Ultimi pensieri di Boris Vian

vianUno muore dei dispiaceri della vita mentre cerca di rallentare la morte. Qua fuori gli operai crepano di lavoro, chi sotto una macchina che si rompe e gli spacca la testa, chi perché beve sistematicamente per dimenticare i dispiaceri di una vita di merda e poi crepa di cirrosi. Non si vorrebbe crepare, ma non si scappa. Chi muore come me dentro una sala cinematografica. Non vi affannate a soccorrermi. E’ tutto ritmo, ritmo, ritmo fino alla morte. Crepare sotto una macchina che si rompe non ha senso. Ma nulla ha senso. Scriveranno sulla mia tomba che mi sono bruciato troppo in fretta perché il jazz brucia in fretta. Cazzate. Io non sono bruciato per il jazz. Io sarei bruciato comunque. Lo sapevo che ero malato. Sapevo da quando ero piccolo che gli altri avevano un cuore da lunghi percorsi e io uno da passeggiate brevi. Mica vero che nel jazz si muore in fretta. Guardate Duke Ellington e Bix. Duke ha un cuore da lunghi percorsi e morirà vecchio. Bix aveva un cuore come il mio. Duke, in virtù del suo cuore da lunghi percorsi, ha insinuato nel jazz una calma da classico. Per questo nulla ha senso, eccetto la musica di Duke Ellington e poche altre cose. Ha senso solo chi riesce a fare l’incredibile. Per questo io ho fatto un mucchio di cose: per fare qualcosa di incredibile. Non si rallenta la morte. Si può solo disperderla. E’ come spezzettare l’anima e farle vivere più vite, muoversi su più piani per recuperare in larghezza quello che in durata non mi è concesso. Mi potevo allargare nello spazio, non nel tempo. Quenau ha preso un abbaglio quando ha scritto che mi stavo preparando a diventare Boris Vian. Io ero già Boris Vian, e lui non ha voluto sostenermi perché a un letterato non conviene sostenere un collega che è conosciuto per il jazz, le canzoni e un romanzo scandaloso scritto solo per fare soldi con lo scandalo. Proprio quel romanzo di merda da cui è tratto questo film. Non affannatevi a soccorrermi. Titolate pure “Boris Vian muore all’anteprima di un film tratto da un libro che non aveva nemmeno firmato.” L’unico mio libro di successo è un libro di merda che non ho nemmeno firmato. Ci sono grandi esseri, come Mozart, a cui sono concessi pochi anni, ma che lasciano il segno in una cosa. E gente come me, che non ha il genio e la calma di Mozart -o di Duke Ellington- e si dedica a tante cose, sperando così di avere la sensazione di non dover morire presto. I letterati come Quenau diranno che non ho avuto il tempo di trovare la mia forma. Cazzate. E’ proprio questo fare e strafare la mia forma. Io non sono stato l’autore della Schiuma dei giorni. Ma uno che suonava la tromba, faceva l’ingegnere, faceva parte dell’Accademia di Patafisica, scriveva La schiuma dei giorni e scriveva anche racconti e romanzi di merda, per soldi… Io non sono uno scrittore o un cantante o un musicista di jazz, io sono Boris Vian. Il più artistico casinista delle notti parigine e il più casinista degli artisti mancati. Se non potevo essere grande in una cosa, volevo almeno esserlo per tutte le cose che facevo. Il risultato? La mia ex moglie scopa con Sartre.

