L’esilio

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Sembra che una notte, rincasando dai soliti bagordi, il cantautore e scrittore Leonard Cohen vide un uccello appollaiato su uno dei primissimi cavi della rete elettrica installati sull’isola greca di Hydra, e che da questa visione sia nata la canzone Bird on the Wire. Quello che non si sa è che Leonard Cohen trovò sull’isola una bottiglia contenente un manoscritto con una poesia. Cohen la giudicò poco interessante e conservò bottiglia e manoscritto senza mai farsene niente. Le pagine contenute nella bottiglia furono ritrovati fra le sue carte alla sua morte. Qui riportiamo il contenuto del manoscritto non per il suo valore letterario, ma per la particolare vicenda che vi è narrata. L’originale è in inglese, lo abbiamo tradotto. Non è stato possibile datarne la composizione.

E così avete deciso di cacciarmi via,
m’avete messo alla porta,
dato l’ostrakon dalla vostra città:
quella città che voi proteggevate
contro l’assalto di gente disprezzata
con mura forti
e con i templi in cui adorate i vostri lari.
Quelle strade a volte, quei mattoni
portano la firma della mia mano silenziosa,
che vi aiutava.
E se un bel giorno m’avete cacciato
non è stato perché ho violato una
delle leggi che abbiamo scritto insieme
e in cui insieme abbiamo creduto,
ma per avervi mancato di rispetto,
per non avervi fatto l’inchino.
E non l’ho fatto non perché ero io,
ma perché nella nostra città
bisognava camminare a testa alta:
questo credevo, e invece mi sbagliavo.
Sono sempre stato solo,
e voi siete una famiglia, una tribù.
Io la famiglia l’avevo mezza persa
e l’altra mezza m’aveva tradito.
Non ho riparato fra le vostre mura
mentre fuggivo dai loro coltelli,
ma col vostro placito vi venni a lavorare.
E sembrava che potessi un giorno anch’io
saggiamente amministrare la città.
Pure, non ero un membro di diritto:
non si entra di diritto in una famiglia
o in una tribù.
Ero come l’amico di Francia, che ritorna
d’estate a questi mari,
graditissimo ospite, che un giorno o l’altro
dovrà ripartire.
Condizione per stare con voi
era non scrivere nulla di mio,
inchinarmi alla vostra bravura
e condannare chi voi condannavate
e perdonare a chi voi perdonavate.
Scrivere mie sentenze non potevo:
io ero uno, e voi eravate molti.
Ma con tutto il rispetto dei vecchi
e dei figli dei vecchi
io credevo che il vostro amore
me lo davate perché vi piacevo.
Pur venerando i vostri grandi padri
e i figli dei vostri grandi padri
volevo che la mia voce passasse nei microfoni
non diventare microfono anch’io.
Questo voi non me l’avete perdonato,
e non m’avete detto nulla:
quando il decreto d’esilio è arrivato, io già lo sapevo
dagli sguardi che mi spiavano nei vicoli,
che mi seguivano quando ai mercati
contrattavo la merce,
lo sapevo dagli sguardi
spariti d’amore,
dal sorriso di colui che, nuovo figlio,
avevate adottato, e che aveva più voglia
di me di fare inchini,
aveva voglia di confondersi con tutti
mentre quando una notte io, disperato,
non m’ero ammazzato,
m’ero obbligato a distinguermi sempre
e ad essere fiero, perché il segno portavo
del figlio non voluto, del diverso
che si poteva distruggere con niente.
Allora dissi: devi essere invincibile.
Ora io continuerò ad essere uno
mentre voi sarete sempre molti.
Siete felici, ed io sono disperato.
Ma siete certi che vi farà onore
l’avere agito così perché ero uno?

Il registratore del mondo – 10

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In nessuna pagina dei diari Daniil si lamenta dell’impossibilità di pubblicare. Mai un’invettiva contro l’Unione Sovietica. Daniil scrive dei momenti di sconforto, di quando dubita del suo valore letterario o delle sue scelte, di quando deve chiedere prestiti e di quando gli stanno finendo i soldi, scrive che va ai concerti coi vestiti lisi, ma non accusa nessuno. Ed è stupefacente, perché avrebbe avuto ogni motivo per accusare molti.

Si possono dare almeno due spiegazioni di questa strana calma. La prima è che Daniil temeva di essere controllato. Non sarebbe stata una paura irrazionale, in quel periodo. Le lettere dei russi erano regolarmente aperte e controllate dalla censura. E, dati i suoi precedenti, è possibile che Daniil fosse davvero controllato. In realtà, a giudicare dalle lettere che ci sono rimaste, Daniil era uno dei russi che potevano stare più tranquilli, perché nella sua corrispondenza non si trova il minimo riferimento alla politica.

Questa spiegazione ha però un difetto: va bene per le lettere, ma i diari?

Questi passi di diario sono espliciti:

Bisogna essere imperturbabili, vale a dire esser capaci di tacere e non cambiare l’espressione fissa del viso.

E quando la persona che parla con te dice delle cose assurde, sii gentile con lui e dagli ragione.

Prova a conservare l’indifferenza, quando finiscono i soldi.

Daniil, insomma, imponeva a se stesso una specie di cupo distacco. Forse perché era il suo modo di difendersi. Certi bambini maltrattati si rifugiano in un mondo tutto loro, hanno reazioni attonite, sembra che quello che gli succede non li riguardi. E’ come dire: quello che sta accadendo non esiste, non sta accadendo davvero, non a me. (Sono attestati perfino casi di scissione della personalità fra i bambini maltrattati: creano degli alter ego per far sopportare a lui il carico di botte e di dolore: come dire “non le ho prese io, le ha prese lui”: e poi rimangono scissi per sempre. E’ attestato il caso di un bambino maltrattato che aveva creato, per questa ragione, tredici personalità diverse: a cosa arriva la mente di un bambino pur di sopravvivere al dolore!) Daniil, che aveva in comune coi bambini l’innocenza e la ferocia, forse era bambino anche in questo.

