“Nel fermo centro di polvere”: il canto di Marco Ercolani

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Una silloge traversata da un’atmosfera di catastrofe e da colori freddi o autunnali. Presenza costante, il mare. Paesaggi marini che ricordano la pittura di Savinio, agitati da presenze ex-umane.

E’ Ercolani stesso a fornirci le chiavi d’accesso alla sua opera, rispondendo, in appendice, alle Tre domande indiscrete di Gabriela Fantato:

Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio -che è anche l’approdo- di sé.

Vediamo allora alcuni di questi frammenti, di queste voci sopravvissute:

«Devi essere musicale. Camminare con loro,
giovani, sonnambuli, leggeri,
come se il sole fosse fermo.
Hanno vestiti che perdono luce. Le finestre tornano vetri
spaccati. E quel suono indecifrabile, come di risacca.
Devi essere musicale, trascrivere con giustizia.
Fuggire l’ansia del foglio.
Orchestrare con strumenti che spariranno.
Sei chi resiste sull’orlo perché la vita in te
fermi i suoi segni e le lacrime fuggano.»

«Sulla riva del mare
stregando animali smuovendo pietre
incantando terra e inferno
preda
delle voci mute che abbandonasti
diventando parola,
per desiderio
ti volti, la guardi.
Legge infranta. Il nulla. L’invisibile
tornato nero,
il silenzio fitto di voci,
fine violenta
all’ordine del canto.»

«Nell’erba il sasso è le mani vive
che lo scelsero e scagliarono.
Tronco per tronco, di nuovo, dentro
la foresta, veloci e calme
le sillabe, oltre gli uomini uccisi: miraggi
tornati parole.»

E’ un’ermeneutica di segni semi-morti, di tracce lasciate da creature in uno stato di perenne addio alla vita. Maestro di scrittura apocrifa, Ercolani nella poesia scontorna i confini realistici dei suoi racconti, fa a meno della cornice narrativa e si abbandona alla pura evocazione di fantasmi. Il suono dei suoi versi è un suono semisoffocato, le voci dolentissime provengono da una dimensione che non è più di vita ma neanche conosce la pace della morte. E’ come ascoltare onde sonore ancestrali, rimaste a vagare nell’aria: tracce lasciate nel vento da antichi Romani e Greci che parlavano, voci sfrangiate dai secoli e appartenute a una civiltà cancellata. Cancellare è atto centrale in Ercolani. Nei racconti egli cancella l’io scrivente tramite l’io dell’apocrifo. Qui i versi hanno la leggerezza di iscrizioni a malapena intravisibili sopra una lapide. E’ tutta un’evocazione di mondi perduti, affioranti da un inconscio destituito di ogni identità individuale.

Impossibile tornare alla vita. I fantasmi di Ercolani si aggirano per il libro come ne fossero prigionieri. Non possono più essere altro che scrittura. Sono intrappolati nelle parole. Dice lo stesso Ercolani, rispondendo alle Domande già citate:

la mia scrittura narra solo la scrittura: è il fumo di un incendio dove non ricordo quale forma abbiano avuto le cose che sento arse dal fuoco.

E dice in una poesia:

«Questo è un rumore di pietre. Ma perché l’aria è vuota?
Perché non vedo chi le scaglia, chi ne è colpito?
Dentro le case, grida inudibili. Inutili si agitano mani adulte.
Ci vorrebbe un abbraccio, un ipnosi, un essere nuovi.
Ma la ferita non si chiude, è scuro racconto, è
lacrime delle cose.»

Nessuno scrittore come Marco Ercolani ha assunto su di sé il dramma della post-scrittura. Un tempo si scriveva a partire da un atto di superbia: ho qualcosa di nuovo e inaudito da dire. Oggi si scrive a partire da un atto di umiltà: tutto è già stato scritto, scrivo per rimanere aggrappato a questa nave -la nave dell’umanesimo occidentale che s’inabissa, di una civiltà estetica che scompare. Si scrive per disperazione, e si scrive su altra scrittura, perché non c’è più da aggiungere il proprio tassello alla storia vastissima della Bellezza: si può solo mettere stucco fra gl’interstizi del mosaico. E se una vitalità è ancora possibile è proprio fra le tessere nel mosaico, in questo persistere e restare. Nella vitalità segreta che pulsa come vena sotterranea. Basta invertire il moto di questa ex-vita e otterremo forse una resurrezione, una di-nuovo-vita. Ma come?

Terza e più riuscita raccolta poetica di un non-poeta che pensa poeticamente, Nel fermo centro di polvere (Il Leggio libreria editrice, 2018) è la più sofferta, più intima confessione di Ercolani: è l’ammissione della sconfitta da cui tutto il suo scrivere prende le mosse.

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“Pioggia lontano” di Eliza Macadan

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«La poesia occidentale ha perso l’uso del grido» scrive Cioran nei Quaderni. Ma Eliza Macadan non ha paura del grido. Certo lo affianca con l’ironia, lo circoscrive col gioco: Pioggia lontano (Archinto, 2017) si apre coi versi «facciamo che / io mi nascondo qui / e tu mi trovi / fra cent’anni» nella dedica a Luca). Ma il grido rimane grido. Quasi mai esagitato, sfogato, completamente liberato. Ma grido. Come nella poesia d’apertura:

«Su letti gelidi
amori sdraiati
in attesa dell’autopsia
si accerterà chi ha ceduto per prima
la bellezza o la verità»

Perché bellezza e verità non possono più coesistere. E’ il dramma da cui scaturisce la forma sporca di questa poesia, il suo italiano ora minimalista ora visionario, ma mai armonioso:

«faccio un collage di espressioni sporche
mentre mi stringe
l’infinito».

Nulla è rassicurante:

«Una mano invisibile ha chiuso a chiave
bambini nelle madri»

«Non tesso più alcuna tela
aspetto che sia il regime a mettere
sotto la mia finestra una rete
di sicurezza».

L’ironia non redime una desolazione smisurata, il senso di un vuoto vertiginoso. Nulla si salva dalla corrosione del presente, tantomeno la libertà:

«la mia mente cerca padrone»

Il paesaggio sembra guardato traverso vetri impolverati:

«Pioggia lontano
qui bambini con pance gonfie
e occhi spenti di sete
scriviamo insieme
nella polvere
lettere a caso
di un alfabeto in via
di estinzione
solo risate forti
sveglieranno
qualche dio dormiente»

Anche quando si traduce in gioco surreale, l’osservazione del mondo anela al ritorno a una realtà più vera. E’ un surrealismo sporco, senza fiducia nel surreale, che vuole tornare alla terra:

«sopraffatta dai nonsensi
cerco il villaggio dove
il nonno veglia su di me
sotto una croce di legno fiorito
volo sopra la terra all’alba
per prendere il caffè
tra le piantagioni del brasile»

Nessuna pietà per i sognatori facili, per quelli che nascono già adatti e, mentre competono nel reale, si atteggiano a vagheggiatori di realtà altre. Ad essi Eliza Macadan contrappone la propria reale irriducibilità, e i tormenti che questa condizione le porta:

«Cadono uccelli dal cielo
incubi mi buttano nell’alba
esausta
da sei caffè
prendo la mia dose
quotidiana di umanità
evviva i sognatori scrive sulla sua bacheca
una sexypoeta sulla riva sinistra del danubio
e se ne frega delle parole
ma chi sono io senza incubi
uccelli o parole»

Talvolta, il disincanto si allarga in una cupezza profondamente slava, e i versi sembrano scritti da un Ivo Andrić senza afflato epico:

«ma il sole ci guarisce dal freddo
dai distacchi sempre uguali
sempre atroci
pugni di terra
in bocca
ora è rimasta la casa vuota
la vita vuota
la collina deserta»

L’afflato epico, negato dalla Storia, riemerge però nelle poesie ispirate al sentimento del post-Storia: qui la visione, sebbene apocalittica, si fa forte di se stessa. La scomparsa della Storia dall’orizzonte poetico ha un effetto liberatore sulla poesia:

«ciecamente sfoglio
enciclopedie antiche
muta traccio un sistema filosofico
per domani
scavo finché arrivo al presente»

