Una repubblica privata

chiara romanini

(fotografia di Chiara Romanini)

«Quando ero piccolo ho volato. Ero in piedi su un tavolo, quando mi sono librato in volo. Il mio corpo per alcuni secondi ha levitato. Poi sono atterrato dolcemente sull’erba. Bella età, l’infanzia. Ero così puro che anche gli oggetti mi obbedivano. Chiedevo alla palla di tornare indietro e la palla, come fossi un Messia, tornava indietro. Prevedevo il momento esatto in cui si sarebbe acceso il lampione. Ero un bambino prodigio. Ricordavo tutto. Prendevo il calendario di agosto e, in pieno ottobre, ricordavo giorno per giorno cosa avevo fatto davanti ai miei allibiti genitori. Loro non mi capivano. Io ero amico di tutti gli animali. Sentivo la loro sofferenza, la loro innocenza, e la sento tuttora. L’uomo sbaglia a credersi superiore: è solo un animale spocchioso, talmente spocchioso da essersi inventato un Dio per poter dire di essere fatto a sua immagine e somiglianza. Secondo me gli animali non hanno voluto per sé i privilegi dell’evoluzione perché ne avevano intuito prima di noi i guasti e prima di tutto il denaro. Per non avere a che fare col denaro sono rimasti nei boschi e nelle acque. Sono più intelligenti di noi. Io odio il denaro. Nella mia famiglia si parlava solo di soldi, e io odiavo la mia famiglia. Sognavo di essere in qualsiasi altro luogo e in qualsiasi altra epoca. Una volta ho letto un libro su un tizio che aveva sviluppato 16 personalità non comunicanti per sfuggire alle angherie della sua famiglia. Io non sono pazzo come lui. Io sono il progressismo! Poco importa. Dopo aver frequentato un po’ il mondo del lavoro ho preferito la compagnia degli animali. Quando lavoravo, ascoltavo tutto il giorno volgarità e razzismo. Andavo al bagno a riposarmi le orecchie perché preferivo la compagnia del cesso a quella dei colleghi. A lavoro si mettono a fare discorsi razzisti senza nemmeno pensare che qualcuno potrebbe non essere d’accordo. Persone che s’incontrano sull’autobus, per parlare di qualcosa, fanno discorsi razzisti. Un tempo, fra persone sconosciute, c’era la regola di parlare di un argomento neutro -come il tempo- per evitare che sorgessero dissensi. Oggi l’argomento neutro è il razzismo. Chi fa discorsi d’odio non sospetta nemmeno che possano sorgere dissensi -e i fatti gli danno ragione: non sorgono perché la maggior parte della popolazione è d’accordo. Ora sono tornato al mio amore d’infanzia, gli animali. Ho fatto una colonia felina e l’ho recintata. Lì valgono solo le mie leggi. E se qualcuno viene a disturbare i gatti, noi gli rispondiamo: -Questa è una repubblica privata, dove noi siamo signori e tutti uguali. Non c’è razzismo qua. Vogliamo solo essere lasciati in pace.»

Una voce

index

L’editore continuava a pensare alla telefonata. Era stato di pomeriggio. Non era successo niente di particolare quel pomeriggio e niente di particolare sarebbe successo la sera. Tranne la telefonata. Una donna che aveva pubblicato il suo unico libro tanti anni prima lo aveva contattato per chiedergli di sottoporgli un nuovo dattiloscritto e aveva detto, “ma con una voce, una voce che si protende verso di te e che ti cerca per essere toccata”: -Per favore mi legga. Anche solo una pagina alla sera, ma mi legga. Non mi lasci sola”.

Il ricordo di quella voce lo perseguitò per giorni e giorni, e ancora gli procura un brivido se ci ripensa.

Confessioni di un poeta mancato

«Ho scritto poesie, ma non sono un poeta. La poesia è sempre un fatto, e mai un commento ad un fatto. Se non poteva essere detto altrimenti, allora è poesia. Io non so dare questa forza alle parole. Le mie poesie possono esser dette in molti altri modi. Io vedo sempre, dietro la parola, la cosa. Le mie poesie sono delle meditazioni in versi, ed io sono troppo contenutista per poter essere compiutamente un poeta.»

