Su “Temeraria gioia” di Eleonora Rimolo

perìgeion

di Giorgio Galli

Mi attraggono solo gli spiriti non pacificati. Nel mio vagabondaggio letterario mi sono interessato ai Charms, agli Erofeev, agli Andrić, oppure a scrittori riservati, quasi segreti, che hanno fatto della loro opera un cantiere perché l’hanno fatta lontano dagli sguardi. Eleonora Rimolo, apparentemente, non c’entra con queste creature senza pace. A venticinque anni e con quattro pubblicazioni alle spalle, le foto la mostrano nel pieno sorriso della sua gioventù, e il suo curriculum di assistente universitaria farebbe pensare a una giovane appagata. Ma i versi di Temeraria gioia dicono che non è così. Versi di una poetessa-ostrica, che nasconde in un guscio di parole e suoni altre parole e suoni, che lacerano il guscio e poi tornano a nascondersi. Eleonora cerca la pienezza del suo dire, e lo fa con una serietà, una coerenza, una complessità architettonica e tematica che la salvano dalle tentazioni diaristiche, le permettono…

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“Trittici” di Annamaria Ferramosca

“Trittici” di Annamaria Ferramosca

perìgeion

di Giorgio Galli

Con Trittici, Annamaria Ferramosca stende il suo verso, la sua scrittura teporosa e trasparente, sulle forme dell’arte visiva. Sceglie quattro artisti: Amedeo Modigliani, Frida Kahlo, Cristina Bove e Antonio Laglia, e di ciascuno prende tre opere, ma soprattutto prende un modo d’intendere l’immagine, un’inquietudine retinica che stimola l’inquietudine del dire.

Di Modigliani prende (stralciamo dall’Introduzione) “il perturbante dei visi senza sguardo, l’impossibile svelamento. Tra quei demoni che trapelano di esasperata passione intima, desiderio di vita amorosa, chiaro presentimento della fine”. Di Frida Kahlo, “quella ripetizione esasperata della propria immagine-vissuto, eppure così lontana da ogni vanitas. Le intense vibrazioni coloristiche, come ultranote di una musica non percepibile. Quel sogno di ricreazione di un universo pacificato, dove la propria realtà abbraccia tutto l’irreale”. Dall’opera luminosa di Cristina Bove attinge “quei suoi contorni evanescenti, come percezioni estatiche di un mondo che sta per svanire. Quelle intraviste scene dell’oltre. La…

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disartrofonie. “Il trittico della Shoah” di Sonia Caporossi

disartrofonie. “Il trittico della Shoah” di Sonia Caporossi

“[lo sterminio] Si compie ineluttabile ogni giorno, ogni volta che qualcuno dice ‘ebreo’ o ‘frocio’ in tono dispregiativo. Siamo tutti ebrei, siamo tutti gay. ‘God is gay’, trovai scritto per terra, nel parco antistante al Museo della Scienza di Glasgow nell’estate del 1993 quando, ventenne, andai a visitarlo insieme al mio uomo d’allora. Giacché niente, davvero, esiste ancora oggi di maggiormente cristallizzato e sospeso, rispetto a questo mastodontico enigma della Storia che ancora chiede ragione del perché e del come sia potuto accadere, come un punto interrogativo che anela risposta, un palo aguzzo confitto nelle brulle asperità della Storia, al di là delle Joy Division, delle Atrocity Exhibition, delle Notti e delle Nebbie. È per questo che noi siamo qui, a ricordarcene ogni giorno. Siccome il giorno dopo potrebbe anche benissimo non darsi e non essersi dato mai.
Nella terza immagine è troppo tardi, piovono onde di morte. Il cielo è di legno, derivato mortale della cenere morta.
Esatto, è troppo tardi. È come quando Stalin disse ‘una morte è una tragedia; un milione di morti, statistica’. Non c’è più sensazione né sentimento, manca l’aisthesis, volatilizzata assieme al senso intrinseco delle cose. L’universo è cullato dolcemente dalle curve di un’esistenza anestetizzata, siamo come addormentati col Ritalin, niente importa più in un mondo in cui i bambini imparano a sfogare i propri istinti omicidi primordiali ed ossessivi con i first person shooter. Siamo abituati, assuefatti al dolore. Un tempo in Grecia c’erano la tragedia, la commedia e il dramma satiresco. Oggi si parla genericamente di dramma giacché la commedia ormai, irrimediabilmente, è un’altra cosa: si confonde con la satira. Quando i generi si mescolano, non esiste più il genere; la letteratura, l’arte, la poesia non perdono il proprio gender, lo rimescolano in un’identità teratologica simile a quella della scena finale de ‘La mosca’ di Cronenberg. Abbiamo semplicemente agglutinato gli arti carnacei scomposti del senso delle cose.”
Così Sonia Caporossi su un tema fondamentale e con parole che rispecchiano il nostro pensiero.
Da notare che Sonia, cultrice, sminuzzatrice, analista e visionaria della Forma nella sua opera critica, realizza la sua estetica visiva rimodulando forme pure, geometriche, e traendone un risultato espressivamente sconcertante: a un dipresso come faceva Xenakis in musica.