«Guarda
il centro storico dell’universo
con stelle tramontate
e terreno accidentato
è qui che mi avventuro
alla ricerca di un po’ di letteratura»

Eppure ci sono una vitalità, una luce nel mondo di Eliza Macadan, che non escludono la desolazione. Direi anzi che i due stati d’animo si rafforzano a vicenda, e vanno a comporre il ricchissimo mosaico umano del suo universo poetico. Di cosa sono fatte questa vitalità e questa luce? Sul piano formale, le troviamo nella forza di certi attacchi e di certe chiuse. Come Cioran, Eliza ha il dono della formula, dell’aforisma che racchiude mondi in un breve giro di parole:

«la storia mi batte nel cuore
per farne poesia»

«io piango lacrime
di vodka che mi arrivano
direttamente dal sangue
di mio padre»

«L’architettura del paradiso
rimane in bozza»

«la notte ci inghiottisce
a lotti»

Come in Cioran, decisivo all’equilibrio espressivo e stilistico è il ruolo dell’ironia:

«non credermi sulla parola controlla i battiti
del cuore della casa
mentre sono via
e non prendere sul serio tutto quello che vedi
al tg di sera»

«La mia gatta separatista
non vuole più vivere
le sono cresciuti fin d’ora
fiori di campo alle orecchie
e vagabonderà altre sei vite
senza di me
la mia gatta separatista
ha sofferto come un cane
non lotta più
è diventata troppo umana
e vuole indietro la sua vita
di gatta felice
che srotola risate»

Sul piano dei contenuti, la vitalità si afferma con l’elogio dell’istante e la fiducia nell’amore. Se la Storia è male, se l’Attualità è deserto, l’Istante è tutto ciò che possediamo ed è un istante pieno, luminoso:

«Mezzogiorno vuoto
il sole gocciola
sulla mia pelle il futuro
sta arrivando
con bambini in braccio
allaccio le scarpe all’amore
e scendo svogliata
al mare»

La desolazione non si traduce mai in disamore. E infatti, se c’è una forza capace di opporsi alla desolazione, è proprio l’amore, da cui può nascere un sorriso universale:

«Nella giornata non dichiarata dell’amore clandestino
tutte le macchine si fermano
ad un segnale interiore
sui sedili si versano desideri orizzontali
i parabrezza respirano convulsi
mettete le gambe sul volante
senza mettere la freccia
il cielo è sceso in strada per dondolare
l’amore clandestino in città
all’improvviso un cane intorno
arrossisce»

All’amore sono dedicati alcuni dei versi più forti e tersi:

«Oggi non siamo arrivati
uno all’altro
abbiamo mandato solo parole
al bersaglio
per crivellarci di colpi
io sono rimasta indietro
e dal bagaglio a mano
cadeva la mia biancheria intima
non ricordo più il tuo nome per chiamarti
tutti i sentieri intasano questo lunedì
quando non ci amiamo più
Dio guarda altrove»

«Guardiamo lo stesso abisso
vedo nuvole gravide
pronte ad annaffiarci
le radici del cuore
per risuscitare il tronco
caduto di vita in vita
vedi fuoco che brucia le cellule
del sangue fermo
di tanta fatica
dammi la mano e ti do i miei occhi
alziamoci anche se non c’è più
nulla da vivere»

 

All’amore sono dedicati anche gli unici passi in cui la fuga nel fantastico ha un tono luminoso:

«Il nonno ha intagliato l’amore
su un pezzo di tronco
rubato alla foresta
per tenerci tutti in vita
una scala esce dal mare
per portarmi
al cielo
clandestina
sono stata in terra»

E, pur nel disincanto, una dolentissima pietà umana, una mai sconfitta umanità sono nello sguardo dell’autrice:

«boemi invecchiati stanno in quattro
a tavoli da quattro
condividono fogli bruciati dalla cenere
si persuadono a vicenda
di fare letteratura e così ogni giorno
la Storia non entra più nelle taverne
fuoriesce sui marciapiedi
striscia appoggiata al bastone
fatalmente vicina alle ruote delle automobili
[…]
mi cade addosso l’amore disperato dei letterati vecchi
in cerca di opera»

«forse rimarremo chiusi ognuno a casa sua
chi con cani chi con gatti
e odieremo gli umani intorno
e alzeremo recinti
e solo i pianti e le risate
saranno unici ed incontrollabili
eventi»

Priva di narcisismo e ricca di umanità, la poesia di Eliza Macadan è una diagnosi spietata sul nostro tempo e un pozzo di pietà che lo rende più degno di essere vissuto.

Eliza Macadan: un poema come d’amore

zamalekRare volte la scrittura sa essere insieme diretta e profonda. Sono due qualità che sembrano escludersi a vicenda. Eliza Macadan invece le concilia, con una naturalezza disarmante. Disarmante ancor di più se pensiamo che la sua poesia è scritta in una lingua che non è quella che parla ogni giorno. Romena vissuta in Italia, giornalista di professione, Eliza scrive in un italiano scarnificato che non è la sua lingua madre, ma è la lingua della sua poesia. La lingua scelta per la sua poesia. Volutamente non rifinita – non per mancanza di senso della forma, ma per sensibilità ai limiti della parola. Il reale filtra attraverso il suo italiano con freschezza e vigore. E per “reale” non intendo solo i dati di realtà, ma anche i sentimenti che vi si accompagnano. La scrittura lascia loro spazio, è una scrittura non protagonista. La musica di questi versi non è musica italiana, non solo perché non usa la metrica italiana, ma perché fa a meno della nostra tradizione. E’ estranea a quel classicismo con cui tutti noi ci confrontiamo, anche per stravolgerlo. Ma è estranea anche alla nostra sensibilità, alle convenzioni sociali legate alla nostra lingua. Espressioni e rime che noi eviteremmo perché sanno di canzone, lei le scrive senza imbarazzo. Non cerca con esse un contrasto o un’accentuazione espressiva, una spezzatura del discorso: no, lei le scrive perché le vengono. Non lavora troppo di lima. La poesia le appare come un tutt’uno, chiaro nelle sue articolazioni. E lei la passa a noi, spostandola dal luogo in cui le è apparsa a quello in cui noi la leggiamo. Scrive quasi di getto. Usa le parole come sfumature del volto, percepibili solo da uno sguardo attento. Poco autoriale, poco autoritaria, nelle fotografie Eliza è una donna di 51 anni, bella e giovanile, con un sorriso triste, un po’ sfuggente e senza un filo di trucco. La sua poesia somiglia al suo aspetto. E’ limpida e intensa, e nulla che non sia espressivo vi ha diritto di cittadinanza. E così, diagnosi atroci le cadono dalla penna quasi inavvertite. Frasi di una malinconia desolata le vengono come sorrisi. Umana, disincantata, tragicamente giocosa, Eliza non custodisce la sua creatività come un fuoco sacro. Quando ne parla, anzi, ne parla come di una cosa che le accade quasi controvoglia; che le passa attraverso; che è più una sorgente d’ansia che un dono.

Le 20 poesie di Zamalek – Solo andata (Editura Eikon, Bucarest, 2018) “parlano” d’amore, e pur nel pudore dei mezzi, scoprono un lato ardente dell’autrice, un dolore entusiastico. Nelle letterature dell’Est, il contatto col dolore è a volte così diretto da riuscire esaltante. E’ così anche in questa poesia, che “traduce” dalla lingua interiore a una lingua che sembra adottata per la sua possibilità di oggettivare, di porre alla giusta distanza una materia incandescente per restituirla al massimo della nitidezza.

