Via dei pensieri

Ti ho raccontato della via dei pensieri,
di quella strada dove
da ormai due anni cammino, cammino,
con la notte e col giorno, spargendo come sale
i miei dubbi, i deliri e le speranze
e gli amori traditi e mai nati.
Ti ho raccontato il terrazzo dal quale
con le notti sorridenti di un’estate
o fra i siderei rigori di un autunno
pronto a mutarsi in inverno più cupo
miravo le stelle, o guardavo le finestre
delle persone amiche, quando il lume si spegneva…
Quanti aneliti ho rivolto al cielo scuro
e alla cascina color sole di settembre
che dal pendio del prato mi balzava incontro…
Quante volte i miei giorni incompiuti
ho rispecchiato nella volta delle stelle
o nelle nere finestre della cascina
forse disabitata, oppure, chi lo sa…
Oramai per ogni giorno ch’è passato
si sono aggiunti un pensiero o un ricordo,
ho metà vita affidata a questa via,
i miei pensieri hanno assunto la sua forma
tristissima e lieta, e il passo della marcia
con cui con rabbia o letizia l’ho percorsa,
e di certo avrei avuto altri pensieri, e un altro Giorgio
avreste avuto voi su un’altra strada.

(2003)

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Vecchio Pierrot

pierrot

Il vento è troppo triste per soffiare
il sole sfoga la sua accidia
spremendo succhi di veleno caldo e giallo.

D’estate i gatti si annoiano
-Lord Pierrot, perché guardate i gatti?
Non è meglio scrivere dei libri?
-No. Piuttosto butta a mare i libri.

Fischietta la cornacchia giù nel parco,
oh!, fischietta la cornachia giù nel parco!
I vecchi gracidano e i giovani
dicono volgarità.
-Lord Pierrot, perché ascoltate i gatti?
-Sono meglio di Amelita Galli-Curci!

Le pendole rintoccano, rintoccano le pendole,
la sedia a rotelle fa zic-zac, zic-zac.
-Lord Pierrot, sarete mica autistico?
-No. Semplicemente preferisco i gatti.

 

Primo novembre

Forte, muggendo, il vento di novembre
cacciava l’aria tersa d’ottobre
e la coda selvaggia dell’autunno
spazzava via gli ultimi scampoli d’azzurro

Dietro la rete il pino del vicino
si dimenava nel cielo stracciato
sul lastricato crosciavano noci
rotolavano giù per la discesa

Rotolavano foglie accartocciate
e rami secchi, polvere e terriccio:
si disponevano ai magneti del vento

Era arrivato il primo di novembre
era arrivato a spezzare gli incanti:
era l’autunno dei miei tredici anni
e l’età innocente era finita
portata via dal vento inclemente
con cui faceva irruzione la vita

La bellezza

S’allontanavano Eva ed Adamo
le porte dell’Eden alle loro spalle
s’erano richiuse
ma dappertutto li seguiva il profumo
di quelle erbe impreziosite dalla pioggia
l’odore della felicità ignara
troppo perfetta per poter non essere incrinata

Forse non era stata colpa loro
la Bellezza s’era raccolta in sé, a protezione di se stessa
era troppo paurosa
troppo fragile per vivere
e avviluppata alle sue nevrosi li aveva cacciati
dando loro un rimorso perché non tornassero più

Pure, chiusa nella sua sfera di troppa solitudine
ne aveva incrinato il vetro
e li tormentava, a volte, colla sua voce
pronta a ritrarsi per paura se essi rispondevano

Forse la porta dell’Eden non s’era mai chiusa del tutto
forse era rimasta accostata in attesa che tornassero
e lasciava trapelare quel profumo

Ma trattenuti dal loro rimorso
Eva ed Adamo non tornarono più

Canzone

La tua voce ha un suono di mare
– suono di viola profondo e sensuale
canto sospeso fra la notte e il giorno
ruscello limpido che rispecchia dolorose stelle

Quando tu ridi dalla murmure grotta
stalattiti d’argento precipitano
sparge l’estate canzoni di Spagna
spruzza coriandoli fra gli spicchi del sole

A notte una ruga nella fronte
spreme dai tuoi occhi buoni un fado senza lamenti
e il dolore della madre Terra
increspa il canto della tua voce

L’aratro fende un grembo sofferente
escono guerre dal fondo del pozzo
dal tronco dell’albero ferito
cadono lacrime d’uomini torturati

Come uno scoglio il tuo corpo spezza l’onda
come fiati d’amanti si mischiano acqua e vento
la tua vita è tutta una vita
in fondo al tuo dolore pulsa gioia

I poveri

Quante volte come aquila reale
volli salire oltre le nubi, e più su
fino allo spazio come un’astronave,
verso i pianeti sonori. Addio gravità.
Ma presto finiva il sogno e mi trovavo
a raspare per terra come una gallina
pazza cui i bambini
tirano pietre, e rubano le uova.
Erano uova d’oro? Forse. Ma io
dentro il recinto dormivo: le stelle di notte
le vedevo dall’aia a pezzi, come da galera. Adesso,
fuor della rete, non m’occorrono
metalli spumati di nave spaziale.
A noi poveri basta una bicicletta per dimenticare
i sogni di ricchezza. Godo la libertà
di chi non ha niente in mano: la gioia
la cerco in cose che ad altri
sembrano perfino tristi, e mi basta la pace.

Ultimi anni di L.J.

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I
Ultimi anni di vita di Leoš Janáček:
le tue opere eseguite in tutto il mondo
tu che componi in gioiosa libertà.
A settant’anni e passa
scrivi con la forza, la felicità, l’asprezza di uno di venti
e col dolore di una vita
passata dietro le finestre, ad osservare.
La tua vita sembra sia iniziata adesso
e tu la devi fra poco abbandonare.

