Recensioni musicali

mahler_0443_316px

(ad Anna Maria Curci ovvero Mutter Courage)

Quest’anno la Befana ci ha regalato due concerti all’Auditorium. Con mille ringraziamenti alla Befana, li racconto.

Cominciamo dal secondo. L’ascolto è stato in parte disturbato da un tizio dietro di noi che parlava a voce alta, inventandosi date di nascita e morte di musicisti, facendoci conoscere la sua opinione sul concerto prima che il concerto finisse e, soprattutto, seducendo la ragazza che lo accompagnava con un mix di citazioni -avrà detto tre volte “l’inferno sono gli altri”- e di dichiarazioni sibilline di cui io non ho capito un accidente, ma che Giusi, più sveglia di me, ha credibilmente interpretato come: “Non voglio impegnarmi, una sveltina e via”. Per fortuna, dopo l’intervallo i nostri vicini sono stati impegnati a pomiciare e la musica si è sentita meglio. L’ultima affermazione del tizio, per la cronaca, è stata “Avverto mia moglie che arrivo più  tardi”.

Ma veniamo alla parte musicale.

Del Concerto per violino e orchestra op. 61 di Beethoven, Anne-Sophie Mutter ci ha offerto l’interpretazione più narcisistica possibile. Antonio Pappano, alla bacchetta, segnava tempi a metà tra Celibidache e Maximianno Cobra, riuscendo a far durare il Concerto un’ora piena. La Mutter col suo violino sciorinava pianissimi con dieci p ad ogni inizio di frase. La sua escursione dinamica arrivava al massimo al mezzoforte, con qualche forte regalato quando l’orchestra la stava coprendo di brutto. Per tutto il Concerto ha tenuto banco con dei rubati esasperanti, mentre Pappano cercava di risvegliare il pubblico dando carta bianca al timpanista e facendo sfogare gli ottoni. Il risultato è stato simile a un encefalogramma piatto con qualche violenta scarica elettrica. Un consiglio per la Mutter: ascoltare l’incisione di Heifetz e Toscanini del 1940. Nel ’40 gli apparecchi non potevano catturare i microsuoni della Mutter. In compenso, in quel rozzo disco c’è della musica, nella sua sottilissima esecuzione no.

Finalmente uscita la Mutter, in Una vita d’eroe di Richard Strauss Pappano e l’orchestra hanno potuto darci un’esecuzione più autentica. Certo, la tendenza di Pappano alle espansioni liriche e ai forti contrasti dinamici ha dato il meglio di sé nell’episodio della compagna dell’eroe e in quello della battaglia. Nell’introduzione avrei preferito un po’ di brio in più, e la parte delle “opere di pace”, eseguita senza ironia, risultava pesante -anche perché Pappano si divertiva a evidenziare le autocitazioni di Strauss. Un consiglio per Pappano: ascoltare le registrazioni di Strauss che dirige se stesso. Strauss è stato il meno straussiano e il più ironico dei suoi interpreti. Potrebbe essere un’indicazione.

Infine, un appello per l’architetto. Signor Piano, al terzo piano -e dopo che mi fui più volte volto- ho constatato esserci un solo bagno e per di più monoposto: col risultato che, nell’intervallo, ci si precipita lì in stile “l’ultimo paga pegno” e, nella seconda parte del concerto, chi non è riuscito a far pipì ascolta, più che l’orchestra, le zampogne della sua vescica. Un cessetto in più favorirebbe il raggiungimento dell’estasi artistica, liberando il corpo de’ suoi gravami.

Della serata precedente ho riportato impressioni più succinte. Davanti a noi le meravigliose bambine del coro di Santa Cecilia dello scorso anno. Lo spettacolo più bello erano loro. Il resto del programma come segue.

Sinfonia in do di Bizet: non male, ma sembrava che non l’avessero provata: qualche problema d’intonazione negli archi, qualche problema d’insieme, ma nell’Adagio un oboista meraviglioso.

Carmen suite: bella, menzione speciale per il vivacissimo coro dei bambini.

Sinfonia n. 2 di Borodin: sembrava che Pappano ce l’avesse personalmente col compositore. Le voci secondarie sempre in primo piano e quelle principali sempre coperte. Tempi fluttuanti, un suono ponderoso che sembrava più Wagner che Borodin. Più che un’esecuzione, un boicottaggio sistematico della sinfonia.

Danze polovesiane, sempre di Borodin: Pappano ha diretto come se avesse un granchio attaccato ai coglioni. Bravissimi orchestra e coro a trovare un senso nei suoi gesti da matto in preda a raptus e a non perdere la bussola con quei tempi assurdi. Si conferma la sua antipatia personale per il compositore.

Comunque, un concerto all’Auditorium è sempre un concerto all’Auditorium, un giro per la libreria dell’Auditorium lo si fa volentieri -anche se non si hanno soldi per comprare libri- e io oggi sto con un’influenza della Madonna, per cui avrete mie notizie a stretto giro.

Annunci

Una trama da romanzo

cropped-couverture-brel-brassens-ferre1955. In un bistrot di Parigi il cantautore anarchico Léo Ferré viene avvicinato da un certo Berick Thorsvan, anarchico dal forte accento tedesco, che gli sottopone certi testi sulla situazione del Chiapas. L’incontro è seguito di nascosto da un uomo col bavero alzato e da un giornalista convinto che Thorsvan sia lo sfuggente scrittore B. Traven. Il giornalista vuole intervistarlo per un libro intitolato Io intervisto. Cerca di parlare con Ferré, ma questi viene fermato da Georges Brassens, che si congratula con lui per i recenti successi e gli presenta Pierre Nicholas, “il miglior contrabbassista di Francia”.

Sopraggiunge Jacques Brel, incazzato nero per le frecciatine che Brassens ha lanciato alle sue prime canzoni. Il cantautore belga quasi mette le mani addosso al collega, ma Ferré ristabilisce la calma e, a fine serata, Brel e Brassens sono diventati grandi amici.