Purtroppo, però, era vero anche ch’era controllato. E non solo perché “era Charms”, ma perché i russi erano tutti controllati, in quel periodo: si controllavano fra loro, tutti contro tutti, in una lotta per la sopravvivenza dove a vincere era sempre il più vigliacco. Un vicino di casa, un passante, un portinaio, chiunque poteva andare a denunciarti, e l’onere della prova era tutto tuo.

Nel dicembre del 1931 vengono arrestati Charms, Vvedenskij, Tufanov, Bachterev, Kalashnikov, Volocin e Andronikov tutti, a parte Tufanov, impiegati a Leningrado nell’editoria per l’infanzia. […]

Nel primo interrogatorio Charms riconosce di lavorare nel campo della letteratura. Dice di non avere convinzioni politiche, ma per quanto riguarda la letteratura dice di non essere d’accordo con la politica del potere sovietico e che preferirebbe che ci fosse libertà di stampa.

Nel secondo interrogatorio Charms riconosce di essere l’ideologo di un gruppo di letterati antisovietici che lavorano principalmente nel campo della letteratura per l’infanzia, e che l’attività del suo gruppo si divide principalmente in due parti. Prima di tutto la poesia transmentale, intimamente controrivoluzionaria, destinata agli adulti e che, a causa del suo contenuto e del suo orientamento, non può essere pubblicata in Unione Sovietica, che loro hanno diffuso tra l’intellighenzia con convinzioni antisovietiche attraverso la distribuzione dei loro testi battuti a macchina e attraverso letture ad alta voce in vari ambienti antisovietici, tra i quali l’appartamento di Kalashnokov, uomo di convinzioni monarchiche, presso il quale si radunavano personaggi antisovietici. A parte questo, il gruppo di Charms interveniva anche presso uditori più vasti, per esempio la Casa della stampa o l’università, dove l’ultima volta gli studenti avevano reagito agitandosi molto, e chiedendo che il gruppo fosse deportato alle Solovki e chiamandoli controrivoluzionari.

Nel terzo interrogatorio Charms riconosce che il suo gruppo ha portato nel campo della letteratura per l’infanzia alcuni elementi dei propri scritti per adulti, per esempio la lingua transmentale, eminentemente controrivoluzionaria. […] Di conseguenza, l’attività nel campo della letteratura per l’infanzia del gruppo di Charms aveva carattere antirivoluzionario e portava un danno significativo all’educazione della generazione dei giovani sovietici contemporanei. I libri del nostro gruppo, dice Charms nell’interrogatorio, distraggono il lettore dalla concreta realtà sovietica, e hanno un effetto corruttore sull’immaginazione dei bambini.

Nel quarto interrogatorio Charms riconosce che le opere per l’infanzia prodotte dagli scrittori che facevano parte del suo gruppo erano di due tipi: opere antisovietiche, e opere fatte con i piedi. Tra le sue, Charms riconosce come opere fatte con i piedi Teatro e Un tappo sbarazzino. Sono opere, dice Charms nel quarto interrogatorio, che ho scritto in un tempo molto limitato al solo scopo di ricevere l’onorario. […] Tra le mie opere antisovietiche posso indicare Milione, Come la vecchia ha comperato l’inchiostro, Ivan Ivanovič Samovar, Su come Kol’ka Pankin è volato in Brasile, ma Pet’ka Ersov non ha creduto a niente, I preparativi per l’inverno e anche altre, ha detto Charms nel quarto interrogatorio. La realizzazione di questo tipo di opere era determinata dalle mie convinzioni politiche, contrarie all’ordine politico attuale, e come me la pensavano tutti i componenti del mio gruppo. Riassumendo, dice Charms nel quarto interrogatorio, l’attività nel campo della letteratura per l’infanzia del gruppo da me guidato aveva carattere antirivoluzionario e portava un danno significativo all’educazione della generazione dei bambini sovietici contemporanei.

Nel quinto interrogatorio Charms dice che alla base della sua attività antisovietica stavano le sue opinioni politiche, contrarie all’ordine politico costituito. Siccome lui di proposito abitualmente non faceva caso ai problemi politici correnti, non leggeva i giornali per principio, le sue opinioni politiche si erano formate con l’aiuto dei componenti il suo entourage, i membri del suo gruppo letterario. Negli incontri con loro, dice Charms, io mi atteggiavo a sostenitore del regime politico che esisteva prima della rivoluzione. Il paese futuro me lo immaginavo come la restaurazione di quel regime. Aspettavo questo momento, molto spesso me lo sono figurato con l’immaginazione, e pensavo che subito dopo la sua instaurazione avrei potuto mettere in atto un’attività artistica vivacissima. Io credo che la restaurazione del vecchio regime darebbe al nostro gruppo di transmentali delle grandi possibilità per la pubblicazione a mezzo stampa. A parte questo, tengo presente e ho sempre tenuto presente che le mie ricerche filosofiche, nel campo della filosofia idealistica e strettamente legate alla mistica, sono molto più consone alle forme politiche e sociali prerivoluzionarie che all’attuale ordine costituito, fondato sulla filosofia materialistica. E’ naturale che, essendomi reso conto della distanza tra le mie idee filosofiche, la mia arte e l’ordine costituito, ho cercato una forma adatta alle mie convinzioni politiche, cioè una forma di direzione politica a me più vicina. Nelle mie conversazioni con Vvedenskij, Kalashnikov e gli altri, che a volte avevano un carattere fortemente antisovietico, io sono pervenuto alla convinzione che è indispensabile alla Russia una forma di governo monarchica. Dal momento che queste conversazioni si ripetevano giorno dopo giorno io mi sono sempre più convinto della necessità della distruzione del sistema politico sovietico e del ripristino dell’antico ordine di cose. Ho anche capito che il cambiamento dello status quo non era possibile senza l’uso della forza, ma ho cercato di non pensare molto a questa cosa, dal momento che ciò andava contro le mie convinzioni filosofiche, contrarie all’uso della forza e a qualsiasi forma di violenza. In questo modo, rifugiandomi nell’arte transmentale e nella ricerca filosofica mistico-idealistica, io coscientemente ho combattuto l’attuale ordine costituito. E con l’aiuto del mio entourage artistico e ideologico, gente più esperta di me, di politica, dice Charms nel quinto interrogatorio, io sempre di più mi sono radicato nella convinzione della necessità di distruggere l’attuale ordine costituito.

