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Epilogo

La mostra ebbe luogo e, anche grazie al tam tam sui social, garantì una discreta notorietà sia a Loredana che a Cristina. Oggi entrambe sono molto considerate fra gli appassionati.

Christian ha pubblicato il suo libro alla fine dell’anno, e anche lui ha avuto un quarto d’ora di flebile notorietà, poi è tornato nell’anonimato di sempre, interrotto solo da qualche racconto pubblicato su qualche rivista e dalle note critiche che continua a scrivere per le mostre di Loredana e di Cristina.

Tutti continuano a fare gli stessi lavori di sempre, Jacopo cresce chiuso nel suo mondo fantastico e realizza tanti disegni che la madre spedisce all’amico Christian per fargli vedere quanta ricchezza è racchiusa nel mondo interiore degli autistici. Christian sta scrivendo un libro dedicato agli artisti matti. Chi sa che non sia il suo libro decisivo.

È tutto. Ora la vita continua come prima, la malinconia anche.

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Cristina e il nonsenso del mondo

di Christian Girona

In nessuno dei suoi autoritratti Cristina Megalizzi fotografa direttamente se stessa: si riprende sempre nel riflesso di uno specchio o di un vetro; a volte è visibile solo come ombra. Si fotografa come ombra su un pavimento o su un prato. Questo per dire che, nella sua arte, lei stessa sta come un oggetto fra i tanti. La sua arte sembra scaturita da un’attività autonoma della macchina fotografica, quasi che gli scatti fossero stati casuali. E casuali sembrano, per come colgono particolari istantanei che un momento dopo non ci sono più, per come ignorano quasi sarcasticamente regole della buona inquadratura e lasciano abbondantemente figure mezze dentro e mezze fuori. D’altra parte, a uno sguardo anche disattento si dimostra che la composizione di queste immagini ha un’armonia classica, che corrisponde a un senso dell’inquadratura degno dei migliori maestri. Chi ha osservato, come me, i negativi, può assicurarvi che la percentuale di successo nei suoi scatti è altissima. Quasi tutti gli scatti corrispondono alla foto che Cristina voleva fare, o almeno a una delle sue varianti. Pochissimi sono gli scarti. Un genio spontaneo? Io credo che Cristina, della cui vita non si sa nulla, abbia lavorato moltissimo, in segreto, e non si sa con quali maestri, per raggiungere questi risultati. L’eccezionale lavoro di un genio inconsapevole, allora? Andiamoci piano: chi ci assicura che fosse un genio inconsapevole? La personalità di Cristina è un labirinto: più ci si avventura e più porte si aprono, più viene alla luce sul suo conto e più il mistero si infittisce. La realtà sembra essere che Cristina conosceva perfettamente il valore della sua opera, ma non si sentiva a suo agio con un’umanità di cui diffidava e da cui si sentiva guardata con diffidenza. Stendere il segreto sulla propria opera non sempre è un atto autodistruttivo, un atto di sfiducia in se stessi. Può essere anche un atto di orgoglio, se non si ritiene il mondo all’altezza di quell’opera.

