazione per la mia disoccupazione. Michelle spazzava via tutto questo. In sua presenza si pensava solo a lei. E anche lontano dalla sua presenza ci chiedevamo cosa stesse facendo, se soffrisse la solitudine, come mai la trovavamo sempre dietro la porta al ritorno a casa.

Creatura ferina piombata in una casa troppo umana, quando sta assisa sulla poltrona e guarda avanti, col portamento elegante e fiero, sembra una regina che s’affaccia al suo balcone, e sembra di vedere stuoli di sudditi che dal pavimento aspettano devoti il suo miao. Quel miao che modula su una varietà di toni e timbri da fare invidia alla tavolozza orchestrale di un Ravel. Il miao straziante di quando ci vede uscire, il miao bambino con cui ci saluta, il miao languido di quando, a notte, mi chiama perché vuole carezze e si stende sul tappeto come un’odalisca che tenti di sedurmi… Il miao nervoso simile a un ringhio; il miao impaurito che gela il sangue nelle vene; il miao possente che fa domandare come possa un corpo così piccolo dar vita a tanta voce. Noi abbiamo milioni di vocaboli: lei ne ha uno solo, e lo mette in musica.

La seconda sera che era con noi, non mi ero accorto di aver messo un vaso davanti all’ingresso della sua lettiera. Michelle ha iniziato a gridare, mi ha portato in bagno e mi ha mostrato l’ingresso ostruito. Ho scansato il vaso. E quando Giusi sta male, lei si accoccola sulla poltroncina della camera e la guarda in silenzio. Quando ho da fare, mi guarda e tace. Il suo silenzio è un silenzio penetrante.

Quando ha fame, vuole che la accompagniamo a mangiare e restiamo a guardarla mentre mangia. Quando ha fatto la cacca, chiama e si fa seguire fino all’ingresso del bagno, dove l’odore fa capire chiaramente che debbo pulire la lettiera. Se vede che andiamo a dormire, s’accuccia dietro la tenda per addormentarsi con noi. Ma io soffro d’insonnia, e spesso mi rialzo di notte: faccio i lavori di casa che non ho finito, oppure scrivo -questo scrivere che è il mio peccato originale; questo scrivere anche se sono disoccupato; questo scrivere sempre di notte, col buio, di nascosto, come stessi facendo una rapina. Io mi alzo, dicevo, e Michelle mi viene dietro e mi fissa finché non sono costretto a fissarla anch’io. Nei suoi occhi c’è il rimprovero di tutte le figlie verso i padri che mettono a letto i bambini e poi vanno davanti alla TV a tirar mattina. Mi viene da dire “Sì Michelle, vengo subito a dormire”, ma poi mi ricordo che sono un uomo e che sarebbe bene tirare fuori i coglioni almeno con un gattino!

Per qualche giorno Michelle ci ha guardati aprire e chiudere l’armadio. Poi mi sono accorto che non stava guardando. Ci stava studiando. E infatti è riuscita ad aprire l’armadio e a tirare fuori un vestito di Giusi. L’ho raccontato a un amico, e lui mi ha risposto che il suo gatto ha aperto la pentola a pressione e ci è entrato!

Michelle entra nei lavandini, nella vasca, ma certi territori li considera sacri. Per esempio, il nostro letto. A volte ci appoggio un giocattolo per farla salire. Ma lei aspetta che lo rimetta a terra. Abbiamo provato a prenderla in braccio, ed è schizzata via. Non ha paura di mostrarmi il  petto scoperto, ma se la sollevo da terra le viene quasi il panico.

A ventiquattro anni -ero all’università- una notte udii dei suoni così agghiaccianti che potevano appartenere a una macchina, a un uomo, a una bestia, a qualunque essere vivente o non vivente. Pensai addirittura che fossero arrivati gli UFO! Un coinquilino mi disse: sono i gatti in calore. Quei suoni li ho riuditi da Michelle. E’ terribile vederla contorcersi, invocare, schizzare via, comportarsi come una folle. Era come vedere i tarantolati, quei poveri cristi che affollavano la chiesa di San Paolo a Galatina riversando sull’inesistente taranta tutto il loro orrore della vita. Michelle dovrà essere sterilizzata. Un amico mi ha confidato che il suo gatto, dopo la castrazione, lo guardava come volesse dire: “Cosa ti ho fatto per meritarmi questo?” D’altra parte, se non la sterilizziamo, Michelle continuerà a soffrire. Mi chiedo: e se fosse libera, se noi non ci fossimo? Se fosse libera, mi rispondo, vivrebbe male: come quando era in strada, e la nostra amica l’ha sentita piangere. Povera Michelle, dobbiamo mutilarla! E pensare che l’accoppiamento fra gatti dura una decina di secondi, ed è anche doloroso perché il gatto le lacera le pareti della vagina con la spina che ha sul pene. Gli ovuli della gatta sono chiusi in una specie di sacchetto, ho scoperto, ed è necessario lacerarlo per poterli fecondare.

Michelle cammina per casa come se fosse la sua foresta. Se ne sente padrona: vuol essere seguita, non seguire; habere, non haberi. Se parlasse, la sua regale maestà ne verrebbe sminuita. Ma Michelle non parla: ha solo il suo miao orchestrale, e tutto il resto lo dice col corpo. Il suo è un linguaggio misterioso ma chiarissimo, e siamo noi a doverci sforzare di capirlo, non lei di farcelo capire.

Vedere Michelle dormire è vedere un paesaggio: è il pastorello di Van Gogh, o il riposo del Doganiere Rousseau. C’è il respiro della terra nel suo sonno. La sua figura fa apparire volgarissima la poltrona su cui si accuccia. Quella è un orpello, Michelle è l’essenziale.

Il suo umore è incostante: ha un bisogno disperato di carezze, e se accenno ad andarmene mi trattiene. Poi d’improvviso ringhia e si ribella. Ma quando mi appoggia il testolino sul palmo della mano, sento in lei un abbandono completo: sento che un’anima ha trovato pace nelle mie mani.

Ho avuto due genitori razionali, che hanno comunicato con la sola parola e quasi per niente col gioco e col corpo. E sono venuto su razionalissimo, ma indifeso di fronte alle emozioni. Il corpo è sempre stato il mio nemico: a tre anni giravo le cliniche ortopediche, e dicevano a mia madre: “Se fossi Dio, rifarei suo figlio da capo”. Portavo scarpe ortopediche, doccine notturne, facevo ore e di cammino sulle punte dei piedi in casa, e a giorni alterni ginnastica e nuoto correttivi. Mi dicevano che a quattordici anni avrei dovuto segare le ginocchia e rimontarle. Per fortuna non c’è stato bisogno: sono bastate la buona volontà e la ginnastica. Ma sono cresciuto quasi senza giocare e il corpo è rimasto il mio nemico. Michelle mi ha insegnato a giocare, mi ha insegnato ad amare il mio corpo. Mi ha guarito.

Quando ci vede correr dietro ai nostri impegni, nei suoi occhi appare un lampo d’ironia. Sembra che pensi: “Ma chi glielo fa fare a condurre una vita così complicata, ad andare in ufficio, a cercare lavoro per poi avere i soldi per poi poter mangiare? Basterebbe acchiappare un topolino…”

Il Tribunale dell’Inquisizione bruciava i gatti neri perché li considerava incarnazione del diavolo.  Michelle è nera: ma, a vedere la sua eleganza, è difficile immaginare qualcosa di meno diabolico. Credo che l’Inquisizione odiasse i gatti perché sono il contrario del fanatismo: razionali, indipendenti, ironici. L’Inquisizione ha smembrato, seviziato, arso vivi tanti esseri umani. Eppure l’immagine di quei gattini miagolanti tra le fiamme è la più patetica, più evidente rappresentazione di dove ha spinto la sua -tutta umana- follia.

Il compositore inesistente


irene jacob

(a Ilaria Seclì e Marco Ercolani)

Il signor Kieslowski e il signor Preisner s’incontrarono per la prima volta in un bar di Cracovia nel 1981. Preisner aveva venticinque anni, Kiselowski circa dieci di più. Non fu un incontro felice. Kiselowski disse a Preisner che quelli del suo ambiente avevano fama di essere pigri e ritardatari, e lui aveva bisogno di un musicista che lavorasse duro. Era il suo primo film sotto la legge marziale, tutto era sorvegliato, non si poteva nemmeno telefonare. Kieslowski aveva bisogno di una persona fidata, perché tutto poteva concorrere al cattivo esito del film. Preisner lo ascoltò per mezz’ora. Poi disse seccato: “Stia tranquillo, ho rifiutato produzioni ben più grandi”. Kieslowski si zittì. Quel compositore non gli piaceva, ma aveva bisogno di lui, di uno che venisse da quell’ambiente e avesse la testa libera dagli schemi, anche se quelli di quell’ambiente arrivavano in ritardo e non avevano voglia di lavorare.

