Doris Emilia Bragagnini, “Oltreverso”

oltreversoOltreverso – il latte sulla porta (Zonacontemporanea, 2012) rappresenta, più che l’esordio, l’irruzione della voce di Doris Emilia Bragagnini, che nelle cinque sezioni della raccolta (d’assonanza, il mentre, tenera e molesta, di frazioni, al click) offre una rappresentazione icastica, impetuosa, ma anche formalmente riuscita, della condizione umana del poeta. Di quella diversità desolata e inappagata che vive per degli istanti immensi, per delle illuminazioni che sono le sue ragioni di vita in una vita che altrimenti è angoscia:

«e io bevo palpiti
stagioni di germogli
lampare modulanti e
fiotti di veleno

per riprodurti immenso
maestrale del mio volo
sussurro da ingoiare
(un divenire muto)»

Il poeta non è mai pago perché la sua opera si adempie solo negli altri: in lui, tutto è sete d’altro. Egli sta, ma per essere oltre. Questa lacerazione è visibile nella poesia di Doris in una quantità di sfaccettature che sorprende per vivezza e precisione. E’ come se riuscisse a realizzare contemporaneamente il pieno coinvolgimento nell’esperienza e l’osservazione distaccata, analitica dell’esperienza stessa. Come negli incidenti stradali, quando si sperimenta quella scissione traumatica dell’identità per cui sembra di osservare dall’esterno quello che non solo ci sta accadendo, ma ci ferisce:

«allora arresto il tempo
allo schiocco del ricordo
inceppo i sensi all’angolo
e mi sorveglio assente»

L’io poetico di Oltreverso  è capace di un’estrema lucidità nell’abbandono:

«Permeabile magnolia mi ferisci amore mio
banderilla d’occasione tu m’incroci sul tuo passo
batti il ritmo della furia
mi rincorri a rotta incerta ben sicuro del tuo centro»

L’istante immenso per cui il poeta vive può essere quello dell’eros: e Doris ci rivela, con estatica crudezza, che l’orgasmo è una morte, che l’esperienza dell’amplesso è un’esperienza di annientamento dell’amante da parte dell’amato:

«Un sorso solo, non un lamento
bocca offerta con sorriso di ciliegie
ultimo bacio freddo al cielo
di tormento già concluso»

«Voglio toccare il fondo di valigie controluce
sapere che all’aperto si spiegano teloni
per il film del nostro ieri
prima fila e denti bianchi
smerigliati dal sapere carne figlia di enne enne
il delirio di un amore che sparpaglia
questi sensi disparati, dove affondi mentre godi
e io muoio sul
………………………….THE END»

Oppure l’istante immenso può essere una rivelazione che coglie il poeta sul suo stesso essere poeta. L’io poetico di questi versi ci mostra con la stessa intensità e lucidità sia il suo corpo in preda agli spasmi d’amore, sia il rapporto con la sua arte, in un gioco a carte scoperte -e a nervi scoperti- con un lettore chiamato a stare allo stesso livello di sincerità:

«così pretendo al tempo
un attimo di resa, lo stormire
immoto, di un battito di ciglia
gustare la secchezza dell’abbaglio
e il morire poi d’improvvisa piena»

Contraddizioni e lacerazioni, verlainiani languori, potentissimi “spari” verbali, tutto questo forma la materia incandescente che l’autrice tiene sotto controllo senza mai rinunciare alla più disarmante sincerità. E’ un guardarsi allo specchio con la totale innocenza e il totale distacco con cui si guarda allo specchio l’animale, convinto di vedere non se stesso, ma un animale altro, estraneo, persino un po’ minaccioso. Nessuna condizione si presenta nella poesia di Doris senza il suo contrario. Ogni cosa e il suo doppio sono intrecciati come mani d’amanti:

«tu mi convinci estrema
rallenti
i miei pensieri
onda tenera e molesta»

Il prezzo da pagare, per esperire appieno questa condizione, è la spersonalizzazione. E anche qui Doris va, coraggiosamente, fino in fondo. Impressiona la precisione con cui descrive questi stati di spersonalizzazione, di estraneità a se stessi –precondizione del suo0 “fare” poetico, ma esperienze tremenda sul piano umano. Essere lucidi nell’abbandono è più di una contraddizione: è un ossimoro. Ma è l’ossimoro in cui consiste, per l’io di Oltreverso, l’esperienza di essere poeti:

«sbarrate a occhi aperti
rovistano sanzioni
tristezze mai sopite
bagagli sparpagliati
di stanze impersonali»

La poesia che ne risulta esprime tutta la gamma del coinvolgimento e dell’estraniazione con una precisione linguistica che mette i brividi. Il poeta ha nostalgia della vita, è qualcuno che ricorda ricordi non vissuti. E’, rilkianamente, una creatura sospesa fra due mondi che non appartiene né all’uno né all’altro:

«come mani senza dita
le mie parole prensili
addette alla banchina della vita
e occhi per guardare quanto passa e resta
farne ricordo di quanto non è stato»

Nella sua brama di superamento il poeta cerca di superare anche la poesia, di esplodere al di là delle parole per riallacciarsi al suono e al silenzio. Doris lo fa con parole corsivate, trattini, versi e frammenti di verso proiettati graficamente fuori dal corpo della poesia. Nell’ultimo componimento della raccolta troviamo anche una parola sillabata, scomposta nei suoi suoni elementari («s e g n a l e t i c o») con una dilatazione appena percettibile che però fa rallentare il respiro con un effetto di sospensione e sbigottimento, come farebbe in musica un rallentando sull’ultima battuta. Accorgimenti grafici efficaci ma per nulla esibiti, segno dell’esattezza con cui il poeta sente la parola:

«Ora servo una cortina
si studiano le mosse, se si brucia è d’immenso
si contano le pecore, si ammaliano gli agnelli
solo -si osa- abbassare lo sguardo
così, come un grilletto»

E se in alcuni punti sono riconoscibili echi di altri poeti  -specie di Emily Dickinson- essi non si presentano come “influenze” o come momenti in cui una voce acerba si appoggia a un’altra più carismatica. Si tratta invece di affioramenti della memoria, di presenze nella casa poetica che Doris ha scelto di abitare. In Oltreverso poetica e poesia sono ben delineate e aderiscono perfettamente l’una all’altra. Non c’è sconnessura tra l’intenzione e l’esecuzione. Dunque non siamo in presenza di “una raccolta poetica d’esordio”, ma dell’ingresso clamoroso di una nuova voce, con la sua vera e matura poesia.

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Ponte di illusioni

ponte littorio pescaraAttraversato dalle macchine d’epoca, da biciclette e da madri col passeggino, il ponte Littorio fa la sua tronfia figura in una foto in bianco e nero. Sulle colonne le aquile segnalano senza possibilità d’equivoco l’ideologia da cui è nato. Il carcere borbonico, sullo sfondo, e le case della Pescara antica delineano un’atmosfera da quadro di Cascella. La foto non porta data, ma certo risale a prima del 1944.

Scrive Luigi Lopez che “i ponti sono la spia più evidente dell’evoluzione della città. Se al piccolo borgo militare fu un tempo sufficiente un ponte di legno, poi sostituito dal laborioso e pericoloso traghetto sulla scafa e poi dal risonante stretto ponte a battelli; se al borgo che diventava città fu necessario un ponte a gabbia di ferro, ben presto anche questa struttura risultò inadeguata”. Pescara, si dice, stava crescendo. Se nel 1921 contava 26.000 abitanti, nel 1936 ne erano già 45.000. “Un incremento demografico secondo solo a quello di Roma”, fanfaronavano le cronache locali. La realtà era un’altra, perché fra il 1921 e il 1936 c’era stato il 1927, e nel 1927 la vecchia Pescara, quella di Gabriele d’Annunzio, aveva annesso il borgo di Castellammare, che sorgeva sulla sponda sud del fiume. Il primo calcolo era stato eseguito su una città sola, il secondo su due! Era questo il motivo dell’ “incremento demografico secondo solo a quello di Roma”. A volere l’unificazione “delle due Pescare” erano stati Gabriele d’Annunzio e il ministro fascista Giovanni Acerbo, pescaresi entrambi.

La città era stata voluta dal fascismo e al fascismo eresse la sua opera propagandistica: il ponte Littorio. Disegnato dall’architetto Cesare Bazzani, era largo 18 metri –di cui 12 di carreggiata- e lungo 106. Aveva quattro colonne che sorreggevano altrettante aquile di bronzo. Distici latini erano stati incisi alla base delle colonne per inneggiare all’unificazione tra Pescara e Castellammare. C’erano quattro antenne portabandiera e portalampade alte 20 metri, e due balconi centrali affacciati sul porto e sul mare.

Su quattro basamenti di travertino poggiavano quattro statue femminili di bronzo, opera dello scultore Vincentino Michetti, che rappresentavano l’agricoltura, la pastorizia, l’industria e la pesca: le pietre miliari dell’economia cittadina e della retorica del Ventennio.  All’inaugurazione, il 4 agosto 1933, c’erano il duca d’Aosta, il segretario del Partito nazionale fascista Giuseppe Starace, il ministro dei Lavori pubblici e gli alti gerarchi Italo Balbo e Guido Buffarini Guidi. L’invito del podestà obbligava tutti a indossare camicia nera e decorazioni, ma dispensava dall’uso della giacca: il caldo era troppo grande.

Fin dal principio il ponte fu amato ma anche criticato: le quattro colonne, pur belle in sé, spezzavano l’armonia e la sobrietà della costruzione, si diceva, a differenza di quanto accadeva per il ponte della Vittoria sul Lungarno a Firenze. A questa critica, scrive Luigi Lopez, si rispondeva che i due ponti “erano calati in ambienti naturali ben diversi, ricco di storia ma scarso di natura quello di Firenze; al centro di un vasto orizzonte, circondato dalla luce e dalla vicinanza del mare e dal cielo di alta montagna quello di Pescara”. Una risposta da far studiare a tutti gli aspiranti pubblicitari, perché dove sta che i dintorni di Firenze sono “scarsi di natura” lo sapeva soltanto il signor Lopez, e quanto dista il cielo d’alta montagna da Pescara lo vede chiunque abbia una vista migliore della sua.