Se Loredana Serrani fotografa l’anima della materia, Cristina Megalizzi l’anima la abolisce del tutto e ritrae uomini e cose partecipi di una stessa vicenda, trascinati dal medesimo destino. È la visione definitiva di un mondo senza dei. Sotto un cielo sgombro di dei la vita è fatta di un accumulo smisurato di casi. Casi fortuiti, irripetibili, che l’occhio della camera ha il privilegio di poter immortalare. Ma è un triste privilegio, giacché il momento resta comunque perduto per sempre e nessuna opera può riavvolgere il nastro della storia, riportare la felicità a quel punto, o riportare in vita il morto che compare nella foto… Ecco perché un sentimento d’inutilità che altrimenti parrebbe patologico. L’arte di Cristina ha a monte la perdita di qualsiasi teologia e teleologia -anche la teleologia dei laici. Eliminato il senso del sacro dalla vita, resta soltanto un accumulo sciocco e non motivato di momenti, ognuno dei quali è già parzialmente corroso dalla morte. Cristina fotografa quei momenti, quella particolare espressione sul volto della donna del tram, quel gruppo di bambini che accarezzano un coniglio, quegli operai con le facce abbrutite o quel gruppo familiare dove i bambini sembrano irrobustiti dall’affetto dei nonni, fotografa una sconosciuta vestita in un modo appariscente e una madre che sembra uscita da una tela di Botero. E tutto questo per strada, perché la strada è il luogo dove si è in cammino. In cammino verso dove? Verso altri gruppi familiari, altre espressioni, altri particolari, e così all’infinito finché ci sganciamo da questa catena con la morte. E allora la catena continua senza di noi, ma con l’entrata di qualcun altro al posto nostro. Quello che Cristina ha fotografato è l’assoluta mancanza di senso del reale, la mancanza di ogni scopo, di ogni logica in quello che accade. In un romanzo o in un film c’è sempre uno sviluppo che porta a qualcosa: è difficile che un testo scritto non porti a nulla. Noi abbiamo inventato la parola proprio perché portasse a qualcosa, abbiamo una visione teleologica delle cose perché abbiamo la parola. Un gatto non ha una teleologia. Di Cristina si dice che parlava poco, quasi mai. Che alcuni la chiamavano “la muta”. Mi piace immaginare che questa donna quasi muta fosse talmente poco intrisa della mentalità della parola da immergersi nella mancanza di scopo del mondo, e rappresentarla. Che le sue foto siano come le foto che scatterebbe un gatto, se avesse la facoltà di usare una camera.

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“Radiosa sorella della morte”

di Christian Girona

Il mistero è altra cosa dal segreto. Il segreto è spiegabile, ma la sua spiegazione è nota a pochi: riguarda gli iniziati. Il mistero, invece, non è conosciuto da nessuno: riguarda le cose ultime, e nel momento in cui anche uno solo ne trova la chiave, cessa di essere mistero. La vera arte mescola segreto e mistero. Il segreto è perlopiù la sua tecnica, il mistero ne è la sostanza. L’arte di Loredana Serrani riguarda il mistero, lo lambisce, ci gioca senza azzardarsi mai a interrogarlo. Anzi tiene il più possibile a conservarlo. Lo osserva nelle cose che le si presentano sotto lo sguardo, lo scova, lo restituisce. Sempre intatto. O meglio, trasformato in forma, che è il modo migliore per conservarlo.

Scrive Adam Zagajewski in una poesia intitolata Tardo Beethoven:

“…gioia, gioia selvaggia

della forma, radiosa sorella della morte”.

