Gatta

Seduta sull’orrore della terra
sta la mia gatta

e ha odore di foresta
la mia casa è un bosco
dove fa le sue cacce di bimba

Non chiede che una ciotola e carezze
per vibrarmi il suo sorriso di fusa
la sua voce è un fado
che canta il giorno in cui l’ho trovata tra la spazzatura

Quando mia moglie non si sente bene
lei se ne accorge per prima
si posa sul letto e la guarda
-la veglia-
finché non torno
solo allora scende e va a mangiare

Nessuna musica c’è sulla terra
serena come il suo masticare
non esiste un odore più puro
di quello suo di foresta
né un corpo più caldo
di quello che lei mi strofina
né anima più indifesa
di quella che mi mette in mano, con la sua testolina

Se è felice gioca
se mi cerca chiama
e se vuole star sola mi allontana
non conosce convenienza
non conosce dare e avere

Tutte le danze di tutto l’Oriente
sono nel suo corpo di gatta
cucciola del mondo, orfana odalisca
sottratta all’orrore della terra

Netturbino, blues

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il gattino schiacciato a bordo strada
animale notturno come me
le bottiglie degli ubriachi che festeggiano
degli ubriachi che bevono
perché non c’è più nulla da festeggiare
l’alba impastata di sonno
il sonno dei porci del mondo

la bava delle emozioni seccate nel buio
l’anima fuori dal baricentro
l’odor di piscio dei morti festosi
che modellano con l’aria la parola “vita”
l’alba impastata di tubo di scarico
e a bordo strada accanto al gattino
dormono i porci del mondo

Uno che va

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Sparirò. L’attesa è troppo grande
e il tempo sulla terra troppo breve.
Tacerò. Il sonno è benvenuto
la cortina del buio mi ripara.
Verseranno nel cesto fogli inutili
quaderni mezzi vuoti, frasi monche.
Mi confonderò piano piano col buio
sarò macchia fra tante, sarò rovo.
Sarò cose non dette, silenzi.

Ballata del bimbo e del grano

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“Madre, oh madre, ho tanta fame,
Dammi del pane, se no morirò.”
Mutter, ach Mutter, es hungert mich.
Gib mir Brot, sonst sterbe ich!

“Aspetta, aspetta, mio caro bambino,
Domani andremo a mietere il grano.”
Ma quando il grano venne mietuto
Il bambino era ancora affamato.

Mother, oh mother, give me bread,
Give me bread, or will I die!
“Aspetta, aspetta, mio caro bambino,
Domani, domani lo setacceremo.”

Ma quando il grano fu setacciato
Il bambino era ancora affamato.

Mother, oh Mother, es hungert mich.
Gib mir Brot, sonst sterbe ich!

“Madre, oh madre, dammi del pane!
Dammi del pane, non voglio morire!”
“Aspetta, aspetta, tesoro caro,
Domani, domani lo inforneremo.”

E quando il pane fu messo nel forno
Il bambino era a letto, era morto!
Non c’era niente da fare, era morto.

Mother, oh mother, es hungert mich!,
Gib mir Brot, sonst sterbe ich!
Wait, only wait, my beloved Kind,
morgen wollen wir backen geschwind.

(Basato su un canto popolare tedesco raccolto in Des Knaben Wunderhorn di Arnim e Brentano, e musicato da Gustav Mahler col titolo Das irdische Leben)

Disperanza

E’ notte fuori, ed è notte pure dentro.
Una fiammella, guardate, tengo accesa
per ogni buono o cattivo ricordo
per ogni amico che ho tradito o mi ha tradito
per ogni donna che ho deluso o mi ha deluso.
Ma un vento maligno qui soffia, e la fiamma
tutt’ad un tratto scompare: il presente
è come questa stanza rabbuiata
dove c’è puzza della cera smorta
e il futuro, chi sa, è questa finestra
da dove è entrato, maligno, quel vento.