Eccoci dunque a questo modernissimo canto di un amore vissuto solo in parte. “Un poema come d’amore”, è il sottotitolo della plaquette. Ma questo come amore è forte come un amore vissuto. Gli amanti si sognano, si desiderano, si scrivono, ma quasi mai s’incontrano. Anzi, s’incontrano un’unica volta:

«avrei voluto fumare
le ultime due sigarette della
mia vita con te
e non è stato
il destino a opporsi
ma un mero
satellite lo stesso
che ci ha permesso
il nostro unico
momento di intimità
in un bagno pubblico
parigino»

Una conflagrazione cosmica, quasi una nuova deriva dei continenti si configura nelle prime due poesie. “La tua carezza è l’unica dimora che ho” dichiara impavida l’autrice. E inscena un amore smembrato tra città e continenti diversi:

«questo è un letto
poggiato su due continenti
qui i respiri si tagliano
a vicenda
si procrea senza semi
sta cambiando il DNA
non c’è più bisogno di corpi
solo le menti ci possono salvare»

I testi nominano Oxford e Vienna, nominano la depressione e la nevrosi. Con prode semplicità, Eliza mette a nudo l’amore al tempo di Internet, un amore incorporeo o poco corporeo, fatto d’impulso elettrico:

«… le notizie stanno ferme
nelle fibre ottiche
tu mi manchi e mi manchi
e non so mentire
è così che ti posso tenere solo per me»

Tra impeti giovanili (“dovevi arrivare tu / cavalcando le nuvole”) e tracciati di un erotismo più esplicito (“occhi forbici pronte / per fare a pezzi / i miei vestiti”) si rappresenta il dramma di un sentimento ostacolato dai dati di realtà e che solo l’immaginazione rende vivibile nella sua pienezza. Le parole, mezzo d’espressione di un amore che non trova un corpo, sono al contempo benedette e maledette, offrono una temporanea liberazione e sanciscono una impossibilità concreta:

«la distanza è sicurezza
le parole
incubi in allestimento»

«lei ti diceva che i versi si scrivono
in lacrime con il grido chiuso in gola
e tu ridevi
ridi ora che ti si sgretolano
le ossa dal dolore»

«è questo il mistero che
nessuno sa slegare
il nettare che dal dolore
fuoriesce
e ci spinge avanti nella
specie
poi si scrive poesia
nella tortura
amara o dolce che sia
si fa forte»

Esortazioni (“ora metti sul tavolo / i soldi per l’anima / e portami con te”), invettive (“toglimi dalla tua preghiera / così posso tornare / al mio Dio”), frammenti di disperazione (“dormivo nella morte”) scandiscono il racconto di questo come amore. Un amore che si autoalimenta, si avvolge su se stesso, cresce. Il punto di rottura è continuamente vicino, ma non viene mai raggiunto:

«potrei amarti ancora
ma scelgo
di liberarti ora
ammazziamo però tutti i diavoli
prima di dormire»

Così è scritto nella poesia V. Ma le ultime parole del poema sono parole di fuoco:

«bruciamo tutto
siamo vandali noi due
siamo un’orda
pronta ad appendersi
alla stessa corda»

Sostando su riflessioni esistenziali e su oasi di pacatezza inquieta, il tragitto del poema non si compie. Non c’è conclusione in questa narrazione e, soprattutto, la conclusione non ci riguarda: riguarda solo i due protagonisti e le loro vite, non attiene al campo semantico del come amore messo in moto dall’autrice.

Una poesia soggettiva dunque, ma universale. Eliza non ha paura di dire io, ma a volte si distacca e scrive in terza persona. Scrive di se stessa con distacco, in quei momenti, o scrive d’altri? Non lo sappiamo e non importa. Non importa il fatto, ma la sua traccia. Il diagramma lasciato dalle sue tracce. Da tempo siamo abituati a biasimare l’io in letteratura, vi vediamo un segno d’adolescenza e di dannunzianesimo. L’io di Eliza Macadan è segno, invece, d’estremo disincanto. Pensare che la scrittura si scriva da sola, senza l’ingombro dell’io, è un mito romantico all’inverso. E qui non ci sono miti, al massimo visioni. Vissute e riferite, però, con un’onestà radicale. La stessa che fa adottare come lingua poetica un italiano quasi minimo, e che fa dire “io” perché ogni esperienza, per quanto universale, è circoscritta.

Il quoziente di salvezza della parola: su “Andare per salti” di Annamaria Ferramosca

annamaria-ferramosca-portrait-1«La prima impressione lasciatami da questa silloge di Annamaria Ferramosca è quella di uno straordinario senso di libertà, che si sprigiona da contesti di vita quotidiana (interni, passeggiate, viaggi in treno, supermercati), area domestica con segnali come recita il titolo di uno dei testi poetici» scrive Caterina Davinio nella meravigliosa prefazione. E continua: «Un’aria quasi immateriale spira nelle cose, delineate con rapidi cenni, che appaiono contaminate ad ogni passo […] dal senso del nulla, senza tuttavia accenti drammatici o tragici, come se il rigore imposto alla forma poetica smussasse tutte le asperità, le angosce, stemperandole di contemplativo, di saggia constatazione». Difficile dire meglio e più poeticamente.

In una poesia che spesso esprime l’orrore dell’umano, tutto è a misura d’uomo, tutto è rimpicciolito da un vivace understatement. Un plurilinguismo piccolo, ritmi di canzone, apparizioni di linguaggio scientifico e minime trasfigurazioni fantascientifiche. Neologismi fatti d’innesti di parole comuni. Alla minaccia del disumano, all’immanenza del Nulla, Ferramosca contrappone una misura, un’ironia, un’intimità che non è intimismo perché non scivola mai nella confessione: piuttosto è una riappropriazione di spazi di tenerezza. E procede costruendo archi robusti con cui organizzare questo vuoto. Capovolge il nulla nell’agire, in un agire pacato innervato però dalle pulsazioni di una vitalità colma di gioia e di angoscia. Non si dimentica mai né della “gioia di scrivere”, né dell’angoscia che ha dato impulso allo scrivere. Lavora di fraseggio. E difatti la memoria che lascia Andare per salti (Arcipelago Itaca Edizioni, 2017) è quella di una grande musicalità, una musicalità arieggiata impregnata di luce e di calore. E’ come ricevere il sole sotto un vasto portico. Scrivere è trattenere ciò che di umano e gioioso sta per scappare dalle mani, si direbbe.

Il mezzo principe di questo trattenere è uno sperimentalismo pacato, un pluristilismo attinto dalla quotidianità, che fa avvertire come una piazza vociante dietro il canto limpido dell’autrice. Un canto mai dimentico del reale e mai degli altri: mai intimistico, dunque, perché mai solitario.

Per quest’autrice, fondamentale è il quoziente di salvezza -non in senso religioso- che la parola contiene anche là dove dice la disperazione: e questo contenuto salvifico non può prescindere dal riconoscimento degli affetti. Dove questa poesia è laudativa, lo è per scelta e in conseguenza della problematica che adotta, non per un abbandono incontrollato alle emozioni che è completamente estraneo al suo carattere. Certo, Ferramosca non teme le emozioni, non teme di dire gli affetti. Ma li risolve in forma. Per questo usa una lingua così mossa e, al contempo, pacata. E’ un’artista di sintesi, che agisce tuttavia nelle sconnessure. Solo l’inconciliabile la interessa, ma lo accosta con lo spirito di un medico, che nella malattia affonda avendo per obiettivo la salute. Quando entra in contatto con l’immedicabile, il suo lirismo si fa straziante. Ma l’interrogazione non cessa d’essere tagliente. Come vediamo in Capigliatura di medusa, dedicata «a chi mi ha tolto Sandra, Liviana, Assunta, Gianmario»:

«procedi per allusioni
per sotterfugi sottili ti sottrai
e intanto lievita
questa bella estate di frutti e led

ora so di aver vissuto solo per stanarti
un’intera villa a decrittare invano
i cartelli che pianti sulle svolte
le scritte pallide     le frasi
lasciate qua e là smozzicate
(per discrezione o forse
per una più veloce eutanasia)     ma
sai bene quanto intollerabile sia
conoscere i dettagli del viaggio se
non si è in vista dell’approdo
mentre stordisce intorno
il profumo dell’erba e tutto il moto amoroso
dei corpi ignari

quale l’inganno originario quale la colpa
e tutto quel riso sardonico
che aleggia nell’universo
(si scende dal monte con la maschera
dalle labbra tirate per aver dovuto assistere
alla morte dei padri)
siamo impotenti     innocenti
curvi sotto il peso del nulla

non si chiede di nascere per la morte
non si chiede di morire per un’altra nascita

continuo a inseguirti a riconoscerti
continuo a non comprenderti»

Ma lo vediamo anche -a conferma della natura mai intimistica di questo poetare- nello splendido incipit di una poesia dedicata a Giulio Regeni («in una visione», scrive Caterina Davinio, «che ci presenta lo studioso, il pensatore, quale egli era, più che il caso politico e diplomatico», e quindi che gli restituisce l’umanità sottrattagli dalla visione dei media, e che sottrae quindi la «poesia civile» a tutto ciò che vi può essere di retorico e celebrativo):

«seduto
sul ramo impazzito del tempo
occhi sereni sui secoli
sulle ginocchia un taccuino di dubbi
in petto la certezza»

Forse l’unico appunto che si può fare all’autrice è di essersi lasciata andare, qua e là, ad una vena speculativa troppo esplicita, a un razionalismo ch’è parte integrante di lei, ma che preferiamo trovare nei risultati piuttosto che dichiarato in teorie. Tutto il discorso sull’homo insipiens contemporaneo e sulle sue aberrazioni è meno caldo e meno intenso delle allusioni, nascoste in un verso o sottolineate con un un neologismo, che ci mostrano quest’aberrazione.