Così racconta Paolo Nori nella postfazione alla sua traduzione di Charms. Sembra un po’ tutto assurdo, grottesco e charmsiano, ma molte cose in Unione sovietica erano assurde, grottesche e charmsiane. Prosegue Nori:

… dai diari del padre di Charms risulta che tra il febbraio e il marzo del ’32 Ivan Pavlovic tenta inutilmente di ottenere un incontro in carcere con il figlio. Solo in aprile i due riescono a incontrarsi e Juvačëv descrive l’incontro.

Mi è sembrato un adolescente biblico (ha ventisette anni!). Magrino, esilino. E dietro di lui elegante, pulito nella sua giubba, in salute, grosso, il secondino. Ci han lasciati soli, e siamo stati fino alle tre e mezza. Ci han portato il tè, una ciambella, delle sigarette. Ho risposto dettagliatamente a tutte le sue domande. Dopo di lui sono andato da Hartman. Ha ripetuto anche a me che Danja ne ha per tre anni. Ma non è definitivo. Pensano di ridurre.

Charms viene rilasciato il 18 giugno 1932. Racconterà qualche anno più tardi a Vsevolod Nikolaevic Petrov, uno storico dell’arte con cui fa amicizia negli ultimi anni della sua vita, che quando tornò a casa dopo la liberazione non riusciva a passare per la porta d’ingresso. Dall’agitazione, racconta Petrov, chissà perché aveva colpito l’angolo […] ed era caduto davanti alla porta.

Il 13 luglio del ’32 Charms e Vvedenskij sono confinati a Kursk. […] Il 18 ottobre Charms e Vvedenskij ottengono il permesso di ritornare a Leningrado. Riprendono a scrivere sulle riviste per l’infanzia. La punizione è stata relativamente leggera…

Questi erano i ricordi di Daniil il 21 giugno 1941, quando lo hai visto conversare con la zia Koljjubakina.

Sale

saline

Quando arriviamo alla Riserva dello Stagnone, un cartello avverte: “La fruizione e la manutenzione delle saline e dei mulini sono garantite dai proprietari, senza sostegno pubblico”. La sottolineatura non è mia. E’ nel cartello. Alla Riserva, l’unico intervento pubblico si è visto quando il Comune di Marsala ha tolto al Museo Whitaker di Mozia la famosa statua dell’Efebo, per prestarla a Londra in occasione delle Olimpiadi. Quelli della Fondazione Whitaker si sono battuti come leoni per impedire il trasferimento, in considerazione del danno che avrebbe arrecato alla statua. Ma niente! Una logica commerciale, assente nella privata Fondazione Whitaker, ha spinto la Pubblica Amministrazione a questo bel colpo di testa.

Chiariamo: poche cose io detesto come la mancanza di senso dello Stato. Ma, se lo Stato fa una minchiata solenne, minchiata solenne bisogna chiamarla, e così credo che la chiamino i siciliani che amano i loro beni culturali. Sono molti? Credo siano più di quanto non si dica. Altrimenti, una cosa come la Fondazione Whitaker non starebbe ancora in piedi a un secolo dalla sua creazione. Sarà mica tutta colpa dei siciliani se qualsiasi intervento pubblico in materia di restauro e cultura lo vedono come l’invasione delle cavallette! La guida che ci accompagna dice che l’unica isola, qui, a non essere gestita da privati è quella denominata La Schola (o La Scuola). E’ gestita dal Comune di Marsala, e “infatti” versa in stato d’abbandono. L’ “infatti” non ce l’ho messo io: l’ha detto la guida. La Schola si chiama così perché in età romana vi sorgeva una scuola di retorica: l’aveva fondata Marco Tullio Cicerone.

La Riserva dello Stagnone si chiama in realtà Riserva Naturale Regionale delle Isole dello Stagnone di Marsala: che è il modo burocratico e ufficiale di dire Riserva dello Stagnone. E’ una laguna, la più vasta della Sicilia, con acque basse che possono raggiungere un metro o due d’altezza, ma perlopiù arrivano appena al mezzo metro. In tempi remoti, le correnti marine hanno formato depositi di sabbia. Da questi è sorta l’Isola Grande. L’Isola Grande ha chiuso un tratto di mare prima aperto: e, in assenza di correnti di ricambio, l’acqua è diventata stagnante, con temperature al di sopra della media. Le altre isole della Riserva sono Mozia -che si chiamava Mothya per i Greci ed è conosciuta anche col nome cristiano di San Pantaleo- La Schola e Santa Maria, che è così piccola da risultare nascosta dall’Isola Grande per chi guarda da riva. La riserva conta anche tre saline: dall’imbarcadero di Marsala raggiungiamo le saline Ettore Infersa.