disartrofonie

Sonia Caporossi, “Shoah n. 1″ (2014) Sonia Caporossi, “Shoah n. 1″ (2014)

Sonia Caporossi, “Shoah n. 2″ (2014) Sonia Caporossi, “Shoah n. 2″ (2014)

Sonia Caporossi, “Shoah n. 3″ (2014) Sonia Caporossi, “Shoah n. 3″ (2014)

Perchè questo cruciverba del male anticipa scie di scale di grigi?

E dire che la mia dedizione alla digital art, che è annosa visto che comincio ad interessarmene e a praticarla graficamente nel 1998, è cominciata all’insegna dei colori accesi. L’argomento della Shoah da me toccato in questo trittico non poteva, a mio parere, essere espresso che evocando il colore grigio in tutte le sue forme. Questo colore storicamente ha subito una serie di incomprensioni feroci da parte dei fruitori d’arte. Non è vero, ad esempio, che si tratti di “bianco sporco”, perché questa concezione, se data per buona, sminuirebbe l’autonomia estetica e la valenza autodeterminantesi del grigio come forma, in senso latino, in quanto tale. È vero che si ottiene mescolando blu rosso e giallo, ma l’essere questi tre dei…

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Un viaggio nel bosco (ovvero Sebald secondo Marco Ercolani)

Un viaggio nel bosco (ovvero Sebald secondo Marco Ercolani)

Questo Sebald di Ercolani è fra le sue prose più affascinanti. E’ chiaro che il “tipo” walseriano del vagabondo gli è congeniale, anzi è un suo archetipo. Le due “fantasie” sono condotte con una libertà rapsodica e malinconica,  foriera di un tono leggermente diverso da quel kafkiano, affilato nitore nell’indagare il perturbante cui l’Ercolani precedente ci aveva abituati. Senza che nulla si perda in lucidità, queste due schegge di prosa annunziano forse una stagione più lirica, una stagione autunnale intesa nietzscheanamente come “grande vendemmia”… Stupendi due passi: “Io non scrivo mai, io riordino: il mio lavoro è quello del cucitore di pezze o dell’artigiano di mosaici”, e “Scrivo perché, come cera, si sciolgano le gabbie del potente romanzo da fare ancora. Abbozzo finti romanzi…”

perìgeion

“La cour de l’ancienne école”, illustrazione tratta dal libro postumo di W. G. Sebald “Camposanto”.

Due fantasie di W. G. Sebald durante una passeggiata in Corsica (Cavo, 1998).