Da questa poesia di può uscire rassicurati. E’ un punto debole? Non sempre. La scrittura dev’essere perturbante, lo sappiamo. Ma quella di Andare per salti  non è poesia che conferma nelle certezze, non ci lascia tali quali eravamo ad apertura di libro. Piuttosto, ci lascia quella pace che solo si realizza nello stile. Solo lo stile può trascendere inquietudine e orrore senza rifiutarli, e può comprendere il lato noto e banale di una cosa assieme a quello sconosciuto e sconvolgente. La luminosità del ricomprendere. Questa è la luminosità con cui chiudiamo il libro.

Il suono greco di Giovanni Asmundo

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Nella prefazione a Trittico d’esordio (Edizioni Cofine, 2017, collana Aperilibri) Anna Maria Curci scrive:

Nella poesia di Giovanni Asmundo l’indicazione del volume del canto sembra sempre oscillare tra il piano e il pianissimo, indizio, questo, non certo di fragilità del dettato poetico, quanto piuttosto della volontà di colui che si definisce “figlio di scirocco” di opporre resistenza, per inaudito contrasto, al vociare del contingente. Il debito di riconoscenza alla tradizione della poesia italiana, gli echi foscoliani (“Se e quando rivedrò la secca sponda”) così come la presenza viva della mitologia classica, in questi testi un basso continuo che, più che manifestarsi per nomi ed esplicitazioni, è terreno fecondo sul quale la voce poetica muove i suoi passi, tutto ciò si fonde con una vista sul presente resa aguzza proprio dalla memoria serbata.

Sulla partitura di questa poesia, la dinamica oscilla forse fra il piano e il pianissimo, ma ci sono molti Sforzando. E il tempo non rallenta mai oltre l’Andante. Quello che voglio dire è che, se un attore dovesse interpretarla, dovrebbe avere una voce pacata ma scandita, sempre timbrata, esibire un fraseggio severo, ma mobile e fantasioso. Nella musica di Asmundo troviamo cluster di consonanti che determinano un suono leggermente mitragliato; e apprezziamo la mobilità di questi cluster, la loro sorvegliata disposizione lungo la partitura della pagina. Troviamo ritmi che l’autore scompone e ricompone senza perderli di vista. Tutto suggerisce una sovreccitazione sottopelle, una precipitazione, un disastro rimandato. Sembra di stare dinanzi ai cocci di un’anfora antica, che si tiene insieme solo grazie allo sguardo di chi la osserva, e che da un momento all’altro può rompersi.

«Scolpisci sull’alta rupe
questo mio nome
ma su pietra qualunque, così che
possa tornare qualcosa di me
alle tue dita, alla lira, al fragore.
Serbala in fasce al riparo
delle tue mura
ma posala all’alba, al lucore marnoso
maestoso abbaglio sul mare
così che non gravi di peso il telaio
là dove morse il languore e l’onda
si getta sull’alta rupe.»

Scrive ancora Anna Maria Curci:

Mobile, dinamica, creatrice, la resistenza, non già all’erosione provocata dal mare, thalassa […] ma a quella di detti vuoti e atti distruttivi, trasforma aggettivi e nomi in verbi che indicano un procedere, un evolversi: “azzurrare”, “rumorerà”.

E Giovanni Asmundo scrive:

«Sì, ci chiedevamo quale lascito
saremmo riusciti ad azzurrare.
Inseguendo smaniosi una catarsi
per anni edificammo
un piccolo cantuccio di memoria.

Isole, limoni, cocci neri:
in fondo ci riducevamo a così poche
immagini
e qualche capriola di scirocco
compresa una sonata per una donna buona.»

Caratteristiche della scrittura siciliana sono il senso plastico della forma e il sentimento mitico della morte. Se ripenso a scrittori e poeti, ma anche agli artisti figurativi che conosco, trovo in tutti l’incupito rimando allo spirito ellenico, il sopravvivere di una coscienza ellenica granitica sepolta sotto strati di medioevo. Il confronto con la contemporaneità, per questi autori, è uno scontro.

Scrive Anna Maria Curci:

[tutti e tre i poeti rappresentati in Trittico d’esordio] “intonano con timbri diversi i loro “canti di sponde, crateri e avamposti”. La tensione tra amore vissuto quotidianamente per la poesia tutta, e in diverse fogge di classicità, e lo sguardo sulla realtà, altrettanto vissuto, sofferto e sognante, trasfigurato e pungente, si manifesta talvolta come il dispiegarsi non urlato di un contrasto, talaltra come lo sporgersi, con la chiara nozione del rischio mortale, su un orrido, talaltra, infine, come vera e propria zuffa.

E scrive Asmundo:

«(E al riaffacciarci sul mare
dopo distanza che non si conta
ci sentimmo vicini assai
a quei fratelli, alla voce gettata:
thalassa…)

A metà. Un sentire rappreso.
L’Eletta, all’ora dei vespri. Alloro
alla Kalsa. Un confratello acceso
da stop d’automobile. Una bimba
curva e nascosta ride in cella
dietro a un cassonetto. Questa città
mi romperà la testa.

Un cortile di ciottoli ripreso
lama di luna, salso buio
una finestra d’osterio, un legno pinto,.
Trattenere i fiumi
con le dita.

Città di spigoli e smussi
di cocente illusione
di bocca secca.
Come l’ignoto che ha scritto quell’addio.
Ogni giorno a Palermo è un giungere
e un levare.
Una speranza di scoprire e un lascito.»

La poesia di Asmundo è intrinsecamente mitologica, ha una sua vita mitica che non nasce dal paesaggio visionario che descrive –un paesaggio dai tratti saviniani- ma dal suono. Ascoltiamolo dunque questo suono greco, quasi imprigionato nella selva di immagini che l’autore dispensa. E non trascuriamo di notare come il dialetto siciliano informi alcune soluzioni linguistiche, come rumorare, che chiaramente ricorda il sostantivo dialettale rumorata:

«Se arriveremo ai più cari pinoli
assordati da pini profumo
al morso della nostalgia delle more
prendendo in prestito gusci di tempo

le dita annerite e stinte, demiurghi
di vulcani, i piedi memori di sciare,
le mani i bordi accartocciati
dall’impazienza dei pomodori secchi

e se la calura volgerà in carezze
e gelsi bianchi solcheranno un cielo
e il mare rumorerà oltre i limoni,
staremo meriggi a schiacciare pinoli
callosi, al migrare d’aironi
e al durare d’estati.»

Oppure:

«Ritorneremo alle conchiglie vuote
reinventandole all’orecchio
alle rene di quarzo, al luccicare
del salso più inebriante, tra pale spinose
al profumo del fico dolciastro cotto al sole.

Antefisse in pezzi ai nostri piedi
odorerà perfino la pietra, di terra e mare.
Altrove, il greto polveroso scricchiola
sotto gli zoccoli del mulo
sciolto di calura.»