Ad Acapulco, il giornalista va da Thorsvan e gli dice: “Tu sei B. Traven”. Thorsvan gli risponde: “Vaffanculo”, e gli sbatte la porta in faccia. Il giornalista gli si apposta sotto casa. Rivede l’uomo col bavero alzato che aveva scorto nel bistrot di Parigi e si accorge che anche lui sta spiando. Credendolo un collega a caccia di scoop, prova a pedinarlo. L’uomo col bavero alzato sparisce, ma ricompare quella notte nella camera d’albergo del giornalista. Segue parapiglia. Quando torna la calma, l’uomo col bavero alzato racconta di essere un agente americano e di essere convinto che Thorsvan sia un ex nazista. I due fanno irruzione insieme a casa di Thorsvan. Questi per liberarsene dà loro l’indirizzo di un tale che, a Buenos Aires, sarebbe in contatto non con un nazista qualsiasi, ma con Adolf Hitler in persona, sfuggito alla morte e alla cattura e lì da anni sotto falso nome. Il giornalista e l’agente vanno a Buenos Aires e parlano col contatto. Ma, mentre l’agente intuisce l’imbroglio e torna in Messico, il giornalista intervista un attore travestito da Hitler. Poi, ubriaco e preso dai rimorsi, corre a denunciare il falso Hitler alla prima stazione di polizia, dove gli ridono in faccia e lo mandano via a parolacce. L’agente, tornato ad Acapulco, non trova più traccia di Thorsvan.

1969. Muore a Città del Messico Hal Croves, alter ego del misterioso scrittore B. Traven, il quale a sua volta era l’alter ego di Ret Marut, uno dei protagonisti della Repubblica socialista di Baviera soffocata nel sangue nel 1919. Ricercato dalle polizie di mezza Europa, Marut era vissuto sotto false identità, tra cui quelle di Thorsvan e Traven. Nello stesso anno Jacques Brel si ritira. Lui, Brassens e Ferré si riuniscono per un’intervista collettiva, poi Brel inizia la sua seconda vita, fatta di film, di fughe alle isole Marchesi in barca a vela e in biplano, di sporadici ritorni al canto. Il giornalista segue gli eventi alla radio.

Quattordici anni più tardi, nel 1993, Léo Ferré muore in Italia. Il giornalista, anziano, cerca di intervistare l’ultimo grande amico del cantante, Fabrizio De André, ma il suo approccio è così maldestro che De André lo manda a fanculo. Guardando una puntata de L’ispettore Derrick, il giornalista crede di riconoscere nell’attore che interpreta Derrick -Horst Tappert- colui che, trentotto anni prima, lo aveva ricevuto travestito da Hitler. Il suo racconto suscita l’ilarità dei colleghi.

Siamo arrivati al 2017. Da tempo in pensione, il vecchissimo giornalista riceve la visita di sua nipote, un’attrice franco-italiana che lavora tra Roma e Parigi. La ragazza ha saputo da un’amica tedesca che Horst Tappert, prima di diventare famoso come Derrick, era stato davvero un nazista, e dopo la guerra era rimasto legato a diversi circoli di ex nazisti anche in Sudamerica. Al telegiornale annunciano che fra i documenti desecretati dalla nuova amministrazione USA ce n’è uno, datato 1955, in cui un agente della CIA riferisce che Hitler è ancora vivo e si trova a Buenos Aires. Il giornalista, sopraffatto dalle emozioni, spira fra le braccia della nipote.

Cazzo, questa sì che è una trama da romanzo!

203 // PORTOFRANCO 15 // Emilio Ferro. Addio cara Ventimiglia

Peripli // Post Scriptum

Pubblichiamo oggi per Portofranco una poesia e una testimonianza di Emilio Ferro, che si definisce un “profugo d’Africa” e “italiano di Tunisi”, ponendoci di fronte a una riflessione sui percorsi personali e collettivi, sui flussi e riflussi migratori transnazionali, sulle maree della storia, sulla precarietà della bilancia mediterranea, sull’alternanza delle battigie toccate con piede esiliato dalla necessità.

G. Asmundo

.

Addio cara Ventimiglia

Addio cara Ventimiglia
mia amata terra elettiva,
hai lasciato gioie e ferite
sulla mia vita ed i ricordi,
da te ho lasciato lacrime
e sorrisi, risate sguaiate,
abbracci e baci infuocati,
da te ho lasciato l’ombra
appena accennata di poesie,
mai scritte né mai declamate,
da te le tracce dei miei passi
sui marciapiedi sulla battigia,
sul ponte sul Roia sui sassi.
Addio Ventimiglia cara,
addio all’ombra del corsaro nero,
la battaglia dei fiori, il tuo mistero
che ha attraversato i millenni,
cuore pulsante intemelio di terre

View original post 314 altre parole

Una foto di Campana

dinocampana-640x420

Cotesto non sono io, cazzo! L’uomo ritratto in codesta foto era un uomo ordinario, di chiamava Filippo Tramonti ed era un avvocato, un comune borghese che infinocchiava i clienti. E voi avete scambiato la sua foto per la mia e l’avete messa sulle copertine dei miei libri. Cani! C’è da giurare che è stato un complotto di Papini e Soffici, ci scommetto, tutta la redazione di Lacerba starà ridendo per essere riuscita a giocarmi codesto bel tiro in eterno. Io lo so. Impastare di merda la mia memoria perché durerà più della loro.