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Gli scrittori inutili

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Non resterà nulla di noi. Quando il sole avrà invaso lo specchio dei pianeti, bruceranno anche le carte dei grandi. E di noi non resterà nulla. Nella conflagrazione delle stelle tutto esplode od implode. Nella piccola conflagrazione della morte ogni nostra fatica scompare. Avremo scritto lettere a nessuno, messaggi in bottiglia –raccolti da chi? Ci leggiamo a vicenda, eremi che dialogano con altri eremi, da lontano. Le notti al lume di una sigaretta per cercare una parola o la musica di una frase, le forze strappate al lavoro che ci dà il pane e al sonno che ci riposa, la forza di opporre un muro al muro d’ironia di chi ci dice “Non perdete tempo”, e gli amplessi rinviati, le risate mancate, le gioie gustate per metà in nome di una vita segreta che non s’adempie in noi ma negli altri –chi?-, operai coscienziosi che agiscono di notte come ladri, scelgono passi da tornire e passi da lasciare grezzi, lavorano colle mani sul foglio; e il rigore infuocato che ci consuma, il mondo che ci urla dentro e chiede di essere espresso, la grazia cercata con furia e quella che arriva non richiesta, e dare forma a tutto questo a ritmo di veglie e letture strappate… Non ne resterà nulla. Abbiamo creato un laboratorio eterno, in eterno movimento  lontano dagli occhi, un cantiere dove tutto si trasforma e nulla mai si riposa, lontano dagli occhi, nessuno ci viene a chieder conto di nulla e di noi non resterà nulla, qui lontano dagli occhi, noi abbiamo la scrittura come unica ragione di scrivere e scriviamo lettere a nessuno, messaggi in bottiglia –per chi?

Una melodia di Ilaria Seclì

Scrive Antonio Devicienti: “Una cantilena che mi sembra discendere fino alle nostre perdute radici di umani in simbiosi con i cicli delle stagioni; emozione pura, luce commovente questo testo novembrino”. Con la sua lontananza avvolgente, con la sua luce corpuscolare, questa melopea è una delle più lievi e più penetranti creature di quella creatura che è Ilaria Seclì, poetessa fino alle radici delle sue radici.

le ragioni dell'acqua

Il borgo il globo l’astro il cerchio

irradia ignoto lontano estinto

fin qui pulviscoli oro mercuriali danze

villaggio dei villaggi girotondo

fin qui pomeriggi bianchi senza desiderio

novembre che respingi l’elettrico del mondo

affondi dita calde tra gli ulivi

fino a stanze vittoriane velluti rossi

verde salvia per il buono che rimane

vita che respiri il necessario

mano che ti allunghi e porgi

mano che ricevi e custodisci

occhio che occhio trova

dice confida ama

gazza che atterra e poi risale

per la luce inaugurale

l’avvento senza eventi

aurora che ignori mezzogiorno

per Santa Caterina d’Alessandria

per i cingoli che aspergono silenzi

tagliano l’aria rigano un registro                     

per grazia di un decoro trasparente

la donna curva fa tornare i conti

tra gli appena vivi e i non più presenti

l’aria buona nessun suono s’inimica

l’aria buona che il globo ha…

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Autunno romano

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La gente aspetta una rivoluzione che non vuole. E’ l’estate di San Martino. L’estate vera è una stagione violenta, che nuoce agli spiriti ombreggiati. Le persone d’estate s’affaticano sotto il peso del sole, e solo gl’insetti gironzolano nell’aria, loro che sono leggeri. Ma qui, nell’attesa dell’inverno, i bambini cercano di espandersi per strada, subito richiamati dai genitori, avvicinano i musi agli aranci che vegetano nelle aiuole e i genitori gl’impongono subito di non pensarci, guardano con curiosità i vestiti di una famiglia musulmana e i genitori impongono di non sognarselo nemmeno e li rimboccano sotto il loro razzismo. I quartieri di Roma sono delle colate d’arancio sotto il sole fresco di San Martino. Quando i bambini torneranno, la prossima estate, saranno già cambiati –io lo so, li ho già visti- sembrerà che siano nati già adatti. La gente ha trasmesso loro una rabbia che non vuole essudare, solo tramandarsi di generazione in generazione. Le allegre rivoluzioni, le violente e gioiose estati non sbocciano più. I quartieri di Roma color arancio guardano avvizziti questi uomini plumbei. Al posto dell’odio fragoroso dei bambini che vogliono rifare il mondo, gli uomini hanno in tasca uno scalpello che sgretola i colori del mondo. L’arancio è triste di non splendere più per nessuno, e piange -come il sole piange raggi amari.