Nata per volontà del regime, Pescara fu fascistissima: nel Rapporto al Duce presentato dal federale Nicola Volpe il 26 gennaio 1942, si dice che le uniche manifestazioni d’insoddisfazione erano dovute a carenze alimentari e la cittadinanza seguiva con entusiasmo le manifestazioni del regime. “Lo stato d’animo della popolazione” scriveva Volpe “è di serena comprensione delle dure necessità della guerra, che si combatte non disgiunta da una quasi generale certezza nella vittoria”. Organizzazioni antifasciste non ce n’erano, e del resto non avrebbero potuto esserci perché la censura esercitava un durissimo controllo su tutta la provincia: nel 1940 un commerciante e un fabbricante di laterizi di Alanno, Pasquale Odoardi e Mario Verrocchio, erano stati condannati a uno e due anni di confino per aver raccontato barzellette sul fascismo; nel 1941 era stato arrestato l’avvocato Leo Leone, in cui il prefetto Varano aveva ravvisato “la volontà acre del superinformato e del supercritico diretta a far sbollire il sano entusiasmo dei buoni cittadini”; i testimoni di Geova erano stati banditi per il loro antimilitarismo. “In pratica” scrivono gli storici Antonio Bertillo e Giampietro Pittarello “si rischiava di commettere reato anche solo parlando della guerra”. I censori aprivano la corrispondenza privata e stralciavano dalle lettere le frasi che non piacevano al regime. I loro autori venivano immediatamente convocati in Questura, da cui non si sapeva se sarebbero tornati a casa.

Volpe aveva scritto che i pescaresi “comprendevano le dure necessità della guerra”, ma sarebbe stato più corretto affermare ch’essi erano quasi all’oscuro della guerra. Nodo di collegamento fra il Nord e il Sud e fra l’Est e l’Ovest dell’Italia, giovane e perciò fragile, Pescara avrebbe dovuto aspettarsi un attacco aereo. Invece era indifesa: l’aeroporto funzionava da scuola di addestramento per i piloti di aerei da caccia, ma non c’erano velivoli in grado di funzionare. Non c’erano armi contraeree o batterie antinave che potessero contrastare un attacco nemico. Non c’erano rifugi antiaerei, né erano state organizzate squadre di soccorso ad eccezione di quelle della Croce rossa.

I pescaresi vivevano fuori del mondo. La propaganda ripeteva che l’Italia aveva i migliori aviatori, ed era vero; ma l’industria bellica produceva solo aerei da raid. Avevamo progettato aerei potentissimi, ma ci mancava il metallo per costruirli. Come molti italiani, i pescaresi erano convinti che nulla di male potesse venire loro dal cielo. E continuavano ad andare al cinema, a passeggio e al mare come se la guerra fosse già finita. Invece doveva ancora arrivare. E quando arrivò, con i bombardamenti del 31 agosto e del 14 settembre 1943, si assisté all’esplosione di un furore incontrollato. “Era incredibile” ricorda il professor Nando Filograsso “come tanta gente fosse determinata ad andarsene, come se avesse coltivato in segreto e da tempo quell’idea”.

I nazisti disseminarono la città di mine e requisirono tutto ciò che potesse servire per la loro industria bellica, comprese le statue di bronzo del ponte. Il 31 ottobre del 1943 si sarebbe dovuta celebrare la tradizionale festa di Cristo Re, ma l’abate Pasquale Brandaro non poté usare le campane della basilica del Sacro cuore perché i tedeschi gliele avevano requisite. A Pescara, del resto, non c’era più nessuno. L’abate andò di là dal fiume, nella Pescara di d’Annunzio e Acerbo: lì era rimasta un po’ di gente. L’abate poté suonare le campane della chiesa di San Cetteo. Nel pomeriggio, i nazisti gli avevano requisito pure quelle.

C’è una foto dei genieri tedeschi che minano il ponte Littorio. E ce n’è un’altra,scattata dall’argine sud del fiume, che mostra le macerie del ponte. La guerra era incrudelita: gli alleati bombardavano a tappeto sperando che il terrore spingesse la popolazione a insorgere contro il governo. Ma non insorse nessuno. I pescaresi erano rimasti devoti e ingannati. All’indomani del 25 luglio, le dattilografe si erano presentate a lavoro negli uffici pubblici come se il fascismo non fosse caduto. Ora, in una città così distrutta e vuota da somigliare a un mare della Luna, i genieri tedeschi  scavavano buche sotto il ponte Littorio, vi portavano casse d’esplosivo e le sotterravano. Il 9 giugno 1944 il ponte saltò via, e con esso tutte le illusioni della Pescara tronfia e incosciente, ma forse soprattutto ingannata, del fascismo. Le mine restarono sulla spiaggia fino a oltre la guerra, e vennero scoperte nel volgere di una decina d’anni, mano a mano che qualcuno, camminando, ci finiva sopra e saltava per aria a pezzi.

Il compositore inesistente


irene jacob

(a Ilaria Seclì e Marco Ercolani)

Il signor Kieslowski e il signor Preisner s’incontrarono per la prima volta in un bar di Cracovia nel 1981. Preisner aveva venticinque anni, Kiselowski circa dieci di più. Non fu un incontro felice. Kiselowski disse a Preisner che quelli del suo ambiente avevano fama di essere pigri e ritardatari, e lui aveva bisogno di un musicista che lavorasse duro. Era il suo primo film sotto la legge marziale, tutto era sorvegliato, non si poteva nemmeno telefonare. Kieslowski aveva bisogno di una persona fidata, perché tutto poteva concorrere al cattivo esito del film. Preisner lo ascoltò per mezz’ora. Poi disse seccato: “Stia tranquillo, ho rifiutato produzioni ben più grandi”. Kieslowski si zittì. Quel compositore non gli piaceva, ma aveva bisogno di lui, di uno che venisse da quell’ambiente e avesse la testa libera dagli schemi, anche se quelli di quell’ambiente arrivavano in ritardo e non avevano voglia di lavorare.

Non ci volle molto perché diventassero amici. Kieslowski aveva un carattere più da scrittore che da regista. Gli scrittori fanno un lavoro più solitario rispetto agli altri artisti. Sono abituati a una grande riservatezza con la maggior parte della gente e a una grande espansività con gli amici. Kieslowski amava la vodka e amava gli scherzi. La loro amicizia somigliava a quella di due compagni d’università. La maggior parte del tempo ridevano. Non parlavano quasi mai di film, men che meno di cinema: Kieslowski era un uomo concreto, non parlava di Cinema e parlava poco anche dei film. Li faceva. E li viveva con trasporto, ma anche con distacco. Era proprio come uno scrittore. Gli attori, sotto la sua autorevolezza, si trasformavano. Non aveva bisogno di essere severo. Sceglieva le persone che la pensavano come lui. Irene Jacob imparò il polacco e recitò La doppia vita di Veronica in polacco. Poi fu doppiata da un’attrice che non aveva il suo accanto straniero, ma intanto aveva recitato in polacco. Kieslowski era cordiale, ma non era un compagnone. Amava lavorare con gente che condivideva i suoi progetti fino in fondo. Non voleva gente con cui dovesse parlare troppo. Diede a Presner la sceneggiatura di Veronica, gli telefonò due giorni dopo e gli chiese: “Allora, per la musica?” “Eh”, rispose Preisner, “Che cosa?” “Non hai letto il copione?” “Sì.” “E quindi?” “Ma a cosa ti riferisci?” “Alla scena in cui Veronica canta una bella canzone.” “E non hai idea di come debba essere la canzone?” “No.”

In quel momento Preisner seppe che quella era la scena in cui il pubblico doveva conoscere il talento musicale di Veronica. Trovò in un locale una studentessa di canto con una voce divina. Compose il pezzo e glielo fece registrare. Ma bisognava che Irene imparasse a respirare a tempo, doveva sembrare che stesse davvero cantando. Nessuno del pubblico doveva notare un’imperfezione, nessuno doveva dubitare che quello che stava accadendo fosse vero. La scena doveva essere magia. Il pubblico, in quella scena, doveva semplicemente convincersi che Veronica era un grande talento. Irene imparò a respirare e a muoversi in perfetta sincronia col canto. Ci volle molto lavoro. Non si risparmiarono. Preisner le insegnò a respirare, girarono la scena molte volte, e ogni volta Preisner individuava un errore e faceva ripetere la scena, finché Irene non si trasformò in Veronica e il suo corpo cantò la canzone. Questo voleva dire, per Kieslowski, lavorare con gente che condivideva le sue idee. Preisner condivideva le sue idee, e ne aggiungeva altre. Avevano a cuore entrambi il risultato. Ed erano entrambi disposti a fare passi indietro. Se una scena funzionava meglio col silenzio, Preisner diceva a Kieslowski che da quella scena era meglio togliere la musica. Kieslowski non capiva di musica, ma capiva la funzione drammaturgica della musica. Preisner capiva che la partitura deve essere intessuta di silenzio per funzionare. Se non c’è rapporto tra le parole e il silenzio, una poesia non funziona. Se non c’è rapporto fra musica e silenzio, la colonna sonora non funziona. Era più utile individuare i rumori giusti per una scena, un certo scricchiolio, certi passi, che non comporre altra musica. Riempire un film di musica è una scappatoia. Preisner non amava le scappatoie. E Kieslowski era nemico delle scappatoie e voleva lavorare con lui. Fecero diciassette film insieme.

Fellini è stato sempre ingrato coi suoi collaboratori. Il più brutto caso di ingratitudine avvenne con Ennio Flaiano. Flaiano era più di un collaboratore, era colui che forniva alle visioni di Fellini una struttura narrativa. Le psicologie dei personaggi, nei primi film di Fellini, venivano da Flaiano. Liberatosi di lui, Fellini rimase solo con le sue visioni. Ma ingrato fu anche verso Nino Rota. Il “piccolo santo” che componeva le musiche dei suoi film, colui grazie al quale i suoi film diventavano completamente felliniani, fu liquidato con un “Nino capiva che la musica è un elemento marginale del film”. Marginale? Basta vedere i film di Fellini con Rota e senza Rota per sbugiardarlo. Kielowski non considerava nessuno marginale. Lavorava con chi era come lui, e una volta a lavoro, tutti erano essenziali. Anche un compositore mai esistito. Andò così. Un giorno Preisner e Kielowski chiacchieravano davanti alla sceneggiatura di Dekalog. Kieslowski voleva mettere in una certa scena una musica di Mahler. Comprare i diritti di Mahler era però era complicato. Allora Preisner propose di comporre lui la musica. “Se non funziona, compri i diritti di Mahler. Se funziona, facciamo che l’ha scritta un altro compositore”. “E chi?” “Lo inventiamo. Troviamogli un nome”.