Trittico d’esordio contiene, oltre alle poesie di Asmundo, quelle di altri due giovani autori, Francesco Cagnetta e Vito Santoloquido. Di loro scriverò più avanti. Vorrei spendere però due parole per le edizioni Cofine e i loro Aperilibri: scarni fascicoli che costano solo 5 euro e permettono a tanta poesia di incontrare il pubblico che altrimenti non incontrerebbe mai, e a pubblici poco abbienti di accedere alla poesia, senza titillare il narcisismo degli autori, senza invogliarli a sbracciarsi per dimostrare al mondo che esistono, e lasciandoli liberi di migliorarsi.

Sonia Lambertini, “Danzeranno gli insetti”

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(anche sul blog di Sonia Lambertini)

E’ un libro buio e leggero, seducente. Minuscolo e fatto di cose minuscole. Di poesie eleganti e quasi senza suono. Poesie sulla morte, anzi danze intorno alla morte, eseguite con grazia da qualcuno che ha una familiarità orientale con la morte, che ha accolto nella sua vita la realtà che ogni giorno è un passo verso il nulla, verso quella morte che non si sconta vivendo perché, semplicemente, la si vive. L’escursione lirica, il ventaglio tematico, sono lievissimi. Come nei quadri di Morandi, il massimo della raffinatezza è applicato a oggetti, pensieri, sensazioni minime. Le poesie sono fredde, mai compiaciute, fatte di immagini concretissime ma impalpabili. E’ tutta un’arte del togliere: il linguaggio è miniaturizzato, accoglie modi di dire quotidiani, quasi gergali. I versi sono creature lievi come gli insetti del titolo. La mano che li scrive sembra dotata della leggerezza di chi non ha più nulla.

Giunta al termine del suo lavoro di sottrazione, l’autrice scopre -ma con piacere- di aver sottratto tutto, che l’essenziale era tutto ed ora non c’è più; e ci mostra con un sorriso il suo pugno di mosche in mano. Giunti al termine di questa arte del togliere, tutto quello che c’è lo intravediamo nell’assenza. Era tutto un gioco di dadi, fugace e insensato. Il corpo è un’impronta del corpo, i sensi reminiscenze di sensi, l’orrore e la magia sono arabeschi di un rituale desacralizzato. Il ritmo segreto dei versi, il loro appena percettibile swing, appartiene a una danza arcaica rieseguita in assenza di gravità, fra gli atomi che svolazzano felici. Perfino l’inquietudine è solo un arabesco. Domina il sentimento di una “pace chimica”. Se pensiamo alla morte sonora, densa di Pavese, ci accorgiamo che non potremmo essere più lontani. Scrivere queste poesie significa abbandonarsi al caso e al nulla, e distillarli. E richiede un coraggio opposto a quello del suicidio.

C’è però un cambio di tono nell’ultima sezione: gli ultimi componimenti sono più struggenti, pur non abdicando a quella loro grazia caratteristica. Sono poesie più ansiose, vi compaiono vocativi, toni di preghiera. Il repertorio d’immagini si fa psicanalitico, tende al surrealistico. Si accentua la valenza performativa dei testi: li immaginiamo recitati in una specie di urlo trattenuto, possiamo assaporarne le pause, i silenzi. Le ultime pagine si avvicinano all’origine della poesia. La poesia è la risposta laica all’angoscia del silenzio di Dio, è più vicina al canto, al grido, alla preghiera che alla prosa. E, in questo tratto finale, Sonia Lambertini si offre in sacrificio coi suoi versi, porge il suo corpo, e le sensazioni e i sentimenti legati al corpo, alla morte. E si ricongiunge così alle origini della poesia.

Lo stupore e il disincanto: risposta di Simone Consorti

consorti

«Caro Giorgio, grazie per le tue parole; una delle poche cose interessanti dell’uscita di un nuovo libro di poesia (destinato, nella maggior parte dei casi, ad essere velocemente dimenticato tra le migliaia di pubblicazioni e presentazioni, fatte principalmente di rimpatriate con vecchi amici e autocelebrazioni) è sentire cosa ne pensano i pochi che realmente lo leggono. Sul mio ultimo lavoro ho sentito, da una parte, che sarebbe caratterizzato dall’estasi, uno stupore portato alle estreme conseguenze rivolto anche agli aspetti più trascurabili del vivere quotidiano, dall’altro che è un portato di disincanto, di fronte a tutto, perfino davanti alla divinità. Non esiste, a mio avviso, un’interpretazione univoca e privilegiata, che getti una luce di chiarezza sul mio libro. La poesia, dal Barocco al Simbolismo, fino al Novecentismo, è sempre ossimorica, accosta in modo analogico gli opposti. Nei miei versi questo accade non solo a livello lessicale, ma soprattutto per quel che attiene al tono sentimentale. Il Dio che, tra estasi e disincanto, nelle Ore del terrore prego e bestemmio è il mio personale tu poetico, estraneo ed interiorizzato, siderale eppure vicinissimo e, comunque, non troppo lontano dalla donna angelicata o dalla madonna della poesia cortese della nostra tradizione letteraria: un essere superiore che non mi risponderà nemmeno se piango in cinese e a cui, per questo, parlo più forte (bestemmiando in modo sussurrato o pregando in modo urlato) affinché risuoni ancora più definitivo il suo silenzio in forma di eco. In questa poesia mi stupisco giusto un po’ del suo silenzio e, siccome non sono in grado di avvicinarmi con la fede, l’ho avvicinato ma non per ridimensionarlo, o semplicemente per antropomorfizzarlo, bensì per illudermi di farne un interlocutore reale. In genere, alla prima preghiera senza risposta si rimane stupiti, quasi indignati. Poi la preghiera diventa, con gli anni, qualcosa di più meccanico: fuga o ricerca che sia, semplicemente un tentativo tra tanti.

Ti confesso che mi hanno colpito tre cose della tua lettera aperta, ovvero l’immagine della mia poesia che si ferma non in superficie ma alla ”prima profondità” delle cose, quella della mancanza di “pietà creaturale” e la visione del mio lavoro come ipotetico “ultimo tassello, pietra tombale dello smisurato mosaico della poesia”. La mia poesia è fatta di immagini (per lo più residui visivi) e suoni (frammenti di discorsi, monologhi, talvolta brani di canzoni); ho sempre avuto paura di scavare troppo in profondità o di recarmi dove non avevo tutto sotto controllo e questi testi affrontano proprio il tema del terrore, in particolare quello innescato da ciò che è incontrollabile o dal panico. Qui non me la sono sentita di affacciarmi troppo in là, di andare più di tanto in profondità. Qui ho voluto vedere le cose di taglio, di riflesso, spesso filtrate da uno specchio. Per spiegarmi meglio, ecco un aneddoto: da bambino (piccolissimo, tre o quattro anni) immaginavo la morte. Il concetto in sé non mi spaventava… tornerò tra mille anni, pensavo, diecimila, centomila, ipotizzavo. Quando però mi avvicinavo al concetto di “mai più” mi sentivo davvero morire. Mi mancava tutto, perfino il fiato. Da allora, da buon ipocondriaco e da testimone di un’epoca di discreta devastazione, avrò pensato miliardi di volte alla morte. Tuttavia la mia poesia, che in questo mi assomiglia, non ha mai osato, anzi teme di avvicinarsi, in astratto, a concetti simili; essa si misura con oggetti concreti, con tempi brevi (le ore, non le ere) brevi e certi, che possono sì evocare la morte o i massimi sistemi, purché siano sempre percepibili con i sensi.