Wunderkammer 7: gli edifici pericolanti di Massimiliano Damaggio

“Faccio una battuta e sopravvivo
ma prendo per amore l’elemosina
e sosto, senza amore, perché è facile
condividere del prossimo
il meno e non il più a noi prossimo”

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diAntonio Devicienti

Duole constatare come i libri (anche i pochi di valore) vengano pubblicati, ricevano magari alcune recensioni (talvolta di circostanza, talaltra superficiali, raramente approfondite) che compaiono a breve distanza di tempo le une dalle altre in riviste e spazi web e poi vengano di fatto dimenticati (e questo vale ancor di più per i libri di poesia).
Auguro a questo libro di Massimiliano Damaggio un destino opposto: che lo si legga, che se ne scriva, che l’attenzione nei suoi confronti si protragga nel tempo – questa mia non è né una recensione, né un atto dovuto ad amico caro, ma un pensiero personale che mi azzardo a rendere pubblico: so, insieme con non pochi altri, che per Damaggio vita e poesia non sono distinte, so che la sua passione vitale coincide esatta con il suo scrivere, so che questo libro vede la luce dopo un periodo lungo e…

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I gatti di Arachova

(Su Postpopuli col titolo Nei dintorni di Delfi, tra gatti e silenzio)

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È curioso, ma il nome di Delfi non evoca in me l’antica Grecia, bensì una poesia di Lee Masters, l’ultima dell’Antologia di Spoon River:

Tu non ricordi o Delfico Apollo,
l’ora del tramonto sul fiume, quando Mickey M’Grew
disse “È un fantasma”, e io “È il Delfico Apollo”,
e il figlio del banchiere ci beffò dicendo “È il riflesso
dei giaggioli sul ciglio dell’acqua, voi stupidi sciocchi.”

Delfi per me non è Delfi. È un non luogo, o come si direbbe oggi un iperluogo. Forse è per questo che non sono riuscito ad andarci. Il mio senso dell’orientamento è inesistente, senza il navigatore non ricordo nemmeno le strade che faccio ogni giorno. Ma il navigatore ignora diverse strade in Grecia; la più aggiornata mappa satellitare della Grecia è una mappa incompleta. Anche i cartelli stradali sono imprecisi: seguo un’inequivocabile indicazione per Epidauro e dopo pochi secondi freno sulla riva di uno specchio d’acqua, dove danzano starnazzando le paperelle. Forse perché Delfi non è Delfi credo di potere in un giorno partire da Nauplia (vicino Atene), visitare Olimpia e poi dirigermi verso la stanza che ho prenotato ad Arachova, una frazione appunto di Delfi. Finisce che arrivo nel pomeriggio a Olimpia, vedo sul navigatore quanto ci vuole per Arachova e riparto da Olimpia senza averla visitata.

Le autostrade greche non sono come quelle italiane, che col buio diventano vene dove il sangue delle macchine scorre verso il cuore delle città. Le autostrade greche sono quasi vuote, si possono fare chilometri e rimanerne i padroni incontrastati. Ci si addentra da soli in un paesaggio che non cessa mai di cambiare, che in pochi chilometri varia dalla macchia mediterranea a delle strane cave violacee, dalla montagna nietzscheana a corsi d’acqua così inabissati nelle valli che sembrano davvero l’Acheronte. Quasi nulla, della Grecia, suggerisce l’antica Grecia, tranne il paesaggio. Le autostrade greche, d’estate, sono anche piene di cani. Non cani randagi. Cani abbandonati. Inseguono le macchine sperando che passi quella del padrone. Forse un giorno, da quelle macchine, qualcuno li prenderà per portarli a casa. Più facilmente, un giorno, qualcuna di quelle macchine li prenderà sotto, o getterà un altro cane sull’asfalto. L’abbandono degli animali in Grecia è altissimo. Il rispetto delle regole, in Grecia, è bassissimo. Non si incontra quasi nessuno in autostrada, ma quando lo si incontra bisogna stare attenti perché corre come un pazzo. C’è il limite di velocità, ci sono i rilevatori, ma è come se non ci fossero. Il limite di velocità per i greci è un concetto astratto come per me Delfi. Se qualcuno vuole andare piano, te lo comunica mettendosi in corsia d’emergenza. Se tu vuoi guidare piano, ti conviene metterti in corsia d’emergenza.