Prima fantasia

Si tratta di un viaggio nel bosco. La mia lingua, che spesso persuade il lettore per la maestosa andatura della frase e la precisa chiarezza dei dettagli, non ha nulla di marmoreo. Vorrei che tu vedessi gli appunti preparatori delle mie poesie: sono versi imperfetti, amorosi, e su quei torsi mutilati costruisco le sculture delle mie pagine: sono belle sculture che nascondono oscuri frammenti. Nessun critico se ne è accorto, fino ad oggi, e questa è la mia inutile fortuna. Se Bach, per gli aborigeni australiani, è un’architettura selvaggia, perché la loro musica è annidata nel calcio delle ossa, nel connettivo dei muscoli, nelle fibre della pelle, e non nei paradossi mentali del contrappunto; se è impossibile amare totalmente Bach…

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Sonia Caporossi, Da che verso stai?

Anna Maria Curci recensisce su Poetarum Silva l’opera critica di Sonia Caporossi Da che verso stai?

Poetarum Silva

Sonia Caporossi, Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi. Postfazione di Enzo Campi, Marco Saya Edizioni 2017

Di che cosa si occupa la critica? Quale è la sua funzione, quali sono gli ambiti di ‘esercizio’? I saggi di Sonia Caporossi qui raccolti entrano subito in medias res e sgombrano il campo – prendendoli di petto con le armi, da altri buttate al macero o lasciate ad arrugginire, del «principio di ragione» – da qualsiasi tentazione a indugiare sia in lamentazioni di prefiche (al grido di “La critica letteraria è morta!”), sia da procedimenti che poco o nulla hanno a che fare con la critica. L’intento comune a tutti i contributi è chiarito fin dall’introduzione: l’approccio al testo letterario, il metodo ermeneutico che possa dirsi veramente tale, la critica vera e propria, ancorché – come vedremo più avanti – programmaticamente…

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Nino Rota

 

untitledIo sono il sogno, e il mio sogno è apollineo. C’è tutta una musica che cerca di rispecchiare le disarmonie del mondo. Federico si è sforzato, coi suoi film, di dare luce alle disarmonie della sua anima. Io invece ho bisogno di geometria, di leggerezza. Io parlo coi morti, e coi morti bisogna andare leggeri. Gli spiriti sono eterni, ma fragili. Faccio sedute spiritiche in cui risveglio i fantasmi di una tradizione. Io parlo coi morti. Ho preso un quintetto di Dvořák e l’ho trasformato nel tema de La strada. Ho copiato? No. Ho fatto come Igor. Lui ha preso la musica di Pergolesi e l’ha rifatta sua. Ma ha riletto il passato coi suoi occhiali d’oggi, perché chiamarsi Igor Stravinsky significa avere addosso la maledizione della modernità anche se non vuoi. Io ho riletto l’oggi con gli occhali del passato. Sono morto e parlo coi morti. Mi riesce la musica per film perché i film sono sciardade di fantasmi. Mi riescono i film pieni di fantasmi, come quelli di Federico e Luchino. Sono riti che risvegliano i fantasmi. Anche la mia musica è un rito, è una messa, non nera, non solenne. Ho un dialogo amichevole coi morti. I miei amici vivi, Soldati, Marvulli, sono tutta gente gioviale. Non mi piace il dolore. Il dolore appartiene alla vita. “Nuje simmo serie… appartenimmo à morte!” ha scritto un grande comico -morto pure lui. Anch’io, come lui, sono serio. E gioco, perché su questa terra, da morti, si può solo giocare.

 

Polifonia di porci

chagall_(a Ilaria Seclì)

