Il registratore del mondo – 14

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-Ho fatto una cazzata, Marina.

-Ne fai tante.

-Sì, ma questa è più grave. Ho dato spettacolo.

Marina smette di cucire e guarda Daniil intensamente. -Cosa hai fatto?

-Mi sono messo a ripetere ad alta voce pezzi della poetica di Oberju.

Marina si alza: -E’ ora che prendo in mano io la situazione.

E Marina va da sola verso l’Unione degli scrittori, quella dove c’era stato il concerto di Gilels. Hai deciso di tornare verso casa di Daniil perché ti sembrava la cosa più ragionevole, prima o poi sarebbe tornato là. Hai visto Marina uscire risoluta e hai immaginato cosa potesse essere successo. Affacciato alla finestra c’è Daniil, stravolto, pallido. C’è un confronto che ti ha sempre impressionato, ed è quello fra le fotografie di Daniil quando era libero e quella del suo arresto. La faccia di Daniil adesso è già simile a quella dei giorni dell’arresto.

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Segui Marina e la vedi infilare la porta dell’Unione degli scrittori. Aspetti. Dopo dieci minuti, vedi che un tale la sta spingendo fuori.

-Non potete fare così… è uno scrittore! Sapete che è uno scrittore!

-E’ uno scrittore controrivoluzionario! Fa letteratura per bambini, e non abbiamo bisogno di letteratura per bambini!

-Non fa solo letteratura per bambini! Voi lo sapete! Sapete che vale!

-Si tolga dai piedi!

-Ma non abbiamo altro modo per mangiare!

-Oh, sì, può andare a lavorare in fabbrica, è giovane!

-Ma non sta bene, non si regge in piedi, come fa…

-Adesso basta!

L’uomo, che somiglia vagamente al poeta Esenin, ma ha una faccia più dura, assesta un pugno sul viso di Marina, che cade. Una macchina quasi la travolge.

-Signora, è pazza?

-Ma mi ha picchiato!

-Beh, veda comunque di togliersi dalla strada!

Marina piangendo torna via. Tu vorresti aiutarla, vedere almeno se si è fatta male, portarla in farmacia. Ma non puoi intervenire. Sei un viaggiatore del tempo. Non puoi cambiare il corso della storia. E così resti impotente a guardare la moglie del tuo scrittore preferito tornare a casa umiliata, sconfitta. La folla di San Pietroburgo si richiude su di lei come il Mar Rosso sugli antichi Egizi.


Quartetto n. 1

Fu il colonnello Orlandi a parlarmi per primo del Quartetto. Nel Primo quartetto di Bartók, mi disse, c’è un punto in cui sembra di sentir suonare una fisarmonica. Ha mai sentito gli archi suonare come una fisarmonica?, mi chiese. Una vera fisarmonica di un vero musicista contadino dell’Est Europa. Non lo conosco, gli dissi, cercherò di ascoltarlo. Ma alla radio non passò mai. Quando andavo al negozio di dischi, in città, non lo trovavo. Poi sono diventato vecchio. Da quando mi sono rotto il femore non posso più uscire e mi sono rimasti solo i ricordi per vagabondare con la mente e gli spostamenti dal letto alla finestra… Il colonnello Orlandi è morto due anni fa, ho chiesto al figlio di cercarmi lui il Quartetto, ma mi ha risposto che non ha conservato i dischi del padre. Grave errore. La musica era tutt’uno con suo padre. Si pentirà. E poi oggi mia nipote ha portato un CD con il Quartetto di Bartók. Lo ha messo su. Lo ho ascoltato. All’inizio mi sentivo preso in giro: un lungo inizio lento, senza nulla che facesse pensare alle immagini vigorose che il colonnello mi aveva evocato. Poi, poco prima della fine, quando ormai ero convinto di ricordare male quale quartetto fosse, eccola! La fisarmonica! Il quartetto che suona come una fisarmonica! Ecco la danza, i suonatori magiari, il ritmo slavo che scorre nelle vene… Dura un attimo. Ma è magia pura, vita pura. Ho chiesto a mia nipote di rimetterlo, mi sono fatto insegnare come si usa il CD per potermelo rimettere da solo. E’ passato tutto il pomeriggio. Lo ho ascoltato e riascoltato, in un’estasi esaltata. Poi ho spento la luce. Sono andato a dormire. Ho sognato che morivo in pace.