Articolo completo su Postpopuli

Rivoluzione negli occhi di un gattino

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Boumil Hrabal, in Treni strettamente sorvegliati, ha dipinto la ferocia del nazismo attraverso la sofferenza degli animali. Ed anche nelle lettere ad Aprilina la Rivoluzione di velluto sembra filtrata traverso lo sguardo bambino e sornione dei gatti. Scelte poeticissime ed icastiche. l’Inquisizione bruciò tutti i gatti neri perché li credeva imparentati col demonio. E forse nulla fa capire fin dove si spinse la sua fanatica follia più dell’immagine di quei gattini miagolanti tra le fiamme…

Bodyterranean, Intervista a Simone Mongelli

“A volte immagino Miles Davis che torna a casa dal suo job di sales account (e non venditore), si toglie la cravatta, si sfila i calzini puzzolenti, piglia la tromba e, sfiancato dalle atrocità dette tutto il giorno, stecca all’infinito provando So What, non arrivando mai a chiamarsi Miles Davis. Io so che il mondo è pieno di questi omicidii.”

E’ il passaggio più impressionante di questa testimonianza di Massimiliano Damaggio: non un’intervista, ma un pezzo di dialogo e di scrittura debordante, di un’eresia segnalata anche dall’allineamento grafico a bandiera, dove si inciampa in frammenti di poesia e in riflessioni di grande forza liberatoria. E’ una lettura che fa bene.

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intervista di Massimiliano Damaggio

Marta mi chiede: Ti piace il disco di Simone? Sì, dico io, è bellissimo. Tanto bello quanto poco commerciale. Eh, sì, dice lei. Certo che tu e Simone ve la giocate alla pari: tu con la poesia e lui con la sua musica.

Stasera mangiavamo la pizza e gli ho raccontato di questo aneddoto con sua madre. Abbiamo sorriso con dolcezza, forse entrambi pensando a quanto Marta e Flavio abbiamo sempre creduto nel figlio.

Cos’è commerciabile? Lo scrive uno che per tirare su soldi prova a fare il venditore. I bisogni ci sono. Se non ci sono, si creano. Tutto può divenire merce. Basta un bel packaging e un po’ di filosofia da quattro soldi tipo rivista di moda. Sarà che alla poesia mancano manager capaci? Siamo liberi e salvi. Sì, ma poi dobbiamo trovare il modo di alzare qualche lira. Siamo forse liberi ma non…