Non conoscete nemmeno la mia faccia. Io sono elettrico. Che ne sapete voi di me? Avete messo sui miei libri la faccia di un altro e pretendete sapere qualcosa del mio sucosciente? Restituitemi piuttosto i mie poemi! Foste più umili, lascereste che vi curassi con l’elettricità. Posso curare molte malattie con l’elettricità, potrei donare all’umanità un futuro libero e felice grazie alla corrente che attraversa il mio corpo. Vi insegnerei a produrre in proprio la corrente elettrica come faccio io, e sareste tutti liberi e felici. Non ci sarebbero più guerre nel mio mondo. E voi, voi che mi avete dato del guerrafondaio. Cani! Sono stato il più grande patriota del mio tempo. Sono l’ultimo dei germani in Italia. E non vuol dire ch’io feci la spia pei Tedeschi nella Grande Guerra, o cani! Germano vuol dire fratello. Sono stato l’ultimo dei fratelli. Io sono un ideale di fraternità. Sono il futuro! Vi posso render liberi, ma voi e tutta la redazione di Lacerba avete complottato per chiudermi in codesto manicomio e far restare l’umanità prigioniera. Fatemi uscire! O vi incenerisco tutti con la mia corrente. O codesta mano che ha stretto la mano del Carducci si abbatterà su di voi futuristi di merda e vi incenerirà. Io sono elettrico! Vi ammazzo tutti!

I doni di Michelle

miciù

(a Giusi)

L’amore vero, l’amore incondizionato, appartiene solo agli animali. E’ l’amore di Michelle, la mia gattina, che quando Giusi sta male si posa sul letto e la guarda -la veglia- finché io non torno. Solo allora scende e va a mangiare.

C’è una ragione se, a settembre 2016, alla Porziuncola di Assisi, abbiamo benedetto una foto di Michelle. Non siamo credenti, ma amiamo la figura storica di San Francesco: sentiamo il suo fascino e il fascino di quei luoghi. A settembre 2016 c’era appena stato il terremoto che aveva sventrato il centro Italia. Due nostre amiche, la notte del terremoto, si trovavano vicino all’epicentro, e avevamo ascoltato il loro racconto in diretta, mentre ancora non si sapeva cosa era successo e quanto era stato grave. Ma il 2016 è stato anche l’anno in cui ho lavorato meno: un mese in tutto, e il perdurare del mio fallimento lavorativo ed economico minacciava di incrinare l’armonia fra me e Giusi. Simbolicamente, il viaggio ad Assisi significava la ricerca di una pace, e abbiamo benedetto Michelle perché in Michelle è riposta parte del nostro equilibrio emotivo -e perfino del nostro equilibrio di coppia.

Chi non conosce gli animali troverà esagerata, addirittura ridicola questa affermazione. Ma si sbaglia. Quando Michelle è arrivata da noi, il 2 settembre del 2013, era un periodo che litigavamo spesso. Una sera di aprile del 2014 avevamo alzato la voce e Michelle si era spaventata. Subito abbiamo cessato di discutere per consolare e accarezzare Michelle. Non lo dico per raccontare i fatti nostri, ma per far capire agli scettici che per noi quella gattina non è “un animale domestico”: è una figlia di un’altra specie.

Dicono che gli animali ci scelgono, ed è vero: in un gattile si può percepire la reazione di quel gatto che, avvicinato tra gli altri, si avvicina a sua volta. Ma nel caso di Michelle, lei ci è stata portata e prima l’avevamo vista solo in fotografia. L’origine della sua fiducia è più misteriosa. E’ una fiducia che si è formata gradualmente. I primi tempi -lo ricorderete- non si avvicinava al nostro letto. Ora dorme con noi, appiccicata a Giusi che è la sua mamma umana, e stare nel letto con noi è il coronamento della sua giornata, è il momento in cui si sente più serena e in assenza del quale scatta per lei il segnale che qualcosa non va. Il nostro andare a letto, la sera, segue un rituale preciso: prima si mette a letto Giusi, io le porto le medicine e parliamo un po’. Poi Michelle si mette vicino alla porta e mi pianta addosso due occhi fissi da gufo. Magari miagola per richiamare l’attenzione. E’ il suo modo di dire “Adesso lasciaci sole”. Allora io, il maschio, vado a sbrigare le ultime faccende, o a scrivere o ad ascoltare musica, e le due donne si crogiolano in quel loro strano gineceo. Solo più tardi posso entrare nel letto anch’io: Giusi, in genere, dorme, ma Michelle dorme del sonno lievissimo dei gatti. Sente la mia venuta e scopre il petto per ricevere carezze. Alcune volte si distende obliqua dal mio lato del letto, e, quando cerco di entrarci, sembra avviare una contrattazione: carezze in cambio di spazio.

Se la sera io e Giusi ci attardiamo a vedere un film, Michelle viene a chiamarci. Si ferma di fronte al divano e miagola. Se ci alziamo per vedere cosa vuole, solleva la coda e ci porta verso il letto. Lo fa anche quando Giusi sta male: se prova ad alzarsi, viene a chiamarla e la porta con la coda alzata verso il letto. Certe volte pare profetica: chiama Giusi a letto e dopo un po’ Giusi ha un attacco d’asma. Non c’è niente di misterioso in questo comportamento: gli animali non possiedono la parola, ma hanno esercitato una capacità di decifrare il linguaggio del corpo che noi invece abbiamo perduto. Interpretano i nostri corpi meglio di noi stessi, e perciò sentono l’arrivo dei nostri malanni prima di noi. Noi occidentali non siamo abituati ad ascoltare il nostro corpo. I gatti lo fanno. Distinguono anche tra il male fisico e il quello dell’anima: nel caso del male fisico, Michelle fa la guardia, nel caso del male morale fa le fusa, accarezza, a volte lecca. Cani e gatti sono dotati di straordinaria empatia verso la nostra psiche. Ma, mentre i cani concedono quest’empatia a chiunque, i gatti la elargiscono solo a chi ha conquistato già la loro fiducia. Il cane è servile nel suo amore, ama anche se non è ricambiato. Il gatto dà amore, ma ne pretende.

I primi anni, evitavamo di chiamare Michelle “bimba” per non umanizzarla. Adesso la chiamiamo bimba, e chiamiamo noi stessi mamma e papà, perché non conta l’appartenenza a due specie differenti, conta il rapporto che c’è. Michelle è diversa da noi, ma in famiglia riveste il ruolo della figlia, e noi non veniamo meno a nessun patto di mutuo rispetto zoologico se ammettiamo questo fatto.

