La bellezza

de stael agrigente

S’allontanavano Eva ed Adamo,
le porte dell’Eden alle loro spalle
s’erano richiuse,
ma dappertutto li seguiva il profumo
di quelle erbe impreziosite dalla pioggia,
l’odore della felicità ignara,
troppo perfetta perché potessero non incrinarla.
Forse non era stata colpa loro:
la Bellezza s’era raccolta in sé, a protezione di se stessa.
Era troppo paurosa,
troppo fragile per vivere:
e avviluppata nelle sue nevrosi li aveva cacciati,
dando loro un rimorso perché non tornassero più.
Pure, chiusa nella sua sfera di troppa solitudine,
ella ne aveva incrinato il vetro
e li tormentava, a volte, colla sua voce,
pronta a ritrarsi, per paura, se rispondevano.
Forse la porta dell’Eden non s’era mai chiusa del tutto,
forse era rimasta accostata in attesa che tornassero
e lasciava trapelare quel profumo:
ma, trattenuti dal loro rimorso,
Eva ed Adamo non tornarono più.

Au revoir!

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“Come ti senti, amico?”, mi domandano.
Mi sento
come un frutto acerbo
come un guscio di mandorla
troppo duro da rompere.
Guardo in fondo
verso la strada che non conosco
-quella vecchia mi è tediosa.
Solo il nuovo mi attrae
tutto il resto è un vestito che mi va troppo largo.
Vi saluto, anni d’oro
voglio vestiti stretti
voglio una contrada senza madri
voglio che il mio paese mi dimentichi
o che sprofondi.
Io
voglio le strade dove voi non siete stati.

La vita celeste

(da Il corno meraviglioso del fanciullo di Arnim e Brentano)

Noi godiamo le gioie del cielo
e quelle della terra ci dan noia.
Di nessun frastuono del mondo
qui nel cielo si sente mai il suono.
Tutto vive in dolcissima pace:
noi facciamo una vita da angeli,
danziamo e saltiamo,
cantiamo e zompettiamo,
San Pietro ci sta a guardar fisso.

Giovanni lascia andare l’agnellino
ed Erode il beccaio all’erta sta:
noi portiamo un paziente, innocente,
un caro agnellino alla morte.
San Luca manda il bue al mattatoio
senza starci troppo a pensare.
Il buon vino non costa un quattrino
nella cantina del cielo,
gli angeli hanno messo in forno il pane.

Tutti i tipi di buone verdure
crescono qui, nel giardino del cielo:
buoni asparagi e fagiolini buoni
e tutto quello che a noi più ci piace.
Pieni e pronti son sempre i vassoi,
buone pere, mele, uva buona:
gli ortolani ci lasciano fare.
Vuoi per caso una lepre, un capriolo?
Dal mezzo della strada le bestiole
corrono da sole qua in cucina.
E se dovesse venire un dì di magro
tutti i pesci, allegramente, escono a galla.
Laggiù San Pietro pesca,
con la rete e con l’esca,
dal celeste vivaio.
Santa Marta dovrà far la cuoca.

Nessuna musica c’è sulla terra
che con la nostra si può comparare:
undicimila vergini
prendon coraggio e si mettono a danzare.
Sant’Orsola stessa ne ride.
E Cecilia, coi suoi parenti,
sono musici di corte eccellenti.
Le angeliche voci
riscuotono i sensi:
che tutto si desti alla gioia!

Un chierico

(Estuans interius, di Ugo d’Orléans)

Io brucio dentro di un’ira veemente,
con amarezza mi rivolgo alla mia mente:
sono fatto di materia, cenere è il mio elemento,
sono simile ad un foglio di cui si burla il vento.

E se è proprio dell’uomo sapiente
sopra la pietra edificare stabilmente
stolto io somiglio al torrente che scorre
che nello stesso cielo due volte non incorre.

Come una nave senza guida son portato
come un uccello che va per il creato.
Non mi trattengono catene, né la chiave,
cerco i miei simili ed incontro anime prave.