Diedero un nome al compositore inesistente: Van den Budenmayer. Gli diedero anche un’epoca, il diciotesimo secolo. Van den Budenmayer era un compositore olandese del diciottesimo secolo riscoperto solo di recente. Il compositore inesistente scrisse un concerto per violino, la bella canzone di Veronica e la canzone su cui Veronica muore. In Film rosso, la sceneggiatura prevedeva che in un dialogo si facesse il nome di Mahler. Ma era proprio con Mahler che il gioco era iniziato. I due amici chiesero a Irene Jacob di non dire Mahler, ma Van den Budenmayer. Un giorno Kieslowski ricevette una lettera dai curatori dell’enciclopedia Larousse perché volevano notizie su Van den Budenmayer: era una voce mancante dall’enciclopedia… Qualcuno, siccome le musiche di Van den Budenmayer somigliavano a quelle di Preisner, accusò Preisner di plagio, e Preisner dovette spiegare alla società francese degli autori e degli editori che Van den Budenmayer non era mai esistito ed era uno pseudonimo. Il gioco era riuscito troppo bene.

Preisner compose molta musica per Kieslowski. Diciassette film in nove anni sono tanti. Questo voleva dire lavorare alla Kieslowski. Ma Kieslowski si stava stancando. Dopo Film rosso era convinto di doversi ritirare. Avrebbe scritto film per altri, li avrebbe prodotti, ma non li avrebbe più diretti. Non era nulla di nuovo: il metodo Kieslowski comprendeva la disponibilità a fare passi indietro. Col suo sceneggiatore di fiducia, un avvocato di Cracovia, Kieslowski stava scrivendo una scenggiatura tratta dalla Divina commedia quando un colpo al cuore se lo potrò via. Quel giorno non morì solo Kieslowski. Anche Van den Budenmayer non compose più. Preisner dedicò a Kieslowski la sua prima partitura non per film, il Requiem per un amico. Ma fu un Requiem scritto un poco anche per sé. Preisner compose molta altra musica: bella sì, ma da allora in poi mancò qualcuno: il loro fantasma, la loro creatura: Van den Budenmayer.

Il destino di Eleni

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(a Doris Emilia Bragagnini)

1.

Devo dirvi quello che ho saputo. Ma prima voglio raccontarvi di quando Eleni era felice. S’era lasciata da poco con Antonio, ma s’erano lasciati bene. Aveva trovato presto come consolare il proprio corpo: “Bisogna pur che il corpo esulti”, dice la canzone di Jacques Brel. E il corpo di Eleni esultava in palestra, la sera, quando tutti se n’erano andati e lei restava in compagnia dell’istruttore, che la faceva volare sugli attrezzi. Ma quello era solo sesso. L’amore arrivò, sei mesi dopo, sotto forma di un pianista con cui aveva provato il Quintetto di Schumann. Eleni era affascinata dalla vitalità ritmica, dal suono cristallino che produceva. Si chiamava Walter. Non usava quasi niente pedale, era tutto chiarezza e precisione, ed era molto musicale. Eleni scoprì delle affinità con lui: anche lui leggeva libri sulla musica, era un intellettuale della musica come Eleni. Si trovava a suo agio con la dodecafonia e le faceva ascoltare Lutoslawsky. Ma sembrava che Eleni lo interessasse solo come collega di studi. Era freddo e astratto. Eleni era attratta da lui, e non riusciva a tollerare che lui non sembrasse ricambiarla.

C’era un ragazzo, invece, che la amava da anni. Si chiamava Bruno. Gli amici lo chiamavano “lo svedese” come il protagonista di Pastorale americana, ma in realtà Bruno era nato in Danimarca. Dicevano ch’era “calato dall’alto” perché era venuto in Italia a sei anni. Era nato in Danimarca perché sua madre lavorava in una multinazionale ed era stata spedita lassù. I suoi s’erano separati quando aveva un anno e mezzo e suo padre era tornato a Sistiana, fra i boschi e il mare di Trieste. Quella era la prima volta che Bruno era calato dall’alto. La seconda era stata quando, da Trieste, era sceso a Firenze. Sua madre era morta che lui aveva cinque anni, e all’inizio era rimasto col secondo compagno di lei, Carl, un uomo pallido e malinconico, con gli occhi azzurri da ghiacciaio alpino. Carl amava molto il bambino, ma presto cominciò ad essere depresso e a perdere di lucidità. Si seppe poi che aveva un tumore al cervello. Il padre veniva a trovarlo quando poteva, e finché poté evitò di strappare il bambino alla Danimarca e ai suoi compagni di giochi. Ma Carl ormai non era più padrone di se stesso. A sei anni, Bruno tornò in Italia e da allora stette col padre. Della madre ricordava poco: una signora vestita di velluto, che gli portava regali. Bruno ricordava come in sogno il freddo sole di Danimarca, e Carl, e quella donna vestita di velluto che gli portava sempre regali.

Eleni aveva conosciuto il padre di Bruno. Un bell’uomo, alto, con gli occhi tristi ma una risata schietta, con la barba rossicia e la voce calda e roca. Quando Bruno era piccolo, il padre lo portava in bicicletta in montagna, nei boschi, si faceva aiutare a tagliare la legna, spiavano insieme le cinciallegre che facevano il nido nella cassetta della posta. Bruno era cresciuto così, fra la montagna e il mare, col caminetto e la legna da spaccare.

C’era un segreto che Bruno aveva confessato solo a Eleni. A Natale del ‘92, di là dal golfo di Trieste, la parte italiana aveva le luci accese, quella slava era buia. Era iniziata la guerra. Il suo primo amore era stata una ragazza di Sarajevo che aveva perso i genitori nell’assedio. Aveva cercato d’aiutarla, ma lei si perdeva per strada, si scordava tutto, piangeva. Alla fine s’era suicidata. Con la patente appena presa, s’era lanciata contro un muro, in un posto isolato, avendo cura di non far male che a se stessa. Era buona. Si chiamava Ankitza. Senza dir nulla nemmeno ai genitori, in segreto come facesse una rapina, Bruno aveva seguito un corso di pronto soccorso e, una volta trasferito a Firenze aveva continuato a prestar servizio alla Croce Rossa. Era per questo che aveva voluto trasferirsi: era successo tutto l’ultimo anno di liceo. Bruno cercava col volontariato di calmare il senso di colpa per Ankitza, cercava a Firenze di mettere una distanza dal muro dove lei s’era schiantata. I genitori non gli avevano fatto opposizione. Forse qualcosa avevano capito, forse avevano capito che Bruno non era mai di casa in nessun posto. Era venuto a studiare all’Accademia di Belle Arti. Era dotato.

Eleni lo trovava affascinante. Ma quando le chiedefvo perché non si mettessero insieme, rispondeva: “E’ così simile a me. Mi sembrerebbe di stare con un’altra me stessa. E poi è tanto buono. Io voglio sentirmi nelle mani del mio uomo, lui è così buono che sentirei di avere lui nelle mie mani”.

L’Accademia, a Firenze, è quasi accanto al Conservatorio. Un giorno Eleni cercava dove mettere la bicicletta e Bruno stava togliendo la sua. Si parlarono. S’erano rivisti un’altra volta e un’altra, e Bruno le aveva chiesto: “Posso accompagnarti a casa?” “Certo che puoi”, aveva risposto Eleni con la sua tipica malizia gentile. S’aspettava che lui l’avrebbe baciata, ma non lo fece, né quella volta né mai. Era un ragazzo divertente, ma a volte era come se sparisse. Non so come spiegarlo. Era come uno che aveva un segreto. Lui era all’Accademia, al pub, a casa come se fosse all’Accademia, al pub, a casa: dava sempre l’idea di dover scappare da qualche parte a far qualcosa di molto importante. Sembrava che avesse una vita segreta da qualche altra altra parte. In realtà, per quel che sapevo, non ce l’aveva: era solo fatto così.Un giorno Eleni lo provocò e gli chiese di raccontare il suo primo bacio. Lui rispose: -Beh, ero in campeggio, stavo andando a dormire, e… una tizia con cui avevo parlato tutto il giorno mi è entrata nella tenda e mi ha messo mezza spanna di lingua in bocca. Io ho aperto gli occhi a due di denari e lei è scappata via.

Dopo un paio di mesi venne ad abitare vicino a lei. Una sera, Eleni stava rientrando a casa un po’ bevuta, con un ragazzo che le allacciava la vita. Incrociò Bruno sul portone. Il giorno dopo lui batté alla porta col pretesto di restituirle un CD. In realtà era venuto a vedere se c’era ancora l’altro. Era tutto rosso. Aveva la faccia di un cane che dev’essere portato ad abbattere.

Io ero amico di Bruno. Quando stendeva i panni all’aperto veniva sempre la pioggia. “Devo avere un effetto diuretico sul Padreterno”, scherzava. Aveva una voce calda come quella di suo padre e un modo di parlare tra il sornione e il trasognato. Una voce frizzantina, rapida, ritmica, un gorgoglio di parole che veniva su colla stessa musica di qualunque cosa si parlasse. Fumavamo, parlavamo dei suoi pittori, di Savinio, di Boecklin, di de Chirico, dei suoi fotografi, Stieglitz eccetera, dei miei pianisti, del suo pianista preferito, Glenn Gould, ed anche dei miei pittori, dei nostri musicisti non classici, di Jacques Brel e del jazz. Giocavamo a poker sere intere, ascoltando Bix o Duke Ellington, facevamo le cinque di mattina e poi andavamo a prendere un cornetto a una cornetteria che all’alba era già aperta. Ci divertivamo ma lui era sempre come se ci divertisse. Una parte di lui restava assente.

E un pomeriggio, Eleni non lo vedeva da tempo e lo andò a trovare, aprì la porta e il suo compagno di stanza disse che il padre di Bruno era morto e che Bruno era tornato a Trieste da sei giorni. Nei mesi successivi Bruno si rinchiuse in una solitudine sempre più dura. Il mondo aveva perso ogni fascino ai suoi occhi.

Richiamò dopo diversi mesi; ma Eleni oramai non rispondeva, era a casa di Walter.

Erano giorni di prove burrascose, il “maestro” era insultante, ed Eleni confidò a Walter: -Sto bene quando suono, sto bene con la musica. Ma non c’è mai stata una persona che, conoscendola meglio, non m’abbia deluso. E non ce n’è stata una che non sia rimasta delusa conoscendomi bene. Io sono come il fuoco: da lontano scaldo e da vicino brucio.