Il registratore del mondo – 13

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Ma quando erano cominciati i guai di Daniil? Dal poco che si riesce a capire, lui e gli Oberju non erano mai stati molto amati: le loro serate erano dei mezzi disastri, e il pubblico reagiva male alle loro assurdità. C’era una commedia di Daniil, Elisaveta Bam, in cui comparivano battute come queste:

ELIZAVETA Ivan Ivanovič, andate in mezza birreria, e portateci una bottiglia di birra e delle noci.

IVAN Ah, delle noci e mezza bottiglia di birra, andare in birreria poi tornare.

ELIZAVETA Non una mezza bottiglia, una bottiglia, e non in birreria, ma nella noce.

Sembra che l’attrice, Anna Semenova, alle prove si sbagliò e disse, anziché “nella noce”, “nel fagiolo”. Daniil le si avvicinò tranquillo e la corresse: “Noce, non fagiolo. E’ fondamentale”.

Gli spettatori avevano preso male la commedia, molto male. A metà dello spettacolo, ricorda Anna Semenova, avevano cominciato a tirare ortaggi guasti (evidentemente se li erano portati da prima). Lei era stata colpita da un cetriolo sotto sale che le aveva macchiato il vestito. Gli attori erano andati nel panico. Daniil da dietro le quinte diceva: “Andate avanti! Andate avanti!” Vvedenskij aveva gridato al pubblico di star tranquilli, che presto sarebbe finita. Quando fu davvero finita, pochissimi erano rimasti in sala. A fine serata, gli oberjuty si erano riuniti in trattoria per fare il punto della situazione. Erano tutti tesi. Daniil no. “Aspettate”, aveva detto, “ci capiranno, la pièce era meravigliosa”. Il giorno dopo, un quotidiano locale recensì: Un caos sincero fino al cinismo, dove non si capisce un accidente.

Scrive Paolo Nori:

… a ridosso degli anni Trenta iniziano gli interventi dei pedagoghi sull’editoria per l’infanzia, e in particolare sull’editoria leningradese […] Le favole in quegli anni erano considerate dannose per i bambini, si credeva che li distogliessero dalla realtà rivoluzionaria, le poesie e i raccontini, poi, erano visti come una perdita di tempo. Il problema si ingigantì talmente […] che ci si chiese se era necessaria in generale una letteratura per bambini.

Tra i più bersagliati dalla critica c’ea Charms. Un certo D. Kal’m, in un articolo intitolato Contro la letteratura per l’infanzia fatta con i piedi, scrive: La Giz [la rivista su cui scriveva allora Daniil] coltiva il nonsenso. La Giz pubblica delle cose incomprensibili, insensate, orribili […] le quali né da un punto di vista formale, né tantomeno dal punto di vista del contenuto sono in qualche misura accettabili.

Charms, insieme a Vvedenskij […] veniva tra l’altro rimproverato di povertà di procedimenti letterari, e lo si accusava di riportare indietro la letteratura, verso l’antichità, strano destino, per un rappresentante dell’ultima avanguardia […]

Nell’aprile del 1930 Charms e Vvedenskij partecipano a una serata di letture poetiche nella casa-albergo degli studenti dell’Università di Leningrado, che si rivelerà, per gli oberjuty, una vera e propria catastrofe. Sul quotidiano Smena (Cambio) esce l’articolo di L. Nil’vic Saltimbanchi reazionari (su una sortita di teppisti letterari).