Non ci volle molto perché diventassero amici. Kieslowski aveva un carattere più da scrittore che da regista. Gli scrittori fanno un lavoro più solitario rispetto agli altri artisti. Sono abituati a una grande riservatezza con la maggior parte della gente e a una grande espansività con gli amici. Kieslowski amava la vodka e amava gli scherzi. La loro amicizia somigliava a quella di due compagni d’università. La maggior parte del tempo ridevano. Non parlavano quasi mai di film, men che meno di cinema: Kieslowski era un uomo concreto, non parlava di Cinema e parlava poco anche dei film. Li faceva. E li viveva con trasporto, ma anche con distacco. Era proprio come uno scrittore. Gli attori, sotto la sua autorevolezza, si trasformavano. Non aveva bisogno di essere severo. Sceglieva le persone che la pensavano come lui. Irene Jacob imparò il polacco e recitò La doppia vita di Veronica in polacco. Poi fu doppiata da un’attrice che non aveva il suo accanto straniero, ma intanto aveva recitato in polacco. Kieslowski era cordiale, ma non era un compagnone. Amava lavorare con gente che condivideva i suoi progetti fino in fondo. Non voleva gente con cui dovesse parlare troppo. Diede a Presner la sceneggiatura di Veronica, gli telefonò due giorni dopo e gli chiese: “Allora, per la musica?” “Eh”, rispose Preisner, “Che cosa?” “Non hai letto il copione?” “Sì.” “E quindi?” “Ma a cosa ti riferisci?” “Alla scena in cui Veronica canta una bella canzone.” “E non hai idea di come debba essere la canzone?” “No.”

In quel momento Preisner seppe che quella era la scena in cui il pubblico doveva conoscere il talento musicale di Veronica. Trovò in un locale una studentessa di canto con una voce divina. Compose il pezzo e glielo fece registrare. Ma bisognava che Irene imparasse a respirare a tempo, doveva sembrare che stesse davvero cantando. Nessuno del pubblico doveva notare un’imperfezione, nessuno doveva dubitare che quello che stava accadendo fosse vero. La scena doveva essere magia. Il pubblico, in quella scena, doveva semplicemente convincersi che Veronica era un grande talento. Irene imparò a respirare e a muoversi in perfetta sincronia col canto. Ci volle molto lavoro. Non si risparmiarono. Preisner le insegnò a respirare, girarono la scena molte volte, e ogni volta Preisner individuava un errore e faceva ripetere la scena, finché Irene non si trasformò in Veronica e il suo corpo cantò la canzone. Questo voleva dire, per Kieslowski, lavorare con gente che condivideva le sue idee. Preisner condivideva le sue idee, e ne aggiungeva altre. Avevano a cuore entrambi il risultato. Ed erano entrambi disposti a fare passi indietro. Se una scena funzionava meglio col silenzio, Preisner diceva a Kieslowski che da quella scena era meglio togliere la musica. Kieslowski non capiva di musica, ma capiva la funzione drammaturgica della musica. Preisner capiva che la partitura deve essere intessuta di silenzio per funzionare. Se non c’è rapporto tra le parole e il silenzio, una poesia non funziona. Se non c’è rapporto fra musica e silenzio, la colonna sonora non funziona. Era più utile individuare i rumori giusti per una scena, un certo scricchiolio, certi passi, che non comporre altra musica. Riempire un film di musica è una scappatoia. Preisner non amava le scappatoie. E Kieslowski era nemico delle scappatoie e voleva lavorare con lui. Fecero diciassette film insieme.

Fellini è stato sempre ingrato coi suoi collaboratori. Il più brutto caso di ingratitudine avvenne con Ennio Flaiano. Flaiano era più di un collaboratore, era colui che forniva alle visioni di Fellini una struttura narrativa. Le psicologie dei personaggi, nei primi film di Fellini, venivano da Flaiano. Liberatosi di lui, Fellini rimase solo con le sue visioni. Ma ingrato fu anche verso Nino Rota. Il “piccolo santo” che componeva le musiche dei suoi film, colui grazie al quale i suoi film diventavano completamente felliniani, fu liquidato con un “Nino capiva che la musica è un elemento marginale del film”. Marginale? Basta vedere i film di Fellini con Rota e senza Rota per sbugiardarlo. Kielowski non considerava nessuno marginale. Lavorava con chi era come lui, e una volta a lavoro, tutti erano essenziali. Anche un compositore mai esistito. Andò così. Un giorno Preisner e Kielowski chiacchieravano davanti alla sceneggiatura di Dekalog. Kieslowski voleva mettere in una certa scena una musica di Mahler. Comprare i diritti di Mahler era però era complicato. Allora Preisner propose di comporre lui la musica. “Se non funziona, compri i diritti di Mahler. Se funziona, facciamo che l’ha scritta un altro compositore”. “E chi?” “Lo inventiamo. Troviamogli un nome”.

Diedero un nome al compositore inesistente: Van den Budenmayer. Gli diedero anche un’epoca, il diciotesimo secolo. Van den Budenmayer era un compositore olandese del diciottesimo secolo riscoperto solo di recente. Il compositore inesistente scrisse un concerto per violino, la bella canzone di Veronica e la canzone su cui Veronica muore. In Film rosso, la sceneggiatura prevedeva che in un dialogo si facesse il nome di Mahler. Ma era proprio con Mahler che il gioco era iniziato. I due amici chiesero a Irene Jacob di non dire Mahler, ma Van den Budenmayer. Un giorno Kieslowski ricevette una lettera dai curatori dell’enciclopedia Larousse perché volevano notizie su Van den Budenmayer: era una voce mancante dall’enciclopedia… Qualcuno, siccome le musiche di Van den Budenmayer somigliavano a quelle di Preisner, accusò Preisner di plagio, e Preisner dovette spiegare alla società francese degli autori e degli editori che Van den Budenmayer non era mai esistito ed era uno pseudonimo. Il gioco era riuscito troppo bene.

Preisner compose molta musica per Kieslowski. Diciassette film in nove anni sono tanti. Questo voleva dire lavorare alla Kieslowski. Ma Kieslowski si stava stancando. Dopo Film rosso era convinto di doversi ritirare. Avrebbe scritto film per altri, li avrebbe prodotti, ma non li avrebbe più diretti. Non era nulla di nuovo: il metodo Kieslowski comprendeva la disponibilità a fare passi indietro. Col suo sceneggiatore di fiducia, un avvocato di Cracovia, Kieslowski stava scrivendo una scenggiatura tratta dalla Divina commedia quando un colpo al cuore se lo potrò via. Quel giorno non morì solo Kieslowski. Anche Van den Budenmayer non compose più. Preisner dedicò a Kieslowski la sua prima partitura non per film, il Requiem per un amico. Ma fu un Requiem scritto un poco anche per sé. Preisner compose molta altra musica: bella sì, ma da allora in poi mancò qualcuno: il loro fantasma, la loro creatura: Van den Budenmayer.

Il destino di Eleni


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(a Doris Emilia Bragagnini)

1.

Devo dirvi quello che ho saputo. Ma prima voglio raccontarvi di quando Eleni era felice. S’era lasciata da poco con Antonio, ma s’erano lasciati bene. Aveva trovato presto come consolare il proprio corpo: “Bisogna pur che il corpo esulti”, dice la canzone di Jacques Brel. E il corpo di Eleni esultava in palestra, la sera, quando tutti se n’erano andati e lei restava in compagnia dell’istruttore, che la faceva volare sugli attrezzi. Ma quello era solo sesso. L’amore arrivò, sei mesi dopo, sotto forma di un pianista con cui aveva provato il Quintetto di Schumann. Eleni era affascinata dalla vitalità ritmica, dal suono cristallino che produceva. Si chiamava Walter. Non usava quasi niente pedale, era tutto chiarezza e precisione, ed era molto musicale. Eleni scoprì delle affinità con lui: anche lui leggeva libri sulla musica, era un intellettuale della musica come Eleni. Si trovava a suo agio con la dodecafonia e le faceva ascoltare Lutoslawsky. Ma sembrava che Eleni lo interessasse solo come collega di studi. Era freddo e astratto. Eleni era attratta da lui, e non riusciva a tollerare che lui non sembrasse ricambiarla.