Quel giorno c’era stato il rinnovo delle borse di studio e due amiche avevano litigato in corridoio: “Tu meritavi meno di me, hai preso la borsa perché sei raccomandata”; “Ma se sei piena di soldi, che borsa di studio pensavi di meritare? Sei piena di soldi ma evadi…”

Eleni confidò a Walter: -Mi ero innamorata. Non di un uomo, ma di un musicista, Gesualdo da Venosa. I suoi madrigali mi facevano impazzire. Mi fanno impazzire ancora, ma non so se riuscirò più ad ascoltarli. Ieri notte leggevo, e ho scoperto che Gesualdo ha sposato sua cugina, forse un matrimonio combinato, lei a ventun anni era stata già sposata due volte. Una sera, la scoprì a letto con l’amante. Li uccise tutti e due, e uccise anche la figlia appena nata perché non era sicuro che fosse sua. Fuggì a Ferrara per evitare la giustizia e visse tutto il resto della sua vita a Villa D’Este, amico di Torquato Tasso, compositore di corte, onorato, riverito. Dopo cinque anni si risposò. Sembra che maltrattava anche la sua seconda moglie. Ho passato tutta la notte sveglia, pensando a lui che sterminava la sua famiglia. La cosa che mi ha sconvolta è stata la bambina piccola. Che c’entrava la bambina piccola? Ho riprovato ad ascoltare i suoi madrigali ma non ci riesco più, sono atterrita.

-In teoria – rispose Walter – uno dovrebbe dividere l’uomo dall’artista, e in questi casi dovrebbe tenere i madrigali e buttare via l’uomo. Facciamo così quando sappiamo, che ne so, che un grande artista è stato un nazista, no?

-Sì, ma è diverso: lui ha commesso due omicidi, non ha sostenuto un’idea.

-Ma ci sono idee che assomigliano a dei fatti. Tu sostieni il nazismo, e contribuisci a far ammazzare sei milioni di ebrei. Le tue mani non sono insanguinate, ma è come se lo fossero.

-Ma se già io non posso capire come si faccia a sostenere il nazismo, come faccio anche solo a immaginare che un grande musicista, un uomo sensibile alla bellezza, abbia fatto un bagno di sangue colle sue mani? E poi ammazzare sua figlia appena nata, cazzo!… come fai a pugnalare una bambina appena nata e il giorno dopo scrivere un madrigale?

-Perché forse la maggior parte di quelli che amano la bellezza la amano come un insieme di cose perfette, e… ultraterrene. La fanno vivere in una specie di mondo a parte, dove magari si rifugiano per cercare conforto a questo… E ci sono altri che invece credono che la bellezza salverà il mondo, e allora non pensano che sia un fatto ultraterreno: pensano che sia su questa terra, che si trovi in un capolavoro di Okeghem come nel Lungarno o in questa conversazione. Per queste persone la bellezza è anche giusta, e la bruttezza include ciò che è ingiusto e immorale. Una persona così si sente offesa dall’ingiustizia perché è brutta. Tu sei così. Ma ad essere così si soffre, questa bellezza la si paga con l’orrore. Tu ti intenerisci di tutte le forme di bellezza, ma ti senti ferita personalmente da tutte le forme di orrore. Chi vive la bellezza come un fatto astratto non ha di questi problemi.

Eleni lo fissò a lungo. -Non so come fai

-A far cosa?

-Mi apri la testa… Sembra che pianti una luce nei miei pensieri e me li spieghi. Mi sento trafitta.

Walter fece un gesto come per dire: esagerata! Eleni ci rimase male.

I giorni successivi era sempre a casa di Walter. Voleva stare con lui, lo voleva. Più Walter le riusciva astratto, più lo provocava. Lui restava astratto. Eleni gli raccontava d’aver fatto sesso la sera prima in palestra, e lui rimaneva impassibile. Gli chiedeva se poteva stendersi sul balcone in topless, e lui rispondeva: “Fai pure”. La faceva volare coi suoi discorsi e la gelava colla sua astrattezza. Esausta, Eleni prese a trattarlo male per vedere come reagiva. Lui non reagiva. Pur di non vederselo davanti, un pomeriggio sparecchiò la tavola e si avviò al lavello dicendo “Lavo io”. Ma non lavò i piatti perché la mano sinistra di Walter glieli tolse e la destra le allacciò la vita. “Che fai?”, chiese. “Non senti cosa faccio?” “E se non volessi?” “Lo so che lo vuoi.” Poco dopo, Eleni sentiva il suo corpo in estasi sbattere contro il muro della cucina, e la sua voce gridare a Walter “Annientami! Voglio la pazzia!”.

2.

-Lui non ti ha detto moltissimo di sé, -disse Liliana davanti a una cioccolata fumante.

-Beh mi ha raccontato un po’.

-Un po’. Ma tu gli hai raccontato quasi tutto.

–Sì. Non potevo farne a meno. Era come se una forza esterna mi guidasse…

-Sembri stregata.

Lei rifece il suo sorriso felino: -Forse lo sono.

Poi, seria: -Mi sentivo persa, irreale. Come se non fossi più niente. Quando parlavo con lui era come se lui mi creasse. Mi sentivo come uno spartito che aspetta di essere suonato. Lui lo ha fatto, mi ha suonata ed io sono tornata reale.

-Se usa questo carisma per renderti felice, io gliene sono grata. Altrimenti…

-Altrimenti sarà stato bellissimo lo stesso. Io rifarei tutto da capo Lilli, potessi rinascere mi rimetterei con ogni mio ragazzo, vorrei esattamente mio padre e mia madre perché da loro ho imparato tante cose, guardando mia madre cadere ho imparato a rialzarmi. Ho tutta l’esperienza che lei non ha fatto perché guardandola ho imparato quello che non imparava lei. Ho più di sette vite. E non voglio sprecarle tenendole per me. Sono un fiume in piena e posso spaccare tutto se nessuno mi raccoglie. Lo capisci?, chiese guardando Liliana con durezza.

E Liliana, che non poteva sopportare quegli occhi: -Sì.

Le campane della domenica correvano bambine, precedevano il viaggio dell’Arno pacato. C’era un vento frizzantino.

-Mi prometti che starai attenta?

-No – sorrise.

Si era fatta ora di mangiare ed Eleni andò a prendere un trancio di pizza vicino Piazza delle Repubblica. Si sedette su una panchina tra la giostra e il caffè delle Giubbe Rosse. Non aveva voglia di tornare a casa a studiare. Tutt’a un tratto udì il Doppio concerto di Brahms. Era l’inizio del terzo movimento, la danza ungherese. Le parve di aver incontrato un vecchio amico: non sapeva perché, ma nei minuti precedenti le era piombato addosso un senso di solitudine.

La musica era stata messa da un giocoliere che si esibiva in centro, travestito da Charlot. S’era piazzato per via del Corso usando Brahms come accompagnamento alle sue tristi gag, che somigliavano a quelle di Chaplin come questo racconto somiglia a un racconto di Hemingway. Eleni sperò che la musica non smettesse. Invece zac!, a un certo punto il ritmo zigano finì e fu sostituito dal ritornello di Luci della città.

Eleni si alzò. Aveva voglia di camminare. Si diresse verso piazza della Signoria e vide una cosa che la attrasse. All’angolo coi portici degli Uffizi, stipati al solito dalla folla dei turisti c’era un ragazzo che dipingeva e che da dietro sembrava proprio Bruno.

Eleni lo osservò. Sì, era Bruno: sapeva che si era messo a fare lavoretti per guadagnare qualche soldo. Non gli andò a parlare, preferì stare da sola. E poi con Bruno s’erano interrotte le comunicazioni. Gli voleva bene, ed era certo che lui gliene volesse ancora, ma non avevano più niente da dirsi.

3.

“Sono proprio una ragazza fortunata”, pensò Eleni una volta a casa. “Mi sono sempre sentita più adulta della mia età; ma cosa rende adulti se non il lavoro? Rispetto a Bruno, sono una bambina.” E, senza pensare ad altro, aprì il computer e recuperò i volantini per le lezioni di musica. Era da un anno che Eleni non dava lezioni.

Studiò fino alle dieci di sera. Il giorno dopo iniziava un periodo stressante: orchestra e musica da camera tutti i giorni. Doveva alzarsi alle sette. Ma Liliana telefonò che aveva la febbre. Eleni accorse. Il ragazzo di Liliana non c’era, era dovuto correre per la morte di uno zio. Appena entrò in quella ch’era stata la sua stanza, Eleni premette l’interruttore della luce e la lampadina si fulminò. Non avevano nulla per cambiarla, era troppo tardi per trovare un negozio aperto. Liliana avvampava. Eleni bagnò una pezza e gliela mise sulla fronte. Un’altra gliela pose sul petto. Con la sua minitorcia cinese cercò il termometro nel cassetto delle medicine. Liliana aveva trentotto e mezzo.

-Resto qui – disse Eleni.

-No, vai Eleni, Walter ti aspetta…

-Walter mi direbbe di restare qui.

Avvisò per messaggio Walter. Lui rispose: “Ok, fammi sapere come sta”.

-Visto? – disse Eleni. E poi: –Hai fame?

-Un po’ sì, Ele, ma davvero…

-Ho fame anch’io, cosa credi?

-Il kebab non è il momento di mangiarlo, vero?

Scoppiarono a ridere. Si udì un tuono, poi un altro.

-Cos’hai in casa?

-Lenticchie.

-E allora mangiamo le lenticchie.

-Che situazione! Febbre, buio, temporale e un piatto di lenticchie.

A mezzanotte Eleni fu svegliata da un botto. Era Liliana che s’era alzata per fare pipì ed era caduta nel cesso prima di arrivare sulla tazza.

-Lilli! Cazzo!

Per terra era bagnato: Liliana se l’era fatta addosso. Eleni la prese in braccio, la posò sul letto e chiamò la guardia medica. Liliana riaprì gli occhi.

-Ehi.

-Mi gira tutto.

-Come ti senti?

-E’ tutto velocissimo. Mi viene da vomitare.

Aveva la febbre a quaranta. Durante la notte delirò.

Ci volle un po’ per ripulire il bagno: Liliana non teneva più i detergenti dov’erano prima. Poi arrivò la guardia medica. Eleni riuscì ad addormentarsi solo verso le tre. Fuori pioveva forte, l’Arno s’era gonfiato. L’acqua piovana scivolava come un fiume parallelo. Entrò dalla finestra un bagliore fortissimo, scoppiò un tuono. Era il quarto movimento della Pastorale. Era il Winterreise.

La mattina dopo Liliana ringraziò. -Ma adesso come fai? Non sei stanca?

-Non ti preoccupare.

-Non ti manderò a puttane le prove?

-Hai dimenticato che dormo sempre poco?

-Sì, ma…

-Non ti preoccupare. Tanto se la prova va male cosa può succedere? Che quello urla? Che urli. Mi cacciano dall’orchestra, dall’accademia? Che mi caccino. Che mi mandino a fanculo. Io sono stanca di loro.

-Ma che dici? Tu ami la musica.