Giusi dice che le acque di qua hanno lo stesso colore di quelle del Mar Morto, altro mare ricco di sali. Fino al 1971 si poteva andare a piedi da Marsala a Mozia camminando sul pelo dell’acqua. C’era una strada costruita dai Fenici, appena sotto il mare: era dotata di corsie, una per i cavalli e una per i pedoni, e delimitata da cippi affioranti che avevano il compito -diciamo così- di indicare la larghezza della carreggiata. Esistono foto a colori di pescatori che attraversano la strada su carri, con le ruote appena immerse nell’acqua. Oggi la si distingue ancora, ma è diventata più faticosa da attraversare.

Giusi si è meravigliata molto di scoprire che i Fenici praticavano sacrifici umani. Ma un nostro amico ha spiegato che financo sotto la cattedrale di Palermo sono stati trovati i resti di un tofet adibito a tale uso.

Nel Museo Whitaker possiamo leggere iscrizioni in fenicio. Le lingue morte somigliano alla lingua non parlata della primissima infanzia. Il poco più che neonato Pasolini aveva dato un nome alla sensazione del suo corpo che entrava in contatto col corpo caldo della madre: Teta veleda. E’ una parola che non esiste, che viene da chi sa quali sonorità del dialetto friulano e da chi sa quali fantasmi che s’aggiravano già per la mente del poeta. Teta veleda: tutte le lingue morte, per noi, sono Teta veleda.

Ed è proprio fra i ruderi del Museo che mi accorgo di avere in mente una melodia. E’ la sigla di Roma di Fellini: una melodia elementare, ripetuta mesmericamente, senza sviluppo, da un’arpa e da un flauto faunesco. Perché mi viene in mente proprio qui? Perché è come Teta veleda. E’ musica primigenia.

Man mano che procediamo per Mozia, tra le rovine e i legni corrotti dalla salsedine, continuo a pensare al film di Fellini, in particolare alla scena in cui vengono trovati affreschi romani in un sotterraneo, e si dissolvono al primo contatto con l’aria! Quanto è andato perduto! Il tesoro di Mozia lo conosciamo grazie alla cocciutaggine di un inglese dell’Ottocento, un commerciante di vini col pallino dell’archeologia: George Whitaker. Prima di lui lo sbruffone, gaglioffo e più celebre Heinrich Schliemann, colui che scoprì Troia, si era detto sicuro che a Mozia non potessero esserci vestigia fenicie. Altra solenne minchiata, che i siciliani chiamano solenne minchiata ma ridendoci sopra, perché alla fine hanno vinto loro.

L’altro tesoro della laguna è il sale. Il sale che conserva e che corrode. Sciascia ha dedicato ai salinatori un intero capitolo de Le parrocchie di Regalpetra. Ma erano salinatori, i suoi, che lavoravano al chiuso. Questi stanno all’aperto!

Il sito del Comune di Trapani riporta:

Pare che già i Fenici producessero e commerciassero sale, ma memoria sicura delle saline si ha dalle descrizioni del geografo arabo Idrisi nel 1154. […] Le saline sono […] un ambiente di origine artificiale, costruito nel corso dei secoli strappando terra al mare, mediante la creazione di nuove vasche e spostando la linea di costa di alcuni chilometri. Sebbene siano di origine artificiale, le saline riproducono un ambiente naturale: quello di laguna, che, sebbene in forme diverse, preesisteva alla creazione delle saline. […] Si tratta quindi di acque basse, calde, e di salinità variabile, […] laddove possono vivere solo pochi organismi, tra i quali gli alobatteri, alcuni tra i più primitivi organismi viventi. […]

L’estrazione e la successiva lavorazione del sale ha origini antichissime, esso è stato oggetto di scambio e di elevato utilizzo in numerose civiltà. La scoperta delle qualità antisettiche del sale si devono ai primi pescatori neolitici. Gli egiziani usavano il sale per mummificare i corpi più poveri, che quindi si sostituiva a olii e unguenti. I celti, gli etruschi ed i romani usavano il sale per trattare e conservare i prosciutti, e i romani lo usavano pure come moneta. I greci usavano il sale per salare ed essiccare i pesci, e nella letteratura greca si parla anche del sale per fare profezie o come termine di paragone fra i popoli civili e quelli barbarici.

Il sito dell’Arpa completa così:

Nelle saline il sistema di produzione si è evoluto nel corso dei millenni. Partendo dalla semplice raccolta del sale precipitato per processi naturali, si è arrivati al sistema artigianale a raccolta multipla, rimasto tale fino al 1959 quando è stato sostituito dal sistema industriale a raccolta unica. […] Il ciclo produttivo gestito artigianalmente iniziava ad aprile con operazioni di pulizia della melma e delle acque piovane accumulatesi durante l’inverno. Successivamente nei bacini si immetteva acqua salata proveniente dal mare, dopo che era stata fatta sostare negli ampi bacini appositi dove con l’azione del sole aveva accresciuto notevolmente l’iniziale grado di salinità.