C’era un ragazzo, invece, che la amava da anni. Si chiamava Bruno. Gli amici lo chiamavano “lo svedese” come il protagonista di Pastorale americana, ma in realtà Bruno era nato in Danimarca. Dicevano ch’era “calato dall’alto” perché era venuto in Italia a sei anni. Era nato in Danimarca perché sua madre lavorava in una multinazionale ed era stata spedita lassù. I suoi s’erano separati quando aveva un anno e mezzo e suo padre era tornato a Sistiana, fra i boschi e il mare di Trieste. Quella era la prima volta che Bruno era calato dall’alto. La seconda era stata quando, da Trieste, era sceso a Firenze. Sua madre era morta che lui aveva cinque anni, e all’inizio era rimasto col secondo compagno di lei, Carl, un uomo pallido e malinconico, con gli occhi azzurri da ghiacciaio alpino. Carl amava molto il bambino, ma presto cominciò ad essere depresso e a perdere di lucidità. Si seppe poi che aveva un tumore al cervello. Il padre veniva a trovarlo quando poteva, e finché poté evitò di strappare il bambino alla Danimarca e ai suoi compagni di giochi. Ma Carl ormai non era più padrone di se stesso. A sei anni, Bruno tornò in Italia e da allora stette col padre. Della madre ricordava poco: una signora vestita di velluto, che gli portava regali. Bruno ricordava come in sogno il freddo sole di Danimarca, e Carl, e quella donna vestita di velluto che gli portava sempre regali.

Eleni aveva conosciuto il padre di Bruno. Un bell’uomo, alto, con gli occhi tristi ma una risata schietta, con la barba rossicia e la voce calda e roca. Quando Bruno era piccolo, il padre lo portava in bicicletta in montagna, nei boschi, si faceva aiutare a tagliare la legna, spiavano insieme le cinciallegre che facevano il nido nella cassetta della posta. Bruno era cresciuto così, fra la montagna e il mare, col caminetto e la legna da spaccare.

C’era un segreto che Bruno aveva confessato solo a Eleni. A Natale del ‘92, di là dal golfo di Trieste, la parte italiana aveva le luci accese, quella slava era buia. Era iniziata la guerra. Il suo primo amore era stata una ragazza di Sarajevo che aveva perso i genitori nell’assedio. Aveva cercato d’aiutarla, ma lei si perdeva per strada, si scordava tutto, piangeva. Alla fine s’era suicidata. Con la patente appena presa, s’era lanciata contro un muro, in un posto isolato, avendo cura di non far male che a se stessa. Era buona. Si chiamava Ankitza. Senza dir nulla nemmeno ai genitori, in segreto come facesse una rapina, Bruno aveva seguito un corso di pronto soccorso e, una volta trasferito a Firenze aveva continuato a prestar servizio alla Croce Rossa. Era per questo che aveva voluto trasferirsi: era successo tutto l’ultimo anno di liceo. Bruno cercava col volontariato di calmare il senso di colpa per Ankitza, cercava a Firenze di mettere una distanza dal muro dove lei s’era schiantata. I genitori non gli avevano fatto opposizione. Forse qualcosa avevano capito, forse avevano capito che Bruno non era mai di casa in nessun posto. Era venuto a studiare all’Accademia di Belle Arti. Era dotato.

Eleni lo trovava affascinante. Ma quando le chiedefvo perché non si mettessero insieme, rispondeva: “E’ così simile a me. Mi sembrerebbe di stare con un’altra me stessa. E poi è tanto buono. Io voglio sentirmi nelle mani del mio uomo, lui è così buono che sentirei di avere lui nelle mie mani”.

L’Accademia, a Firenze, è quasi accanto al Conservatorio. Un giorno Eleni cercava dove mettere la bicicletta e Bruno stava togliendo la sua. Si parlarono. S’erano rivisti un’altra volta e un’altra, e Bruno le aveva chiesto: “Posso accompagnarti a casa?” “Certo che puoi”, aveva risposto Eleni con la sua tipica malizia gentile. S’aspettava che lui l’avrebbe baciata, ma non lo fece, né quella volta né mai. Era un ragazzo divertente, ma a volte era come se sparisse. Non so come spiegarlo. Era come uno che aveva un segreto. Lui era all’Accademia, al pub, a casa come se fosse all’Accademia, al pub, a casa: dava sempre l’idea di dover scappare da qualche parte a far qualcosa di molto importante. Sembrava che avesse una vita segreta da qualche altra altra parte. In realtà, per quel che sapevo, non ce l’aveva: era solo fatto così.Un giorno Eleni lo provocò e gli chiese di raccontare il suo primo bacio. Lui rispose: -Beh, ero in campeggio, stavo andando a dormire, e… una tizia con cui avevo parlato tutto il giorno mi è entrata nella tenda e mi ha messo mezza spanna di lingua in bocca. Io ho aperto gli occhi a due di denari e lei è scappata via.

Dopo un paio di mesi venne ad abitare vicino a lei. Una sera, Eleni stava rientrando a casa un po’ bevuta, con un ragazzo che le allacciava la vita. Incrociò Bruno sul portone. Il giorno dopo lui batté alla porta col pretesto di restituirle un CD. In realtà era venuto a vedere se c’era ancora l’altro. Era tutto rosso. Aveva la faccia di un cane che dev’essere portato ad abbattere.

Io ero amico di Bruno. Quando stendeva i panni all’aperto veniva sempre la pioggia. “Devo avere un effetto diuretico sul Padreterno”, scherzava. Aveva una voce calda come quella di suo padre e un modo di parlare tra il sornione e il trasognato. Una voce frizzantina, rapida, ritmica, un gorgoglio di parole che veniva su colla stessa musica di qualunque cosa si parlasse. Fumavamo, parlavamo dei suoi pittori, di Savinio, di Boecklin, di de Chirico, dei suoi fotografi, Stieglitz eccetera, dei miei pianisti, del suo pianista preferito, Glenn Gould, ed anche dei miei pittori, dei nostri musicisti non classici, di Jacques Brel e del jazz. Giocavamo a poker sere intere, ascoltando Bix o Duke Ellington, facevamo le cinque di mattina e poi andavamo a prendere un cornetto a una cornetteria che all’alba era già aperta. Ci divertivamo ma lui era sempre come se ci divertisse. Una parte di lui restava assente.

E un pomeriggio, Eleni non lo vedeva da tempo e lo andò a trovare, aprì la porta e il suo compagno di stanza disse che il padre di Bruno era morto e che Bruno era tornato a Trieste da sei giorni. Nei mesi successivi Bruno si rinchiuse in una solitudine sempre più dura. Il mondo aveva perso ogni fascino ai suoi occhi.

Richiamò dopo diversi mesi; ma Eleni oramai non rispondeva, era a casa di Walter.

Erano giorni di prove burrascose, il “maestro” era insultante, ed Eleni confidò a Walter: -Sto bene quando suono, sto bene con la musica. Ma non c’è mai stata una persona che, conoscendola meglio, non m’abbia deluso. E non ce n’è stata una che non sia rimasta delusa conoscendomi bene. Io sono come il fuoco: da lontano scaldo e da vicino brucio.

Quel giorno c’era stato il rinnovo delle borse di studio e due amiche avevano litigato in corridoio: “Tu meritavi meno di me, hai preso la borsa perché sei raccomandata”; “Ma se sei piena di soldi, che borsa di studio pensavi di meritare? Sei piena di soldi ma evadi…”

Eleni confidò a Walter: -Mi ero innamorata. Non di un uomo, ma di un musicista, Gesualdo da Venosa. I suoi madrigali mi facevano impazzire. Mi fanno impazzire ancora, ma non so se riuscirò più ad ascoltarli. Ieri notte leggevo, e ho scoperto che Gesualdo ha sposato sua cugina, forse un matrimonio combinato, lei a ventun anni era stata già sposata due volte. Una sera, la scoprì a letto con l’amante. Li uccise tutti e due, e uccise anche la figlia appena nata perché non era sicuro che fosse sua. Fuggì a Ferrara per evitare la giustizia e visse tutto il resto della sua vita a Villa D’Este, amico di Torquato Tasso, compositore di corte, onorato, riverito. Dopo cinque anni si risposò. Sembra che maltrattava anche la sua seconda moglie. Ho passato tutta la notte sveglia, pensando a lui che sterminava la sua famiglia. La cosa che mi ha sconvolta è stata la bambina piccola. Che c’entrava la bambina piccola? Ho riprovato ad ascoltare i suoi madrigali ma non ci riesco più, sono atterrita.

-In teoria – rispose Walter – uno dovrebbe dividere l’uomo dall’artista, e in questi casi dovrebbe tenere i madrigali e buttare via l’uomo. Facciamo così quando sappiamo, che ne so, che un grande artista è stato un nazista, no?

-Sì, ma è diverso: lui ha commesso due omicidi, non ha sostenuto un’idea.

-Ma ci sono idee che assomigliano a dei fatti. Tu sostieni il nazismo, e contribuisci a far ammazzare sei milioni di ebrei. Le tue mani non sono insanguinate, ma è come se lo fossero.

-Ma se già io non posso capire come si faccia a sostenere il nazismo, come faccio anche solo a immaginare che un grande musicista, un uomo sensibile alla bellezza, abbia fatto un bagno di sangue colle sue mani? E poi ammazzare sua figlia appena nata, cazzo!… come fai a pugnalare una bambina appena nata e il giorno dopo scrivere un madrigale?