Alla Festa della Repubblica del 2014 c’era una grande dimostrazione d’aerei militari nel cielo di Ostia, e Michelle s’era molto spaventata di quel fracasso. Per tranquillizzarla eravamo rimasti con lei sul letto. Alla fine del frastuono degli aerei, ci siamo accorti che Michelle si era addormentata, e ci siamo messi a parlare sottovoce per non svegliarla. Un’altra volta sono rientrato a casa da una giornata di lavoro defatigante e per nulla remunerativa, e ho trovato Giusi che cantava la ninna-nanna a Michelle. I pasdaràn della famiglia tradizionale di cui l’Italia è piena vorrebbero vederci bruciare nelle fiamme dell’inferno, suppongo. La nostra famiglia comprende anche Michelle. Sarebbe bello poter mettere questa creatura felina nello stato di famiglia; ma la stupidità umana non consente.

Chi vuole sapere tutto di una persona non dovrebbe chiedere alla moglie, al marito o ai fratelli, ma al suo animale domestico. Con queste creature ci riveliamo a un grado di sincerità che con i nostri cospecifici sembra impossibile. E’ che nel loro sguardo non percepiamo il giudizio, che negli sguardi umani è onnipresente. In Preferisco sparire di Marco Ercolani, lo scrittore svizzero Robert Walser si rispecchia nei gatti che incontra durante le sue passeggiate. Il gatto, animale avvezzo all’uomo, è espressione pura, che prescinde dalla parola e dal giudizio. Dinanzi ad esso non possiamo che essere se stessi, nella creaturale nudità della nostra anima. Non solo gli animali non giudicano, ma l’altro indiscutibile vantaggio è che non parlano: i nostri segreti rimangono chiusi in loro come in uno scrigno. Nessuna complicità è più assoluta.

Con Michelle facciamo anche lunghe conversazioni, e lei pare rispondere a tono. Può darsi che alcune parole le siano diventate familiari, ad esempio “pappa”, “amore” o il suo soprannome “Nana”. Ma si può parlare con lei per uno o due minuti e lei replica con un miagolio intonato al mood della nostra voce.

Il miagolio di Michelle è molto particolare, somiglia a un fado. E’ un suono malinconico, e Michelle è una gattina malinconica. Un collega di Giusi, guardando una sua foto, ha esclamato: “Che sguardo straordinario! E’ quasi umano!” Michelle ha uno sguardo intenso e intelligente. Come tutti gli intelligenti, è delicata. Risente tutti gli umori della casa, basta poco e si stressa e le viene la cistite. Ad ogni mia perdita di lavoro, ad ogni malattia di Giusi le è venuta la cistite, oppure qualcosa nel suo comportamento è cambiato: ha iniziato a mangiar meno oppure a chiedere cibo in continuazione, ha iniziato a miagolare in modo ossessivo o a scacciarci se la avviciniamo… Un’altra caratteristica di Michelle è che è una gatta molto timorosa: scappa davanti al topolino a molla che comincia a muoversi, e scappa ad ogni nostro movimento brusco, ad ogni nostro agitare in mano un oggetto un po’ più grosso del consueto. E’ stata picchiata? Non sappiamo nulla della sua vita prima di noi…

Quando abbiamo montato il primo albero di Natale grande, credevamo che lei ce lo avrebbe distrutto in un giorno. Invece Michelle adorava l’albero, lo contemplava dalla poltroncina, seduta a sfinge o appallottolata, oppure si accucciava all’ombra delle sue lucine per schiacciare un pisolino… Nemica di ogni minimo cambiamento, di ogni mobile spostato e di ogni giorno delle pulizie, Michelle ha accettato subito quell’albero, e quando è passato il Natale è sembrata sgradire di vederlo smantellato.

Ma c’è stato un cambiamento più grosso nella vita abitudinaria di Michelle. A inizio primavera del 2018, una sera, trovammo che Michelle aveva fatto la pipì in soggiorno. Non era mai successo. Stava male? Rinunciammo al nostro concerto all’Auditorium per stare con lei, senza però notare nulla di strano nel suo comportamento. Quella notte la sentimmo ringhiare. Ringhiava in direzione del balcone. Ci alzammo per capire cosa stesse succedendo, e sul balcone c’era un enorme batuffolo di pelo bianco e grigio con due occhioni spalancati. Era un gatto bellissimo, simile a un maestoso Maine Coon chiaro. Era tutto impaurito, sembrava chiedere scusa di aver invaso il territorio di Michelle. Suonammo ai nuovi vicini. “Avete un gatto?” “Sì”.

Poco alla volta, Michelle e Romeo si sono riavvicinati. Il loro primo incontro diurno, qualche settimana dopo, sembrava l’incontro fra due maestà: guardingo, solenne, cerimonioso. Romeo faceva dei vocalizzi dal balcone e Michelle rispondeva a grugniti, Romeo si strofinava sulla portafinestra e Michelle si avvicinava piano piano… fino a quando lui non è entrato in casa. Adesso è talmente di casa che usa anche la stessa lettiera. Io lo chiamo “il gatto musicista” perché ha la voce più melodiosa del mondo, fa un verso misto di miao, prr, glu-glu, modulato su tutti i toni: sembra un oboe d’amore. Da quasi un anno si presenta verso le cinque del mattino, passa dall’apertura che gli lasciamo nella portafinestra, e inizia la sua serenata: “Mau, prrau, prr, glu-glu, glau, mauauu-gl, prr”. Michelle gli va incontro e strofina il nasino sul suo; poi lo mena. Questo è il loro rito di saluto. Si rivedono altre volte, nel corso della giornata, a orari quasi fissi: in genere nel primo pomeriggio e la sera. Adesso che Michelle sta male anche Romeo sembra essersene accorto: non canta più come prima, è più silenzioso, cauto, dopo ogni terapia la sorveglia senza darle fastidio, e solo quando lei sta meglio riprova a giocare. Lei, in cambio, chiede cibo per lui. Si avvicina, mi fa “miao”, mi porta al piattino: quando io lo riempio si discosta e lascia mangiare Romeo.