Questi due versi sono a loro volta un mistero. Il loro significato è evidente, ma è impossibile da parafrasare. È impossibile “dire a parole nostre” la verità che Zagajewski esprime in questo pugno di parole. Il loro mistero, il loro attingere alle cose ultime, è nella forma. Allo stesso modo si presenta l’arte di Loredana Serrani: il suo mistero è tutto nella forma. La composizione dell’immagine, il suo bianconero, le sue sgranature, il suo tocco anticheggiante creano atmosfere entro cui fluttuano visioni. Bambine avvolte in candide vesti, tendoni da circo, clown, donne che indossano maschere di una selvaggia antichità, passi di danza, interni sbrecciati, muri diroccati, termosifoni cadenti; e specchi sporchi che riflettono figure senza mostrarne il volto, finestre che custodiscono il cifrario di un Altrove sigillato, tende che velano volti, sguardi intensissimi che emergono da fondali di essenziale raffinatezza. È tutto un mondo sonnambolico, un rievocare cose perdute che possono essere recuperate solo in parte. Le figure quasi levitano, sfiorano la terra come se stessero per partirne. Le immagini hanno una qualità insieme familiare e inquietante, sembra un guardare oltre la morte, un parlare, a volte, coi morti. Se fosse musica, sarebbe musica di Nino Rota, il “piccolo santo”, il compositore che diceva di parlare con le anime dell’aldilà… Loredana Serrani sembra recuperare queste immagini da una memoria incompleta, al modo in cui si recuperano al risveglio i fotogrammi semiscomparsi del sogno. E c’è una nostalgia bruciante del sogno, sempre associata però alla consapevolezza della sua irrecuperabilità. Dei contenuti perduti non importa sapere quali siano, importa che siano cose care, ma anche solenni, cose sacralizzate da una mitologia personale: come il padre di Bruno Schulz, che, sacralizzato dalla mitologia personale dello scrittore, diventa protagonista di misteriosissimi racconti. Le testimonianze di questi sogni, le tracce semicancellate delle cose perdute, riaffiorano nella quotidianità impure, mescolate ad altri materiali che le sporcano, ed è così che la fotografa le raffigura: nella loro struggente irrecuperabilità. Si ha sempre una sensazione di incompleto, di non detto di fronte a queste fotografie. Ma esse sono sempre anche radiose nella loro ostinata interiorità. Facciamoci caso: nelle immagini di Loredana Serrani il buio è quasi assente: le visioni si presentano alla luce del giorno, o in penombra. Proprio come i frammenti del sogno recuperati durante la veglia. Consapevole e visionaria, l’artista sciorina il cifrario del suo Altrove: un Altrove da cui si proviene e verso cui si tende, e che ricorda il nulla che precede e segue le nostre vite. In questa misteriosa luminosità, Loredana realizza l’evocazione ardente di Zagajewski:

“…gioia, gioia selvaggia

della forma, radiosa sorella della morte”.

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Loredana

22 settembre

Caro Chris,

che dispiacere immenso! Ha combattuto tanto, spero che sia morta serena, ma da quello che mi dicevi sì, se era sedata non avrà sofferto.

È ingiusto, era sicuramente molto giovane. Spero che ci sia qualcosa dopo la morte, anche se non riesco a crederci. Vorrei dirti che lei è da qualche parte vicino a voi, ma forse lei è solo nel nulla.

Vivo la morte ogni giorno e ormai non la temo. Qualche volta mi sono perfino concessa di pensarla come una liberazione dalle tensioni che mi attraversano. Ma la morte di una persona che voleva vivere e che aveva ancora tanta forza vitale è sempre ingiusta.

Sentimi vicino, Chris. Attraverso questo dolore con te. Siamo fratelli.

Lore

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Christian

13 settembre

Lore cara,

la nostra amica sta sempre peggio, è semiparalizzata. Da un momento all’altro ci aspettiamo la cattiva notizia. Siamo sempre più provati, se mi vedessi adesso ho una faccia stanca, stravolta, gli occhi leggermente allucinati… Ti mando il numero di telefono di Silvia perché è necessario che vi sentiate anche tra voi. Chiamala, mi raccomando. È un po’ strana, ma gentile.

*

15 settembre

Cara Lore, grazie della telefonata, mi ha fatto bene parlare con te. Scusami se non ero molto partecipe, non pensare che non mi interessassi a quello che dicevi, sono solo molto stanco. Volevo solo dirti questo prima di andare a dormire.

Chris

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Loredana

11 settembre

Christian caro,

non sei mai deprimente, sento la tua malinconia e me ne lascio avvolgere o pungere o tagliare. Non so come mai disprezzi il tuo animo così candido. Io non ti trovo affatto una persona di carta o una persona con poca vitalità, ma solo un essere malinconico, un essere silenzioso che fa fatica a orientarsi in questo mondo di ciarle e di confusione. Non bisogna poi essere tutti dei supereroi forti e invincibili. Io trovo meraviglioso il tuo modo di ammettere le tue difficoltà, le tue fragilità. È molto più virile che cercare di nascondersi dietro a un niente. Sono così stanca, anche nel lavoro, di avere a che fare con i soliti superuomini -anzi con i soliti superometti. Le donne tutte atteggiate come divi del cinema, gli uomini come machi di stocazzo. Tu non hai niente di sbagliato Chris, sei solo diverso. Sei perfetto coi tuoi difetti. Lasciatelo dire dalla tua sorella d’anima.