-La musica, non i musicisti. Mi piace più la compagnia di una sigaretta che di un essere umano. Non ho voglia di fare carriera fra questa gente. Voglio un amore, voglio un lavoro, voglio la vita vera!

Bruno telefonò più volte nei giorni successivi, Forse quel pomeriggio l’aveva vista e aveva voglia di rivederla. Mandava dei messaggi infantili. Eleni si schermiva. Un pomeriggio le scrisse all’improvviso “Ti amo”. Eleni capì che doveva allontanarlo. E con gentilezza lo allontanò.

Una sera Walter baciava il suo corpo. Lei disse -E’ meraviglioso- disse lei. -Quando mi tocchi mi disegni con le tue mani. Mi sento più bella dove tu mi tocchi. Mi sento più viva. Amo il mio corpo perché tu gli dai vita. Amore, i tuoi baci m’incantano. M’inchiodano. Non esiste più nulla. Non esisto più nemmeno io. Esisti solo tu dentro di me. Solo tu…

Walter si fermò: -Davvero esisto solo io?

Eleni sorrise: -E chi altro?

E lui, severo: -E quel ragazzo che ti chiama?

-Chi, Bruno?

-Sì.

-Non ha più chiamato.

-E se richiama?

-E se richiama… gli ridico che sto con te.

-E digli anche che se lui insiste io gli faccio un culo così!

-No!…

-Come no?

-Amore, non te la devi prendere con lui. E’ tanto buono…

-Io non me la prendo con nessuno, Eleni. Ma se ti toccano io non rispondo più delle mie azioni, lo capisci?

E riprese a baciarla. -Ma io non voglio essere toccata da nessuno, solo da te. Io sono solo tua. Prendi possesso di ciò che è tuo. Prendi possesso… di me.

E dopo che si furono amati: -Tu mi devi dire tutto, Eleni.

-Ma io ti dico tutto. Non mi credi?

-Non hai capito. Non è di fiducia che parlo. Io mi fido di te.

-E di cosa, allora?

-Io non voglio sapere solo tutto quello che fai, tutti i ragazzi che ti vengono dietro… quello lo do per scontato. Io voglio conoscere tutto quello che pensi, tutti i sentimenti che provi. Voglio conoscerti come tu conosci te stessa. Voglio che tu sia un libro aperto, aperto solo per me. Tutto quello che sai di te stessa tu me lo devi dire, amore…

-Non desidero altro…

-Giuralo.

-Lo giuro.

-Sulla tua vita.

-Lo giuro sulla mia vita. Tu aiutami. Non permettermi di tenere nulla per me sola.

Eleni si sentì molto amata. Walter divenne suo marito. Com’è finita, ve l’ho raccontato. Eleni, dopo il ritorno in Grecia, aveva trovato un nuovo ragazzo ed era partita con lui per la Germania. Oggi ho letto su Facebook che sono morti entrambi in un incidente stradale. Spero che sia morta felice.

Eleni


firenze2

(a Doris Emilia Bragagnini)

1.

Eleni insegnava musica ai bambini, e amava il suo lavoro. Amava anche i bambini, sebbene non potesse averne di suoi. Il suo matrimonio era finito anche per questo. Ho avuto pochi contatti col marito, ma non mi piaceva. Incontravo lei di rado, negli anni della maturità, perché era sempre sfuggente e aveva sempre qualcosa per le mani. Lui non c’era mai. Un tardo pomeriggio del 2008, sbucando dalle visioni minacciose di piazza della Signoria, Eleni mi balzò incontro e m’annunciò il suo divorzio. Lo disse così, come una cosa che da gran tempo s’aspettava e ch’era stata solo ratificata. Ma poi mi fissò in viso quegli occhi penetranti che pochi conoscevamo, e mi chiese d’offrirle un aperitivo e d’accompagnarla per un pezzo di strada, anche in silenzio. “Sono a pezzi”, sussurrò.

Camminammo per tutta via dei Tornabuoni, poi lungo l’Arno. Ci fermammo sul Ponte alle Grazie a guardare le canne d’organo che il riflesso della luna formava sul limo del fiume. Era calata la sera. Sottobraccio l’accompagnai fino a piazza della Posta, nel monolocale dov’era andata ad abitare. C’eravamo detti meno di dieci parole. Ma perché sporcare di parole un’amicizia così bella?

Dovevo tornare indietro di molti anni per ricordarmi quando l’avevo conosciuta. Avevamo vent’anni. Ero appena arrivato a Firenze, era dicembre. Santa Croce era un albero di Natale sotto le stelle, addobbata, illuminata, rallegrata dalle bancarelle che vendevano torroni; e c’erano anche i corniciai, i venditori di carabattole, d’antiquariato e modernariato… Sotto la statua di Dante, Eleni mi aspettava. C’eravamo visti una sola volta, a una masterclass nel Lazio -studiavamo violoncello- e non ricordava bene com’ero fatto. Le avevo detto al telefono che avrei sventolato una busta rossa per farmi riconoscere. La trovai che fumava una sigaretta. Mi venne incontro col suo mezzo sorriso, colla sua tipica aria di malizia gentile.

-Come stai?

-Io bene. Tu?

-Bene. Stanco del viaggio.

-A che ora sei arrivato?

-Alle due del pomeriggio.

Erano le cinque. Eleni sorrise. -Allora hai fatto appena in tempo a sistemarti che sei venuto da me.

-Più o meno. Più tardi devo andare in questura.

-Come in questura?

-Sì: appena arrivato mi hanno rubato il portafogli. Ero sul 17, sono arrivato in foresteria, dovevo pagare e quando ho aperto il marsupio mi sono accorto che c’era un taglio in basso e il portafogli mancava. Tutti i documenti devo rifare…

Lei parve proccupata: -E adesso come fai?

-Il Bancomat lo tenevo in un’altra tasca, per cui s’è salvato. Ma la carta d’identità, la patente… tutto devo rifare.

-Mi dispiace. Ma hai bisogno di qualcuno che venga a testimoniare? Ci vengo io, se vuoi…

-Te la senti davvero? Mi sembra un abuso chiedertelo, mi conosci così poco…

-Ma non me l’hai chiesto, te l’ho proposto io. E poi ti conosco abbastanza da sapere che sei Lorenzo Necci! – rise lei.

Mi offrì un bicchiere di vin broulé. Era attraente. Era greca, e greco era il suo profilo. Aveva la pelle olivastra, capelli corti scuri, molto ricci. Il viso spigoloso e il corpo avevano del mascolino, e il modo di vestire era da uomo: jeans e maglioni di lana girocollo –lana piuttosto grossa. Portava però grandi orecchini pendenti, con ricami orientali. Aveva un’espressione enigmatica: sfrontata, fredda, un po’ dura, ma con un che di malinconico, un ruvido affetto, un’ironia maliziosa ma non cattiva. La bocca era serrata e sottile e gli occhi scurissimi sembravano più nascondere che rivelare i suoi sentimenti. Quando si rivolgeva a qualcuno poteva sembrare che lo prendesse in giro, ma in fin dei conti percepivi un’interiore bontà: anzi, era quella la sensazione che ti restava: la sensazione di un animo buono. Aveva una voce profonda, un po’ atona; parlava piano e in modo secco; aveva il fascino di quelle donne che non accentuano la propria sensualità, e magari la soffocano, ma ne hanno da vendere.

Passò il pomeriggio. Si fecero le dieci di sera, e la stavo riaccompagnando a casa.

-Ti manca la Grecia?

-No – sorrise. –I primi tempi sì, mi bruciavano dentro la mia città, i miei amici. Mi sentivo come il secondo tema del Secondo concerto di Prokov’ev per pianoforte. Lo conosci? Quello che lui compose per un amico che s’era ucciso e l’aveva avvertito per lettera del suo suicidio. Lo conosci? Ecco, io mi sentivo così.

–Sì, lo conosco bene – mormorai. –E’ uno dei temi più belli mai composti.

-Anche per me.

Qualche istante di silenzio, poi disse: –All’inizio soffrivo. Avevo lasciato nella mia città un amore durato tre anni. Lui si chiamava Vasilis, era più grande di me di cinque anni. Mi portava al mare, mi portava in motorino, mi portava nei prati. Mi diceva “Sei mia”, “Giurami che sei solo mia”, “Giurami che io sono tutto per te”, “Dimmi che nessuno è niente in confronto a me”. Era travolgente. E gelosissimo. Ma a me piaceva così. Ma non pensare che… non era ossessivo, la sua era più che altro scena. Aveva bisogno di un possesso totale, ma a me piaceva così. Finì quando io lasciai la Grecia. Lui non voleva che andassi lontano, io scelsi me stessa.

La ascoltavo attento. Ci fu un attimo di silenzio.

-Mi mancavano queste cose. Non la mia famiglia. I miei sono divorziati. Mio padre era depresso e quando andava in crisi diventava aggressivo. Ero piccola quando se n’è andato di casa. Mia madre ha avuto altre storie, ma sempre con gente di merda, e ogni volta è uscita devastata. Mi vuole bene, ma siamo sempre riuscite a parlare poco. Ha troppi problemi. Per fortuna avevo dei nonni spettacolari: mio nonno paterno soprattutto, lo amo più d’un padre. Era inglese e mi parlava in inglese. Quando ero piccola accendeva la pipa e mi raccontava storie di guerra. Mi piaceva. Era come sfuggire dal presente ed entrare nelle sue avventure. Con lui potevo lasciarmi andare e sentirmi bambina. Con gli altri no: mi sentivo adulta, anche se non molto saggia- concluse stemperando tutto in una risata.

Eleni amava la notte. Una notte d’estate, a quindici anni, di nascosto dalla madre che dormiva -sedata da una cinquantina di gocce dopo essersi lasciata con l’ennesimo uomo- era uscita. Era festa nella sua città, c’era gente. Andò in una piazza dove stavano ballando. Un ragazzo le si avvicinò. Ballarono. Il ragazzo la prese per mano. Dopo un po’ il suo ardore d’adolescente cacciava via dal corpo di Eleni i cattivi pensieri. Quando la conobbi, divideva con una collega flautista, Liliana, un appartamentino vicino piazza della Signoria. La sua stanza affacciava sul mercato del Porcellino: per essere precisi, su una via che passava dietro al Porcellino, e che veniva usata come pisciatoio dagli ubriachi la notte. Nelle ore d’insonnia, Eleni fumava sul balcone, nascosta dietro due occhi assenti, e osservava con allegria l’infernaccio della città. Se non era di cattivo umore, perfino l’odore di piscio la divertiva. D’estate, lei e Liliana uscivano spesso, a mezzanotte, per andare a mangiare un kebab. Eleni aveva preso confidenza col ragazzo del locale. A volte lo andava a salutare. Si erano dati i numeri di telefono, e quando lui faceva pausa lei scendeva, anche in pigiama, e fumavano assieme. Qualche volta facevano l’amore, ma non stavano insieme.