Sono proprio pochi, scrive Nil’vic, si possono contare sul palmo di una mano. La loro opera… Del resto, parlarne significa tributare un onore non necessario alla transmentale fornicazione con le parole degli oberjuty. Non li pubblicano, quasi non intervengono. E non ci sarebbe neanche bisogno di parlarne, se non avessero pensato di portare la loro “arte” alle masse. Ma gli oberjuti sono lontani dalla gente. Odiano la lotta del proletariato. La loro uscita dalla vita, la loro poesia incomprensibile, la loro transmentalità da saltimbanchi, è una protesta contro la dittatura del proletariato. La loro poesia è controrivoluzionaria. E’ una poesia di persone diverse da noi, una poesia di nemici di classe, così hanno deciso gli studenti universitari.

Confessione

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Arrigo Boito (Padova, 1842 – Milano, 1918) fu scrittore, librettista e compositore mancato. Fu un uomo febbrile e inquieto, intellettuale della Scapigliatura, figlio spirituale di Baudelaire ma cresciuto nell’aria pragmatica del Nord Italia. Lo ricordiamo in parte per la sua prima opera lirica, il Mefistofele, e in gran parte per i libretti delle due ultime opere di Verdi, l’Otello e il Falstaff. E’ opinione comune che Boito abbia portato all’opera verdiana il vento fresco di due testi di qualità, prendendo il posto dello storico librettista Francesco Maria Piave, il cui cervello aveva dato di volta. Ma è un’opinione condivisibile solo in parte. Piave scriveva versi imbarazzanti: “Sento l’orma dei passi spietati”, “il balen del tuo sorriso”. Eppure, come osserva Savinio, i momenti più alti di Verdi assomigliano molto a “Sento l’orma dei passi spietati”. Sono momenti stupendi, ma sciocchi. Provate a far eseguire la Danza delle sacerdotesse dell’Aida a una fisarmonica, e perderà tutto il suo fascino egiziano per rivelarsi una mazurka campagnola infiocchettata con qualche cromatismo. E’ questo il genio di Verdi: e un inventore di sfondoni come il Piave lo intercettò molto meglio del più colto Boito. C’è anche dell’altro. I versi di Piave, servitore della musica, erano brutti sì, ma musicabili, mentre non si riesce a immaginare un periodo più antimusicale di questo, tratto dal Falstaff di Boito: “Costui beve, poi pel gran bere perde i suoi cinque sensi, poi ti natta una favola ch’egli ha sognato mentre dormì sotto la tavola”. Solo il genio di Verdi poté mettere in musica questi ritmi zoppi. E c’è ancora dell’altro. Piave sarà stato anche un poeta da strapazzo, ma era un buon psicologo. Conosceva l’animo umano, e questo in Verdi è fondamentale. Piave capiva le ragioni teatrali di Verdi con una profondità che Boito nemmeno si sognava E il risultato è che, con Piave, tutti i personaggi, anche i più infami, hanno le loro ragioni; con Boito, Jago sembra Hannibal Lecter.

Eppure, se ci occupiamo di Boito non è per dirne male come artista, ma per elogiarlo come uomo. Quando girarono voci sulla stampa secondo cui Boito era stanco di collaborare con Verdi e voleva dedicarsi di più alla propria musica, Verdi gli offrì, non senza risentimento, di congedarlo. Ma Boito non accettò, e gli scrisse: “Voi vivete la vita vera e reale dell’Arte, io quella delle allucinazioni”. Una così lucida confessione è difficile da fare per chi aspira ad essere un artista. Boito la ha fatta, ed è per questo che è stato un grande uomo.