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L’inventore di vite

1450121078_675418_1450121173_noticia_normalVeniva da una famiglia importante, ma il suo primo amore era stata una ragazza del popolo. Nulla si sa di Louise, tranne ch’era malata. Stettero insieme di nascosto, l’aristocratico e la donna del popolo, finché lei morì. Gli amici dicono che fu devastato. Ma già un anno più tardi era legato a un’altra donna, questa volta un’attrice famosa. Non stavano quasi mai insieme: lui viaggiava perché era malato, lei per le sue tournée. Era in tournée anche quando lui morì. Ma sarebbe sbagliato dire che non si volevano bene. Erano quello che oggi si dice una coppia libera. Lui era amico di tutti, da Oscar Wilde a Paul Verlaine. Ed era anche nemico di André Gide. Era un uomo ammirato e rispettato. Era quel che si dice una figura autorevole. Ed era, come si dice, inserito nel bel mondo o nel mondo che conta. Ma era anche un solitario. La misteriosa malattia che lo corrodeva –nevrastenia, fragilità polmonare, intestino guasto- non la poteva condividere con nessuno, e nemmeno il mondo impossibile che aveva dentro. Era un patito di libri d’avventura, scriveva avventure, ma erano avventure vissute sulla carta, basandosi sulle innumerevoli carte che aveva consultato. Anche la sua erudizione non poteva condividerla con nessuno. L’aveva coltivata con furia certosina, fin da bambino. Era poliglotta, erudito, poligrafo, scriveva d’avventure. Era amico di penna di Stevenson, ma non l’aveva mai incontrato. Condivise il mal d’Europa di Stevenson, ma fuori dell’Europa non stava bene. Criticava il colonialismo e il razzismo, ma stava meglio coi colonizzatori che coi colonizzati. Volle andare sulla tomba di Stevenson, non la trovò e la sua malattia mise fine al suo viaggio. Il senso del viaggio era tornare. Stava tra marinai, trafficanti, venditori di tabacco e di hashish, servi mulatti, ma non legava con loro come legava con Stevenson, Mallarmé e Paul Valéry. Considerava i contrabbandieri e i pirati la sua gente, ma per le conversazioni preferiva Jules Renard. Con sua moglie non s’incontravano quasi mai, ma si scrivevano. Era un uomo di passione. Era anche un uomo troppo cerebrale. La sua passione era scrivere vite. Ma non era come quelli che, nello scrivere vite, ne sanno poco e allora s’aggrappano ad ogni dettaglio e gli restano fedeli. Lui di quelle vite sapeva quasi tutto, sapeva tutto ciò che agli uomini era dato di sapere, e allora, quando si sedeva a scrivere, le inventava. Non raccontava le vite, raccontava quello che lui aveva ricevuto dalle vite. I fatti potevano non essere veri, la sostanza umana dei fatti era vera. Aveva vissuto numerose vite, tutte sfiorandole. Sapeva quasi tutto delle vite. Sapeva anche che la vita viene a noia. E morì giovane, nel pieno della sua insoddisfazione, prima che la noia lo prendesse.

“Terzafascia” di Giovanna Amato

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Terzafascia” è la terza fascia delle graduatorie di istituto, che comprende -cito dal sito del Miur- “i docenti non abilitati in possesso del titolo di studio valido per l’accesso all’insegnamento”. Tradotto in vita quotidiana, è la fascia degli insegnanti più precari. Giovanna Amato lo scrive senza spazi rivelando il lemma burocratico per quello che è: un marchio, che per chi lo vive assurge a condizione permanente: si è precari come si fosse affetti da una malattia incurabile; la precarietà diventa un modo di sentire, un tarlo che col tempo si fissa in una tara. Si pensa da precari, ed è un pensare diverso da quello di chi “ha un lavoro fisso”: un pensare che, forse, rimarrà tale anche quando la precarietà sarà finita. L’autrice riesce a raccontare questa condizione in un’opera che, lungi dall’essere “l’ennesimo libro sui precari”, o “l’ennesimo libro sulla scuola”, e lungi anche dall’essere un libro “generazionale e ombelicale” come tanti, è invece un onesto resoconto condotto senza autoindulgenza e con felice mordente narrativo. “Penso a un libro sulla terzafascia”, scrive nell’ultima pagina, “Qualcosa di ironico, che illuda che dietro non ci siano il logorio e la rabbia e la frustrazione. Qualcosa di lieve”

E’ uno stile, quello di Giovanna Amato, asciutto ma ricco, giocato sul registro dell’autoironia, innervato da giochi di parole ma estraneo alla battuta facile, che arieggia al parlato senza scivolare nel luogo comune. E’ difficile mantenere l’eleganza in un registro come questo. L’autrice ci riesce grazie a una sorvegliatezza da orefice, spezzando la lingua colloquiale con intarsi di voci più preziose, con prestiti letterari non dissimulati ma tenacemente non esibiti, e con l’aiuto di perfetti tempi comici. Fa propria la lezione degli amati Stevenson e Kipling, maestri del tradurre l’inquietudine in meccanismo narrativo e limpidezza di stile.