*

«Vorrei essere un uomo d’azione, ma Rilke m’ha piegato le vene. Non sono un artista: sono un uomo annientato dalla potenza dell’arte.»

*

«Se potessi rinascere, vorrei essere Jacques Brel: un sublime artigiano di un’arte minore, un piccolo meraviglioso artista pieno di fuoco e passione, che non aveva con le parole che un rapporto incidentale.»

*

«Un pomeriggio di maggio, ero nel parco a fumare, alla mia destra vedevo un ragazzo -panama bianco, camicia grigia a fantasia, giacca rossa, sciarpa arancione portata “alla Fellini”- istruire con aria da regista un altro ragazzo sull’interpretazione di uno squallido monologo comico alla Woody Allen; e l’altro, più che recitare, lo squittiva. A sinistra due giovani magrebini, con le loro magliette bianche, consumavano un pasto frugale. Li guardavo come due liberatori. La loro vista mi rinfrancava. Non c’è nulla di più indecente dello spettacolo di chi posa da artista.

Anche a chi ha vero talento dovrebbe esser proibito avere pose. Ci vorrebbe una multa per coloro che applicano a se stessi parole come “scrittore” e “poeta”. Come ai credenti è proibito pronunciare il nome di Dio invano, così agli amanti di un’arte, proprio in virtù dell’amore per quell’arte, dovrebbe essere comandato questo esercizio spirituale, questa sorta di dieta interiore.»

L’ultimo libro

Mark_Rothko_Number_9-977x1200_thumb.jpgStamattina mi sono collegato a Linkedin dopo un anno per vedere gli annunci di lavoro, e per prima cosa mi è apparso un suo messaggio. Mi manca. Era di una bellezza silenziosa, e forse lo ho sottovalutato, l’ho relegato nel posto dei non protagonisti.

Quando ho saputo della sua morte ero al telefono. All’inizio non avevo nemmeno capito la mail, poi mi sono reso conto ch’era successo qualcosa di grave. La sera, C. mi ha mandato l’ultimo libro, inedito, del nostro amico. Lo ho letto di corsa.

Più che insignificante o arrabbiato, mi sono sentito un deficiente. Non mi ero accorto di nulla. Nelle nostre lettere, mi chiedeva soprattutto di me. A un certo punto mi ha scritto che non poteva più scrivermi: problemi a lavoro, tanto da fare, poco tempo.

Se rileggo le mie lettere, mi sento completamente egocentrico a fronte della totale generosità di lui. Era un talento puro e una persona pura. Accettare il suo partire dalla vita mi è quasi impossibile, perché pochi artisti hanno espresso un così limpido amore per la vita. I suoi libri sono lettere d’amore alla vita. Eppure lui ha deciso di rinunciare alla vita. Mi sono detto tante cose, dopo la sua morte. Se uno come lui non vive più, che ci sto a fare io qua? Come staranno i suoi? Come starà la sua gatta?

Nel suo ultimo libro, ci sono testi che già conoscevo, o che sembrano scritti dall’uomo che conoscevo. Altri no. S’insinua una seconda voce, sinistra, maligna, e prende il sopravvento: la voce della malattia.

Era di un’umanità troppo pura. Ma era molto malato. In uno di quei testi preannunciava la sua morte. Ma anche C., che è un uomo sensibilissimo, mi ha detto: credevamo fosse finzione letteraria. Purtroppo non era finzione.

Sono stato egocentrico, gli parlavo troppo di me e non sapevo abbastanza di lui. Anche altri mi hanno detto lo stesso. Forse era lui a disporci a questo, credo che avesse un gran bisogno di nascondersi per quello che era davvero. Aveva dovuto farlo nel mondo del lavoro, o forse prima, e doveva essere diventata una seconda natura. Si nascondeva anche con gli amici. Forse preferiva ascoltare anche per questo.