Il grado di salinità dell’acqua veniva in questo modo accresciuto progressivamente dalla periferia della salina verso il centro per caduta naturale. Le vasche di evaporazione in cui aumenta la salinità dell’acqua hanno assunto via via nomi diversi, alcuni dei quali conservano ancora oggi il loro significato latino: la prima si chiama “moraro” e significa “ star fermo”: l’acqua rimane esposta al sole e passa dai 4° Bé ai 7° Bé. Dal moraro l’acqua passava in un bacino più piccolo chiamato “gaitone” dove raggiungeva i 9° Bé di salinità. Dal gaitone, per mezzo di un canaletto detto “volta”, veniva mandata, sempre per caduta naturale, nei “lavorieri”, dove raggiungeva i 12° Bé, successivamente passava nelle superfici di terza evaporazione dette “corvoli”. Ad ogni corvolo corrispondevano piccole vasche, i “servitori”, che erano tanti quanti i “ cavedini”, o bacini salanti. Raggiunti i 20° o 21° Bé, l’acqua passava ai servitori e ivi restava fino alla saturazione. L’acqua satura veniva distribuita in piccolo spessore sulla superficie dei cavedini dove si formava il sale. I cavedini, che misuravano in media dieci metri di lunghezza per cinque di larghezza, venivano dal salinaro divisi in cinque zone.

Nel primo giorno di raccolta si cavava il sale depositato nel primo quinto della superficie salante, nel secondo giorno si passava al secondo quinto e così via fino a che, in capo a cinque giorni, si era raccolto tutto il sale e si era compiuto l’intero ciclo della raccolta. Il sesto giorno poi si ricominciava di nuovo con il primo quinto e così via fino a stagione salifera ultimata, cioè fino alle prime piogge settembrine.

Al momento della raccolta il sale veniva ammassato alla gronda dei cavedini con raspi di legno detti “gavari” e, quando era scolato dalle acque dette “acque madri”, veniva trasportato, mediante carrioli, in un’aia alta e piana detta “tomba” dove si formava, un po’ alla volta, un cumulo di forma prismatica che il salinaro copriva con stuoie per evitare i danni delle eventuali piogge.
Terminata la stagione salifera, solitamente nella seconda quindicina di settembre, incominciavano i lavori della “rimessa” del sale cioè il trasporto del prodotto mediante “burchielle” dalle saline ai grandi magazzini posti presso il porto.

Il trasporto avveniva tramite barche pesanti, più di 10 tonnellate a pieno carico, trascinate dai salinari con le fune attraverso i canali.

Quanto lavoro! Gira la testa al solo cercar di seguire questi passaggi!

A Wikipedia è affidata questa sconsolata nota finale:

Molte saline, sono oggi abbandonate in quanto non più economicamente produttive, e sono state trasformate in riserve umide naturali caratterizzate da una gran quantità di animali, principalmente uccelli, legati a questo particolare ecosistema divenendo ricercate mete di turismo naturalistico ed amanti di birdwatching.

L’introduzione della raccolta a macchina non ha toccato le saline Ettore Infersa: qui il sale viene raccolto ancora a mano. Quanto è difficile, quanto è accurato il lavoro dei salinatori! A Roma c’è una via intitolata Via della gente salinatoria. E non solo vie dovrebbero essere dedicate a questa gente, ma monumenti, perché senza di loro la nostra cultura avrebbe camminato più impacciata! Senza il sale il progresso sarebbe stato incompleto. Conservare i cibi richiedeva il sale. Senza sale i cibi avrebbero avuto un altro sapore, e il progresso avrebbe avuto un altro odore.

I salinatori lavorano come bestie. Sotto un caldo feroce, immersi con gli stivali fino al ginocchio –in piena estate- in un’acqua che mangia la pelle. Estraggono il sale, lo accumulano in montagne, poi lo ricoprono con tegole e lo lasciano precipitare tutto l’inverno. L’estate successiva, quelle montagne bianche sono pronte per finire sulle nostre tavole, ignare di tanto lavoro.

Non so quanto venga pagata questa gente. Spero guadagni quanto merita. Li ho visti da lontano. Tutti, ormai, li vediamo da lontano –se li vediamo- e magari li guardiamo con sufficienza.
La guida spiega che non si trovano giovani per raccogliere il sale. E’ un lavoro pesante, e le nuove generazioni non hanno il fisico per farlo. E poi, i giovani di queste parti vanno via. Quegli uomini che guardiamo da lontano sono sopra i quarant’anni, a volte anche sopra i sessanta.

Giusi con amarezza commenta: ci siamo allontanati dalla terra –e dal mare.

Rendez-vous

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Caro E.M.,

non ci siamo mai piaciuti. Tu sei fatto a modo tuo, hai una natura artistica, edonistica, sensuale. Io sono per i doveri. Ti ho sempre impedito di fare le cose di testa tua, perché altrimenti ti saresti messo in guai più grossi di quelli in cui ti sei già messo. E non sono mai riuscito a convincerti che l’ho fatto soprattutto per il tuo bene. Eppure, il tuo comportamento dell’ultimo periodo mi sconcerta. Sei troppo sottomesso, e temo che sia anche colpa mia. Il fatto è che le cose a modo tuo si possono fare solo in un mondo fatto a modo tuo. Ma forse si può trovare un compromesso. Per farlo però ho bisogno di avere una tua presenza più attiva. Ultimamente sei diventato così timoroso che nemmeno mi accorgo più di te. E così è troppo, capisci?

Incontriamoci. Siamo adulti e possiamo parlare da adulti. Non è più come un tempo. Ci siamo combattuti tutta la vita. Ormai l’ho capito che non sei come gli altri. Prova a dirmi, in un mondo a modo tuo, come saresti e cosa conterebbe per te. Magari riusciamo a trovare un modo di farcela anche in questo.