-Perché forse la maggior parte di quelli che amano la bellezza la amano come un insieme di cose perfette, e… ultraterrene. La fanno vivere in una specie di mondo a parte, dove magari si rifugiano per cercare conforto a questo… E ci sono altri che invece credono che la bellezza salverà il mondo, e allora non pensano che sia un fatto ultraterreno: pensano che sia su questa terra, che si trovi in un capolavoro di Okeghem come nel Lungarno o in questa conversazione. Per queste persone la bellezza è anche giusta, e la bruttezza include ciò che è ingiusto e immorale. Una persona così si sente offesa dall’ingiustizia perché è brutta. Tu sei così. Ma ad essere così si soffre, questa bellezza la si paga con l’orrore. Tu ti intenerisci di tutte le forme di bellezza, ma ti senti ferita personalmente da tutte le forme di orrore. Chi vive la bellezza come un fatto astratto non ha di questi problemi.

Eleni lo fissò a lungo. -Non so come fai

-A far cosa?

-Mi apri la testa… Sembra che pianti una luce nei miei pensieri e me li spieghi. Mi sento trafitta.

Walter fece un gesto come per dire: esagerata! Eleni ci rimase male.

I giorni successivi era sempre a casa di Walter. Voleva stare con lui, lo voleva. Più Walter le riusciva astratto, più lo provocava. Lui restava astratto. Eleni gli raccontava d’aver fatto sesso la sera prima in palestra, e lui rimaneva impassibile. Gli chiedeva se poteva stendersi sul balcone in topless, e lui rispondeva: “Fai pure”. La faceva volare coi suoi discorsi e la gelava colla sua astrattezza. Esausta, Eleni prese a trattarlo male per vedere come reagiva. Lui non reagiva. Pur di non vederselo davanti, un pomeriggio sparecchiò la tavola e si avviò al lavello dicendo “Lavo io”. Ma non lavò i piatti perché la mano sinistra di Walter glieli tolse e la destra le allacciò la vita. “Che fai?”, chiese. “Non senti cosa faccio?” “E se non volessi?” “Lo so che lo vuoi.” Poco dopo, Eleni sentiva il suo corpo in estasi sbattere contro il muro della cucina, e la sua voce gridare a Walter “Annientami! Voglio la pazzia!”.

2.

-Lui non ti ha detto moltissimo di sé, -disse Liliana davanti a una cioccolata fumante.

-Beh mi ha raccontato un po’.

-Un po’. Ma tu gli hai raccontato quasi tutto.

–Sì. Non potevo farne a meno. Era come se una forza esterna mi guidasse…

-Sembri stregata.

Lei rifece il suo sorriso felino: -Forse lo sono.

Poi, seria: -Mi sentivo persa, irreale. Come se non fossi più niente. Quando parlavo con lui era come se lui mi creasse. Mi sentivo come uno spartito che aspetta di essere suonato. Lui lo ha fatto, mi ha suonata ed io sono tornata reale.

-Se usa questo carisma per renderti felice, io gliene sono grata. Altrimenti…

-Altrimenti sarà stato bellissimo lo stesso. Io rifarei tutto da capo Lilli, potessi rinascere mi rimetterei con ogni mio ragazzo, vorrei esattamente mio padre e mia madre perché da loro ho imparato tante cose, guardando mia madre cadere ho imparato a rialzarmi. Ho tutta l’esperienza che lei non ha fatto perché guardandola ho imparato quello che non imparava lei. Ho più di sette vite. E non voglio sprecarle tenendole per me. Sono un fiume in piena e posso spaccare tutto se nessuno mi raccoglie. Lo capisci?, chiese guardando Liliana con durezza.

E Liliana, che non poteva sopportare quegli occhi: -Sì.

Le campane della domenica correvano bambine, precedevano il viaggio dell’Arno pacato. C’era un vento frizzantino.

-Mi prometti che starai attenta?

-No – sorrise.

Si era fatta ora di mangiare ed Eleni andò a prendere un trancio di pizza vicino Piazza delle Repubblica. Si sedette su una panchina tra la giostra e il caffè delle Giubbe Rosse. Non aveva voglia di tornare a casa a studiare. Tutt’a un tratto udì il Doppio concerto di Brahms. Era l’inizio del terzo movimento, la danza ungherese. Le parve di aver incontrato un vecchio amico: non sapeva perché, ma nei minuti precedenti le era piombato addosso un senso di solitudine.

La musica era stata messa da un giocoliere che si esibiva in centro, travestito da Charlot. S’era piazzato per via del Corso usando Brahms come accompagnamento alle sue tristi gag, che somigliavano a quelle di Chaplin come questo racconto somiglia a un racconto di Hemingway. Eleni sperò che la musica non smettesse. Invece zac!, a un certo punto il ritmo zigano finì e fu sostituito dal ritornello di Luci della città.

Eleni si alzò. Aveva voglia di camminare. Si diresse verso piazza della Signoria e vide una cosa che la attrasse. All’angolo coi portici degli Uffizi, stipati al solito dalla folla dei turisti c’era un ragazzo che dipingeva e che da dietro sembrava proprio Bruno.

Eleni lo osservò. Sì, era Bruno: sapeva che si era messo a fare lavoretti per guadagnare qualche soldo. Non gli andò a parlare, preferì stare da sola. E poi con Bruno s’erano interrotte le comunicazioni. Gli voleva bene, ed era certo che lui gliene volesse ancora, ma non avevano più niente da dirsi.

3.

“Sono proprio una ragazza fortunata”, pensò Eleni una volta a casa. “Mi sono sempre sentita più adulta della mia età; ma cosa rende adulti se non il lavoro? Rispetto a Bruno, sono una bambina.” E, senza pensare ad altro, aprì il computer e recuperò i volantini per le lezioni di musica. Era da un anno che Eleni non dava lezioni.

Studiò fino alle dieci di sera. Il giorno dopo iniziava un periodo stressante: orchestra e musica da camera tutti i giorni. Doveva alzarsi alle sette. Ma Liliana telefonò che aveva la febbre. Eleni accorse. Il ragazzo di Liliana non c’era, era dovuto correre per la morte di uno zio. Appena entrò in quella ch’era stata la sua stanza, Eleni premette l’interruttore della luce e la lampadina si fulminò. Non avevano nulla per cambiarla, era troppo tardi per trovare un negozio aperto. Liliana avvampava. Eleni bagnò una pezza e gliela mise sulla fronte. Un’altra gliela pose sul petto. Con la sua minitorcia cinese cercò il termometro nel cassetto delle medicine. Liliana aveva trentotto e mezzo.

-Resto qui – disse Eleni.

-No, vai Eleni, Walter ti aspetta…

-Walter mi direbbe di restare qui.

Avvisò per messaggio Walter. Lui rispose: “Ok, fammi sapere come sta”.

-Visto? – disse Eleni. E poi: –Hai fame?

-Un po’ sì, Ele, ma davvero…

-Ho fame anch’io, cosa credi?

-Il kebab non è il momento di mangiarlo, vero?

Scoppiarono a ridere. Si udì un tuono, poi un altro.

-Cos’hai in casa?

-Lenticchie.

-E allora mangiamo le lenticchie.

-Che situazione! Febbre, buio, temporale e un piatto di lenticchie.

A mezzanotte Eleni fu svegliata da un botto. Era Liliana che s’era alzata per fare pipì ed era caduta nel cesso prima di arrivare sulla tazza.

-Lilli! Cazzo!

Per terra era bagnato: Liliana se l’era fatta addosso. Eleni la prese in braccio, la posò sul letto e chiamò la guardia medica. Liliana riaprì gli occhi.

-Ehi.

-Mi gira tutto.

-Come ti senti?

-E’ tutto velocissimo. Mi viene da vomitare.

Aveva la febbre a quaranta. Durante la notte delirò.

Ci volle un po’ per ripulire il bagno: Liliana non teneva più i detergenti dov’erano prima. Poi arrivò la guardia medica. Eleni riuscì ad addormentarsi solo verso le tre. Fuori pioveva forte, l’Arno s’era gonfiato. L’acqua piovana scivolava come un fiume parallelo. Entrò dalla finestra un bagliore fortissimo, scoppiò un tuono. Era il quarto movimento della Pastorale. Era il Winterreise.

La mattina dopo Liliana ringraziò. -Ma adesso come fai? Non sei stanca?

-Non ti preoccupare.

-Non ti manderò a puttane le prove?

-Hai dimenticato che dormo sempre poco?

-Sì, ma…

-Non ti preoccupare. Tanto se la prova va male cosa può succedere? Che quello urla? Che urli. Mi cacciano dall’orchestra, dall’accademia? Che mi caccino. Che mi mandino a fanculo. Io sono stanca di loro.