Nostos

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E chi l’avrebbe mai detto
che avrei voluto rivedere questo cielo e questa nuvola
questa cascina e questo salice piangente
qui dove vissi un’infanzia mancata
dove scappai di notte da una casa tormentata
qui dove tutti gli amori furono traditi
e le mie amiche dormono con la terra nei vestiti
qui dove a notte ho aspettato l’ambulanza
che veniva a portare via un uomo
e dove un uomo sparò da sopra al tetto
al mio vicino affacciato alla finestra
proprio qui, dopo anni, ritorno
e dalla solitudine del posto che ho trovato
torno nel posto dove fui più solo
dal mio pozzo non si può più tirar acqua
quello che la gente non ha portato via
l’ha preso il tempo
e per la seconda volta parto, salvo,
dal mio cortile che non fu mai mio

Via dei pensieri

Ti ho raccontato della via dei pensieri,
di quella strada dove
da ormai due anni cammino, cammino,
con la notte e col giorno, spargendo come sale
i miei dubbi, i deliri e le speranze
e gli amori traditi e mai nati.
Ti ho raccontato il terrazzo dal quale
con le notti sorridenti di un’estate
o fra i siderei rigori di un autunno
pronto a mutarsi in inverno più cupo
miravo le stelle, o guardavo le finestre
delle persone amiche, quando il lume si spegneva…
Quanti aneliti ho rivolto al cielo scuro
e alla cascina color sole di settembre
che dal pendio del prato mi balzava incontro…
Quante volte i miei giorni incompiuti
ho rispecchiato nella volta delle stelle
o nelle nere finestre della cascina
forse disabitata, oppure, chi lo sa…
Oramai per ogni giorno ch’è passato
si sono aggiunti un pensiero o un ricordo,
ho metà vita affidata a questa via,
i miei pensieri hanno assunto la sua forma
tristissima e lieta, e il passo della marcia
con cui con rabbia o letizia l’ho percorsa,
e di certo avrei avuto altri pensieri, e un altro Giorgio
avreste avuto voi su un’altra strada.

(2003)

Vecchio Pierrot

pierrot

Il vento è troppo triste per soffiare
il sole sfoga la sua accidia
spremendo succhi di veleno caldo e giallo.

D’estate i gatti si annoiano
-Lord Pierrot, perché guardate i gatti?
Non è meglio scrivere dei libri?
-No. Piuttosto butta a mare i libri.

Fischietta la cornacchia giù nel parco,
oh!, fischietta la cornachia giù nel parco!
I vecchi gracidano e i giovani
dicono volgarità.
-Lord Pierrot, perché ascoltate i gatti?
-Sono meglio di Amelita Galli-Curci!

Le pendole rintoccano, rintoccano le pendole,
la sedia a rotelle fa zic-zac, zic-zac.
-Lord Pierrot, sarete mica autistico?
-No. Semplicemente preferisco i gatti.

 

Primo novembre

Forte, muggendo, il vento di novembre
cacciava l’aria tersa d’ottobre
e la coda selvaggia dell’autunno
spazzava via gli ultimi scampoli d’azzurro

Dietro la rete il pino del vicino
si dimenava nel cielo stracciato
sul lastricato crosciavano noci
rotolavano giù per la discesa

Rotolavano foglie accartocciate
e rami secchi, polvere e terriccio:
si disponevano ai magneti del vento

Era arrivato il primo di novembre
era arrivato a spezzare gli incanti:
era l’autunno dei miei tredici anni
e l’età innocente era finita
portata via dal vento inclemente
con cui faceva irruzione la vita

Canzone

La tua voce ha un suono di mare
– suono di viola profondo e sensuale
canto sospeso fra la notte e il giorno
ruscello limpido che rispecchia dolorose stelle

Quando tu ridi dalla murmure grotta
stalattiti d’argento precipitano
sparge l’estate canzoni di Spagna
spruzza coriandoli fra gli spicchi del sole

A notte una ruga nella fronte
spreme dai tuoi occhi buoni un fado senza lamenti
e il dolore della madre Terra
increspa il canto della tua voce

L’aratro fende un grembo sofferente
escono guerre dal fondo del pozzo
dal tronco dell’albero ferito
cadono lacrime d’uomini torturati

Come uno scoglio il tuo corpo spezza l’onda
come fiati d’amanti si mischiano acqua e vento
la tua vita è tutta una vita
in fondo al tuo dolore pulsa gioia