L’altra immagine che mi ha colpito della tua lettera sulle Ore del terrore è quella della mancanza di pietà creaturale; forse è vero che, tra le pagine della raccolta, non si trova molta empatia o solidarietà. Nel componimento Je suis uno è ostentato il distacco nei confronti del facile solidarismo, quello da Facebook per intenderci; troviamo un uomo che si dice “diverso da quello che ero / prima ancora che mi rasassero / l’anima a zero”, un uomo che nella poesia Alla frontiera non si riconosce nemmeno allo specchio. Infatti, in questi versi, ci sono personaggi che diffidano persino di se stessi (“Ma quando la sera mi vedo allo specchio / vorrei che ci fosse un terzo / per proteggermi da me stesso”, Mi faccio da scorta, p.36). Con questo arrivo all’ultima immagine che mi ha colpito della tua lettera, cioè la percezione che la mia voce, impietosa o senza pietà, sbeffeggiatrice o cinica, possa rappresentare l’ultimo tassello dello smisurato mosaico della poesia. Personalmente non credo di aver fatto tabula rasa, se è vero che il mio libro è colmo di citazioni e richiami (alcuni espliciti, veri e propri rimandi-plagi, a Hikmet, Lee Masters e Shakespeare), credo semmai di aver abbassato certi toni al punto tale da renderli parlati, mentre certe immagini iconiche le ho stropicciate in una sorta di poster, per esempio alcuni archetipi, come nelle poesie bibliche intitolate a Noè, Abramo, Eva o Giuda, che sono interpretati alla luce di una mentalità smaliziata e secolarizzata. Ho operato spesso, oltre che un abbassamento, una sorta di rovesciamento (Lazzaro che muore una seconda volta, Giuda che converte i trenta denari in dollari e yen, Eva che mangia l’ultima mela). In queste poesie un suicidio è un aborto tardivo e la preghiera la bestemmia più ipocrita e insincera. Rimaniamo all’ultimo tuo appunto, quello della pietra tombale, del tassello definitivo. Queste sono poesie sul tema definitivo della morte (sindrome da morte imminente, morte di Dio, voci di morti nella sezione Spoon river Italia), ma come parlare della morte? Un vivo ne ha diritto? Ionesco ne Il re muore si tuffa nel “continente inesplorato” rivelando e allo stesso tempo censurando il tabù, attraverso un dialogo assurdo. Qui ho cercato, come lui, di esorcizzare la morte, mettendola dappertutto, partendo dagli esergi; come quello di Shakespeare citato anche dall’Hemingway della Breve vita felice di Francis Macomber, il quale afferma beffardamente che “una morte dobbiamo a Dio” e che “chi muore quest’anno non dovrà farlo quello successivo”. “Pensare è pensare alla morte”, diceva Savinio. Qui io non penso, bensì ritraggo (in caricature) e canto (in falsetto) la morte. Nell’ultima sezione do direttamente la parola ai trapassati, che “dormono e vigilano”. Non ho cercato di spacciarmi per medium, rubandogli le parole, né mettendogli in bocca frasi mie ho evocato fantasmi o ritornanti, che usassero le sillabe che mi avanzavano da libri precedenti; bensì ho cercato una osmosi, un confronto tra chi vigila da altrove e chi sta sopravvivendosi da questa parte della morte. Questa osmosi è una mediazione tra opposti, tra chi parla di vanità o invano e chi non può più farlo, tra terrore e tentativo di disinnescarlo, tra panico e attesa calma di un nuovo attacco. In fondo, in questa vita, si può sinceramente stupire solo chi ammira per la prima volta una cosa oppure chi sta fissandola per l’ultima volta. Ma, in quest’ultimo caso, lo stupore può coincidere con il disincanto.»

“Le ore del terrore”: lettera a Simone Consorti

consorti copertinaCaro Simone, più che una recensione ti scrivo una lettera aperta, perché la questione che le tue poesie pongono è tutt’altro che risolta e non credo di saperla risolvere. Le tue poesie sono belle. Non tutte allo stesso modo, certo. Qualche volta le rime attirano l’attenzione su se stesse e sortiscono un effetto-filastrocca che però forse tu vuoi. Ma sono riuscite. Come ha scritto Anna Maria Curci nella Prefazione, “arrivano” proprio perché sono spoglie. Ti dico la verità: a prima vista, certe tue conclusioni possono apparire banali, o moralistiche, o ciniche. Ma non è così semplice, perché, se anche lo fossero, bisognerebbe ammettere che c’è forza in quella banalità, in quel moralismo, in quel cinismo. Tu sei scettico, spicciolo, disperato. Ma proprio per questo dici, e a volte dici splendidamente, quello che altri nemmeno si fermerebbero a dire perché passerebbero oltre, non si soffermerebbero sul dettaglio o sulla constatazione a cui tu invece dedichi attenzione. Quello che tu dici è così vero da rasentare l’ovvio. Eppure nessun altro lo dice. Altri non si accontentano, cercano, passano oltre. Tu hai il privilegio di fermarti non in superficie, ma alla prima profondità delle cose.

«Quest’uomo è un po’ più scuro
e ha una barba un po’ più ispida
Poco fa ha pregato
con una concentrazione mistica
e ora al cellulare parla in arabo
Ha una camicia spiegazzata
che forse odora di polvere
dico polvere da sparo
e una borsa un po’ sformata
che tiene al riparo
Quest’uomo ha un sorriso velato
e uno sguardo buono e timido
nascosto
Sento che si offenderà adesso
che cambio di posto»

Il tuo atteggiamento nei confronti del mondo è quello che avevo io quando da ragazzo facevo i compiti in classe: pensavo sempre di aver preso tre, così qualsiasi voto mi avrebbe sorpreso in positivo. Tu fai così. Hai il privilegio di guardare il mondo senza desiderio. Perciò ti stupisci di tutto. C’è un detto di Pavese, corrisponde grosso modo agli ultimi due versi de I mari del Sud:  “al mattino si svegliavano che il mondo era già vecchio per loro”. Sbaglio se dico che è quest’atteggiamento che traspare dalla tua poesia?

«Il Millennio si aprirà con due aerei
che faranno strike di grattacieli
e figlieranno guerre in Medio Oriente
Vedo persone scoppiare dal niente
e piazze lavate col sangue
Vedo statue di tiranni abbattute
e in giro tanta voglia di vendetta
Vedo papi buoni intonare canzoni
circondati da un concistoro
di cardinali assassini
che gli fanno il coro
Vedo primavere trasformarsi in inverni
e folle speranzose
assiderate da nuove paure
rimpiangere pochi anni dopo
le care vecchie dittature»

Tu parli con disincanto di tutto, anche del padreterno.

«Non sono il solo che t’imploro
con me ci sono tutti loro
invasati nonne diaconi
folle abbonate ai miracoli
gente che muore e risorge nei vicoli
Questa non è una preghiera
ma una petizione
Abbiamo raccolto seimila persone
e stavolta pretendiamo una risposta
Alcuni sono già in ginocchio
ma altri sono armati fino ai denti
e ti tengono d’occhio
Non sono il solo che t’imploro
con me c’è un nutritissimo coro»

«Quanti ciechi sordi e storpi
nei Vangeli
e quanta pace risanante
stanotte nei cieli
Le strisce infinite degli aerei
la luna che confonde
i miei e i tuoi pensieri
In alto vedo pure
una fuliggine invisibile
e alcuni Dei
Quante stelle inconsistenti
e leggere come efelidi
Eppure questa notte pregherei
se mi guardassero con occhi meno gelidi»

Un disincanto che ti permette di nominare l’innominabile come nessun altro potrebbe fare senza temere la taccia d’amoralità.

«Se i miei non si fossero incontrati
in quel campo di sterminio
non sarei nato io
il merito è tutto di Hitler e di Dio
Per questo tengo accanto al letto
i loro quadri
Uno con la barba bianca e l’altro i baffi
Tutt’e due decisi
dal buio del loro covo
a dar vita a un mondo nuovo
Mio padre non l’ho mai conosciuto
ma me lo immagino un po’ come entrambi
ambizioso e vendicativo
sicuro di sé e terribile
Tutt’intorno era un eccidio
nessun uomo era più vivo
mentre lui si dedicava con fiducia
allo stupro collettivo»

E qui ci avviciniamo al dunque. Mi chiedo: fino a che punto si può fare una poesia priva di pietà creaturale? Ho l’impressione che l’arte tutta sia la risposta -prendi l’affermazione nel modo più laico possibile- all’angoscia provocata dal silenzio di Dio. Ho scritto una volta che la forma è la più durevole manifestazione della pietà umana, perché le altre durano il tempo di un gesto, al massimo di una vita; la forma invece, concretizzata in un’opera, è un atto di umanità che perdura.