202 // PORTOFRANCO 14 // Pina Piccolo. Una rosa antifascista per Gramsci, da “I Canti dall’Interregno”

Peripli // Post Scriptum

In occasione dell’appena trascorso 27 aprile, desidero porgere una rosa rossa in omaggio ad Antonio Gramsci, permettendomi di prendere in prestito una poesia di Pina Piccolo, che nel proprio libro ne rilegge il sempre attualissimo concetto di “interregno”, cantandolo e declinandolo oggi, in un mondo consumistico e sempre più condizionato da nuovi “ismi”.

Non mi sembra superfluo, in questi giorni di ricorrenze nazionali parzialmente offuscate e in questi tempi di mutamenti che direi “socio-mediatici”, ricordare Gramsci anche in quanto martire antifascista, per la sua tenacia fulgida, irriducibile, nel concepire una “resistenza culturale” e politica di lunga durata, tema che riprenderò nei prossimi articoli. Una tenacia esemplare e rinfrancante.

A proposito della crisi, «[…] il vecchio sta morendo e il nuovo non può ancora nascere» egli scrisse. Ma oltre la crisi, infine, nascerà. E molte persone consapevoli tenteranno di navigare, mi auguro insieme, attraverso le difficoltà quotidiane della sua concreta costruzione a lungo…

View original post 390 altre parole

201 // PORTOFRANCO 13 // Flavio Almerighi. Lampedusa, luglio 2013

Peripli // Post Scriptum

Il contributo di oggi per Portofranco è migrato all’interno della rubrica salpando da un dialogo in forma di commenti a un post sulle fasi di “censura” di Portofranco. Grazie a Flavio Almerighi per questa poesia e per i suoi versi, tanto caustici quanto musicali, caratteristici della sua poetica.
Una poesia nella quale denuncia “satirica”, nel solco della tradizione rivisitata, toni drammatici, ritmi musicali e rilavorazione dell’immaginario si mescolano, facendosi strumento per “dire” la realtà.

(G. Asmundo)

Lampedusa, luglio 2013

Il tango gitano se n’è andato
è morto tentando
di spiegare la democrazia
a un’ingente somma di danaro,
Gesù di Nazareth tutto bianco
ha assegnato premi alla carriera
ai sepolti sbrigativamente in mare,
come se non fosse Katyn
il Canale di Sicilia ma
vasca idromassaggio per donne
levigate già fin troppo
o nell’epica di Moby Dick, posto
per cercare fianchi da infilzare
anziché mare disperato d’inerzie
e lacrime da coccodrillo
sul…

View original post 128 altre parole

Per saecula – tutto e niente

vangoghcorbeaux

(A Doris Emilia Bragagnini)

L’ultima persona che lo ha conosciuto è morta nel 1997: era nata ad Arles nel 1875 ed è vissuta 122 anni. Si chiamava Jeanne Calment. Nel 1888 aveva tredici anni e si trovava nel negozio di colori della sua famiglia quando vide entrare Van Gogh. “Era sporco, brutto, col volto bruciato dall’alcol, per nulla gentile. Andava al bordello, ma le prostitute a volte non si facevano pagare e lui spendeva i suoi soldi per bere.” Non diceva: era un grande pittore. Diceva che era sporco e brutto e che andava a puttane.

Jeanne era nata quando ancora non c’erano la torre Eiffel e il cinema. Suo marito la portava a Parigi a vedere il cinema dei fratelli Lumière e i lavori di costruzione della torre. Da ragazza ballava la farandola. Prima di morire partecipò con la sua voce a un album rap. Se le avessero chiesto cosa era cambiato in 122 anni, forse avrebbe risposto: tutto è cambiato, niente è rimasto lo stesso. Ma la sua idea di Van Gogh non era cambiata.

Van Gogh era nulla per la società del suo tempo ed è tutto per noi. A volte mi chiedo quanti van Gogh ci siano fra i nostri clochard. Lui in fondo era poco più di un clochard per i suoi contemporanei. Forse era anche una persona sgradevole, almeno in alcuni momenti. Jeanne Calment lo descriveva come un uomo rozzo. Ma a leggere le sue lettere non si direbbe.

«Penso tanto a te e a Gauguin e a Bernard, sempre e ovunque. Mi piacerebbe che foste tutti qui. Non sarei sorpreso se il mio ultimo quadro, il cielo stellato, ti piacesse. Spesso ho la sensazione che la notte sia ancora più colorata del giorno, con toni di viola e di blu e di verde più intensi. Le stelle mi fanno venire in mente i puntini neri che indicano le città e i paesi su una carta geografica. Prova a immaginare se i punti di luce in cielo fossero accessibili come per noi i punti sulla carta della Francia. Come prendiamo il treno per andare a Tarascon o Rouen, così prendiamo la morte per andare su una stella. Non mi sembra impossibile che il colera, la crisi e il cancro siano mezzi di trasporto celesti proprio come i battelli a vapore e i treni sono mezzi di trasporto terrestri. Nella vita di un pittore la morte forse non è la cosa più difficile che ci sia. Mi sento la testa ovattata già da settimane, devo stare attento ai miei nervi. Quando il mio spirito è in stato di esaurimento, pensa sempre più all’eternità. Hai avuto notizie da Gauguin? Se venisse qui, per noi inizierebbe un nuovo periodo. La mia idea sarebbe quella di fondare una casa per artisti che non esistesse soltanto durante le nostre vite ma anche per le generazioni future. Se quello che fai ti fa vedere l’eternità, allora la tua esistenza ha avuto un senso.»

“Egli stava lavorando per noi” scrisse cinquant’anni dopo René Char. Aveva gli occhi dei posteri. Era come se fosse già morto per se stesso. Si vedeva come lo avrebbero visto dopo la sua esistenza reale. Quindi anche lui si considerava tutto e niente.

Agli occhi della società, un artista o è un genio o è un fallito. Van Gogh è quasi solo un genio per noi, ma per la gente che lo conobbe era quasi solo un fallito. Lui si sentiva più simile al grano.