Ultimi anni di vita di Leoš Janáček:
i tuoi colleghi sono più giovani
sono nati che le strade della musica moderna
erano già asfaltate, le macchine avviate
e il carburante dentro ai motori.
Vi sono entrati con allegria e furore:
tu ci sei entrato lentamente, con dolore…

Le tue opere eseguite nel mondo.
Ma non sempre come tu l’hai scritte.
Ti hanno corretto Jenufa
e la Messa glagolitica risulta un po’ cambiata.
La terra ceca, da te tanto amata
ha chiamato al lavoro tutti i suoi ragni per tesserti una prigione.

Un vecchio uomo coi baffi che va in giro
portando un pentagramma per le strade.
Cosa scrive?

“Scrive le note che gli cantano gli uccelli
quelle che fa il lavoratore con la pialla
quelle che formano le frasi della lingua
quando vengono parlate.”
“Non sa che l’arte non è imitazione?”
“Se ne infischia.”

II
Che deve fare la musica? Rivelare l’anima?
Sì, e poi ricattarci con l’arma dei sentimenti,
dire “se non vi piaccio, è perché siete disumani.”
La nevrastenia diventata un valore
nell’Ottocento, la fragilità.
Ogni uomo, ogni donna che sta male
si rivendica migliore degli altri
troppo bello per questo brutto mondo
e concentrarsi su se stessi è un merito, un onore.
Non era a questo ch’erano rivolti
gli sforzi di Beethoven
la sua passione era passione per le idee.

Troppo facile essere sensibili a se stessi
sensibilità è verso il mondo, verso gli altri
e l’artista concentrato su se stesso
si è mai domandato che forma avrà il mondo, quali suoni
risuoneranno senza gli uomini e le donne?
Artisti romantici che “rivelate l’anima”
vi siete mai chiesti come fate a rivelarla
se i vostri temi disponete in gabbie già ordinate?
Avete mai osservato come si muovono realmente le vostre anime
serrando un’emozione contro l’altra, sovrapponendo voci ricordi pensieri?
E se pure questo avesse una struttura
delle leggi per creare forme nuove
e più autentiche di sinfonie e concerti?
Io non so se ci sono riuscito
ma so almeno di averci provato.

Avete mai visto dipinto un paesaggio
che vi toccava tanto, e vi delude?
L’artista ha dipinto tutto. Cosa manca?

Manca il profumo delle castagne
della resina che viene dai boschi
la stufa del caldarrostaio qui vicino.
Mancano le grida dei bambini
una vecchia che inveisce alla finestra
la voce dello strillone
e lo scrocchiare della carta di giornale
manca il suono d’acqua che si chiude a palla
della campana del palazzo di Brno.
Mancano le parole
senza le quali anche il silenzio non ha nome
le parole
che a me m’incantano
che starei ore ad ascoltare come musica.
E se era anche questo ad incantarti
perché tanta bellezza deve restare
fuori dall’arte? Perché non è nobile?
Ma va’ all’inferno con tutti i tuoi nobili! Ah che farai
quando l’insulso balbettio di questa gente non avrà
nulla da dire?

III
Ultimi anni di vita di Leoš Janáček:
una vecchiaia
molto lontana dal tirar le somme
una vecchiaia che sa di gioventù.
Amavi, riamato, una giovane donna
e componevi, forse, anche per lei.
Dalle opere più cupe a un sestetto spiritoso
ai pianoforti accompagnati da fanfare
dalle fiabe del regno animale
a una Messa barbarica e pagana
tu componevi in assoluta libertà:
e se qualcuno il cammino della musica moderna
credeva già compiuto, tu
tutt’all’opposto la pensavi:
bastava solo imboccare un’altra via
e il panorama sarebbe stato nuovo
e le case tutte ancora da abitare.
Ma un giorno nei boschi vicino alla tua casa
il tuo amatissimo figlio si smarrì.
Tu lo cercasti dappertutto, correvi,
dimentico dei tuoi settantaquattro anni.
La tua storia finì in un letto d’ospedale
dove l’ultimo respiro rendesti a un Dio beffardo
con i polmoni malati.
Per amore di tuo figlio t’ammalasti
ed Iddio cinse d’amore la tua fine.
Anche ai bambini di Boemia e di Moravia han raccontato
che sei morto facendo l’amore,
con lei, nel tuo lettino d’ospedale.
E non importa che non sia una storia vera
questa leggenda è l’unica dichiarazione d’amore
che ti ha fatto la gente del tuo paese
l’unica volta che t’ha ricambiato.

Bach, Concerto per due violini BWW 1043, Largo ma non tanto

Un canto d’amore
S’espande fra aliti di chiesa
Ma d’una chiesa dove l’organo è grande come la Terra
Dalle profondità delle caverne, dai mari
Salgono soffi che fan vibrare canne immense
Come in uno strano quieto maremoto
Tremano giunco e palude
La terra si riscuote, freme, grida di passione
Rivolge i suoi fiati immensi al Cielo sovrano
A quel cielo al quale due violini
Sciolgono un canto di lode

La morte

L’odore della morte l’ho sentito
quando nella vasta piana
del cimitero, sparsa di tombe e di fiori,
fra le croci ed i segni che parlano
di devozione e paure medioevali,
sopra il viale di loculi
che corre verso i colli e verso il mare,
passa un uccello
che -mentre un po’ di vento sfiora l’erba-
emette un grido secco,
stridulo, e va via.