Adieu – una lettera

rothko1_thumb.jpg

«Cara Elena,

la letteratura ormai è lontana dalla mia vita quanto te. Me ne sono allontanato da anni, e nell’allontanarmene mi sono accorto che, in fondo, ne ero lontano già prima. Negli anni universitari, ho dedicato alla lettura un tempo molto inferiore a quello che un qualsiasi aspirante scrittore dovrebbe, e tutta la mia produzione letteraria è consistita in un libretto pubblicato a pagamento da una casa editrice famosa solo per i prezzi da usura che applica agli aspiranti autori, ai quali fa una proposta editoriale basata sulla cosiddetta qualità dell’opera, ma in realtà questa proposta la fa a tutti, indipendentemente dalla suddetta qualità dell’opera, e manda un contratto di edizione in cui propone di editare 300 copie del libro chiedendo all’autore di acquistarne, a prezzo da usura, 150, per poi stampare semplicemente i libri di chi può pagare, indipendentemente dalla millantata qualità dell’opera, e c’è la probabilità che stampi esclusivamente le 150 copie pagate dall’autore e che le altre 150 non esistano nemmeno. Non editoria, insomma, ma tipografia: ed è difatti nelle tipografie che mi è capitato di vedere esposti i loro libri: anzi per essere precisi in una tipografia, che è la stessa probabilmente dove li stampano.

Al momento non ho progetti di scrittura, né ho il tempo di scrivere, perché devo procurarmi un lavoro. Come saprai, mi sono sposato, e non posso certo dire a mia moglie: ti porto un libro inedito a colazione, uno a pranzo e uno a cena. Ho cercato di lavorare con la scrittura per anni, stimolato da te, col risultato che a più di trent’anni mi trovo col culo per terra. Personalmente preferirei non avere mai imparato l’alfabeto, e se avessi aperto un’officina meccanica a 19 anni mi sarei evitato tante illusioni e tante conseguenti delusioni. La certificata qualità della mia scrittura è stata certificata soltanto da te, e credo sia anche per tua responsabilità, oltre che per mia imbecillità, se ho perso tanto tempo dietro a una cosa che non sapevo fare e mi sono ritrovato, a più di trent’anni, col culo per terra. Alla tua domanda su cosa sto leggendo e scrivendo ti rispondo: nulla. Sto leggendo annunci di lavoro e sto scrivendo lettere di presentazione. Purtroppo, ho dovuto perder tempo anche per leggere la tua lettera e risponderti. Ti pregherei quindi di non scrivermi più, perché tanto io non rispondo; e nemmeno di telefonarmi, perché tanto io abbasso; e vorrei che mi considerassi morto, anzi che ti scordassi della mia esistenza, perché a me non fa piacere ricordarmi della tua. Con disistima»

Un caso di cronaca nera

Gesualdo3

«Di aspetto poco imponente, piuttosto accigliato, meridionalmente indolente, pieno di affettazioni di grandezza e di galanteria di gusto spagnolesco. Si anima per discorrere con irrefrenabile loquacità di musica e di caccia; si sforza dovunque vada di far eseguire ed eseguire egli stesso musica, pronto se manchi un cantore a partecipare all’esecuzione dei propri madrigali, dei quali discorre diffusamente, additando all’interlocutore i passi più notevoli per invenzione o artifizio; ama suonare il liuto e la chitarra spagnola e lo fa con gran maestria e con intensità espressiva sottolineata dal continuo atteggiare e muoversi.»

Così apparve il principe Carlo Gesualdo al conte Alfonso Fontanelli, inviato dal duca di Ferrara Alfonso Il d’Este. In atteggiamento di penitente lo si può osservare in una sbiadita pala d’altare.

Il principe Carlo Gesualdo nacque a Venosa l’8 marzo 1566, come testimoniato da due lettere custodite presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano, figlio di Fabrizio II e Geronima Borromeo, sorella di Carlo Borromeo. Seguì a Napoli studi severi, ai quali fu avviato dal padre, discreto letterato e noto mecenate, legato ai Gesuiti. A diciannove anni pubblicò il suo primo mottetto, Ne reminiscaris Domine delicta nostra.