Cuesta merda de la vita, ripetono; Cuesta merda de l’Eurozona, yo ti dico; Cueste potense mundiale, yo ti dico, ché son mundiale, dicono voci mischiate di vento; Ha investito due miliardi di dollari, due milioni, yo ti dico, esto cazzo de gobierno, voci impastate di alcool; Abdallah, Abdallah, e ridono; e le campane della chiesa scattano improvvise; Cra, cra fanno gli uccelli, e le campane girano allegre; Donkey, Donkey, si sente; El gobierno revolucionario; da un cellulare parte, forte, una canzone araba; da una libreria vuota parte, assurda, una canzone di Brassens; le campane roteano come un martello sulla strada vuota; Anche Mussolini era forte scandisce una voce sempre più ubriaca, ma le campane sono più forti; passano due macchine; sono registrate, le campane, non sono campane vere, è un altoparlante; La historia la cambia… grida ridendo una voce che la historia ha lasciato sulla strada; Vattene a fanculo, America; la canzone araba si fa largo fra le campane; si spegne la canzone di Brassens; per strada non ci sono più gli uccelli; No, yo sono un artisto! grida una voce stonando; le chiome degli alberi sono tagliate quadre, non sono buone per riparare gli uccelli; ma per le campane registrate, e le macchine, e la polifonia dei porci del mondo.

Il giorno del riposo

Dall’amicizia fra poeti sorge poesia.

le ragioni dell'acqua

               

Christian Schloe

                                 
                                                   a Lucetta e Marco

Ma lui che è silenzioso
pure non lo è tanto
Chi è entrato nella stanza?

Nessuna anticamera nessuna avvisaglia
chi abbiamo salutato al crocevia
chi era, chi sei luogo che abbiamo abitato?

Nell’inorganico convertita compassione nel paesaggio
nell’imperfetto che archivia il mondo
fumi cechi che ancora guardate con amore

Muro sbrecciato, legno che il gatto rosicchia
nello spazio intrattenuto e sordo

ride veloce della serietà senza ricompensa

Il topo ha il cappello d’oro, è più grande di lui
salta e salta la sua spiegazione inconfessata non si ferma
non sarà oggetto di dettato nella…

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«Sul bordo tagliente della gioia» – Poesie di Eleonora Rimolo (con una nota di lettura di Gabriella Sica)

«Sul bordo tagliente della gioia» – Poesie di Eleonora Rimolo (con una nota di lettura di Gabriella Sica)

Una giovane poetessa che conquista la sua voce. Eleonora Rimolo sta acquistando una voce ferma e perentoria sopra la mobilità iperattiva del suo sentire. Credo che a tutti sia chiara la maturazione avvenuta tra l’ultima raccolta e i nuovi versi inediti. Complimenti Eleonora!

Words Social Forum

Parole di cenere e di fuoco

Smisurata Eleonora, avvinghiata al fuso che è per lei la poesia, impazzita d’estremo, Eleonora-Aurora «dalle dita di prosa» squaderna «ardite acrobazie», osa «sillabe di vaticinio», maneggia con notevole maestria «questa lingua che vaga / pronunciando il suo infinito» sotto un cielo torvo, «sciame malato di sussurri» nello spazio pagano puntellato di perdite e rovine. Ma chi è Eleonora Rimolo, questo nome che vorrei anagrammare ma che già così offre incistato un solenne annuncio: rimo. E non c’è dubbio che in questo modo presenta subito il suo assertivo biglietto da visita. Audace e diretta nelle poesie come nelle parole, che mi arrivano prima via facebook e poi sul filo del telefono. A vederla sul social più diffuso nel suo felice stato di bella giovinezza di venticinquenne, sorridente e graziosa, a immaginarla nel suo paese, in provincia di Salerno, dove pure le orme degli antichi non…

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Dal “Nottario” di Marco Ercolani

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Il Nottario (Scriptions, quaderno 18) raccoglie riflessioni sulla scrittura – in forma di appunti, interviste, aforismi e saggi brevi- portate avanti da Ercolani fra il 1990 e il 2012. Di seguito alcuni passi sul significato della scrittura apocrifa (dove apocrifo va inteso nel suo senso etimologico di segreto).

Lo scrittore segreto reinventa una possibilità che il passato non ha consumato fino in fondo e che è lui a presentare, con spudorata fantasia, come nuova chiave di lettura. Il testo apocrifo dà sempre una sconvolgente sensazione di instabilità, perché mette in crisi quanto crediamo di sapere su un evento ormai concluso e consegnato alle leggi e alle leggende della storia.