Ora, cos’altro è la preghiera -e la bestemmia- se non il risultato del nostro bisogno di una pietà suprema? L’arte è la perturbante consolazione al nostro desiderio -sempre inappagato- di trascendenza. Anche sfigurare l’arte, tagliare la tela, farle dire orrore e indignazione sono atti di trascendenza. A modo loro. Stanno al bello come la bestemmia sta alla preghiera. E in tutto questo non c’è nulla di ideologico: è solo umano. Ma una poesia senza stupore, una poesia che nasce già disincantata, fin dove può spingersi senza diventare, più che un tassello, l’ultimo tassello, la pietra tombale dello smisurato mosaico della poesia? Ecco quello che mi chiedo, e a cui non so rispondere, e che non ha nulla a che fare con il valore -letterario e umano- della tua testimonianza poetica.

Giorgio

POST SCRIPTUM: per le argomentazioni di questa lettera sono in debito con Anna Maria Curci, perché il legame tra la poesia e il Sacro lo ho discusso in precedenza con lei e su sua sollecitazione.

Le “Nuove nomenclature” di Anna Maria Curci

curciCosì ostile a una lettura pacificata da risultare ostica pur essendo intelligibilissima. Così si presenta la poesia di Anna Maria Curci in queste Nuove nomenclature (L’arcolaio, 2015). Un passo di Fortini, riportato nella Prefazione di Plinio Perilli, sembra l’anticipazione di ciò che avverrà nella raccolta:

«Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici. Ridurre l’escursione storica. La lingua dev’essere riflesso-anticipo (e ironia) della unificazione neocapitalistica. Ridurre gli elementi espressivi. Le allusioni siano al linguaggio delle decisioni (burocrazia, economia, sociologia, politica) e non a quello delle funzioni (tecnica, pubblicità, giornalismo). Ironia sulle cause non sulle loro conseguenze.»

E ancora: «quanto maggiore è il consenso sui fondamenti della commozione, tanto più l’atto lirico è confermativo del sistema»

Ecco, Anna Maria Curci manifesta un totale dissenso sui fondamenti della commozione, e non conferma nulla. Nemmeno le griglie interpretative del lettore. La sua specialità è il “ritratto d’epoca”, tagliente, rapido, implacabile, dove un dettaglio o un etimo diventano campioni di un intero Zeitgeist verso il quale l’autrice esprime un rifiuto senza odio. Il linguaggio del neocapitalismo, oggetto di questa tassonomia stravolta, trancia la coscienza del lettore come un grido: ma non un grido soggettivo: un grido, direi, che sta nei fatti. La migliore denuncia di un’iniquità non è nell’invettiva, ma nella pure enumerazione dei fatti, senza un lamento, senza autoindulgenza, senza neppure una considerazione. Anna Maria Curci lo sa. Non è, il suo, un classico messaggio in bottiglia, una “comunicazione” che s’adempie nel passaggio dallo scrittore inquieto al lettore appagato. Piuttosto è una parola-azione, non didascalica, ma fatta di pura registrazione sia del sistema significante dell’epoca, sia dello sconquasso umano che provoca. Che usa mezzi poetici antichi, perfino inflazionati, per fare una poesia completamente odierna. E’ chiaro perché queste poesie siano altrettante Nuove nomenclature: sono definizioni che ridefiniscono il senso delle vecchie parole e smascherano l’orrore delle nuove. Affrontano i linguaggi contemporanei usando però con disinvoltura -perfino con qualche eccesso erudito- gli strumenti e le figure della tradizione. In qualche caso -soprattutto nella seconda sezione della raccolta, intitolata Staffetta- la padronanza tecnica, la vastità di riferimenti cui l’autrice può attingere e dei linguaggi che padroneggia hanno il sopravvento sull’omogeneità di espressione e forma. In quei casi la poesia non arriva, o arriva attenuata: il bersaglio non viene centrato perché sfocato dalla visibilità degli strumenti messi in campo, o dall’architettura del componimento, che conquistano il proscenio lasciando a tutto il resto il retroscena -solo che tutto il resto è proprio il cuore di questa poesia. Ma è un difetto intrinseco alla via difficile dell’autrice, al suo interesse per la forma anche presa in se stessa, e soffermarcisi equivale ad amputare la sua poesia, a rimproverarle di chiamarsi Anna Maria Curci e non solo Anna Curci. Più essenziale è prender coscienza di come questo vasto repertorio culturale si traduca in esiti di inquieta audacia linguistica, in continui perturbamenti e fratturazioni dell’unità discorsiva, sempre sostenute da un senso dell’architettura che scende dalla tradizione letteraria anche quando la viola, come in queste strofe tratte da 13 agosto 2011:

«il cavallo, che esibisce

capi di stato maggiore

e con la coda spazzola

poeti a Unter den Linden.

Io guardo muri dipinti,

la sera un video di Arte

su JFK, quel giugno, lì.

Se vuoi, dai voce alla storia.»

E’ una poesia scontrosa, così poco intimista che, laddove tocca corde più liriche, arriva come una sorpresa toccante e un poco imbarazzante, quasi fosse stato violato un patto di non confessione fra autrice e lettore. Ma che vitalità in questo antilirismo, dove iterazioni, rime interne, parole scomposte in unità più piccole per ricavare un etimo o evocare una voce straniera risultano in un sorvegliato effetto di sovreccitazione, di lucida instabilità! Una forza espressiva che risiede tutta nell’organizzazione plastica degli elementi formali. Quando trova l’urgenza espressiva dentro la forma, la poetessa dà i suoi esiti migliori. Quando le unità formali aggettano di per se stesse, il risultato si fa più pletorico. Ma è un peccato veniale.

Delle sezioni un cui si divide la raccolta –Nuove nomenclature, Staffetta, Settenari sparsi, Dodici distici del disincanto, Distici del doposcuola, Canti del silenzio– le prime due sono le più complesse, ma le ultime disegnano, con la loro struttura, un percorso che è difficile ignorare. In particolare è difficile ignorare l’importanza dei Canti del silenzio, situati significativamente in fondo al libro. Canti che poco si prestano a commenti, e che richiedono un ascolto assoluto. Dopo le nomenclature tormentate della contemporaneità, si eleva un inno incantato e desolato al silenzio. E il percorso che si delinea tra Staffetta e la conclusione non può che conchiudersi logicamente (e tragicamente) nell’invito all’ascolto del silenzio.

Staffetta si conclude con un ripiegamento interiore -sia pur parco. I successivi Settenari sono come un altezzoso abbandono all’ineluttabile. Nei loro toni gnomici si colgono trasognamenti fatalistici alla Khayyām, reminiscenze leopardiane e cioraniane. Una cupa, classicheggiante compostezza. Ma c’è un inquilino nuovo della raccolta, che finora era stato a guardare e adesso appare in ombra, inquietante e familiare come Apollo nel racconto di Isadora Duncan di Savinio. E’ il mistero del creato e della creazione. Si è proceduto, fino a questo punto, dentro la coppia jankélévitchiana mistero-segreto con qualche oscillazione, ma finendo per scegliere il primo: non c’è un segreto che si nasconde, ma in fondo si può dire: c’è un mistero che si fa, e si può solo constatare, di cui si può solo tacere ascoltando: la gnome del mistero può riguardare solo la ricerca, il dubbio, la stupefatta constatazione.

«Sentivo la mattina

picchiare il ferro il fabbro.

Quel mondo nel cortile

era sogno, era vero.»

I Dodici distici del disincanto sono affilatissimi e contengono lucide dichiarazioni di poetica; ma la scelta formale, di così drastica concinnità, fa capire che il percorso tracciato nella sezione precedente sta continuando: dalle quartine siamo passati ai distici. Non si può più fare discorsi, e nemmeno ritratti d’epoca. Si possono fare solo dichiarazioni, tanto assolute quanto distratte. L’esito è indicato in uno dei successivi Distici del doposcuola:

«Assennata e composta la bambina

sorseggia il tedio tutto fino in fondo»

Il tentativo di dare nuova forma al linguaggio è risultato in una scomposizione del linguaggio nei suoi elementi minimi, poi è sfociato nel tedio. Adesso si può solo dare forma al silenzio.