Gatta

Seduta sull’orrore della terra
sta la mia gatta

e ha odore di foresta
la mia casa è un bosco
dove fa le sue cacce di bimba

Non chiede che una ciotola e carezze
per vibrarmi il suo sorriso di fusa
la sua voce è un fado
che canta il giorno in cui l’ho trovata tra la spazzatura

Quando mia moglie non si sente bene
lei se ne accorge per prima
si posa sul letto e la guarda
-la veglia-
finché non torno
solo allora scende e va a mangiare

Nessuna musica c’è sulla terra
serena come il suo masticare
non esiste un odore più puro
di quello suo di foresta
né un corpo più caldo
di quello che lei mi strofina
né anima più indifesa
di quella che mi mette in mano, con la sua testolina

Se è felice gioca
se mi cerca chiama
e se vuole star sola mi allontana
non conosce convenienza
non conosce dare e avere

Tutte le danze di tutto l’Oriente
sono nel suo corpo di gatta
cucciola del mondo, orfana odalisca
sottratta all’orrore della terra

Il registratore del mondo – 12

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Nelle sue memorie, Marina Malic ricorda che una volta chiamarono Daniil alla Nkvd, il Commissariato del popolo per gli affari interni -vale a dire la polizia segreta. Daniil era terrorizzato, pensava che l’avrebbero arrestato. Invece gli avevano chiesto di fare alcuni giochi di prestigio. E lui, che era un grande prestigiatore, dalla paura non riusciva a farli: gli tremavano le mani. L’avevano chiamato solo per curiosità.

Col clima che si respirava in quel periodo a Leningrado, figuriamoci se Daniil non aveva paura per quello che era appena successo in mezzo alla strada. Infatti, tu lo cerchi e non lo trovi. Sembra che sia scappato.

Dal resoconto degli interrogatori, è evidente che Daniil da una parte scherzava col fuoco, e si metteva volontariamente a rischio con le sue affermazioni strampalate, dall’altra aveva una paura fottuta. E anche adesso è accaduto proprio questo: temerarietà e paura fottuta. L’anima di Daniiil sembra non conoscere il buon senso.

E’ sparito come il personaggio di una sua poesia del 1937, intitolata Un uomo è uscito di casa.

Un uomo è uscito di casa
Con un bastone e un tascapane
E per un lungo viaggio
E per un lungo viaggio
E’ partito, solo come un cane.

Andava sempre dritto e avanti
E sempre avanti lui guardava.
Non dormiva, non beveva,
Non beveva, non dormiva,
Non dormiva, non beveva, non mangiava.

Poi una buona volta all’alba,
E’ entrato in un gran bosco folto
E da quel momento
E da quel momento
E da quel momento si è dissolto.

Ma se per un qualche caso strano
Vi succedesse di vederlo
Allora presto ditelo
Allora presto ditelo
Abbiam bisogno di saperlo.

Dove sta il problema di questa filastrocca per bambini? Il problema è che, in quel periodo, la gente in Unione sovietica spariva per davvero. E questa poesia per bambini venne scambiata per una critica al sistema. E’ da quel momento che Daniil non ha potuto più pubblicare, nemmeno sulle riviste per l’infanzia. Da quel momento ha cominciato a far la fame.

Congedo

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Gentile dottore,

ho deciso di rinunciare al suo aiuto. Il motivo della mia decisione non le piacerà, ma la prego di rispettarla e di non cercare di convincermi a tornare indietro.

Vede, io ho studiato letteratura su libri di testo in cui le critiche avevano un’impostazione psicanalitica: così, se Pascoli parlava di un fiore, quel fiore doveva simboleggiare gli organi genitali di una donna e alludere all’impossibilità per il poeta di vivere un rapporto d’amore. Tutto questo ha avvelenato la mia crescita inducendomi a pensare che la letteratura fosse una malattia. Troppo tardi ho capito che la mia malattia non aveva niente a che fare con la letteratura: troppo tardi, quando già mi ero preso responsabilità familiari e di lavoro che mi impedivano di ricostruire quell’amore giovanile e di portarlo avanti. Per colpa della sua disciplina ho perso quella porzione di bellezza che avrebbe potuto migliorare la mia vita.