Nel 1586 sposò la cugina Maria d’Avalos, nata da Carlo principe di Montesarchio e da Sveva Gesualdo. Il matrimonio avvenne a Napoli il 28 maggio 1586, con dispensa di papa Sisto V, nella chiesa di San Domenico, vicino al palazzo della famiglia Gesualdo. Carlo aveva vent’anni e Maria ventiquattro. Un giorno Maria Gesualdo conobbe Fabrizio Carafa, duca d’Andria e conte di Ruvo, di cui si innamorò benché egli fosse sposato con Maria Carafa e padre di quattro figli. I due si incontravano perfino nella casa del principe, il quale tutto sapeva e meditava la vendetta. Il 16 ottobre 1590 Carlo Gesualdo avvertì Maria che, insieme ad alcuni suoi servi, sarebbe andato a caccia nel bosco degli Astroni, restando lontano due giorni. Era solo l’ultima parte di un piano preparato nel dettaglio. Nella notte fra martedì 16 e mercoledì 17 ottobre 1590 i due amanti vennero colti in flagrante nella camera da letto di Maria e barbaramente trucidati. Dal punto di vista legale, le circostanze giustificavano l’operato del principe, tanto che questi si recò personalmente ad informare dell’accaduto il viceré Miranda, il quale lo esortò ad allontanarsi da Napoli per sfuggire non già alla legge, ma al risentimento delle famiglie degli uccisi. Il principe fuggì da Napoli e si rifugiò nel castello-fortezza di Gesualdo. Il processo venne archiviato il giorno dopo la sua apertura «per ordine del Viceré stante la notorietà della causa giusta dalla quale fu mosso don Carlo Gesualdo Principe di Venosa ad ammazzare sua moglie e il duca d’Andria». Il principe rimase a Gesualdo finché non venne accertato che il risentimento delle famiglie dei d’Avalos e dei Carafa si era sedato. Per tenersi al sicuro da eventuali attacchi nemici, si dice -ma non è accertato- che abbia ordinato il taglio del bosco di querce e abeti che ammantavano la collina davanti al castello, per avere un orizzonte più libero e vasto.

Dopo tre anni e quattro mesi dal duplice assassinio si recò dal conte Cesare Caracciolo e dal musico Scipione Stella, a Ferrara, per unirsi in matrimonio con Eleonora d’Este. E  il 21 febbraio 1594 Carlo Gesualdo sposò Eleonora d’Este, cugina del duca di Ferrara Alfonso II. Da Ferrara gli sposi passarono a Venezia. Da qui, via mare, raggiunsero Barletta, dirigendosi poi verso Gesualdo. Ivi il principe passava il suo tempo occupandosi di caccia e di musica. Poiché Eleonora era incinta, nel dicembre dello stesso 1594 la coppia ritornò a ritornarono a Ferrara per restarvi circa due anni. Ma a Ferrara Carlo non riuscì a legare con l’Accademia musicale, la più aristocratica ed esclusiva del tempo, dove non gli permisero di diventare “prim’attore”. Tornò quindi a Napoli, lasciando a Ferrara la moglie e il loro figlio Alfonsino. Temendo però ancora la vendetta delle potenti famiglie d’Avalos e Carafa, si ritirò definitivamente, nel mese di giugno del 1596, nel castello di Gesualdo, fatto restaurare in modo che divenisse, da austero maniero, residenza fastosa.

Autore di esuberanti madrigali, nei quali anticipò le più avveniristiche conquiste musicali del novecento, il principe Carlo Gesualdo visse nello sfarzo. Per cercare la pace dell’anima e il perdono di Dio, fece edificare tre chiese e due conventi. Nel castello fece realizzare un teatro per la rappresentazione delle sue opere e una stamperia per la pubblicazione dei testi musicali. Il castello di Gesualdo divenne tra i più importanti centri musicali del suo tempo, frequentato da appassionati e da letterati fra cui Torquato Tasso. Il principe Carlo Gesualdo da Venosa morì l’8 settembre 1613 nel suo castello, all’età 47 anni, senza aver mai scontato il suo delitto e accompagnato da insistenti voci che parlavano di avventure galanti e di maltrattamenti alla moglie. Fu sepolto nella cappella di famiglia della chiesa del Gesù Nuovo e Niccolò Ludovisi gli succedette nei feudi.