La gravità del cuore mi sembra cosa grave,
il gioco è ben più amabile, del miele è più soave.
Gli ordini di Venere son sì dolce fatica
che in cuori pusillanimi non può abitare mica.

La via larga percorro, come fa la gioventù,
m’invischio dentro i vizi, e mi scordo la virtù.
Più che della salvezza, di voluttà ho premura
e, morto dentro l’anima, della carne mi do cura.

Gatta

Seduta sull’orrore della terra
sta la mia gatta

e ha odore di foresta
la mia casa è un bosco
dove fa le sue cacce di bimba

Non chiede che una ciotola e carezze
per vibrarmi il suo sorriso di fusa
la sua voce è un fado
che canta il giorno in cui l’ho trovata tra la spazzatura

Quando mia moglie non si sente bene
lei se ne accorge per prima
si posa sul letto e la guarda
-la veglia-
finché non torno
solo allora scende e va a mangiare

Nessuna musica c’è sulla terra
serena come il suo masticare
non esiste un odore più puro
di quello suo di foresta
né un corpo più caldo
di quello che lei mi strofina
né anima più indifesa
di quella che mi mette in mano, con la sua testolina

Se è felice gioca
se mi cerca chiama
e se vuole star sola mi allontana
non conosce convenienza
non conosce dare e avere

Tutte le danze di tutto l’Oriente
sono nel suo corpo di gatta
cucciola del mondo, orfana odalisca
sottratta all’orrore della terra

Netturbino, blues

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il gattino schiacciato a bordo strada
animale notturno come me
le bottiglie degli ubriachi che festeggiano
degli ubriachi che bevono
perché non c’è più nulla da festeggiare
l’alba impastata di sonno
il sonno dei porci del mondo

la bava delle emozioni seccate nel buio
l’anima fuori dal baricentro
l’odor di piscio dei morti festosi
che modellano con l’aria la parola “vita”
l’alba impastata di tubo di scarico
e a bordo strada accanto al gattino
dormono i porci del mondo

Ballata del bimbo e del grano

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“Madre, oh madre, ho tanta fame,
Dammi del pane, se no morirò.”
Mutter, ach Mutter, es hungert mich.
Gib mir Brot, sonst sterbe ich!

“Aspetta, aspetta, mio caro bambino,
Domani andremo a mietere il grano.”
Ma quando il grano venne mietuto
Il bambino era ancora affamato.

Mother, oh mother, give me bread,
Give me bread, or will I die!
“Aspetta, aspetta, mio caro bambino,
Domani, domani lo setacceremo.”

Ma quando il grano fu setacciato
Il bambino era ancora affamato.

Mother, oh Mother, es hungert mich.
Gib mir Brot, sonst sterbe ich!

“Madre, oh madre, dammi del pane!
Dammi del pane, non voglio morire!”
“Aspetta, aspetta, tesoro caro,
Domani, domani lo inforneremo.”

E quando il pane fu messo nel forno
Il bambino era a letto, era morto!
Non c’era niente da fare, era morto.

Mother, oh mother, es hungert mich!,
Gib mir Brot, sonst sterbe ich!
Wait, only wait, my beloved Kind,
morgen wollen wir backen geschwind.

(Basato su un canto popolare tedesco raccolto in Des Knaben Wunderhorn di Arnim e Brentano, e musicato da Gustav Mahler col titolo Das irdische Leben)

Disperanza

E’ notte fuori, ed è notte pure dentro.
Una fiammella, guardate, tengo accesa
per ogni buono o cattivo ricordo
per ogni amico che ho tradito o mi ha tradito
per ogni donna che ho deluso o mi ha deluso.
Ma un vento maligno qui soffia, e la fiamma
tutt’ad un tratto scompare: il presente
è come questa stanza rabbuiata
dove c’è puzza della cera smorta
e il futuro, chi sa, è questa finestra
da dove è entrato, maligno, quel vento.