Ricorrere a lei per scoprire la mia vera natura è stato un errore nell’errore. Ormai sono convinto che la vera personalità di un uomo sia quella pubblica. Il Novecento e la sua disciplina ci hanno abituati a scavare nell’inconscio delle persone rendendole tutte uguali, i grandi come i meschini, perché nell’inconscio siamo più o meno tutti uguali. E’ nelle manifestazioni che emergono le nostre differenze, le nostre più profonde individualità. Nel modo in cui modelliamo la materia magmatica del subcosciente per farne vita. E allora chi, come me, è in cerca di un’identità non la troverà mai in quel rutilante materiale di base. La troverà fuori. Si deve essere superficiali per profondità, diceva Nietzsche. Per questo io rinuncio alle sue cure. Per questo penso che, per conoscermi meglio, d’ora in poi vivrò solo in superficie.

Non creda che non le sia grato per il lavoro fatto fin adesso.

Cordiali saluti,

Il registratore del mondo – 11

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Daniil ostenta sicurezza, ma è evidente che non è più tanto sicuro. Zia Koljjubakina lo sa, e per questo non insiste troppo nelle sue raccomandazioni. Sa che Daniil si fa già tanti rimproveri da sé.

Si è acceso la pipa, la sua pipa curva da Sherlock Holmes. Guardandola bene, è una pipa molto usata -forse perché è l’unica che ha, e non viene mai sostituita. Sembra una pipa grezza molto annerita dal fumo. Si è messo il completo di tweed, ma senza il cappello. Inizia a far caldo, l’estate russa è rovente anche in quest’anno di guerra. Il completo è consunto fino alla trama, e il magrissimo Daniil ci sguazza dentro. A confronto, tre mesi fa pareva un principe. Chi sa come appariva in his prime, come dicono gli inglesi, all’epoca in cui la prima moglie lo chiamava charme. Se ancora adesso è comunque un uomo affascinante, quanto charme doveva avere quando non era ancora un essere spezzato?

Cammina un po’ come un soldato e un po’ come un ubriaco, con la sua andatura regolarissima nel ritmo ma ondeggiante nella direzione, e nemmeno s’accorge di Konstantin Vaginov che quasi gli va a sbattere contro.

-Daniil Ivanovič, maledizione!

-Konstantin Konstantinovic, cazzo.

Scoppiano a ridere entrambi.

-Come sta, vecchio matto!

-Come vuole che stia, Konstantin Konstantinovic… è la fine del mondo.

-E’ veramente la fine del mondo. Cosa farà?

Non c’è bisogno di preamboli, e neppure di frasi per entrare in argomento. L’argomento è tutt’intorno a loro. Non si può che parlarne. Non si può parlar d’altro.

-Non lo so. Forse darò a questa gente di merda quello che vuole, Marina ha fame, Konstantin Konstantinovic, e non posso ignorarla. Anch’io ho fame, e non posso ignorare la fame.

-Sia maledetta quest’epoca.

-Ah no, Konstantin Konstantinovic, non è da uomini liberi maledire. Noi non dobbiamo distribuire colpe, non porta da nessuna parte. C’è sempre stata gente che fa una vita grama, e gente che trova una sua via. C’era sotto lo zar Nicola, e c’era nei primi anni di questa Rivoluzione, quando tutti speravamo troppo. Dovremo trovare la nostra via. Per quanto mi riguarda, io farò quello che s’inchina in apparenza e resiste in segreto. Vogliono da me la merda? Gliela darò. Vogliono poemi celebrativi, storie edificanti? Glieli darò, ma solo per dar da mangiare a Marina e a mio padre che è sempre più stanco e ha la barba sempre più bianca. Grandi responsabilità pesano su di me, Konstantin Konstantinovic, la responsabilità di un’epoca intera.

-Maledizione.

-Non maledica, le ho detto. Non è cristiano e non è da uomini liberi. Verrà il nostro giorno, le dico. Ma non è questo. Le mie vere scritture, d’ora in poi, saranno al sicuro in una valigia azzurra sotto il mio letto, l’unica che possiedo del resto. Quella valigia è il mio messaggio in bottiglia per i tempi migliori…

-Lei mette in pratica quel detto di Laozi: meglio accendere una candela nel buio che maledire le tenebre.