A fine giugno del primo anno, alla vigilia di una settimana intensiva di prove, Eleni non riusciva a chiudere occhio. Si alzò, andò sul balcone: si tenne compagnia per un po’ con le sigarette e un whiskey, mentre nella sua testa suonava un quartetto che le era caro, l’opera 56 di Sibelius intitolata Voces intimae. Anche Sibelius era un accanito fumatore e un appassionato di vini e distillati. Aveva dovuto smettere per un tumore alla gola, e aveva scritto quel quartetto poco dopo aver sfiorato la morte. Per un attimo, Eleni ebbe paura che potesse accaderle lo stesso. Sentì che il battito le accelerava, la testa girava… Poi riprese il controllo.

Ebbe bisogno di uscire, era troppo irrequieta. E così girò da sola un paio d’ore, assaporando la notte fiorentina, passeggiando lungo l’Arno pieno di turisti, sul Ponte Vecchio dove cantanti da strapazzo imbruttivano bellissime canzoni e arie d’opera con portamenti che sarebbero stati eccessivi anche in pieno Ottocento, e per le strade vicino gli Uffizi piene di ritrattisti e madonnari. In piazza della Repubblica c’era un gruppo di jazzisti. Erano bravi. Alcuni ragazzi, per lo più dell’Est, suonavano il violino per racimolare un po’ di soldi. Eleni ne ammirò due, un ragazzo e una ragazza di diciotto, vent’anni, vestiti da gitani. Suonavano con una leggerezza spensierata. Ma la polizia li interruppe e li cacciò. Al vedere le luci della volante, tutti i madonnari, gli ambulanti, i venditori di bracciali, tutto un esercito di poveri cristi raccattò in fretta le proprie robe e si dileguò. Sul Ponte Vecchio restavano solo i turisti, trionfanti fra i negozi di gioielli. Eleni tornò a casa.

Era arrivata a Firenze una mattina d’aprile, alle cinque: il cielo si stava già imperlando di latte, e c’era quello strano silenzio di prima dell’alba, quando le voci non sembrano conversare, e sembrano casuali interruzioni al silenzio di un mondo in attesa. Aveva preso un cornetto alla stazione Santa Maria Novella e s’era diretta verso l’affittacamere dove aveva passato i primi giorni. La città non l’aveva entusiasmata. Diceva ch’era “una città senza anima: non solo le antiche botteghe chiudono con la stessa facilità con cui le mosche, d’estate, vengono fatte secche dalla graticola elettrica, ma nessuna delle sue bellezze architettoniche e artistiche sembra suscitare l’attenzione e l’amore dei fiorentini. Musei sporchi, tenuti male, con indicazioni stampate su fogli di carta e appiccicate a muro con lo scotch… e non solo, ma strade dissestate, dove a ogni passo inciampi in una buca, alberi malati, tutte le superfici imbrattate con lo spray… per non parlare dell’apatia che si respira in ogni negozio, bar, ufficio, dove chiunque incontri sembra seccato, se gli rivolgi la parola, che l’hai strappato a un sonno millenario…” Così mi scrisse, quando le dissi che stavo per trasferirmi a Firenze anch’io.

Studiava molto, Eleni. “Se non suono, mi sento come una farfalla a cui hanno tolto la polvere dalle ali”, aveva confidato a Liliana. Passava giorni senza uscir di casa, senza togliersi il pigiama, sprofondata nei suoni. Sembrava non s’accorgesse nemmeno della presenza dell’amica, e quando lei le parlava, Eleni aveva l’aria di tornare sulla terra e di dire: “Ah, sei qui?”

Una volta, rientrando, Liliana aveva visto uno spettacolo buffissimo: Eleni rigovernava in cucina con la Salome di Strauss sparata a tutto volume, muovendosi a ritmo, quasi danzando, e accompagnando il CD con canti e gesti che nemmeno una baccante. Erano scoppiate a ridere. Quando voleva prenderla in giro, Liliana le chiedeva: “Rifammi un po’ la Salome, com’era?”

Eleni scriveva lettere a molti amici lontani. Passava molto tempo al telefono. Nei fine settimana usciva con le amiche. Liliana non si preoccupava se non la vedeva tornare di notte. Eleni faceva sesso molte sere, con molti ragazzi, e le piaceva. Lo faceva anche con uomini adulti. A casa sua, a casa loro, o sulla sponda dell’Arno, fra l’erba, sotto le stelle, quando la primavera rendeva la notte di Firenze un invito all’amplesso. Se la comitiva non la vedeva più, era probabile che Eleni si fosse allontanata con una birra in una mano e la vita di un ragazzo nell’altra.

2.

Ci fu una sessione di prove che iniziò alle nove del mattino e proseguì fino alle nove di sera, con la pausa pranzo. Il direttore era una bestia. “Che cazzo, lo vogliamo tirare quest’arco sì o no?” “Potevo andare in pensione l’anno scorso, non ci sono andato sapete perché? Perché amavo il mio lavoro. Ma ora non lo amo più. Credevo di fare una cosa utile lavorando coi giovani. Manco per cazzo. Tutto tempo sprecato!” “Ho l’impressione d’avere a che fare con dei mentecatti. Ma come fate a non sentire che non siete insieme?” “Primo violino, cazzo, lo vuoi dare un attacco sì o no? Se non sei in grado di stare in orchestra, che sei venuto a fare?” “Ma porca, porca, porca!, avete le orecchie foderate di prosciutto! Suonate come porci! Ma come l’avete superata la selezione!, siete raccomandati?”

A Liliana: “Se qual flauto fosse un pisello, vedere con quanta passione lo suoneresti!”

Quando urlò ai violoncelli “Il vostro vibrato sembra quello di una vacca”, Eleni ribatté: “E le sue indicazioni sembrano quelle di uno scaricatore di porto!” Calò il gelo.

Dopo la pausa, il “maestro” era ancora più insopportabile. Il cornista, preso di mira un’altra volta, non ce la fece più: -Maestro, non posso suonare con lei così aggressivo.

-Aggressivo? – gli urlò quello. –Sai cosa ti avrebbe detto Toscanini?

-Toscanini era un grande direttore – disse Eleni calma, con voce bassa ma non tanto da non essere sentita.

-Da capo! – sbraitò il maestro. Da quel momento, tutti gli errori li mise in conto ai violoncelli.

I cellisti di fila ce l’avevano con Eleni. –Vuoi stare zitta? Quello ci rovina! – la minacciò un ragazzo durante la pausa.

-Se fosse per te, saremmo rovinati da tempo – rispose Eleni.

S’era confidata a lungo col suo ragazzo, Antonio. Le sembrava schizofrenico che ci si potesse occupare di una cosa bella come la musica ed essere così squallidi. “Si fa musica malgrado i musicisti”, disse. E si seppellì, quella sera, nel corpo caldo di Antonio, chiedendogli: “Puliscimi dalla bruttezza del mondo”.

Da quando era a Firenze, Eleni aveva avuto due ragazzi -più le molte avventure con cui riempiva il tempo quando era libera. Il primo ragazzo, Maurizio, studiava economia: era molto strafottente, scherzava sempre. Era pieno di sé. Secondo alcuni era fascista. Un giorno la madre di Eleni spedì delle scatole dalla Grecia: lei chiese aiuto a Maurizio per sistemarle. Non c’era nessuno in casa: era un fine settimana e Liliana era tornata al suo paese. Eleni prese un grosso televisore fra le braccia e lo portò da sola nella stanza.

-Ammazza, sei una donna forte! – gridò Maurizio con la sua voce da sbruffone.

-Perché, le donne sono deboli? – insinuò lei con un sorriso malizioso.

-No, che c’entra, mica volevo fare del maschilismo, era perché, così… sei forte! – gridò lui.

-Sono una donna forte – mormorò ironica Eleni.

-E sì, mica è un’offesa?, è che… si’ fforte!

Lei piantò i suoi occhi di perla in quelli di lui. Le sorridevano con malizia le pupille. Appoggiò la schiena alla parete e lo sfidò: -E tu? Fammi vedere quanto sei forte.

-Io?, ma che dici? – gridò Maurizio sgranando gli occhi.

-Che dico? – sussurrò Eleni.

Lui le dimostrò quanto era forte, ed Eleni stette con lui tre mesi. La loro unione si spezzò dall’oggi al domani: non s’è mai saputo perché, ma da Liliana trapelò che, durante una discussione, a Maurizio era partito uno schiaffo. Eleni aprì la porta, gli intimò di uscire, e aggiunse che, se si fosse fatto vivo, avrebbe chiamato la polizia. Non disse più una sola parola, né a lui né su di lui.

Il secondo ragazzo era diverso. Un tipo affidabile, quadrato. Dove Maurizio aveva una tempesta di capelli, Antonio era mezzo calvo. Anche lui l’aveva conquistata mentre la aiutava a fare gli scatoloni. Fu quando Eleni si trasferì nella nuova casa. Erano seduti sul pavimento del corridoio. Lei, stanca, guardò il lavoro fatto e domandò: -E adesso che facciamo?

Senza pensarci un attimo, lui la baciò.

-Ma come ti viene in mente? Sei impazzito? – fu la dura reazione di Eleni. Ma dopo meno di un minuto faceva l’amore con lui, per terra, fra le scatole aperte.

Con Antonio era durata più di un anno. Era finita perché avevano tentato di convivere e non c’erano riusciti. Ma era stata una storia molto bella. Antonio era stato un buon compagno, attento e vicino. Era anche andato con lei in Grecia quando le era morto il nonno.

Già. Una mattina, Liliana aveva trovato sul tavolo di colazione questa lettera:

Cara Lili,

la tua Eleni riparte per la Grecia e ci resterà 2 settimane. Mio nonno paterno è morto. Era come un padre per me. Al funerale rivedrò anche mio padre. Se quando torno sei già partita per l’estate telefonami. Ti voglio sentire vicina.”

Tornò dopo tre settimane, più dolce e più triste di prima. Suo padre aveva ripreso a telefonarle: scoppiava a piangere, spesso era ubriaco. La madre s’era lasciata con l’ennesimo uomo, e venne a trovarla a Firenze. Come sempre, passarono la maggior parte del tempo in silenzio, e solo il momento del saluto rivelava che c’era affetto tra madre e figlia. Le telefonate del padre divennero ossessive, voleva che Eleni le facesse rivedere la moglie. Lei dovette di nuovo allontanarlo.