Non essere nessuno ma indossare la maschera di qualcuno per infondere maggiore chiarezza a certe idee che, espresse dal proprio io, sarebbero più deboli e meno pregnanti.

C’è stato un momento felice, nella scrittura araba delle origini e nella cultura medioevale, in cui la letteratura era abitata, per consuetudine, da scrittori e opere anonime. Oggi, la felicità potrebbe consistere nel dimenticare il nostro vero nome e inventare finzioni ludico-tragiche, che vorremmo battezzare apocrife.

La vera invenzione apocrifa non è descrivere in modo frammentario o fastoso un destino, utilizzandolo come riflesso del proprio soggettivismo lirico, ma scegliere, dell’autore designato, la prospettiva in cui poter essere l’altro nel punto più scomodo della sua possibile (e fantastica) autonalisi à rebours.

Alcuni autori, esistendo, hanno reso possibili delle tradizioni interpretative. Alcuni testi, non esistendo, hanno permesso la loro futura creazione apocrifa.

La scrittura apocrifa ci offre, più che la rassicurante iconografia del libro compiuto, l’immagine della mappa geografica e della carta nautica, all’interno di un viaggio che solo apparentemente è libero di imboccare tutte le rotte alternative. In realtà, dietro a questa libertà della molteplicità, si configura il rigore estremo di una scelta che lo scrittore è tenuto a osservare: la legittimazione di un sogno, la creazione di un fantasma.

Nel principio di indeterminazione di Heisenberg si afferma che è l’osservatore stesso a modificare la materia osservata: questo significa che nella scienza non esiste più un punto di vista neutrale, ma una visione soggettiva che ha qualcosa da condividere con la “soggettiva” cinematografica e il “punto di vista” della narrativa fantastica. Anche nei sistemi complessi della fisica contemporanea l’equilibrio nasce, come per caso, da una costellazione di squilibri che alla fine genera un disordine organizzato – una forma vivente. Esempio di questo codice del disordine, in letteratura, è la narrazione fantastica e analogica, che trova le sue forme solo a partire dalla frantumazione delle regole note. In tal senso la figura dello scrittore si trova in una posizione polivalente – scienziato, poeta, critico, narratore, storico – dove nessuna di queste rotte diventa definitiva e delimitante ma tutte servono a illuminare il suo cammino.

L’apocrifo è una scrittura ipotetica, che da un lato confina con il nulla e dall’altro con la molteplicità delle ipotesi fantastiche che germinano da questo nulla. La scrittura ipotetica presuppone un narratore epico, un veggente che, come il Nunzio delle tragedie, possieda la calma necessaria per descrivere  un fatto tragico. Solo che quel fatto è, ora, indicibile e nessuno ne ha più memoria.

Ciò che l’apocrifo separa è il “testo” dall’io che lo produce. In apparenza, e diabolicamente, qui viene minacciato il principio stesso di identità; ma forse questo è semplicemente smascherato, messo in circolo su livelli diversi o pensato come illusione suprema.

Proprio per ciò che non è dicibile mi sono messo a costruire muri di parole.

Rispondo alla paura di non essere con racconti fantastici.

Trasformo l’emozione, prima che possa provocarmi dolore, in rappresentazione del dolore. Sopporto che qualcosa di angosciante possa accadermi ma non che mi venga sottratta la libertà di rappresentarlo. La mia opera appartiene meno alla storia della letteratura che alla storia della clinica.

«Il cuore ha sempre una splendida capacità di scrivere di sé, cambiando ogni volta l’autore» (da una lettera a G. Z., 1994).

Né poeta lirico né scrittore apocrifo né saggista di poeti né teorico della follia. Non mi interessa il fallimento ‘relativo’ delle mie possibili carriere all’interno di queste zone della scrittura, ma il fallimento assoluto, irrimediabile, irrisolvibile, che caratterizza la mia scrittura nomadica.