-Io? No, tutt’altro! Magari fossi arrivato a un livello di perfezione spirituale appena comparabile a quello di Laozi! No, mio caro Konstantin, è altro. E’ la disperazione assoluta, talmente assoluta che si capovolge in gioia.

-E’ illusione, Daniil Ivanovič. Stia attento: lei non ha rinunciato alla speranza. Il suo progetto è di una semplicità quasi folle. Ma la speranza è il sentimento più nocivo, perché la realtà dei fatti s’incarica di ribattezzarla con il suo vero nome, illusione. Dall’illusione nasce la delusione, e questa porta alla disperazione. E’ il circolo vizioso più nocivo per un uomo.

-Konstantin Konstantinovic, lei parla bene, ma deve andare a farsi fottere. Non ha capito nulla di Oberju? Nulla degli scritti dei suoi amici? Noi eravamo l’Accadermia dell’Arte Reale. Reale perché non ce ne importava nulla della speranza e dell’illusione. Solo della logica. Se vuoi essere logico, devi dimenticare la logica convenzionale e lasciarti andare alla logica delle cose. Nessun giudizio, nulla di benedetto o maledetto. Né cause né conseguenze. Noi scrittori dovremmo essere simili alle piante. Non giudicano le piante, non stabiliscono nessi. Accadono. Così dobbiamo essere noi. Non abbiamo io, non abbiamo identità. Piante, siamo. Senza un orgoglio o una dignità da difendere. Liberi come piante. Cos’è scrivere, ormai, se non il semplice trascrivere. Il registratore del mondo! Questo sono e voglio essere. Il registratore del mondo! Non mi serve speranza per trascrivere il mondo!

Daniil sta urlando e gesticolando come un pazzo. Molti si voltano a guardarlo. All’improvviso si allontana da Vaginov continuando a gridare e a sbracciarsi:

-Il registratore del mondo io sono. Daniil Ivanovič Juvačëv, detto Charms. Sono il registratore del mondo e vi odio tutti! Questa pipa che si è spenta io la odio, ma non la maledico. Il mio amico Konstantin Konstantinovic che mi frequenta da anni e non ha ancora capito un cazzo, io odio tutto e tutti. Non aspettatevi sconti. Vi rappresenterò tutti così, merde quali siete, perché sono il registratore del mondo e vi sbatto sulla pagina, merdosi così, nell’immortalità, per sempre!

Benché abituato alle stravaganze di Daniil, Vaginov non sembra né divertito né sconvolto. Il suo viso è solo preoccupato. Sa che Daniil non finirà bene. Sa che quelle scenate, che lo rendevano charmant nella San Pietroburgo di un tempo, ora, nella Leningrado su cui marciano i carri di Hitler, sono insopportabili. Daniil non ha mai capito lo spirito dei tempi. Non ha mai capito i momenti. Non ha mai capito che mondo aveva intorno. Dice di limitarsi a registrarlo, ma lo fa per nascondere dietro a una teoria il nocciolo duro del suo disagio. Lui è un marziano. Tutto quello che accade su questo pianeta lo vede da marziano. Il senso dell’opportunità, innato nella maggior parte della gente, in lui è assente. Sembra fregarsene, ma chi l’ha conosciuto da ragazzo sa quanto gli è costato costruirsi un personaggio intorno a questo suo non avere il senso dell’opportunità.

Non sai dove è andato Daniil. Lo cerchi con lo sguardo, in mezzo alla folla che dice “E’ matto. E’ matto”. Non lo trovi.

"Nei giorni per versi", tra indignazione e grazia

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Dovrebbe esser letta con voce impettita questa raccolta piena di sentenze senza appello. In questo diario di cinque anni scritto in quartine, chiaro negli intenti fin dal titolo –Nei giorni per versi, Arcipelago Itaca, 2019, prefazione di Patrizia Sardisco- la rabbia di Anna Maria Curci non risparmia né il mondo né il mondo letterario, colto nelle sue manifestazioni di falsità e nell’arrivismo:

«In folta schiera degli ombelicali
si aggiunse un flicornino… o era un trombone?
Pretendeva l’assolo con contorno
di pallidi plaudenti epigonali.»