Il carattere buono e quadrato di Antonio risultò anche dal fatto che faceva volontariato coi malati di mente: lavorava con una cooperativa che portava quei poveri cristi a zappare… Liliana era rimasta colpita da un episodio: al tavolo di un bar s’era avvicinata una signora tutta scarmigliata, chiaramente un po’ matta. Aveva chiesto una sigaretta. Antonio aveva preso tabacco e cartine, ma s’era accorto di aver finito i filtri. Allora aveva detto alla signora di aspettare un minuto, era andato a comprare i filtri e l aveva consegnato la sigaretta accesa nelle mani della donna.

3.

Ci perdemmo di vista, dopo quella passeggiata muta con cui Eleni cercò consolazione al suo divorzio. A lavoro -mi raccontavano amici comuni- continuava ad essere la stessa; ma a casa era diventata una donna in crisi, che beveva un po’ troppo. Una volta mi telefonò e mi disse che veniva a trovarmi. Mi raccontò che a lavoro stava dando battaglia perché molte cose non andavano, in quella scuola non veniva rispettata la sicurezza dei bambini. Che non riusciva ad abituarsi alla nuova stanza in cui viveva, un monolocale che somigliava più a una roba da studenti che all’abitazione di una donna adulta, “con un letto a soppalco che ogni volta devo farmi il segno della croce per come scricchiola. Un giorno o l’altro mi lascia col culo per terra”, rise. Mi confessò, come parlasse del tempo, che si sentiva sola e che la sera usciva per fare sesso col primo che capitava. “Ma sempre protetto”, sorrise. Mi chiese se poteva fumare in casa. “Certo che puoi”, le risposi.

Di quanto tempo devo tornare indietro per ricordarmi di una persona così in crisi? I suoi modi erano ruvidi e maliziosi come sempre, ma intorno a lei aleggiava un senso di solitudine. Di solito, i suoi momenti di solitudine duravano qualche giorno, in cui non parlava e stava quasi tutto il tempo a letto. Ma adesso, non appena usciva dal lavoro, sfioriva. Se ci avesse coinvolti un po’ di più, o se noi fossimo stati capaci di forzare il suo isolamento, forse sarebbe stato diverso. Perché, presto, arrivarono altri guai.

Eleni iniziò ad inimicarsi il nuovo dirigente scolastico perché le cose che non andavano le diceva tutte, proprio come faceva da studente. La refezione era cattiva, nelle stanze c’erano vecchie cose arrugginite, pericolosissime per i bambini; per mancanza di fondi, erano cominciate a mancare prima la carta igienica e poi il riscaldamento. I bambini si ammalavano. Il personale di pulizia, dopo il 2008, iniziò a venir pagato quasi niente, e per ripicca puliva molto male. Eleni arrivò ad affermare che non avrebbe consigliato a una sua amica di iscrivere il proprio figlio alla scuola. Espresse la sua opinione al preside e in alcune lettere al sindaco. Finì con un mobbing pauroso, del preside e dei colleghi, che tirò in ballo le irregolarità della sua vita privata, e -non so neanch’io come- riuscirono a mandarla via per giusta causa.

Mi telefonò che avrebbe dato una festa d’addio, perché non poteva più pagarsi l’affitto.

-Ma… e dove vai? – le chiesi io.

-Da mia madre. In Grecia. Non dire niente.

Io raggelai: -Ele, ma in Grecia adesso c’è la fame! Cosa vai a fare lì? Piuttosto, vieni ad abitare da me, o da chi vuoi…

-Non dire niente, Lorenzo! – ribatté lei brusca. -Verrai a salutarmi? – mi chiese quasi implorando.

-Certo…

Era il luglio del 2010. La festa fu come la rimpatriata del Grande freddo. Non vedevo l’ora di andarmene. Non avevo più niente da dire agli amici di tanti anni fa. Lei invece sembrava allegra come da adolescente. Ma, un momento ch’eravamo soli in cucina, mi strinse le mani e disse: -Pensami!

L’ho pensata, ma la distanza era troppa. Non ci sentivamo più da un paio d’anni. Poi la scorsa settimana, su Facebook, ha chiesto agli amici di spedirle della roba vecchia che non ci serve più: asciugamani, vestiti, bottoni, nastri, stoffe… perché per prendere qualche quattrino s’è data al patchwork. Sta studiando il tedesco perché ha un uomo in Germania, che vorrebbe portarla con sé. Sarà l’uomo giusto? Spero di sì. Vorrebbe trovare lavoro in Germania. In effetti, andare lì è una soluzione. “Ti rivorrei in Italia, perché almeno so che ogni tanto potremmo incontrarci. Ma ti direi una cazzata se ti dicessi che qui va meglio. Ti confesso due cose: la prima è che anch’io sono senza lavoro, la seconda che sono solo come un cane e mi chiedo perché non ci siamo messi insieme tanti anni fa”.

Lei rispose: “Perché, se ci fossimo messi insieme, adesso non ci sentiremmo più”.

Ogni tanto Eleni posta degli articoli in inglese sul pericolo che rappresentano i neonazisti di Alba Dorata, ma dice che le persone intorno la prendono per matta. “Sono tutti entusiasti che ci sia un gruppo che va a dare fuoco agli immigrati e a menarli e a rovesciare i loro banchetti ai mercatini. Le vecchiette, accanto al numero del medico e del farmacista, non hanno nell’agenda quello della polizia, ma quello della sezione di Alba Dorata”, mi ha scritto.

Le ho spedito tutto quello che potevo. Eleni ha sempre avuto tante risorse, ce la farà.

196 // PORTOFRANCO 11 // Francesca Cannavò. La ballata delle isole girovaghe

Peripli // Post Scriptum

Apriamo la seconda serie di Portofranco tornando ad ascoltare la voce di Francesca Cannavò, la quale con una ballata sonante ci culla in un’erranza d’isole e cuori, rimisura il mondo con la capacità di acciuffarne gli angoli come un fazzoletto che si voglia annodare in fagotto; penso a questa metafora per l’ambivalenza del termine intrusciare, in dialetto siciliano, nell’indicare il medesimo gesto. L’autrice ci conduce per mano al di là dei limiti dell’aridità dei deserti sociali, come come chi sa trattare la durezza del reale grazie all’immanenza delicata e tangibile di canti e sguardi. Una ballata dedicata ai volontari dell’isola di Lesbo, alle braccia che accolgono affanno e pena.

(G. Asmundo)

La ballata delle isole girovaghe

È nel deserto che si trovano mille Isole, proprio lì compaiono a frotte come i fiori notturni che vi sbocciano all’insaputa del sole.

È nel deserto dell’umanità, nel luogo dove essa sparisce, divorata…

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Un romanzo di Bruno


schulz

(A mia moglie. A Marco Ercolani. A Lucetta Frisa. A Chiara Romanini, sorella d’anima)

Una sera mia moglie non riusciva a prender sonno e mi ha chiesto di raccontarle una storia. Io le ho raccontato quella di Bruno Schulz, ma quando lei s’è addormentata credo che Bruno non fosse nemmeno adolescente. Adesso riprovo a raccontarla. Se vi addormentate anche voi, saprò ch’è una storia noiosa.

Considerate che non sono un esperto di Schulz. Lo ho conosciuto grazie al mio amico Marco Ercolani, perché uno dei nostri scrittori preferiti, Danilo Kiš, diceva “Schulz è il mio dio”.

A me la scrittura di Schulz fa venire in mente un’abitudine che avevo da bambino: usavo parole di cui non conoscevo il significato perché mi piaceva il loro suono, e a volte componevo frasi senza senso per il gusto di far suonare le parole. Oppure mi piaceva giocare con le parole che conoscevo ma gonfiandole, enfatizzandole, moltiplicandole. Usavo anche parole piuttosto insolite per un bambino. A due anni una signora si avvicinò tutta leziosa per chiedermi “Giorgino, vuoi bene alla mamma?” ed io la fulminai con: “Non eccessivamente” (che, a parte il termine, è una risposta strana per un bambino: un bambino a quella domanda  risponde sì o no, non “Non troppo”).

Schulz è diventato un mito della letteratura non solo per gli scritti che ha lasciato, ma anche per quelli che non ha lasciato. Naturalmente, quello che ha lasciato è favoloso. Ma quello che si è perduto prometteva d’esserlo altrettanto.

Lui, forse, non voleva diventare un letterato: era un pittore e insegnava disegno tecnico a scuola. Il suo ultimo allievo, Alfred Schreyer, nel 2012, aveva novant’anni. Partecipò a un convegno su Schulz e cantò canzoni klezmer in varie lingue. Nadia Terranova, la scrittrice che ha realizzato un libro per bambini su Schulz, era tutta eccitata all’idea di conoscere un allievo del suo mito. Disse alla sua illustratrice: “C’era Schreyer ad ascoltarmi, ed era in prima fila!” L’amica illustratrice rispose: “L’ho visto anch’io. Russava. Ma sai, ha novant’anni, non dovresti prenderlo come un fatto personale”.

Bruno non voleva scriver libri. Disegnava freneticamente fin da ragazzo, e dopo la morte del padre iniziò a scrivere lettere agli amici a cui allegava qualche storia sulla vita del padre. Mano a mano che scriveva, il padre vero retrocedeva nella memoria, e lui ne ricordava un altro, fantastico, con il corredo di tutto un mondo altrettanto fantastico in cui la vita di una cittadina polacca a inizio Novecento si mescolava alle storie di cui è piena la tradizione ebraica orientale. Non so se, all’inizio,  Bruno annettesse importanza a quei racconti -voglio dire, se per lui avevano valore letterario. Si sa che ne aveva mostrati alcuni a dei letterati, ma senza successo. A un certo punto però nel giro dei suoi corrispondenti entrò una danese –o svedese, non mi ricordo- che lavorava per certe importanti riviste letterarie. Questa donna convinse Bruno a raccogliere i poscritti alle lettere, e piano piano lui li pubblicò, prima su riviste, poi nelle due raccolte di racconti che conosciamo: Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra.

Un po’ come certi racconti di Kafka, che vennero “estratti” da Max Brod da carte contenenti riflessioni filosofiche e mistiche di cui i racconti erano solo degli esempi –a mo’ delle parabole evangeliche- i racconti di Schulz sono la parte visibile di un lavoro segreto, che non è segreto perché l’autore lo ha annientato nell’opera compiuta, ma perché riguardano la vita vera del vero Schulz, il suo privato, e non erano nati come racconti.