Ti saluto e ti aspetto

E. M.

Ascoltando Coltrane

Questa musica può far impazzire, pensava l’inquilino del piano terra mentre ascoltava The Father and Son and The Holy Ghost, prima take dell’album Meditations di John Coltrane. Ed effettivamente si tratta di una musica sconvolgente, che suscita emozioni forti, ma nessun essere umano sano potrebbe realmente aver paura di impazzire durante il suo ascolto. Sugli effetti psicotropi della musica circolano varie leggende, come quella di una signora che ebbe un orgasmo alla prima esecuzione del Tristano e Isotta di Wagner. Ma sono tutte storie non confermate. Anche la leggenda del tenore Martinelli che con un acuto mandò in frantumi i vetri del Metropolitan di New York non ha mai trovato conferme. Una persona sana, ribadiamo, non ha reazioni abnormi all’ascolto di una musica -per quanto emotivamente intensa. Il signore del piano terra però non doveva essere sano, perché, per paura che qualcuno, reso pazzo dalla musica, entrasse dall’ampia finestra del soggiorno e lo colpisse, uscì lui dalla finestra, attraversò il giardino, scavalcò il recinto e e, sceso in strada, prese a pugni il primo che gli capitò a tiro riducendolo quasi in fin di vita. E, quando si fu ripreso, non seppe dire altro che: -Non capisco, dev’essere stata la musica di Coltrane.

Il registratore del mondo – 9

SECONDA PASSEGGIATA

21 GIUGNO 1941

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Certo, è strano che i tuoi vestiti del ventunesimo secolo, al tuo arrivo, non abbiano dato nell’occhio. Certo hai avuto cura d’indossare le cose meno stridenti con un inizio primavera del 1941. Ma il tuo gesticolare, il tuo parlare non hanno uno stile da ventunesimo secolo? Poco a poco, ti sei abituato a parlar russo con una prosodia più simile alla loro, più musicale. Hai un ricordo: in terza media, la tua insegnante di Lettere fece ascoltare in classe le voci registrate di tutti i leader mondiali durante la Seconda guerra mondiale. La sfida era riconoscere dal tono di voce quali erano i leader democratici e quali no. Quali sembravano fomentare il popolo e quali invece ragionare col popolo. Mussolini e Hitler erano fuori questione, troppo riconoscibili. Ma la voce di Roosvelt non sembrava proprio una voce democratica, secondo quei criteri. “Dev’essere lo stile dell’epoca”, si giustificò la professoressa. In effetti, l’unico leader democratico pareva Stalin. Lo stile dell’epoca era sicuramente più altisonante del nostro. In compenso era musicale. Le persone del tempo sembravano dare valore a ogni parola, soffermarcisi, e non solo perché parlavano più lentamente. Era una prosodia basata sulla musicalità e sulla piena espressività della voce. Noi sorvoliamo sulle parole, i poeti leggono le poesie a mezza voce. Siamo l’epoca delle mezzetinte: al cinema, mezzeluci; in musica, riverberi; nella recitazione, il dire sottovoce. Ci sembra più romantico, ma a giudicare da come parlavano i romantici, abbiamo un’idea sbagliata del romanticismo. Anche nell’esecuzione musicale, le registrazioni di inizio Novecento mostrano uno stile più lirico, ma meno retorico del nostro, con meno inflessioni, meno sfumature. Proprio di questo sta parlando Daniil con sua zia Koljjubakina -quella a cui aveva mandato Amica- a San Pietroburgo il 21 giugno del ’41.

-Ho saputo che hai sentito Gilels.

-Chi? Il pianista?

-Non è venuto a suonare all’Unione degli scrittori?

-Sì, zia, ma non so se io faccio ancora parte dell’Unione degli scrittori. Però ogni tanto ci vado. Specie per chiedere aiuto. Non me lo danno mai.

-E com’è stato?

-L’aiuto?

-No. Gilels.

-Chi? Il pianista?

-Sì. Ne dicono cose meravigliose.

-Quando ha finito di suonare, sono andato a stringergli la mano.

-Ah…

-E gli ho detto: lei ha suonato proprio di merda.

-Danja!

-Ha mancato tutti i momenti culminanti. Tutti. Suona in modo non logico. La musica è logica. Rachmaninov non lo mancava mai un momento culminante. Lui non usava tutte quelle sfumature, ma in compenso non mancava mai un momento culminante. Aveva chiara la logica del pezzo. A che serve far uso di tante sfumature se non si capisce la logica del pezzo?

Fai caso alla voce di Daniil. E’ scura di registro ma luminosa nel timbro, molto particolare. Sembra una voce bianca scurita dal fumo. Il suo tono è imperioso, declamatorio, ma sfumato da una strana cantilena. Daniil parla come cammina, in modo marziale, ma ipnotico. Sembra la voce di un personaggio d’un sogno.

-Rachmaninov sarà ricordato per quello che ha fatto di peggio, le sue composizioni piene di un romanticismo stercorario… Cosa costringe un grande esecutore a scrivere musica propria, è un mistero. Bisogna spogliarsi dell’io. L’io è il vero sterco del demonio.

-Tu, Danja, hai un io bello ingombrante, però.

-E non sai quanto vorrei darlo ai cani.

-Come faresti a scrivere senza io?

-Si scriverebbe meglio, zia.

-Anche la poesia?

Soprattutto la poesia.

-Ah, Daniil, cosa potresti diventare se non fossi così testardo! Per le tue convinzioni rischi di perdere anche Marina, che è una santa… Stai attento a te, figlio mio, abbi cura di te. Questo non è un mondo per gente come te.

-Lo diventerà.

-E quando, Daniil? Quando?

-Chi sa, zia. Forse nel regno dei cieli.

Perché chiudono le librerie

 

10-111901-145-45“Secondo gli ultimi dati disponibili della Confcommercio, a Roma dal 2007 al 2017 hanno chiuso 223 librerie. Un’ecatombe  avvenuta il più delle volte nel silenzio delle istituzioni.” Così Emanuela Del Frate in un articolo di oggi su La repubblica, in cui viene annunciata la chiusura di ben due librerie Feltrinelli nella capitale.