-Ma che dici? Tu ami la musica.

-La musica, non i musicisti. Mi piace più la compagnia di una sigaretta che di un essere umano. Non ho voglia di fare carriera fra questa gente. Voglio un amore, voglio un lavoro, voglio la vita vera!

Bruno telefonò più volte nei giorni successivi, Forse quel pomeriggio l’aveva vista e aveva voglia di rivederla. Mandava dei messaggi infantili. Eleni si schermiva. Un pomeriggio le scrisse all’improvviso “Ti amo”. Eleni capì che doveva allontanarlo. E con gentilezza lo allontanò.

Una sera Walter baciava il suo corpo. Lei disse -E’ meraviglioso- disse lei. -Quando mi tocchi mi disegni con le tue mani. Mi sento più bella dove tu mi tocchi. Mi sento più viva. Amo il mio corpo perché tu gli dai vita. Amore, i tuoi baci m’incantano. M’inchiodano. Non esiste più nulla. Non esisto più nemmeno io. Esisti solo tu dentro di me. Solo tu…

Walter si fermò: -Davvero esisto solo io?

Eleni sorrise: -E chi altro?

E lui, severo: -E quel ragazzo che ti chiama?

-Chi, Bruno?

-Sì.

-Non ha più chiamato.

-E se richiama?

-E se richiama… gli ridico che sto con te.

-E digli anche che se lui insiste io gli faccio un culo così!

-No!…

-Come no?

-Amore, non te la devi prendere con lui. E’ tanto buono…

-Io non me la prendo con nessuno, Eleni. Ma se ti toccano io non rispondo più delle mie azioni, lo capisci?

E riprese a baciarla. -Ma io non voglio essere toccata da nessuno, solo da te. Io sono solo tua. Prendi possesso di ciò che è tuo. Prendi possesso… di me.

E dopo che si furono amati: -Tu mi devi dire tutto, Eleni.

-Ma io ti dico tutto. Non mi credi?

-Non hai capito. Non è di fiducia che parlo. Io mi fido di te.

-E di cosa, allora?

-Io non voglio sapere solo tutto quello che fai, tutti i ragazzi che ti vengono dietro… quello lo do per scontato. Io voglio conoscere tutto quello che pensi, tutti i sentimenti che provi. Voglio conoscerti come tu conosci te stessa. Voglio che tu sia un libro aperto, aperto solo per me. Tutto quello che sai di te stessa tu me lo devi dire, amore…

-Non desidero altro…

-Giuralo.

-Lo giuro.

-Sulla tua vita.

-Lo giuro sulla mia vita. Tu aiutami. Non permettermi di tenere nulla per me sola.

Eleni si sentì molto amata. Walter divenne suo marito. Com’è finita, ve l’ho raccontato. Eleni, dopo il ritorno in Grecia, aveva trovato un nuovo ragazzo ed era partita con lui per la Germania. Oggi ho letto su Facebook che sono morti entrambi in un incidente stradale. Spero che sia morta felice.

Eleni


firenze2

(a Doris Emilia Bragagnini)

1.

Eleni insegnava musica ai bambini, e amava il suo lavoro. Amava anche i bambini, sebbene non potesse averne di suoi. Il suo matrimonio era finito anche per questo. Ho avuto pochi contatti col marito, ma non mi piaceva. Incontravo lei di rado, negli anni della maturità, perché era sempre sfuggente e aveva sempre qualcosa per le mani. Lui non c’era mai. Un tardo pomeriggio del 2008, sbucando dalle visioni minacciose di piazza della Signoria, Eleni mi balzò incontro e m’annunciò il suo divorzio. Lo disse così, come una cosa che da gran tempo s’aspettava e ch’era stata solo ratificata. Ma poi mi fissò in viso quegli occhi penetranti che pochi conoscevamo, e mi chiese d’offrirle un aperitivo e d’accompagnarla per un pezzo di strada, anche in silenzio. “Sono a pezzi”, sussurrò.

Camminammo per tutta via dei Tornabuoni, poi lungo l’Arno. Ci fermammo sul Ponte alle Grazie a guardare le canne d’organo che il riflesso della luna formava sul limo del fiume. Era calata la sera. Sottobraccio l’accompagnai fino a piazza della Posta, nel monolocale dov’era andata ad abitare. C’eravamo detti meno di dieci parole. Ma perché sporcare di parole un’amicizia così bella?

Dovevo tornare indietro di molti anni per ricordarmi quando l’avevo conosciuta. Avevamo vent’anni. Ero appena arrivato a Firenze, era dicembre. Santa Croce era un albero di Natale sotto le stelle, addobbata, illuminata, rallegrata dalle bancarelle che vendevano torroni; e c’erano anche i corniciai, i venditori di carabattole, d’antiquariato e modernariato… Sotto la statua di Dante, Eleni mi aspettava. C’eravamo visti una sola volta, a una masterclass nel Lazio -studiavamo violoncello- e non ricordava bene com’ero fatto. Le avevo detto al telefono che avrei sventolato una busta rossa per farmi riconoscere. La trovai che fumava una sigaretta. Mi venne incontro col suo mezzo sorriso, colla sua tipica aria di malizia gentile.

-Come stai?

-Io bene. Tu?

-Bene. Stanco del viaggio.

-A che ora sei arrivato?

-Alle due del pomeriggio.

Erano le cinque. Eleni sorrise. -Allora hai fatto appena in tempo a sistemarti che sei venuto da me.

-Più o meno. Più tardi devo andare in questura.

-Come in questura?

-Sì: appena arrivato mi hanno rubato il portafogli. Ero sul 17, sono arrivato in foresteria, dovevo pagare e quando ho aperto il marsupio mi sono accorto che c’era un taglio in basso e il portafogli mancava. Tutti i documenti devo rifare…

Lei parve proccupata: -E adesso come fai?

-Il Bancomat lo tenevo in un’altra tasca, per cui s’è salvato. Ma la carta d’identità, la patente… tutto devo rifare.

-Mi dispiace. Ma hai bisogno di qualcuno che venga a testimoniare? Ci vengo io, se vuoi…

-Te la senti davvero? Mi sembra un abuso chiedertelo, mi conosci così poco…

-Ma non me l’hai chiesto, te l’ho proposto io. E poi ti conosco abbastanza da sapere che sei Lorenzo Necci! – rise lei.

Mi offrì un bicchiere di vin broulé. Era attraente. Era greca, e greco era il suo profilo. Aveva la pelle olivastra, capelli corti scuri, molto ricci. Il viso spigoloso e il corpo avevano del mascolino, e il modo di vestire era da uomo: jeans e maglioni di lana girocollo –lana piuttosto grossa. Portava però grandi orecchini pendenti, con ricami orientali. Aveva un’espressione enigmatica: sfrontata, fredda, un po’ dura, ma con un che di malinconico, un ruvido affetto, un’ironia maliziosa ma non cattiva. La bocca era serrata e sottile e gli occhi scurissimi sembravano più nascondere che rivelare i suoi sentimenti. Quando si rivolgeva a qualcuno poteva sembrare che lo prendesse in giro, ma in fin dei conti percepivi un’interiore bontà: anzi, era quella la sensazione che ti restava: la sensazione di un animo buono. Aveva una voce profonda, un po’ atona; parlava piano e in modo secco; aveva il fascino di quelle donne che non accentuano la propria sensualità, e magari la soffocano, ma ne hanno da vendere.

Passò il pomeriggio. Si fecero le dieci di sera, e la stavo riaccompagnando a casa.

-Ti manca la Grecia?

-No – sorrise. –I primi tempi sì, mi bruciavano dentro la mia città, i miei amici. Mi sentivo come il secondo tema del Secondo concerto di Prokov’ev per pianoforte. Lo conosci? Quello che lui compose per un amico che s’era ucciso e l’aveva avvertito per lettera del suo suicidio. Lo conosci? Ecco, io mi sentivo così.

–Sì, lo conosco bene – mormorai. –E’ uno dei temi più belli mai composti.

-Anche per me.

Qualche istante di silenzio, poi disse: –All’inizio soffrivo. Avevo lasciato nella mia città un amore durato tre anni. Lui si chiamava Vasilis, era più grande di me di cinque anni. Mi portava al mare, mi portava in motorino, mi portava nei prati. Mi diceva “Sei mia”, “Giurami che sei solo mia”, “Giurami che io sono tutto per te”, “Dimmi che nessuno è niente in confronto a me”. Era travolgente. E gelosissimo. Ma a me piaceva così. Ma non pensare che… non era ossessivo, la sua era più che altro scena. Aveva bisogno di un possesso totale, ma a me piaceva così. Finì quando io lasciai la Grecia. Lui non voleva che andassi lontano, io scelsi me stessa.