Il fantasma della casina rosa

f1_0_guido-morselli-il-genio-segreto

Serena abitava nella casina rosa, l’eremo in cui Guido Morselli scrisse molti dei suoi libri, a picco sul lago di Varese, a Sasso di Gavirate. Ogni notte sentiva dei passi sul tetto.

-Era proprio sopra la mia stanza da letto. Era la primavera, c’eravamo appena trasferiti. Andò avanti tre mesi. Puntuale, tutte le notti da mezzanotte a mezzanotte e venticinque. Poi i passi cessarono.

-Cosa era successo?

-Mio marito aveva costruito una staccionata per tenere lontana la gente perché passando molestava le rose, toccava i boccioli, impediva loro di sbocciare. Il rumore di passi cessò. L’assessore di Gavirate vide la palizzata e mi disse che ai tempi di Morselli ce n’era una uguale, forse per difendere le rose, ma era stata tolta.

Protette dalla palizzata le rose di Morselli sono tornate a sbocciare. E i passi misteriosi sul tetto sono cessati.

-Siamo sicuri che il trambusto sul tetto non fosse causato dai ghiri, gli animali che, coi loro rumori, spinsero Morselli a lasciare il rifugio sul lago?

-No, erano passi. Non abbiamo mai avuto ghiri qui.

Serena lavora al comune di Gavirate ed è una persona concreta. Però crede al fantasma. Non ha mai dormito alla “Casina rosa” la notte tra il 31 luglio e il primo agosto, quella in cui Morselli trovò il manoscritto di Dissipatio H.G. rifiutato da Mondadori, prese la sua pistola -“la ragazza dall’occhio nero”- e si sparò.

***

Morselli andava in giro con abiti consunti, metteva uno spago al posto delle stringhe, ma aveva i tratti del signore. Signore di campagna: un tipo solitario, che amava più la natura che la città.

Era magro, con un naso aristocratico, e faceva sentire il suo rango. Sulla carta d’identità c’era scritto “agricoltore”. Con le persone che incontrava preferiva parlare dei suoi capperi o del suo vino che di progetti letterari. Su ogni manoscritto rifiutato disegnava un fiasco.

Aveva una sensibilità naturalistica e fu fra i primi a scrivere articoli contro gli scempi architettonici del boom industriale. Sosteneva che la natura è un diritto di tutti e non solo dei cittadini benestanti che al weekend lasciano le città per andare al mare o in montagna. Quando si è tolto la vita, non stava più nella casina rosa. Se n’era dovuto andare a causa dei motocrossisti e dei ghiri. Entrambi facevano rumore, e lui era sensibile ai rumori. Aveva scritto una lettera a Konrad Lorenz per risolvere il problema dei ghiri. Ma l’etologo, come tanti altri, non gli aveva risposto. Morselli scriveva lettere a nessuno.

***

Un gruppo di obiettori di coscienza era andato a vivere alla casina rosa prima di Serena. Scapparono via. Sostenevano che nella casa abitasse un fantasma.

Una notte la figlia degli inquilini attuali si è svegliata dicendo che un uomo la guardava. La cosa è finita lì per qualche tempo. Poi la bambina è entrata nella biblioteca di Varese e ha detto: “E’ quello l’uomo che c’era nella stanza”. Era un cartellone che raffigurava Morselli.

Ma, da quando le rose hanno ricominciato a fiorire, il fantasma di Morselli non è riapparso più.

Manoscritti

 

579

Giuliano Vannicola, classe 1960, era affascinato dai manoscritti degli scrittori e voleva essere a sua volta uno scrittore e lasciare dei manoscritti; ma non sopportava la propria scrittura e non voleva assolutamente scrivere a macchina perché doveva a tutti i costi lasciare dei manoscritti. Così, passava il tempo ricopiando le sue frasi infinite volte, con una scrittura che si faceva sempre più esitante mano a mano che la sua nevrosi si aggravava. A febbraio del 1993 indementì del tutto, e quando lo portarono in ospedale psichiatrico aveva tutta la casa piena di fogli e quaderni su cui aveva tentato di scrivere un’unica opera: un romanzo di cui si disse che aveva un inizio sfolgorante, una buona prima parte e una seconda che era la triste testimonianza del crollo delle sue facoltà mentali. L’opera non fu mai pubblicata e lui morì pazzo. Poco tempo dopo la sua morte, un guasto al sistema elettrico provocò un incendio che distrusse la sua casa con tutti i manoscritti dentro, e di tutto il suo tormento non rimase una singola traccia.