In un commento a Fotografia dell’11 settembre di Wislawa Szymborska avevo fatto -chiedo perdono se mi autocito- questa osservazione:

«E c’è qualcosa che questa poesia c’insegna non solo sull’11 settembre, ma sulla poesia stessa. Oggi si dice che le parole non hanno più spazio. E’ un ritornello che oramai, a ripeterlo, paga. Non è vero. E’ una bugia. Di parole ce ne sono fin troppe. Siamo sommersi di parole, inondati da parole che spesso non significano niente. Come quelle che si son dette sull’11 settembre. La gente non è più disposta ad abbandonarsi alle parole. Anche i poeti sono più smaliziati, non hanno più quella fiducia assoluta nel proprio mezzo d’espressione. La sfida d’ogni poesia, ch’è dire con la parola quello che la parola non sa dire, ch’è fare della parola una cosa mentre la parola, per sua natura, può solo girare intorno alle cose, quella sfida non è più possibile. Un poeta di oggi è un post-poeta e fa della post-poesia. Szymborska lo ha detto, con la sua grazia sovrana, negli ultimi tre versi: “Solo due cose posso fare per loro [le vittime della strage] / descrivere quel volo / senza aggiungere l’ultima frase”. Il poeta contemporaneo si arresta proprio dove il suo collega antico e moderno avrebbero cominciato: dinanzi al mistero della morte. La strage delle Torri Gemelle assurge a simbolo di un mondo che non è più comprensibile cogli strumenti della poesia e con quelli della ragione.»

Lo stesso esito disperato a cui giungono queste Nuove nomenclature.

Cristina Polli, “Tutto e ogni singola cosa”

01 TUTTO E OGNI SINGOLA COSA COP_01 TUTTO E OGNI SINGOLA COSA COToni idilliaci dissimulano una pulsazione incalzante. Così si presenta la poesia di Cristina Polli, profondamente femminile per la vitale essenzialità, la contemplativa drammaticità dei momenti più intensi. Robert Schumann scrisse che la musica di Chopin somigliava a “cannoni nascosti tra i fiori”. Potremmo dire lo stesso di questa poesia, ma l’immagine dei cannoni si rivelerebbe fuorviante: qui la forza non è mai muscolare, è forza senza afflato di potenza. Cristina ci schiude una vita segreta, separata in apparenza dal “reale”, custodita come una perla rara che può uscire solo così, timidamente, con forza. Non è una poesia confessionale: è la mappa di una difficile geografia interiore, di un mondo custodito e difeso e non esposto, un mondo che non può vivere nel mondo esterno, anche se sente e vive il mondo esterno. Ovunque un senso di assenza, di attesa, un’angoscia trattenuta e immobilizzata in istanti-simbolo come nella pittura metafisica. Tutto è rarefatto, le parole sono posa raccolta sul fondo, piccole pause nel silenzio. La musica di questi versi non va cercata nel suono, ma nei silenzi a cui il suono è sottratto. E’ l’autrice stessa a dirci, al principio della raccolta, che la sua sensibilità consta di “composti tormenti di passioni”.

Genero metafore di pietra,
roccaforti a spigolo vivo, oltre
strali di parole che trapassano
come lame taglienti i miei pensieri –
residui di avidità – prigionieri
di una cupa estranea accidia.”

Il sentimento si compone in figure archetipiche. Una delle quali è la lontananza:

guardo la ringhiera scrostata
intrisa di amati inverni e di mani
aggrappate a tratttenere distacchi
quando ancora non hai imparato
a lasciare andare,
a farti tutt’uno con l’erosione
che mischia sale e sabbia.”

Cristina è “ancorata al distacco”. Come la sua Nausicaa, che va incontro all’abbandono di Ulisse già prefigurandolo:

Rinnegherai il tuo vagabondare
e sarai il mio dolore d’abbandono.”

Non sembra darsi, in una interiorità così assoluta, una comunione con l’Altro se non mettendo in comune la solitudine. Tutto è segreto in quest’universo:

Nascosta è la parola che m’incanta
il lampo fulgido
che rischiara il campo.”

E’ un universo conchiuso e fortemente orizzontale, da cui schizzano improvvisi slanci verticali, spesso sottolineati dall’endecasillabo:

ché il mare è metallo d’armatura.”

La parola non guarisce e non salva: è una parola testimone della pazienza con cui “tendiamo i sensi al cielo” anche se dal cielo non giunge risposta. Lo “sgomento d’accaduto” che la domina determina una modalità post factum, una psicologia che fa esistere l’azione umana solo nella successiva contemplazione interiore. I versi non si dipanano, non si librano: scendono piuttosto, lentamente. Una sensibilità così solitaria non esclude però una introversa empatia, dove l’Altro e il Divino vengono messi sullo stesso piano: difficili da attingere, l’Altro e il Divino sono entrambi preziosi, entrambi anelati. La divinità dell’Altro è il presupposto su cui poggia lo stare al mondo della poetessa Cristina, per la quale accogliere l’Altro significa accoglierne l’interiorità nella propria. Il ricorso al mito classico è significativo sia del pudore espressivo dell’autrice, sia della sua volontà di pensare in universali. La poetessa Cristina è capace di vivere solo in profondità, nell’inconscio individuale e collettivo, nei sottosuoli dell’umano:

Noi, Sisifo assorto in trasporti di pietre
meditiamo
dolore
e ritardiamo l’Incontro.
Spostiamo macerie
che franano sull’Io,
sulle membra consunte,
sull’anima dissolta.
[…]
stanchezza che plasma il senso,
surrogato di pensiero,
barricata all’Incontro.”

Questa coscienza “barricata all’Incontro” non esclude il dono di sé, ma è un dono che si dà nell’accettazione dell’Altro come enigma, che genera un consapevole abbandono:

Accosta la sedia al muro
sarà l’impianto del pensiero
a sorreggere il dolore.
Siedi senza interrogare
aruspici di linee,
resta nell’inessenziale,
nell’essenza del dono.
E il buio ti trova
nell’abbraccio sognato.”

Se l’Altro e il Dio coincidono, e sono un enigma, l’appuntamento mancato con il Dio sembra una condizione permanente:

E il sole cantava la sua gloria indifferente
sui finestrini delle auto in movimento
Sarebbe potuto scendere un dio.

Ho preso il biglietto dell’autobus
dalla tasca della borsa
per il viaggio di ritorno.

Ho mancato il dio.”

L’Io si scompone, non è un essere, ma un “desiderio d’essere”, un rifrangersi del Sé negli altri:

Non ho voce
se non ascolti e taci.

[…]

Non ho volto
se il sembiante dissolto
cancelli.”

Il Tu, a sua volta, è fuggevole e mobile, e si cristallizza in oggetti-simbolo lontani:

Luna di mezzo agosto
[…]
sfumi il mio sonno il tuo perduto splendore
e culli il tuo ritorno la mia nostalgia di vederti
rifranta in scintille su spicchi di mare
fugaci lumi sul tuo taciuto errare

Tormentato dall’eccesso di consapevolezza, affaticato dalla difficoltà di raggiungere un consapevole abbandono, l’io poetico, apolide della mitologia, si rifugia nel topos della richiesta di oblio, e suggerisce che solo dentro l’oblio può darsi l’Incontro (che dunque l’Incontro non può essere mai davvero conosciuto, è impermeabile alla coscienza):

Vorrei che la solerte coscienza
prendesse il suo riposo
sdraiata su una coltre d’oblio
come un amante appagato.”

Il “vagare immoto”, l’ossimoro che governa l’io poetico di Cristina, non va confuso però con l’egotismo. Abbiamo tracce di una silenziosa ma tenace coscienza civile:

il tempo dedicato
a credere nei bambini che siedono
scomposti nei banchi
che abbiano un giorno
parole di cuore e coraggio
e un mondo in cui viverle

Questo taciuto desiderio di trasmettere e accudire testimonia -ancora- della profonda femminilità di questa poesia. Come nota Anna Maria Curci nella Prefazione, Cristina Polli poetizza la vita femminile della lotta, la pazienza nella lotta che trova il suo archetipo mitico nella figura di Nausicaa, che già conosce l’abbandono di Ulisse ma non si sottrae ad esso, che risponde a un fato immutabile con il suo esserci.