Io non mi limiterei al silenzio delle istituzioni, ma parlerei del loro diretto coinvolgimento, almeno per quanto riguarda la compagine di governo che ha retto il Paese tra il 2018 e la prima metà del 2019.

Uno dei librai di Roma che ha chiuso sono io. La mia libreria è durata due anni, dal 2017 al 2019. Oggi c’è un negozio di alimentari scadente, uno di quelli che a Roma si chiamano, con una punta di razzismo, er bangla perché sono gestiti perlopiù da persone provenienti dal subcontinente indiano. Non voglio negare che ci siano state responsabilità mie: mi sono impegnato in un lavoro difficilissimo da solo e con un’esperienza insufficiente. Ciononostate, i miei due anni di utopia mi hanno permesso di fare delle osservazioni.

La prima. Si dibatte molto sul ruolo di Amazon nella chiusura dei piccoli esercizi commerciali, e in particolare delle librerie indipendenti. Per conto mio, penso che Amazon sia un falso problema. Come ex libraio credo che il danno maggiore ai colleghi venga dal sistema di distribuzione, che assorbe il 70 per cento delle entrate e che è praticamente monopolizzato da Messaggerie, realtà aziendale nel cui perimetro ricadono anche una grossa catena libraria e un importante gruppo editoriale. C’è poi la questione delle campagne sconto, che i grandi editori fanno a getto continuo e che sono insostenibili dalle librerie indipendenti. Uno che già fa fatica a pagare l’affitto non può permettersi di abbassare il prezzo dei libri del 15 per cento al mese -già, perché, tra una campagna e l’altra, gli editori più venduti sono praticamente in campagna sconto permanente.

In tempi di sovranismo e di sinistre farlocche, è di moda parlar male di una multinazionale come Amazon, ma i piccoli negozi chiudono soprattutto per la concorrenza spesso sleale di soggetti italianissimi -si pensi a come certi supermercati strangolano certi negozi di quartiere-, per gli affitti folli richiesti da italianissimi proprietari di locali,  per i balzelli esagerati richiesti da italianissime amministrazioni locali. La sinistra alla moda dice che Amazon tratta male gli operai e non paga le tasse. Vero. Resta però da dire che la maggior parte degli operai italiani muore per responsabilità di padroni italianissimi e che anche molti italiani non pagano le tasse.

Ma bisogna dire pure, a proposito delle librerie, che una responsabilità più diretta la hanno gli italiani nella loro generalità, e le forze politiche da loro più incensate.

Non credo di dire una stupidaggine se affermo che ho osservato un calo d’interesse nella lettura, tra 2017 e 2018, proporzionale all’affermazione di Lega e 5stelle. Più persone entravano in libreria a farmi discorsi razzisti o discorsi sulle scie chimiche, meno persone compravano libri. C’è stata una corrispondenza quasi perfetta. Un popolo di neofascisti non è un popolo di lettori. Come diceva quello? “Quando sento parlare di cultura, mi viene voglia di metter mano alla rivoltella.” In Italia si legge meno che in tutto il resto d’Europa e c’è più nazionalismo che in tutto il resto d’Europa. E i due partiti che hanno retto l’Italia per diciotto mesi, Lega e 5 Stelle, hanno fatto leva proprio su ignoranza e nazionalismo.

Quanto accaduto alla libreria La pecora elettrica, devastata da un gruppo di neofascisti, è sintomatico. Ed anche il fatto che l’estate scorsa le proiezioni del cinema America dovessero essere sorvegliate dalle forze dell’ordine per i continui pestaggi di gruppi di estrema destra. Chi fa attività culturale a Roma, oggi, si ritrova a combattere una guerra che spesso non è culturale, ma fisica, e in cui sono in gioco la propria incolumità e la sopravvivenza della propria attività.

Non ho l’ingenuità di credere che sia la causa del disastro dell’Italia sia da attribuire a due partiti, anzi credo che quei partiti siano solo la conseguenza estrema, il sintomo più vistoso della necrosi. La malattia viene da più lontano. Anche il ventennio berlusconiano, credo, è stato un sintomo. Il focolaio della patologia ha a che fare con la mutazione antropologica di cui parlava Pasolini, ha a che fare col boom economico e con l’incontro di una società culturalmente arretrata come la nostra con la modernità consumistica. Ha a che vedere col fatto che, forse, la vera unità d’Italia non l’hanno realizzata i padri risorgimentali -la cui azione venne percepita in mezzo Paese come una colonizzazione- ma Mussolini, che per primo ha avuto a disposizione i mezzi di comunicazione per arrivare a tutti. E’ impressionante come ancor oggi, nelle cronache sportive e nei programmi di divulgazione, si tessano le lodi del “genio italiano” e dell’ “eccellenza italiana” -magari parlando dell’antica Roma, che non aveva nulla a che vedere con noi- in un modo che ancora risente delle circolari mussoliniane per l’Eiar in attuazione delle leggi razziali. E però, è anche vero che lo sdoganamento dell’odio e dell’ignoranza aggressiva tra 2017 e 2018 ha dato luogo a un quasi immediato peggioramento del clima: una parte della popolazione che prima esprimeva i suoi odiosi istinti sul Web si è sentita legittimata ad esprimerli per strada e andando in giro -anzi che dico legittimata, si è sentita trionfante, orgogliosa dell’ignoranza e dell’odio, esibizionista dell’ignoranza e dell’odio. Le portava in petto come medaglie. Questo è il cambiamento che credo di avere visto, e che credo vedrei ancora se fossi ancora aperto.