Rispetto al precedente Nuove nomenclature -L’arcolaio, 2015- il dettato della poetessa muove verso una limpidezza maggiore, assorbendo l’erudizione dentro una trasparenza piena di venature. Si avverte una forte sprezzatura in questo diario in versi, indignato con l’epoca in cui è stato scritto. Ma ci sono anche momenti di grazia affettuosa e non domestica. Sono i momenti dedicati all’amicizia -come ila bellissima quartina scritta per Narda Fattori da poco scomparsa, a cui l’intera raccolta è dedicata:

«Mi cullo in quello che di me dicevi:
metà e metà, formica e poi cicala,
un ibrido che ascolta, stipa e canta.
Ti cerco nella sera sopraggiunta.»

Pudica nei sentimenti, Anna Maria Curci però non li nasconde, e in essi trova accenti di una tenerezza non pacificata. In un mondo sporco, “perverso”, le amicizie autentiche e i testi amati sono l’unica cosa pulita. Si avverte ancora una tensione, una resistenza dell’autrice a scendere a fondo nell’indignazione e nella tenerezza allentando il suo abituale e ferreo controllo. Pure, chi come me la conosce di persona, non riesce a non ravvisare in queste pagine tratti tipici della sua personalità: il fervore testimoniale con cui esercita il suo mestiere di insegnante e che informa il rapporto con le giovani generazioni:

«Prendo per mano i nipoti a venire,
spiego la festa dei lavoratori:
non erano botteghe spalancate,
centri affollati da criceti ansiosi.»

o la radicale integrità, ma anche quei momenti in cui il suo sguardo è oscurato come da un antico dolore, prima di scrollarsi e di ritornare ad essere la Anna Maria energica di sempre. Un dolore appena appena affiorante, esternato con difficoltà e ritrosia, ma presente:

«Quando risalirai il corso dei nomi
(è la lama di dentro che ti spinge)
in faccia al marmo e ai fiori rinsecchiti
saprai che la tua casa non è il mondo.»

E c’è l’amore di Anna Maria per la parola, la parola che struttura il reale, che schiarisce folgorandola l’ambiguità, la parola “mai innocua”:

«Quando mi troverai già sfilacciata
dalla tua attesa inerte, mio poeta,
bollandoti la fronte penserai
che mai io sono innocua, io parola.»

Al di fuori del campo autentico della parola -della parola che è anche SOS, anche messaggio d’allarme lanciato e spesso inascoltato- si situa il mondo dei non-inquieti, dei pacificati, spiriti perfettamente sintonici con il reale, perfettamente tarati sulla realtà così com’è, ritratti col disincanto amaro che la poetessa riserva alla sua epoca:

«Chi si rimira compiaciuto e sazio
scansa con sufficienza gli irrequieti.»

Ci sono quartine che sciabolano l’amore per la lettura e per la “mai innocua parola” rendendo concretamente evidente come la frequentazione dei testi sia per l’autrice un momento di contatto urticante, rischioso con la realtà tramite lo strumento vivissimo della parola:

«E’ un viaggio nella notte la lettura,
non si ferma, testarda, per le buche,
mette in conto i sobbalzi e le visioni,
alla cautela mescola l’azzardo.»

Una parola che si cala in prima persona non solo nella contemporaneità, ma nelle asprezze della Storia recente:

«Ci avvisarono in classe, era il liceo.
Scorta spezzata in via Fani, il sequestro.
Tutto è finito, si affacciò il pensiero.
Fu allora che la notte invase il giorno.»

Più che come un diario, può essere letta, questa silloge, come un autoritratto di Anna Maria nelle sfaccettature della sua polytropa personalità. Unica pecca del libro, la difficoltà che trovo nell’agganciare alcune quartine alla realtà vissuta. In alcuni casi, l’aggiunta di un piede di prosa -breve, minimo- avrebbe provocato uno scontro intratestuale con la realtà che sarebbe andato a rafforzare la tensione del verso e a renderne più intelligibile l’occasione.