La ascoltavo attento. Ci fu un attimo di silenzio.

-Mi mancavano queste cose. Non la mia famiglia. I miei sono divorziati. Mio padre era depresso e quando andava in crisi diventava aggressivo. Ero piccola quando se n’è andato di casa. Mia madre ha avuto altre storie, ma sempre con gente di merda, e ogni volta è uscita devastata. Mi vuole bene, ma siamo sempre riuscite a parlare poco. Ha troppi problemi. Per fortuna avevo dei nonni spettacolari: mio nonno paterno soprattutto, lo amo più d’un padre. Era inglese e mi parlava in inglese. Quando ero piccola accendeva la pipa e mi raccontava storie di guerra. Mi piaceva. Era come sfuggire dal presente ed entrare nelle sue avventure. Con lui potevo lasciarmi andare e sentirmi bambina. Con gli altri no: mi sentivo adulta, anche se non molto saggia- concluse stemperando tutto in una risata.

Eleni amava la notte. Una notte d’estate, a quindici anni, di nascosto dalla madre che dormiva -sedata da una cinquantina di gocce dopo essersi lasciata con l’ennesimo uomo- era uscita. Era festa nella sua città, c’era gente. Andò in una piazza dove stavano ballando. Un ragazzo le si avvicinò. Ballarono. Il ragazzo la prese per mano. Dopo un po’ il suo ardore d’adolescente cacciava via dal corpo di Eleni i cattivi pensieri. Quando la conobbi, divideva con una collega flautista, Liliana, un appartamentino vicino piazza della Signoria. La sua stanza affacciava sul mercato del Porcellino: per essere precisi, su una via che passava dietro al Porcellino, e che veniva usata come pisciatoio dagli ubriachi la notte. Nelle ore d’insonnia, Eleni fumava sul balcone, nascosta dietro due occhi assenti, e osservava con allegria l’infernaccio della città. Se non era di cattivo umore, perfino l’odore di piscio la divertiva. D’estate, lei e Liliana uscivano spesso, a mezzanotte, per andare a mangiare un kebab. Eleni aveva preso confidenza col ragazzo del locale. A volte lo andava a salutare. Si erano dati i numeri di telefono, e quando lui faceva pausa lei scendeva, anche in pigiama, e fumavano assieme. Qualche volta facevano l’amore, ma non stavano insieme.

A fine giugno del primo anno, alla vigilia di una settimana intensiva di prove, Eleni non riusciva a chiudere occhio. Si alzò, andò sul balcone: si tenne compagnia per un po’ con le sigarette e un whiskey, mentre nella sua testa suonava un quartetto che le era caro, l’opera 56 di Sibelius intitolata Voces intimae. Anche Sibelius era un accanito fumatore e un appassionato di vini e distillati. Aveva dovuto smettere per un tumore alla gola, e aveva scritto quel quartetto poco dopo aver sfiorato la morte. Per un attimo, Eleni ebbe paura che potesse accaderle lo stesso. Sentì che il battito le accelerava, la testa girava… Poi riprese il controllo.

Ebbe bisogno di uscire, era troppo irrequieta. E così girò da sola un paio d’ore, assaporando la notte fiorentina, passeggiando lungo l’Arno pieno di turisti, sul Ponte Vecchio dove cantanti da strapazzo imbruttivano bellissime canzoni e arie d’opera con portamenti che sarebbero stati eccessivi anche in pieno Ottocento, e per le strade vicino gli Uffizi piene di ritrattisti e madonnari. In piazza della Repubblica c’era un gruppo di jazzisti. Erano bravi. Alcuni ragazzi, per lo più dell’Est, suonavano il violino per racimolare un po’ di soldi. Eleni ne ammirò due, un ragazzo e una ragazza di diciotto, vent’anni, vestiti da gitani. Suonavano con una leggerezza spensierata. Ma la polizia li interruppe e li cacciò. Al vedere le luci della volante, tutti i madonnari, gli ambulanti, i venditori di bracciali, tutto un esercito di poveri cristi raccattò in fretta le proprie robe e si dileguò. Sul Ponte Vecchio restavano solo i turisti, trionfanti fra i negozi di gioielli. Eleni tornò a casa.

Era arrivata a Firenze una mattina d’aprile, alle cinque: il cielo si stava già imperlando di latte, e c’era quello strano silenzio di prima dell’alba, quando le voci non sembrano conversare, e sembrano casuali interruzioni al silenzio di un mondo in attesa. Aveva preso un cornetto alla stazione Santa Maria Novella e s’era diretta verso l’affittacamere dove aveva passato i primi giorni. La città non l’aveva entusiasmata. Diceva ch’era “una città senza anima: non solo le antiche botteghe chiudono con la stessa facilità con cui le mosche, d’estate, vengono fatte secche dalla graticola elettrica, ma nessuna delle sue bellezze architettoniche e artistiche sembra suscitare l’attenzione e l’amore dei fiorentini. Musei sporchi, tenuti male, con indicazioni stampate su fogli di carta e appiccicate a muro con lo scotch… e non solo, ma strade dissestate, dove a ogni passo inciampi in una buca, alberi malati, tutte le superfici imbrattate con lo spray… per non parlare dell’apatia che si respira in ogni negozio, bar, ufficio, dove chiunque incontri sembra seccato, se gli rivolgi la parola, che l’hai strappato a un sonno millenario…” Così mi scrisse, quando le dissi che stavo per trasferirmi a Firenze anch’io.

Studiava molto, Eleni. “Se non suono, mi sento come una farfalla a cui hanno tolto la polvere dalle ali”, aveva confidato a Liliana. Passava giorni senza uscir di casa, senza togliersi il pigiama, sprofondata nei suoni. Sembrava non s’accorgesse nemmeno della presenza dell’amica, e quando lei le parlava, Eleni aveva l’aria di tornare sulla terra e di dire: “Ah, sei qui?”

Una volta, rientrando, Liliana aveva visto uno spettacolo buffissimo: Eleni rigovernava in cucina con la Salome di Strauss sparata a tutto volume, muovendosi a ritmo, quasi danzando, e accompagnando il CD con canti e gesti che nemmeno una baccante. Erano scoppiate a ridere. Quando voleva prenderla in giro, Liliana le chiedeva: “Rifammi un po’ la Salome, com’era?”

Eleni scriveva lettere a molti amici lontani. Passava molto tempo al telefono. Nei fine settimana usciva con le amiche. Liliana non si preoccupava se non la vedeva tornare di notte. Eleni faceva sesso molte sere, con molti ragazzi, e le piaceva. Lo faceva anche con uomini adulti. A casa sua, a casa loro, o sulla sponda dell’Arno, fra l’erba, sotto le stelle, quando la primavera rendeva la notte di Firenze un invito all’amplesso. Se la comitiva non la vedeva più, era probabile che Eleni si fosse allontanata con una birra in una mano e la vita di un ragazzo nell’altra.

2.

Ci fu una sessione di prove che iniziò alle nove del mattino e proseguì fino alle nove di sera, con la pausa pranzo. Il direttore era una bestia. “Che cazzo, lo vogliamo tirare quest’arco sì o no?” “Potevo andare in pensione l’anno scorso, non ci sono andato sapete perché? Perché amavo il mio lavoro. Ma ora non lo amo più. Credevo di fare una cosa utile lavorando coi giovani. Manco per cazzo. Tutto tempo sprecato!” “Ho l’impressione d’avere a che fare con dei mentecatti. Ma come fate a non sentire che non siete insieme?” “Primo violino, cazzo, lo vuoi dare un attacco sì o no? Se non sei in grado di stare in orchestra, che sei venuto a fare?” “Ma porca, porca, porca!, avete le orecchie foderate di prosciutto! Suonate come porci! Ma come l’avete superata la selezione!, siete raccomandati?”

A Liliana: “Se qual flauto fosse un pisello, vedere con quanta passione lo suoneresti!”

Quando urlò ai violoncelli “Il vostro vibrato sembra quello di una vacca”, Eleni ribatté: “E le sue indicazioni sembrano quelle di uno scaricatore di porto!” Calò il gelo.

Dopo la pausa, il “maestro” era ancora più insopportabile. Il cornista, preso di mira un’altra volta, non ce la fece più: -Maestro, non posso suonare con lei così aggressivo.

-Aggressivo? – gli urlò quello. –Sai cosa ti avrebbe detto Toscanini?

-Toscanini era un grande direttore – disse Eleni calma, con voce bassa ma non tanto da non essere sentita.

-Da capo! – sbraitò il maestro. Da quel momento, tutti gli errori li mise in conto ai violoncelli.

I cellisti di fila ce l’avevano con Eleni. –Vuoi stare zitta? Quello ci rovina! – la minacciò un ragazzo durante la pausa.

-Se fosse per te, saremmo rovinati da tempo – rispose Eleni.