Scrivevo nel 2005 a un amico:

“La gioventù italiana è neofascista, me ne sto convincendo sempre più. Non che i giovani si dichiarino fascisti, è semplicemente che lo sono. Pier Paolo Pasolini aveva perfettamente ragione quando diceva che il ‘nuovo potere’ consumista ed edonista stava predisponendo una ‘vasta truppa psicologicamente neonazista’. E ti dirò di più, questi giovani più che seri hanno perfettamente ragione ad essere di destra, visto lo spettacolo vergognoso che le sinistre stanno offrendo. Rimaniamo veramente in pochi a ricordare che cos’è veramente l’essere di sinistra. Ma di fronte a quest’inondazione di fricchettoni, scorretti, scostumati, urlanti, che riempiono il Rettorato di canne e approfittano della giusta protesta contro il decreto Istruzione per lanciare degli allucinati ‘Evviva!’ dentro l’Università; di fronte a una classe politica che è vuota e in cui è sempre più difficile capire in che cosa consiste l’esser di sinistra dei politici di sinistra, che altro dovrebbe fare uno che non ha cultura se non buttarsi nelle braccia di chi predica qualcosa, anche se qualcosa di sbagliato? Loro sono i responsabili di tutto questo. Loro, gli uomini della sinistra, sono i responsabili della fascistizzazione del Paese. Gli uomini della sinistra che hanno ceduto alla filosofia berlusconiana da molto tempo, e che hanno inondato la Rai Tv, sotto l’egregio dottor Zaccaria, di tette, culi, calcio, varietà, canzonacce, che hanno dato la stura a trasmissioni basate su maghi e fattucchiere, loro sono i colpevoli della berlusconizzazione dell’Italia, non Berlusconi. Berlusconi ha fatto la parte che gli toccava, cioè quella di Berlusconi. Una parte schifosa, ma la sua. La sinistra ha rinunciato a fare la sua parte, che era quella dell’opposizione. Ha rinunciato all’avere la sua filosofia. Ha rinunciato a difendere la cultura… Il problema è che berlusconiani e non sono figli della stessa cultura, che è una cultura che mette KO la sinistra. E’ una cultura berlusconiana ab origine. E fino a quando la sinistra non lo capirà, fino a quando non avrà il coraggio di recuperare quella che è la vera cultura, il vero umanesimo travolto dalla volgarità dei consumi, fino a quando farà parte essa stessa di quest’ondata volgare che sta travolgendo l’Italia, sarà una sinistra vergognosa, traditrice, che ha abdicato alla propria funzione storica, morale e civile. Sarà una sinistra non più progressista ma conservatrice… Continuerà a urlare slogan che interpreteranno la realtà con gli schemi di cinquant’anni fa, senza vedere che oggi, spesso, operai e imprenditori appartengono, almeno nelle piccole imprese, alla stessa classe sociale, la borghesia, e che le vere sfide ‘di sinistra’, oggi, consistono nell’affrontare con mentalità più umana il problema del Sud del mondo.”

Oggi, a distanza di quindici anni, posso confermare le mie parole di allora e aggiungere che quello che è cambiato, è cambiato in peggio. Posso applicare i motivi di sospetto verso la pseudosinistra di allora al movimento delle Sardine. Posso constatare il peggioramento della sensibilità culturale e civile del Paese e l’aumento della volgarità. E non posso smettere di gridare che la responsabilità principale è degli italiani, di cui i loro rappresentanti eletti sono espressione.

Netturbino, blues

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il gattino schiacciato a bordo strada
animale notturno come me
le bottiglie degli ubriachi che festeggiano
degli ubriachi che bevono
perché non c’è più nulla da festeggiare
l’alba impastata di sonno
il sonno dei porci del mondo

la bava delle emozioni seccate nel buio
l’anima fuori dal baricentro
l’odor di piscio dei morti festosi
che modellano con l’aria la parola “vita”
l’alba impastata di tubo di scarico
e a bordo strada accanto al gattino
dormono i porci del mondo

Uno che va

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Sparirò. L’attesa è troppo grande
e il tempo sulla terra troppo breve.
Tacerò. Il sonno è benvenuto
la cortina del buio mi ripara.
Verseranno nel cesto fogli inutili
quaderni mezzi vuoti, frasi monche.
Mi confonderò piano piano col buio
sarò macchia fra tante, sarò rovo.
Sarò cose non dette, silenzi.

Ballata del bimbo e del grano

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“Madre, oh madre, ho tanta fame,
Dammi del pane, se no morirò.”
Mutter, ach Mutter, es hungert mich.
Gib mir Brot, sonst sterbe ich!

“Aspetta, aspetta, mio caro bambino,
Domani andremo a mietere il grano.”
Ma quando il grano venne mietuto
Il bambino era ancora affamato.

Mother, oh mother, give me bread,
Give me bread, or will I die!
“Aspetta, aspetta, mio caro bambino,
Domani, domani lo setacceremo.”

Ma quando il grano fu setacciato
Il bambino era ancora affamato.

Mother, oh Mother, es hungert mich.
Gib mir Brot, sonst sterbe ich!

“Madre, oh madre, dammi del pane!
Dammi del pane, non voglio morire!”
“Aspetta, aspetta, tesoro caro,
Domani, domani lo inforneremo.”

E quando il pane fu messo nel forno
Il bambino era a letto, era morto!
Non c’era niente da fare, era morto.

Mother, oh mother, es hungert mich!,
Gib mir Brot, sonst sterbe ich!
Wait, only wait, my beloved Kind,
morgen wollen wir backen geschwind.

(Basato su un canto popolare tedesco raccolto in Des Knaben Wunderhorn di Arnim e Brentano, e musicato da Gustav Mahler col titolo Das irdische Leben)