Lore

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Christian

10 settembre

Sì, Ilaria ha fatto tanta strada. Da piccola, quando ha avuto il primo ragazzino, i genitori sono andati a casa di lui e quando lei lo ha lasciato la hanno messa in punizione. A modo loro la hanno amata, ma troppo a modo loro. Quando ha cambiato città, dicevano che era andata “a fare le malazzauni”, a fare cose losche. Per loro allontanarsi dalla famiglia è un delitto. Ricordo che il padre mi fece una predica perché mi ero fermato con degli amici, un giorno, prima di tornare a casa, e lui disse che l’uomo deve tornare subito dalla donna a casa dopo il lavoro. È una tipica famiglia del Sud emigrata a Milano negli anni in cui si emigrava a Milano. A sedici anni lei lavorava come segretaria in uno studio di grafica pubblicitaria, ma di notte leggeva e studiava. Leggeva di nascosto e comprava libri di nascosto, anzi li rubava, perché per i genitori la lettura era tempo perso e se la scoprivano la mettevano in punizione. Ha fatto veramente tanta strada e sono fiero di lei.

Io non sono mai vissuto e mai cresciuto. Sono rimasto un bambino viziato. La vita la conosco solo attraverso la scrittura. Mahler quando morì disse “Ho fatto una vita di carta”. Si può dire lo stesso anche di me. Ho la malinconia di chi scrive su altra scrittura, di chi non conosce il contatto fertilizzante con la vita. Forse per questo sono uno scrittore mediocre. Moravia diceva che uno scrittore non ha pregi o difetti, ha maggiore o minore vitalità. Ed io di vitalità ne ho davvero poca.

Scusa questa lettera deprimente, la prossima volta ti scrivo quando sto un po’ più su.

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Loredana

8 settembre

Caro,

mi dispiace che vi siate dovuti immergere in tutto questo dolore. Vorrei tanto conoscerla, Ilaria. Mi ricordo quando mi hai raccontato che da piccola era così povera che mangiava polpette di pane e che a sedici anni è dovuta andare a lavorare. Io non sono un’autodidatta, sono semplicemente poco istruita. Ammiro gli autodidatti perché hanno un’energia che io non sento di aver avuto. Ho cominciato anch’io a lavorare presto, avevo ventun anni quando aspettavo il mio primo figlio -poi l’ho perso, ne ho persi tre prima di avere Jacopo. Io e Alfredo ci stavamo per separare perché ogni aborto era una tragedia che segnava una tacca sulla nostra unione. Poi è arrivato Jacopo, un’altra tragedia che però ci ha uniti. Una mia amica ha studiato all’università fra mille fatiche, il padre la picchiava perché studiava, la ha ridotta quasi in fin di vita dalle botte una volta e lei faceva tanti lavori per pagarsi gli studi. Era scappata di casa. Io non ho mai dovuto affrontare tutto questo, mio padre era stronzo ma non violento, mi voleva bene e sono cresciuta libera, in mezzo alla strada, in mezzo alla natura, come una ragazza degli anni Quaranta. Semplicemente non ero granché a scuola -non mi consideravano molto sveglia, anzi perlopiù dicevano che ero stupida, e che era meglio mandarmi a lavorare presto. Ho cominciato facendo la badante, solo più tardi ho iniziato a studiare da infermiera. Lavoravo e studiavo, ma studiavo con calma, senza i drammi che doveva affrontare la mia amica. Lei si è laureata in Lingue e letterature straniere e oggi è una splendida insegnante. È anche una poetessa, devo spedirti un suo libro, sono sicura che lo troveresti affascinante.

Vado, Jacopo mi chiama. Ti bacio gli occhi.

Lore

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Christian

7 settembre

Lore cara,

siamo tornati. È stata durissima. È sempre durissima restare quando qualcuno muore.