«Quando penso a tutte quelle cose di cui non capisco il motivo, guardo i campi di grano. La loro storia è la nostra: non siamo forse anche noi in gran parte grano? Ci rassegniamo a crescere come una pianta. A volte non siamo in grado di muoverci come la nostra immaginazione vorrebbe, e quando siamo maturi veniamo falciati come il grano. Sono davvero convinto che la storia dell’uomo sia come la storia del grano: anche se non vieni seminato nella terra per germogliare, non importa, vieni comunque macinato per essere trasformato in pane. La differenza tra fortuna e sfortuna, bene e male, bello e brutto, è relativa. »

Le incisioni di Herbert von Karajan

karajanLo stile del direttore d’orchestra austriaco Herbert von Karajan (Salisburgo, 1908 – Anif, 1989) è cambiato moltissimo col tempo, e non sempre in meglio. Chi conosce le sue incisioni dei primi anni ’40 si è trovato di fronte a un direttore di accattivante vitalità, un po’ gigione, stilisticamente legato alla lezione dei maestri austro-tedeschi del primo Novecento (Strauss, Krauss, Schalk), che ama giocare con i “tempi” e già mostra -per quanto si può capire da riprese sonore non eccelse- un gusto timbrico opulento e una concezione “orizzontale” dell’orchestra. In un breve giro di anni, assorbita la lezione di Toscanini, Karajan abbandonò gli estri giovanili per dedicarsi a letture più asciutte, prive forse dell’intensità toscaniniana, ma dall’eleganza impareggiabile: non è un caso che proprio in quel periodo (fine anni ’40) inizia ad essere acclamato nel mondo anglosassone: il suo stile di quegli anni è molto “british”. Le incisioni mozartiane con la EMI, il Falstaff, accoppiano la grazia settecentesca a un tocco suadente che non mostra ancora i manierismi della fase successiva. Karajan predilige ancora i tempi veloci. Dinu Lipatti, incidendo con lui il Concerto di Schumann in una versione ch’è forse la migliore della storia del disco, scrive a Walter Legge che Karajan è un musicista “remarkable but superclassical”.

Il periodo Berliner Philarmoniker-Deutsche Grammophon è caratterizzato dal ritorno all’opulenza sonora degli esordi, ingigantita dal lavoro dell’ingegnere del suono Günter Herrmans: Herrmans è un fuoriclasse che, come tutti i fuoriclasse, tende ad esagerare. Il binomio Karajan-Herrmanns dà frutti memorabili in gran parte del repertorio straussiano, sibeliano, brahmsiano e bruckneriano ed anche in certo Novecento storico (Apollon Musagete, Quinta di Prokof’ev, incisioni della scuola viennese). Negli anni Sessanta, arriva la “riforma” dell’interpretazione wagneriana: il Wagner di Karajan è più sensuale che eroico, punta sulla conservazione dell’intera gamma timbrica dell’orchestra permettendo di udire deliziosi timbri puri fra gli impasti sonori più intricati. E’ un Wagner nuovo e più umano, ripulito dagli eccessi di retorica, ma trasformato forse un po’ troppo in “uno di noi”.

Il suo Beethoven traccia una traiettoria che va dal classicismo degli inizi a una visione tormentata e introspettiva, ma risente di un’impostazione sonora che con c’entra nulla con lo stile dell’autore. Karajan torna sempre più, e sempre più in forze, alla concezione tardoromantica delle prime interpretazioni, ma con tempi sempre più dilatati e una concezione del suono sempre più adamantina: e ne cava fuori letture tormentate, affascinanti, suadenti, ma a volte molto sfocate sul piano stilistico.

E’ difficile però tracciare una “traiettoria” della carriera di Karajan, perché proprio in quel periodo (anni ’70-’80) ridà vita ad alcuni cavalli di battaglia in incisioni di persuasiva essenzialità: penso alla Finlandia sibeliana del 1975, meno compiaciuta di dieci anni prima, e a una Tapiola dove l’intensità è raggiunta attraverso la rarefazione dei mezzi. Contemporaneamente, inizia a cimentarsi con Mahler. E proprio a Mahler dedica uno dei suoi frutti più poetici: la registrazione dal vivo della Nona sinfonia nel 1982, panoramica asciuttissima e tesa di tutti i climi espressivi di questa serena e disperata trenodia: Karajan la dirige come se anche la disperazione fosse alle spalle, come se Mahler avesse già varcato la soglia dei morti. Inutile dire quali livelli abbia potuto raggiungere questo direttore con l’altro grande “compositore della fine”, Richard Strauss: i suoi Morte e trasfigurazione, Metamorphosen, Don Quixote sono pietre miliari.

Due autori possono servire da cartina di tornasole della sua parabola direttoriale: Verdi e Sibelius. Dal Falstaff leggero e “inglese” degli anni ’50 si sprofonda nel troppo sontuoso Otello di vent’anni dopo, con un Mario Del Monaco ruggente: un’incisione che, pur nello splendore sinfonico abbagliante, fra timbri stregati, esplosioni di collera e sensuali languori, appare troppo poco unitaria, troppo poco adeguata alla robusta psicologia verdiana. Di Sibelius Karajan è stato uno dei primi difensori quando ancora Leibowitz lo definiva “il peggior compositore del mondo”. Con Beecham, Kousevitzky, Ormandy e in parte Toscanini è stato uno dei maggiori diffusori dell’opera del finlandese, che lo ricambiò con profonda stima: “Karajan is a great master” scrisse il compositore a Walter Legge. Ma tra le interpretazioni sibeliane con la Philarmonia Orchestra, brucianti, dritte allo scopo, scure nei colori, e quelle berlinesi degli anni Sessanta, con una tavolozza timbrica inusitata e tempi più flessibili, passa un mondo intero. Non so dire quale approccio sia migliore: sono grandi interpretazioni, ma radicalmente diverse.