Bruno era ebreo. In realtà, non era un ebreo praticante ed era affascinato dal cristianesimo. Ma la tradizione in cui viveva era quella ebrea orientale. Ma ai nazisti, quando invasero la Polonia, importava poco di queste sottigliezze: Bruno sapeva il tedesco –con la sua fidanzata avevano realizzato la prima traduzione in polacco del Processo di Kafka- e ai nazisti serviva un traduttore. Lo presero a fare il servo di un ufficiale. L’ufficiale litigò con un altro ufficiale e questi, per vendetta, decise di uccidergli il servo: così, un giorno del 1942, Bruno venne accoppato in mezzo alle strade di Drohobyč per un regolamento di conti fra nazisti.

Prima di morire, aveva scritto altri racconti –pare avesse già pronto un terzo libro- e stava completando un romanzo dal titolo Il Messia. Di tutto questo non è rimasto nulla. Qualche lettera, con qualche allusione, e niente più. Ecco perché dicevo che Schulz è diventato un mito anche per tutto quello che non ci ha lasciato.

Già il fatto che un ebreo orientale stesse scrivendo un libro intitolato Il Messia è affascinante; ma nel caso di Bruno i suoi inediti divennero protagonisti anche di un giallo. Un suo biografo venne avvicinato da un tale che asseriva essere un’ex spia del KGB. L’ex spia diceva di aver visto i manoscritti di Schulz in una cassa negli archivi dell’intelligence di Mosca. Un altra spia, stavolta della STASI, doveva incontrare in aeroporto lo scrittore David Grossmann per consegnargli la cassa coi manoscritti. Ma all’aeroporto non si presentò nessuno. Grossmann aveva dedicato a Schulz un saggio, e un capitolo di Vedi alla voce: amore intitolato Bruno.

I particolari della storia della cassa non li ricordo bene, e forse in parte li sto inventando. Perché no? Quando si parla di Schulz, la memoria è un po’ come la memoria di mia nonna: una memoria che inventa. Quando mia nonna raccontava qualcosa, il litigio era assicurato. Quando non le si credeva perché non si voleva litigare, spesso stava dicendo la verità, e qualcuno era rimasto impunito.

Il mio amico Marco Ercolani ha dedicato a Schulz un romanzo, Il mese dopo l’ultimo, che in realtà non è proprio un romanzo: è un romanzo-laboratorio in cui si assiste alla nascita  del capolavoro perduto di Schulz. Nel Mese dopo l’ultimo Ercolani ha provato a riscrivere il contenuto della cassa coi manoscritti. Non s’è limitato a fare “un” apocrifo, ma ha ricostruito il mondo apocrifo di Bruno. In una cassa finita in tempo di guerra negli archivi del KGB, si sa, ci doveva stare un po’ di tutto: così, lui  ha ricreato, nel suo romanzo-laboratorio, lettere e appunti “di Schulz” alternati a capitoli del romanzo perduto. Ha messo accanto lettere che parlano della nascita del romanzo, taccuini di lavoro per il romanzo, ha esplicitato i travasi dagli uni all’altro. Ma Il Messia di Schulz, secondo Ercolani, non era un romanzo. Era più tipo Le mille e una notte.

C’è un ufficiale che ha il compito di presidiare l’ultima casa non bombardata di un villaggio polacco -Drohobyč- e c’è un abitante del villaggio che sta nell’ultima casa non bombardata e che non smette mai di disegnare e di raccontare storie. Un po’ come il vero Schulz col militare nazista a cui era stato assegnato. L’ufficiale è infastidito, ma anche affascinato dal narratore, e lo ascolta. Il Messia quindi è questo strano tipo che sciorina invenzioni e quindi ricrea il mondo –o almeno lo salva dal bombardamento definitivo. Ma il Messia è anche il protagonista di alcune storie che lo strano personaggio racconta. Qui, Ercolani raccoglie una tradizione ebraica secondo cui il Messia arriverà troppo tardi, oppure è già arrivato e nessuno se n’è accorto. Nelle storie che l’ultimo abitante dell’ultima casa non bombardata racconta ci sono perciò dei Messia stravaganti, che arrivano in ritardo o in anticipo, dei Messia che falliscono.

Questa è la storia di Schulz che ho raccontato, quella notte, a mia moglie. Non so se è corretta. Ma scrivete anche voi del vostro Schulz. Tutti insieme, magari, riusciamo a riscrivere la storia vera.

Lettera d’amore (un cantico)

15469795791_eecc6d582a_b«Ci regaliamo il frutto delle notti,  gli anni vissuti senza di noi. Un incendio, una morte, una rinascita, un rifondare l’uno nell’altra le nostre città. Il tuo corpo è una storia d’amore. Porta i segni di tutto il mio amore. Modellato con mani da vasaio, con pazienza creato, scolpito.

Sei intensa come l’odore dei tropici. Sei ambra, lava etnea, gorgoglio di risacca e profumo di menta. Sei monumento di marmo e donna viva. La tua voce è voce di velluto, canto della notte. Hai gli occhi scuri d’Andalusia. Ogni tua sfaccettatura è una persona. Un mondo intero di porti, di case, brulicante di esseri umani. Sei sempre una e sempre nuova, come le onde sulla superficie del mare. E tutto questo nelle mie mani che ti ricreano. Che custodiscono dolore e splendore. Che si donano mentre attingono da te.

Hai un desiderio selvaggio di riprenderti la vita che ti è stata tolta. Riprendiamocela, io ti aiuto a riprenderla. Mia come il palmo delle mie mani, tuo come il colore dei tuoi occhi, riprendiamo possesso del mondo. Sei vorace di tutto e tutto annienti. Cadono affascinate anche le pietre. Ma non cado io. E’ più forte la mia passione e ti vince, e tu ami essere vinta. Amo la tua arroganza, il viso e il portamento alteri e gelidi, la rabbia che fa franare le montagne, la troppa forza che cerca sempre nuove passioni su cui sfogarsi. Amo quel corpo sodo, caldo come il sole, le gambe d’avorio e acciaio, la plasticità aggressiva del portamento. Amo l’incarnato di terra, il Mediterraneo dei sensi. Le fiocinate della tua tenerezza, la tua raffinatezza di nata povera. Sei di pane duro. Quando arrivi ogni cosa è al suo posto, ognuna ha il profumo che la individua. Ed io sono intrecciato a te come la vite al suo tralcio. Siamo un’orchestra, un coro: innalziamo alla vita un’unica musica.

Io mi arrampico in te come linfa che scorre nell’albero, dalle radici alla punta dei rami. Ti circolo nelle vene e ti rigenero. Ti sradico, ti fulmino, ti tolgo i tuoi tesori per mostrarteli. Non alzare muri, li abbatto. Non resistermi, ti vinco. Non temermi perché la tua paura è nulla in confronto al mio amore. Io ti inchiodo a me, serro le tue mani alle mie e con gli occhi piantati nei tuoi occhi ti anniento e ti ricreo nella passione. Appesa alla stella più alta tu rinasci, rivivi. Con me.

Ma le parole cessano. L’amore non è fatto di parole. L’amore ha un corpo. E il cuore, quando è caldo, non parla.

Solo una cosa rimane. Tu. Noi.»

Non lo sappiamo

tolstoij1Le ultime parole non sono così importanti, non riassumono una vita o una dottrina. Davanti alla morte ogni uomo è solo come un uomo comune, anche se è stato un grand’uomo ed anche se è morto da eroe. Tolstoij morì scappando, come tutti sanno, in una misera stazione ferroviaria. Le agiografie riportano che i giornalisti erano là fuori, e che lui disse: con tutti gli esseri umani che soffrono, perché questa gente si interessa solo a me che muoio? Un pensiero altruista, che si confà all’autore di Resurrezione.

Dunque quella mattina alla stazione di Astapovo il grande umanitario rivolse i suoi ultimi pensieri al popolo che soffre. Questo è ciò che tutti sanno. Altri sostiene che il grande mistico dichiarò in punto di morte il suo amore per la Verità. Ed anche questa è una morte degna di lui, come tutti vedono.

Pure, vi fu un altro Tolstoij: il senza pace, quello che si diceva insaziabile della carne delle contadine –e quelle contadine saranno state sempre consenzienti?, ci chiediamo-, quello che in nessun posto era a casa, che voleva giganteggiare e trionfare sull’esistenza senza riguardo a chi soffriva accanto a lui. Il Tolstoij di cui pochi sanno, descritto nei diari della moglie la cui sofferenza di donna toccò anche Doris Lessing. L’uomo così preso dalla sua vitalità da non avere riguardi, così preso dai propri sensi da volerli sfogare su di lei anche subito dopo il parto… il grande umanitario convisse col grande brutale, il grande generoso col tremendo egoista.

Di Bob Kennedy si sa che, quando fu sparato, disse: controllate come stanno gli altri. Di Caikovskij non si capisce nulla: morì di colera, morì avvelenato, morì suicida…? Prima di morire ripeté più volte: maledetta! Maledetta chi? La malattia, la morte? La sua benefattrice Von Meck, che lo aveva abbandonato all’improvviso? O la vita da cui si stava congedando? Nessuno lo sa.

Tolstoij non lanciò maledizioni, ma si congedò dalla moglie con poche, gelide parole, e fuggì. Non le permise di entrare, ad Astapovo, e di vederlo morire. Peggio di una maledizione. Una cancellazione. Una damnatio memoriae. L’ultimo pensiero di Tolstoij quella mattina ad Astapovo, con i giornalisti sotto le finestre e la moglie abbandonata ed esclusa anche dalla vista dell’ultimo respiro, fu per il popolo, fu per la Verità? Non lo sappiamo. Ma il figlio di Tolstoij riporta una versione diversa:

-Andarsene, bisogna andarsene. Andrò in qualche posto dove nessuno possa disturbarmi. Lasciatemi in pace…

Una maledizione. Le ultime parole del grand’uomo, per il figlio, furono simili alle parole di uno che muore. E forse in questo fu simile al popolo, e forse in questo sta la Verità. Ma noi non lo sapremo mai.

Primo novembre

Forte, muggendo, il vento di novembre
cacciava l’aria tersa d’ottobre
e la coda selvaggia dell’autunno
spazzava via gli ultimi scampoli d’azzurro

Dietro la rete il pino del vicino
si dimenava nel cielo stracciato
sul lastricato crosciavano noci
rotolavano giù per la discesa

Rotolavano foglie accartocciate
e rami secchi, polvere e terriccio:
si disponevano ai magneti del vento

Era arrivato il primo di novembre
era arrivato a spezzare gli incanti:
era l’autunno dei miei tredici anni
e l’età innocente era finita
portata via dal vento inclemente
con cui faceva irruzione la vita