Al funerale non siamo potuti andare perché, come sai, con le norme anti-Covid si può presenziare al massimo in cinque: per cui, oltre a morire da soli, questi poveri cristi non hanno nemmeno un po’ di gente che li accompagni alla tomba. Siamo però andati a trovare i nostri parenti e… che ti devo dire? È stato straziante non solo per la situazione in sé, ma anche per l’ambiente che li circonda. Aspettavamo che venisse la madre di Ilaria e abbiamo sentito della gente parlare. Una donna diceva cose di una scurrilità tremenda sulla moglie di suo figlio, parlando di un aborto recente è arrivata a dire “La faccio abortire io a calci nella figa”. Le mitiche classi popolari sono questo, sono questo degrado ed è da lì che parte il marcio che sta divorando l’Italia. Come i parenti di Ilaria resistano in un ambiente simile è per me un mistero, ma forse qui sto parlando da viziato che proviene da una classe sociale agiata. Credo che l’enorme dolore che si respira in quella famiglia abbia origine da lì. C’è di buono che mi sono sentito fiero di avere una moglie che, da quelle origini, è riuscita ad arrivare dove è arrivata, a fare una vita in cui la bellezza ha una parte importante. Anche se non condivide le mie passioni letterarie, Ilaria è una donna colta, al modo in cui sono colti gli autodidatti spinti da una rovente motivazione. La sua cultura è più sociologica della mia, più rivolta al concreto, ma ti assicuro che su certe cose -come per esempio sull’arte antica- mi dà i punti. Scherziamo sul fatto che io preferisco l’arte e la letteratura del Novecento, lei stravede per Caravaggio e per i pittori antichi. A me piace il cadavere fresco e a te quello di qualche secolo fa, le dico. In ogni caso, scrittori e artisti amati formano una lunga lista di morti. Adesso anche Cristina è morta. Solo tu sei rimasta, vivissima fra i miei artisti preferiti.

Siamo vivi, amica mia. Dovremmo dare valore a questo fatto e vivere ogni secondo come se fosse il primo o l’ultimo, senza sprecare tanta parte delle nostre vite.

Ti stringo forte le mani

Chris

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29 agosto

Chris, non è la stessa cosa tra Kafka e Cristina. Kafka è stato consegnato al mondo, noi riusciremo al massimo a fare un evento di portata locale, che forse non avrà risonanza nemmeno sulla stampa locale. A far conoscere l’arte di Cristina credo valgano più le fotografie postate su Facebook che una mostra in via Margutta. Non sono più i tempi in cui una mostra poteva decidere del riconoscimento di un autore, è tutto più complicato. Uno oggi dovrebbe passare la maggior parte del suo tempo ad affacciarsi dalla finestra e gridare “Io esisto!” Chi non ha il carattere giusto -come me e te- può tranquillamente ritirarsi in buon ordine e scegliere un’altra attività, oppure deve nascondere il suo lavoro artistico in due scatole che finiscono dal robivecchi come ha fatto Cristina. Siamo veramente patetici quando pensiamo di poter farci vedere.

Al link di sotto puoi scaricare tutte le foto che penso di mettere nella mostra. Sto facendo preparare anche un catalogo. Tu mandami le foto di Cristina che vuoi scegliere e faremo un catalogo anche per lei. Come date, direi che dal 23 ottobre è meglio, ho tanto lavoro e una settimana in più mi dà modo di prepararmi meglio.

Scusami se non ti scrivo di tuo cognato e della tua amica, ma mi conosci, quando non ci sono parole preferisco star zitta piuttosto che spendere parole vuote. Ma vi sto vicina col pensiero e con l’anima -questo lo sai- e mando un abbraccio forte anche a Ilaria. E’ un periodo orribile quello che stiamo vivendo. Soprattutto è orribile la solitudine di chi sta affrontando prove sfibranti e non può contare nemmeno sulla presenza dei propri affetti. Come infermiera, ne sto vedendo tanti -e non mi abituo a vederli, è ogni volta uno strazio diverso.

Abbi cura di te.

Lo