Quanto al “suono” di Karajan, io lo trovo spesso manieristico: ricco e sfumato oltre il necessario. La sua orchestra sembra passare attraverso un prisma che la scompone in tutte le sue parti: si ascolta tutto come in un suggestivo lago sonoro, è una sbornia di colori in cui però si perde quella vigorosa unità che fa un’opera intensa. E’ un parere personale, ma ogni tanto Karajan pare perdersi e farci perdere nei dettagli, dimenticando l’insieme. E’ quel che accade nel Concerto per violino di Sibelius con Christian Ferras, o nella Finlandia del 1965. A differenza di Kubelik, che pretendeva una riproduzione esatta del suono dell’orchestra, e a differenza di Toscanini, che interveniva in fase di missaggio per dar risalto alle voci secondarie, Karajan chiede a Günter Herrmans di smorzare gli acuti e conservare l’intera gamma dinamica dell’orchestra, con un effetto di intimità quasi cameristica che però rende i suoi dischi difficili, più che da ascoltare, proprio da udire: a meno che non li si ascolti in cuffia, l’ambiente reale, soggetto a un normale rumore di fondo, fa perdere molti dettagli, e la concertazione di Karajan è tutta nel dettaglio. Spesso ci si fa un’idea più chiara del suo stile ascoltando i dischi EMI degli anni Cinquanta e Settanta, più realistici nella ripresa sonora.

Resta da dire che l’ultimissimo Karajan tende la mano al classicismo del giovane Karajan degli anni Quaranta e Cinquanta, con risultati di una bellezza inedita. Penso a una Sinfonia classica di Prokof’ev del 1982, in cui, là dove altri sottolineano gli aspetti più moderni dell’opera (Malko, Ansermet), e laddove Abbado sembra non porsi il problema e optare (con la Chamber Orchestra of Europe) per una lettura serena e spumeggiante, Karajan ci regala una lettura haydniana, che fa pensare all’Haydn di Szell. Un maestro che è tornato “superclassical”, ma forte di tutta una lunga e tormentata carriera dentro la musica.

Michelle

Michelle bambina

(A Giusi)

Quando Michelle mi fissa addosso quello sguardo di belva affettuosa, quello sguardo che è pura espressione, di una trasparente selvaggia verginità, penso che da un momento all’altro aprirà bocca e si metterà a parlare. Ma Michelle non parla: dalla sua bocca esce solo il suo miao, modulato su una varietà di toni che ormai mi è familiare e che capisco come fosse musica. No, a Michelle non serve la mediazione della parola: perché sporcare di parole un messaggio così chiaro?

Michelle ha carisma. Non ho mai incontrato chi ne avesse altrettanto. E’ arrivata un giorno di settembre e ha catalizzato su di sé ogni attenzione. Di colpo due sposi adulti, con la buccia indurita da svariate  difficoltà, si sono scoperti asserviti a una gattina. L’aveva trovata un’amica, era in strada e piangeva da tre giorni. Era stata abbandonata, o si era persa. Ma credo che l’abbiano abbandonata perché Michelle ha una paura enorme di restare sola. Quando stiamo per uscire ci sbarra la strada, dall’ascensore la sentiamo miagolare disperata. Quando torniamo ci tiene il broncio. La nostra amica non poteva tenerla perché la sua anziana gatta la rifiutava. Allora ha messo un annuncio su Facebook, e Giusi si è fatta avanti. Chi sa che vita ha fatto prima di noi, ci chiediamo. Ha tra gli otto mesi e un anno, forse ha già partorito dei cuccioli. Forse è per questo che l’hanno bbandonata: lei ha avuto cuccioli, e loro si sono liberati di lei. In questo caso, dove sono finiti i gattini? Le nostre amiche l’hanno trovata lì sotto una macchina, tutta spaurita, che piangeva.

Quando ce l’hanno portata era sconvolta. Si nascondeva nei posti più ingegnosi. Si raggomitolava; si strofinava esitante sui mobili per cercare di renderli suoi; s’acquattava in cerca di pace negli angoletti bui. Solo a volte si concedeva a qualche timida carezza. Non potevo immaginare nulla di più modesto e umile di lei, ma s’era imposta con tutta l’autorevolezza della sua modestia. Emanava un senso di pace che polverizzava le nostre preoccupazioni: la preoccupazione per la salute di Giusi, la preoccupazione per la mia disoccupazione. Michelle spazzava via tutto questo. In sua presenza si pensava solo a lei. E anche lontano dalla sua presenza ci chiedevamo cosa stesse facendo, se soffrisse la solitudine, come mai la trovavamo sempre dietro la porta al ritorno a casa.

Creatura ferina piombata in una casa troppo umana, quando sta assisa sulla poltrona e guarda avanti, col portamento elegante e fiero, sembra una regina che s’affaccia al suo balcone, e sembra di vedere stuoli di sudditi che dal pavimento aspettano devoti il suo miao. Quel miao che modula su una varietà di toni e timbri da fare invidia alla tavolozza orchestrale di un Ravel. Il miao straziante di quando ci vede uscire, il miao bambino con cui ci saluta, il miao languido di quando, a notte, mi chiama perché vuole carezze e si stende sul tappeto come un’odalisca che tenti di sedurmi… Il miao nervoso simile a un ringhio; il miao impaurito che gela il sangue nelle vene; il miao possente che fa domandare come possa un corpo così piccolo dar vita a tanta voce. Noi abbiamo milioni di vocaboli: lei ne ha uno solo, e lo mette in musica.

La seconda sera che era con noi, non mi ero accorto di aver messo un vaso davanti all’ingresso della sua lettiera. Michelle ha iniziato a gridare, mi ha portato in bagno e mi ha mostrato l’ingresso ostruito. Ho scansato il vaso. E quando Giusi sta male, lei si accoccola sulla poltroncina della camera e la guarda in silenzio. Quando ho da fare, mi guarda e tace. Il suo silenzio è un silenzio penetrante.