S’era confidata a lungo col suo ragazzo, Antonio. Le sembrava schizofrenico che ci si potesse occupare di una cosa bella come la musica ed essere così squallidi. “Si fa musica malgrado i musicisti”, disse. E si seppellì, quella sera, nel corpo caldo di Antonio, chiedendogli: “Puliscimi dalla bruttezza del mondo”.

Da quando era a Firenze, Eleni aveva avuto due ragazzi -più le molte avventure con cui riempiva il tempo quando era libera. Il primo ragazzo, Maurizio, studiava economia: era molto strafottente, scherzava sempre. Era pieno di sé. Secondo alcuni era fascista. Un giorno la madre di Eleni spedì delle scatole dalla Grecia: lei chiese aiuto a Maurizio per sistemarle. Non c’era nessuno in casa: era un fine settimana e Liliana era tornata al suo paese. Eleni prese un grosso televisore fra le braccia e lo portò da sola nella stanza.

-Ammazza, sei una donna forte! – gridò Maurizio con la sua voce da sbruffone.

-Perché, le donne sono deboli? – insinuò lei con un sorriso malizioso.

-No, che c’entra, mica volevo fare del maschilismo, era perché, così… sei forte! – gridò lui.

-Sono una donna forte – mormorò ironica Eleni.

-E sì, mica è un’offesa?, è che… si’ fforte!

Lei piantò i suoi occhi di perla in quelli di lui. Le sorridevano con malizia le pupille. Appoggiò la schiena alla parete e lo sfidò: -E tu? Fammi vedere quanto sei forte.

-Io?, ma che dici? – gridò Maurizio sgranando gli occhi.

-Che dico? – sussurrò Eleni.

Lui le dimostrò quanto era forte, ed Eleni stette con lui tre mesi. La loro unione si spezzò dall’oggi al domani: non s’è mai saputo perché, ma da Liliana trapelò che, durante una discussione, a Maurizio era partito uno schiaffo. Eleni aprì la porta, gli intimò di uscire, e aggiunse che, se si fosse fatto vivo, avrebbe chiamato la polizia. Non disse più una sola parola, né a lui né su di lui.

Il secondo ragazzo era diverso. Un tipo affidabile, quadrato. Dove Maurizio aveva una tempesta di capelli, Antonio era mezzo calvo. Anche lui l’aveva conquistata mentre la aiutava a fare gli scatoloni. Fu quando Eleni si trasferì nella nuova casa. Erano seduti sul pavimento del corridoio. Lei, stanca, guardò il lavoro fatto e domandò: -E adesso che facciamo?

Senza pensarci un attimo, lui la baciò.

-Ma come ti viene in mente? Sei impazzito? – fu la dura reazione di Eleni. Ma dopo meno di un minuto faceva l’amore con lui, per terra, fra le scatole aperte.

Con Antonio era durata più di un anno. Era finita perché avevano tentato di convivere e non c’erano riusciti. Ma era stata una storia molto bella. Antonio era stato un buon compagno, attento e vicino. Era anche andato con lei in Grecia quando le era morto il nonno.

Già. Una mattina, Liliana aveva trovato sul tavolo di colazione questa lettera:

Cara Lili,

la tua Eleni riparte per la Grecia e ci resterà 2 settimane. Mio nonno paterno è morto. Era come un padre per me. Al funerale rivedrò anche mio padre. Se quando torno sei già partita per l’estate telefonami. Ti voglio sentire vicina.”

Tornò dopo tre settimane, più dolce e più triste di prima. Suo padre aveva ripreso a telefonarle: scoppiava a piangere, spesso era ubriaco. La madre s’era lasciata con l’ennesimo uomo, e venne a trovarla a Firenze. Come sempre, passarono la maggior parte del tempo in silenzio, e solo il momento del saluto rivelava che c’era affetto tra madre e figlia. Le telefonate del padre divennero ossessive, voleva che Eleni le facesse rivedere la moglie. Lei dovette di nuovo allontanarlo.

Il carattere buono e quadrato di Antonio risultò anche dal fatto che faceva volontariato coi malati di mente: lavorava con una cooperativa che portava quei poveri cristi a zappare… Liliana era rimasta colpita da un episodio: al tavolo di un bar s’era avvicinata una signora tutta scarmigliata, chiaramente un po’ matta. Aveva chiesto una sigaretta. Antonio aveva preso tabacco e cartine, ma s’era accorto di aver finito i filtri. Allora aveva detto alla signora di aspettare un minuto, era andato a comprare i filtri e l aveva consegnato la sigaretta accesa nelle mani della donna.

3.

Ci perdemmo di vista, dopo quella passeggiata muta con cui Eleni cercò consolazione al suo divorzio. A lavoro -mi raccontavano amici comuni- continuava ad essere la stessa; ma a casa era diventata una donna in crisi, che beveva un po’ troppo. Una volta mi telefonò e mi disse che veniva a trovarmi. Mi raccontò che a lavoro stava dando battaglia perché molte cose non andavano, in quella scuola non veniva rispettata la sicurezza dei bambini. Che non riusciva ad abituarsi alla nuova stanza in cui viveva, un monolocale che somigliava più a una roba da studenti che all’abitazione di una donna adulta, “con un letto a soppalco che ogni volta devo farmi il segno della croce per come scricchiola. Un giorno o l’altro mi lascia col culo per terra”, rise. Mi confessò, come parlasse del tempo, che si sentiva sola e che la sera usciva per fare sesso col primo che capitava. “Ma sempre protetto”, sorrise. Mi chiese se poteva fumare in casa. “Certo che puoi”, le risposi.

Di quanto tempo devo tornare indietro per ricordarmi di una persona così in crisi? I suoi modi erano ruvidi e maliziosi come sempre, ma intorno a lei aleggiava un senso di solitudine. Di solito, i suoi momenti di solitudine duravano qualche giorno, in cui non parlava e stava quasi tutto il tempo a letto. Ma adesso, non appena usciva dal lavoro, sfioriva. Se ci avesse coinvolti un po’ di più, o se noi fossimo stati capaci di forzare il suo isolamento, forse sarebbe stato diverso. Perché, presto, arrivarono altri guai.

Eleni iniziò ad inimicarsi il nuovo dirigente scolastico perché le cose che non andavano le diceva tutte, proprio come faceva da studente. La refezione era cattiva, nelle stanze c’erano vecchie cose arrugginite, pericolosissime per i bambini; per mancanza di fondi, erano cominciate a mancare prima la carta igienica e poi il riscaldamento. I bambini si ammalavano. Il personale di pulizia, dopo il 2008, iniziò a venir pagato quasi niente, e per ripicca puliva molto male. Eleni arrivò ad affermare che non avrebbe consigliato a una sua amica di iscrivere il proprio figlio alla scuola. Espresse la sua opinione al preside e in alcune lettere al sindaco. Finì con un mobbing pauroso, del preside e dei colleghi, che tirò in ballo le irregolarità della sua vita privata, e -non so neanch’io come- riuscirono a mandarla via per giusta causa.

Mi telefonò che avrebbe dato una festa d’addio, perché non poteva più pagarsi l’affitto.

-Ma… e dove vai? – le chiesi io.

-Da mia madre. In Grecia. Non dire niente.

Io raggelai: -Ele, ma in Grecia adesso c’è la fame! Cosa vai a fare lì? Piuttosto, vieni ad abitare da me, o da chi vuoi…

-Non dire niente, Lorenzo! – ribatté lei brusca. -Verrai a salutarmi? – mi chiese quasi implorando.

-Certo…

Era il luglio del 2010. La festa fu come la rimpatriata del Grande freddo. Non vedevo l’ora di andarmene. Non avevo più niente da dire agli amici di tanti anni fa. Lei invece sembrava allegra come da adolescente. Ma, un momento ch’eravamo soli in cucina, mi strinse le mani e disse: -Pensami!

L’ho pensata, ma la distanza era troppa. Non ci sentivamo più da un paio d’anni. Poi la scorsa settimana, su Facebook, ha chiesto agli amici di spedirle della roba vecchia che non ci serve più: asciugamani, vestiti, bottoni, nastri, stoffe… perché per prendere qualche quattrino s’è data al patchwork. Sta studiando il tedesco perché ha un uomo in Germania, che vorrebbe portarla con sé. Sarà l’uomo giusto? Spero di sì. Vorrebbe trovare lavoro in Germania. In effetti, andare lì è una soluzione. “Ti rivorrei in Italia, perché almeno so che ogni tanto potremmo incontrarci. Ma ti direi una cazzata se ti dicessi che qui va meglio. Ti confesso due cose: la prima è che anch’io sono senza lavoro, la seconda che sono solo come un cane e mi chiedo perché non ci siamo messi insieme tanti anni fa”.

Lei rispose: “Perché, se ci fossimo messi insieme, adesso non ci sentiremmo più”.