Frammenti di lettura: "Del pesce e dell’acquario" di Ilaria Seclì

del pesce e dell'acquario

Già nella prosa proemiale viene invocata una forza che fende la terra e vengono istituiti due ruoli: un Io poetico che si qualifica “sposa del dio estinto” -e che è essenzialmente sete d’altro- e un Tu invocato “che porta la conchiglia all’orecchio per ricordarmi il suono delle madri”, che governa forze e possiede chiavi.

Nella poesia Non sarà così diverso il destino di dopo si assiste a una danza del creato imparlabile, dal ritmo ipnotico. Un ritmo eterno. “Primavera antica con un tiepido colore di vendemmia.” Poesia panica e laudativa, di travolgente energia, disperata. La morte è una morte orientale, un ricongiungersi col Tutto. (Mi chiedo: quanto dolore doveva esserci in creature come Buddha o Epicuro? Quanto costa la saggezza di chi loda ogni briciola di pane perché, non aspettandosi più nulla, è contento di tutto?)

Né linea più fedele all’orizzonte, inno a un istante sottratto al divenire (o a un divenire che coincide con l’Essere). La totalità poetica è il panismo che rende ogni attimo divino per il fatto stesso di essere stato colto (e dunque eternato). La divinità dello sguardo coincide con l’annullarsi nella divinità del guardato. Il dio è spogliato del suo assoluto: è un “dio irrisolto”. Divinità = caducità = eterno = nulla. Un panismo dissolvente, dove tutto è perché muore (cfr pagina 13: “trono di cera / cera nel mare”: il divino è tale non perché sopravvive alla morte, ma perché si abbandona alla morte).

Bilancia d’acqua è l’autoritratto di una creatura fiera, strabordante, ricca e disperata, immortalata nella tragica grazia del suo “esserci / senza stare”. Toccante l’immagine della madre che lava la poetessa bambina in una bacinella trattenuta da due sedie. Quel precario equilibrio nella bacinella annuncia l’irrequietezza della donna d’acqua, che non può essere contenuta e racchiusa se non in via del tutto provvisoria. Lo sottolinea l’autrice stessa alludendo alla “distanza eterna e rarefatta” della non appartenenza. Le due scene in cui si articola la poesia, quella della doccia e quella della bacinella, sono identificabili anche con due epoche storiche, l’Antico e l’Attuale. Ma non risultano in antitesi. Domina infatti il divenire immoto, il non-tempo della storia piccola, distinta sia dalla Storia grande che dalla cronaca.

Se poi viene in coincidenza di soli: un istante arcano e impossibile tra due esseri “invisibili all’amore”. L’incontro fra l’Io e il Tu non può essere descritto perché può avvenire solo nell’incoscienza. L’impossibilità di conoscersi cessa solo rinunciando al desiderio di conoscere.

Se venisse come un dio con lo scialle: inebriante canto dell’annullamento, del perdersi-nel-tutto. Può essere letto come Eros o come comunione panica col Cosmo. In entrambi i casi è un’estasi selvaggia del linguaggio, un ritmo che scontorna le parole. Annullamento di ogni soggettività nel dionisismo della Forma -c’è anche questa interpretazione. Il Tutto, il Cosmo = la Forma = la Poesia. L’incontro fra un Io e un Tu sarebbe allora una danza delle api dell’Io poetico intorno al suo Cosmo poetico. Ma non vorrebbe dire che questa è poesia su poesia. Piuttosto, sembra che il linguaggio del Cosmo sia la poesia, un po’ come per lo scienziato il linguaggio del Cosmo è la matematica. L’estremo del dionisismo si sposa con l’estremo del rigore: anche questo è un incontro fra un Io e un Tu -un Io e un Tu astratti, a-soggettivi.

L’istante fissato in testimonianza crea dolore. E’ l’istante panico e semi-inconscio quello che dà vita.