Quando ha fame, vuole che la accompagniamo a mangiare e restiamo a guardarla mentre mangia. Quando ha fatto la cacca, chiama e si fa seguire fino all’ingresso del bagno, dove l’odore fa capire chiaramente che debbo pulire la lettiera. Se vede che andiamo a dormire, s’accuccia dietro la tenda per addormentarsi con noi. Ma io soffro d’insonnia, e spesso mi rialzo di notte: faccio i lavori di casa che non ho finito, oppure scrivo -questo scrivere che è il mio peccato originale; questo scrivere anche se sono disoccupato; questo scrivere sempre di notte, col buio, di nascosto, come stessi facendo una rapina. Io mi alzo, dicevo, e Michelle mi viene dietro e mi fissa finché non sono costretto a fissarla anch’io. Nei suoi occhi c’è il rimprovero di tutte le figlie verso i padri che mettono a letto i bambini e poi vanno davanti alla TV a tirar mattina. Mi viene da dire “Sì Michelle, vengo subito a dormire”, ma poi mi ricordo che sono un uomo e che sarebbe bene tirare fuori i coglioni almeno con un gattino!

Per qualche giorno Michelle ci ha guardati aprire e chiudere l’armadio. Poi mi sono accorto che non stava guardando. Ci stava studiando. E infatti è riuscita ad aprire l’armadio e a tirare fuori un vestito di Giusi. L’ho raccontato a un amico, e lui mi ha risposto che il suo gatto ha aperto la pentola a pressione e ci è entrato!

Michelle entra nei lavandini, nella vasca, ma certi territori li considera sacri. Per esempio, il nostro letto. A volte ci appoggio un giocattolo per farla salire. Ma lei aspetta che lo rimetta a terra. Abbiamo provato a prenderla in braccio, ed è schizzata via. Non ha paura di mostrarmi il  petto scoperto, ma se la sollevo da terra le viene quasi il panico.

A ventiquattro anni -ero all’università- una notte udii dei suoni così agghiaccianti che potevano appartenere a una macchina, a un uomo, a una bestia, a qualunque essere vivente o non vivente. Pensai addirittura che fossero arrivati gli UFO! Un coinquilino mi disse: sono i gatti in calore. Quei suoni li ho riuditi da Michelle. E’ terribile vederla contorcersi, invocare, schizzare via, comportarsi come una folle. Era come vedere i tarantolati, quei poveri cristi che affollavano la chiesa di San Paolo a Galatina riversando sull’inesistente taranta tutto il loro orrore della vita. Michelle dovrà essere sterilizzata. Un amico mi ha confidato che il suo gatto, dopo la castrazione, lo guardava come volesse dire: “Cosa ti ho fatto per meritarmi questo?” D’altra parte, se non la sterilizziamo, Michelle continuerà a soffrire. Mi chiedo: e se fosse libera, se noi non ci fossimo? Se fosse libera, mi rispondo, vivrebbe male: come quando era in strada, e la nostra amica l’ha sentita piangere. Povera Michelle, dobbiamo mutilarla! E pensare che l’accoppiamento fra gatti dura una decina di secondi, ed è anche doloroso perché il gatto le lacera le pareti della vagina con la spina che ha sul pene. Gli ovuli della gatta sono chiusi in una specie di sacchetto, ho scoperto, ed è necessario lacerarlo per poterli fecondare.

Michelle cammina per casa come se fosse la sua foresta. Se ne sente padrona: vuol essere seguita, non seguire; habere, non haberi. Se parlasse, la sua regale maestà ne verrebbe sminuita. Ma Michelle non parla: ha solo il suo miao orchestrale, e tutto il resto lo dice col corpo. Il suo è un linguaggio misterioso ma chiarissimo, e siamo noi a doverci sforzare di capirlo, non lei di farcelo capire.

Vedere Michelle dormire è vedere un paesaggio: è il pastorello di Van Gogh, o il riposo del Doganiere Rousseau. C’è il respiro della terra nel suo sonno. La sua figura fa apparire volgarissima la poltrona su cui si accuccia. Quella è un orpello, Michelle è l’essenziale.

Il suo umore è incostante: ha un bisogno disperato di carezze, e se accenno ad andarmene mi trattiene. Poi d’improvviso ringhia e si ribella. Ma quando mi appoggia il testolino sul palmo della mano, sento in lei un abbandono completo: sento che un’anima ha trovato pace nelle mie mani.

Ho avuto due genitori razionali, che hanno comunicato con la sola parola e quasi per niente col gioco e col corpo. E sono venuto su razionalissimo, ma indifeso di fronte alle emozioni. Il corpo è sempre stato il mio nemico: a tre anni giravo le cliniche ortopediche, e dicevano a mia madre: “Se fossi Dio, rifarei suo figlio da capo”. Portavo scarpe ortopediche, doccine notturne, facevo ore e di cammino sulle punte dei piedi in casa, e a giorni alterni ginnastica e nuoto correttivi. Mi dicevano che a quattordici anni avrei dovuto segare le ginocchia e rimontarle. Per fortuna non c’è stato bisogno: sono bastate la buona volontà e la ginnastica. Ma sono cresciuto quasi senza giocare e il corpo è rimasto il mio nemico. Michelle mi ha insegnato a giocare, mi ha insegnato ad amare il mio corpo. Mi ha guarito.

Quando ci vede correr dietro ai nostri impegni, nei suoi occhi appare un lampo d’ironia. Sembra che pensi: “Ma chi glielo fa fare a condurre una vita così complicata, ad andare in ufficio, a cercare lavoro per poi avere i soldi per poi poter mangiare? Basterebbe acchiappare un topolino…”

Il Tribunale dell’Inquisizione bruciava i gatti neri perché li considerava incarnazione del diavolo.  Michelle è nera: ma, a vedere la sua eleganza, è difficile immaginare qualcosa di meno diabolico. Credo che l’Inquisizione odiasse i gatti perché sono il contrario del fanatismo: razionali, indipendenti, ironici. L’Inquisizione ha smembrato, seviziato, arso vivi tanti esseri umani. Eppure l’immagine di quei gattini miagolanti tra le fiamme è la più patetica, più evidente rappresentazione di dove ha spinto la sua -tutta umana- follia.