Danielle

rothko1

«Qualcuno deve aver dichiarato una guerra mondiale. Ma non c’è bisogno, in verità, di dichiararla. Danielle è morta. Prima di essere morta era viva, e si chiamava Danielle. Aveva la sindrome di Asperger, e non solo. Era nata col nome di Kayden. Ma il corpo di Kayden non le assomigliava, lei si sentiva Danielle. Chiusa dentro la sindrome di Asperger, chiusa dentro il corpo di Kayden, aveva scelto di diventare Danielle. E sua madre la chiamava così: Danielle.

Danielle aveva un cane che la salvava quando cercava di farsi male. Aveva degli amici, alcuni accanto a sé, altri nel mondo. Lanciava video come messaggi in bottiglia, li lanciava su You Tube e tutto il mondo sapeva di lei, sapeva che aveva scelto di scarcerare Danielle da Kayden, di scarcerare l’intelligenza per andare al college. Ma le autorità cittadine hanno scelto di farla restare in carcere, le hanno negato i fondi per il college. Danielle lo ha raccontato su You Tube. Tutto il mondo lo ha visto. Ma la porta della prigione s’era chiusa.

Qualcuno deve aver dichiarato una guerra. Perché Danielle si sta facendo male, lo fa spesso perché ha la sindrome di Asperger e tante altre cose. Danielle è in casa, qualcuno entra e spara. E Danielle non esiste più, Danielle è un angelo. Nessuno dovrà spiegazioni. Danielle stava usando un coltello, ma lo usava contro se stessa. Il cane sapeva come salvarla. Ma qualcun altro è entrato in casa che non era il cane, era un uomo armato, qualcuno delle autorità cittadine; dice che Danielle gli ha puntato il coltello; l’ha uccisa.

Nessuno dovrà spiegazioni. C’è una guerra sottile e nessuno l’ha dichiarata. Dicono che un gruppo di persone, non numerose ma forti, nate col culo al caldo, nate col culo d’essere tutte uguali e di non aver provato alcun dolore, ha dichiarato guerra a tutti gli altri. Che siano profughi, donne, froci o gente di colore, siano zingari Asperger senzatetto disoccupati o anche solo gente che soffre, loro li cancellano, a poco a poco.

C’è una guerra mondiale e nessuno l’ha dichiarata. Non occorre dichiararla: gli uguali sono già d’accordo. Sono pochi, ma sono i più forti. E gli altri spariscono, a poco a poco. Cadono gli angeli come cade la neve: come cade la neve, e poi si scioglie.»

I gatti del porto

gatti del porto

Timidi e paurosi si avvicinano i gatti. Li chiami, non ti ascoltano. Sentono solo l’odore del cibo. Studiano il tuo corpo e decidono se sei amico o nemico. Non parlano perché con la parola si mente. Ma cantano, perché nel canto non si mente. Anche tu, perché ti ostini a tradurre in parole i canti e suoni che ti scoppiano in cuore? Le parole sono ombre di ombre. Lancia come palloni le parole, fai come i gatti e cantale! I gatti si avvicinano. Prima il gatto dominante, poi gli altri si fanno d’attorno al tuo cibo. Non chiedono altro. Non chiedere ai gatti di parlare. Ma guarda il loro corpo. La loro compagnia è più intensa se sono distanti. Guardali! La natura ti parla nei gatti. La natura ha paura. I gatti del porto: belve bambine che si muovono come ombre. Piccoli autistici impauriti da tutto fuorché dalle loro abitudini. Guardali e impara. Getta i significanti nel canale: abboccheranno alla rete di qualche pescatore! Il senso non esiste. I gatti lo sanno. Lasciati andare alla tua buffoneria, lanciala come un pallone. Vestiti del silenzio, vesti del canto dei gatti…