Ogni tanto Eleni posta degli articoli in inglese sul pericolo che rappresentano i neonazisti di Alba Dorata, ma dice che le persone intorno la prendono per matta. “Sono tutti entusiasti che ci sia un gruppo che va a dare fuoco agli immigrati e a menarli e a rovesciare i loro banchetti ai mercatini. Le vecchiette, accanto al numero del medico e del farmacista, non hanno nell’agenda quello della polizia, ma quello della sezione di Alba Dorata”, mi ha scritto.

Le ho spedito tutto quello che potevo. Eleni ha sempre avuto tante risorse, ce la farà.

Un romanzo di Bruno


schulz

(A Marco Ercolani e Lucetta Frisa. A Chiara Romanini, sorella d’anima)

Una sera Giusi non riusciva a prender sonno e mi ha chiesto di raccontarle una storia. Io le ho raccontato quella di Bruno Schulz, ma quando lei s’è addormentata credo che Bruno non fosse nemmeno adolescente. Adesso riprovo a raccontarla. Se vi addormentate anche voi, saprò ch’è una storia noiosa.

Considerate che non sono un esperto di Schulz. Lo ho conosciuto grazie al mio amico Marco Ercolani, perché uno dei nostri scrittori preferiti, Danilo Kiš, diceva “Schulz è il mio dio”.

A me la scrittura di Schulz fa venire in mente un’abitudine che avevo da bambino: usavo parole di cui non conoscevo il significato perché mi piaceva il loro suono, e a volte componevo frasi senza senso per il gusto di far suonare le parole. Oppure mi piaceva giocare con le parole che conoscevo ma gonfiandole, enfatizzandole, moltiplicandole. Usavo anche parole piuttosto insolite per un bambino. A due anni una signora si avvicinò tutta leziosa per chiedermi “Giorgino, vuoi bene alla mamma?” ed io la fulminai con: “Non eccessivamente” (che, a parte il termine, è una risposta strana per un bambino: un bambino a quella domanda  risponde sì o no, non “Non troppo”).

Schulz è diventato un mito della letteratura non solo per gli scritti che ha lasciato, ma anche per quelli che non ha lasciato. Naturalmente, quello che ha lasciato è favoloso. Ma quello che si è perduto prometteva d’esserlo altrettanto.

Lui, forse, non voleva diventare un letterato: era un pittore e insegnava disegno tecnico a scuola. Il suo ultimo allievo, Alfred Schreyer, nel 2012, aveva novant’anni. Partecipò a un convegno su Schulz e cantò canzoni klezmer in varie lingue. Nadia Terranova, la scrittrice che ha realizzato un libro per bambini su Schulz, era tutta eccitata all’idea di conoscere un allievo del suo mito. Disse alla sua illustratrice: “C’era Schreyer ad ascoltarmi, ed era in prima fila!” L’amica illustratrice rispose: “L’ho visto anch’io. Russava. Ma sai, ha novant’anni, non dovresti prenderlo come un fatto personale”.

Bruno non voleva scriver libri. Disegnava freneticamente fin da ragazzo, e dopo la morte del padre iniziò a scrivere lettere agli amici a cui allegava qualche storia sulla vita del padre. Mano a mano che scriveva, il padre vero retrocedeva nella memoria, e lui ne ricordava un altro, fantastico, con il corredo di tutto un mondo altrettanto fantastico in cui la vita di una cittadina polacca a inizio Novecento si mescolava alle storie di cui è piena la tradizione ebraica orientale. Non so se, all’inizio,  Bruno annettesse importanza a quei racconti -voglio dire, se per lui avevano valore letterario. Si sa che ne aveva mostrati alcuni a dei letterati, ma senza successo. A un certo punto però nel giro dei suoi corrispondenti entrò una danese –o svedese, non mi ricordo- che lavorava per certe importanti riviste letterarie. Questa donna convinse Bruno a raccogliere i poscritti alle lettere, e piano piano lui li pubblicò, prima su riviste, poi nelle due raccolte di racconti che conosciamo: Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra.

Un po’ come certi racconti di Kafka, che vennero “estratti” da Max Brod da carte contenenti riflessioni filosofiche e mistiche di cui i racconti erano solo degli esempi –a mo’ delle parabole evangeliche- i racconti di Schulz sono la parte visibile di un lavoro segreto, che non è segreto perché l’autore lo ha annientato nell’opera compiuta, ma perché riguardano la vita vera del vero Schulz, il suo privato, e non erano nati come racconti.

Bruno era ebreo. In realtà, non era un ebreo praticante ed era affascinato dal cristianesimo. Ma la tradizione in cui viveva era quella ebrea orientale. Ma ai nazisti, quando invasero la Polonia, importava poco di queste sottigliezze: Bruno sapeva il tedesco –con la sua fidanzata avevano realizzato la prima traduzione in polacco del Processo di Kafka- e ai nazisti serviva un traduttore. Lo presero a fare il servo di un ufficiale. L’ufficiale litigò con un altro ufficiale e questi, per vendetta, decise di uccidergli il servo: così, un giorno del 1942, Bruno venne accoppato in mezzo alle strade di Drohobyč per un regolamento di conti fra nazisti.

Prima di morire, aveva scritto altri racconti –pare avesse già pronto un terzo libro- e stava completando un romanzo dal titolo Il Messia. Di tutto questo non è rimasto nulla. Qualche lettera, con qualche allusione, e niente più. Ecco perché dicevo che Schulz è diventato un mito anche per tutto quello che non ci ha lasciato.

Già il fatto che un ebreo orientale stesse scrivendo un libro intitolato Il Messia è affascinante; ma nel caso di Bruno i suoi inediti divennero protagonisti anche di un giallo. Un suo biografo venne avvicinato da un tale che asseriva essere un’ex spia del KGB. L’ex spia diceva di aver visto i manoscritti di Schulz in una cassa negli archivi dell’intelligence di Mosca. Un altra spia, stavolta della STASI, doveva incontrare in aeroporto lo scrittore David Grossmann per consegnargli la cassa coi manoscritti. Ma all’aeroporto non si presentò nessuno. Grossmann aveva dedicato a Schulz un saggio, e un capitolo di Vedi alla voce: amore intitolato Bruno.

I particolari della storia della cassa non li ricordo bene, e forse in parte li sto inventando. Perché no? Quando si parla di Schulz, la memoria è un po’ come la memoria di mia nonna: una memoria che inventa. Quando mia nonna raccontava qualcosa, il litigio era assicurato. Quando non le si credeva perché non si voleva litigare, spesso stava dicendo la verità, e qualcuno era rimasto impunito.

Il mio amico Marco Ercolani ha dedicato a Schulz un romanzo, Il mese dopo l’ultimo, che in realtà non è proprio un romanzo: è un romanzo-laboratorio in cui si assiste alla nascita  del capolavoro perduto di Schulz. Nel Mese dopo l’ultimo Ercolani ha provato a riscrivere il contenuto della cassa coi manoscritti. Non s’è limitato a fare “un” apocrifo, ma ha ricostruito il mondo apocrifo di Bruno. In una cassa finita in tempo di guerra negli archivi del KGB, si sa, ci doveva stare un po’ di tutto: così, lui  ha ricreato, nel suo romanzo-laboratorio, lettere e appunti “di Schulz” alternati a capitoli del romanzo perduto. Ha messo accanto lettere che parlano della nascita del romanzo, taccuini di lavoro per il romanzo, ha esplicitato i travasi dagli uni all’altro. Ma Il Messia di Schulz, secondo Ercolani, non era un romanzo. Era più tipo Le mille e una notte.

C’è un ufficiale che ha il compito di presidiare l’ultima casa non bombardata di un villaggio polacco -Drohobyč- e c’è un abitante del villaggio che sta nell’ultima casa non bombardata e che non smette mai di disegnare e di raccontare storie. Un po’ come il vero Schulz col militare nazista a cui era stato assegnato. L’ufficiale è infastidito, ma anche affascinato dal narratore, e lo ascolta. Il Messia quindi è questo strano tipo che sciorina invenzioni e quindi ricrea il mondo –o almeno lo salva dal bombardamento definitivo. Ma il Messia è anche il protagonista di alcune storie che lo strano personaggio racconta. Qui, Ercolani raccoglie una tradizione ebraica secondo cui il Messia arriverà troppo tardi, oppure è già arrivato e nessuno se n’è accorto. Nelle storie che l’ultimo abitante dell’ultima casa non bombardata racconta ci sono perciò dei Messia stravaganti, che arrivano in ritardo o in anticipo, dei Messia che falliscono.

Questa è la storia di Schulz che ho raccontato, quella notte, a Giusi. Non so se è corretta. Ma scrivete anche voi del vostro Schulz. Tutti insieme, magari, riusciamo a riscrivere la storia vera.