Ma non basta, perché il miracolo di questa prosa è la disinvoltura con cui l’umorismo confina con l’estasi. Leggendo con attenzione, ci si accorge che Terzafascia (FusibiliaLibri, 2017) non è soltanto il racconto di un’esperienza -nessun libro sulla scuola è mai davvero un “racconto d’esperienza”, perché gli insegnanti sono per legge tenuti alla privacy- ma la testimonianza di uno sforzo per conservare un grano di bellezza, per non perdere un minimo di grazia anche fra disagi pratici e a contatto con la stupidità umana. La bellezza può risiedere in un concerto di Mozart, in pagine di letteratura, o in un’alba goduta alla stazione, arrivando nel paesello dove si va ad insegnare e in cui la preside costringe a sveglie antelucane la docente che lavorerà poche settimane e verrà pagata dopo mesi pur di non concederle un ritardo quotidiano di sei minuti!

La bellezza è un esercizio duro, ma è l’unica fonte di salvezza. Esemplare il passo dedicato al mestiere di scrivere, che -com’è tipico di Giovanna- esaurisce argomenti complessi in poche felici battute:

“…la scrittura è un’occupazione che prevede molte cose belle ma anche molte cose brutte. Per esempio, dico, si lavora tantissime ore al giorno, anche quando non si sta scrivendo, molto tempo si passa a pensare a cosa si vuole scrivere, come farlo, e quando, e ogni momento è buono per prendere appunti, e alla sera spesso si arriva intontiti e con i calli alle mani. Naturalmente, spiego, il più di questa roba si butta. Poi, quando finalmente ci si siede alla scrivania, se è un giorno buono, si può lavorare su quel materiale fino a dieci ore di fila. Io uso il computer, racconto, perché è più veloce e poi con la penna mi si rovinerebbero le dita e non potrei più suonare. Certo, proseguo, non tutti accettano di riconoscere che è un lavoro utile e faticoso, così, imperverso, si è costretti a trovare un secondo lavoro, che tutti considerano il primo e unico lavoro, per sopravvivere ma in fondo anche per non impazzire; perché non è solo lo sforzo fisico, infierisco, e neanche solo quello mentale: è il proprio percorso di crescita spirituale, l’approdo a una propria estetica, anche provvisoria, quello che incide. Per esempio, cito, io non dormo da uan settimana perché sto ripensando daccapo un libro frutto di quattro anni di meditazione e due di stesura, dopo che il mio ghost-editor l’ha demolito in una conversazione di cinque minuti. So che ha ragione, anche se le auguro che le cada il cellulare nel water,e quindi ci passo qualche notte insonne finché l’umiliazione è fresca e poi la mattina vengo qui a lavorare, e mica ammazzo qualcuno. E non sto ripensando solo al libri, incrudelisco, ma soprattutto a me. Chi sono? Il narratore di sempre, o c’è della lirica in me? Prevarrà l’artigianato o il delirio? Soprattutto, riuscirò a trovare la forma di quello che ho da dire senza pormi sempre queste incasellanti domande? E’ così, chioso, che ci si accorge che la propria mente è una corda tesa tra estasi e panico, sempre a rischio di spezzarsi.

‘E quali sono le cose belle?’, chiede Alberto dal fondo della classe.

A quel punto non so come dirgli che le cose belle sono queste.”

C’è un’altra preoccupazione che attraversa con leggerezza il romanzo, ed è quella per la trasmissione della bellezza. Come educatrice, Giovanna vuole che la comunicazione della bellezza non si fermi. E scopre che in effetti non si ferma, ma deve prendere spesso strade oblique, fare a zigzag in una folla ottusa per arrivare ai suoi naturali destinatari. E che bisogna accettare questo fatto, e continuare a tramandarla come si manda un messaggio in bottiglia, confidando con insolens laetitia che verrà raccolto.