Elisa Ruotolo, "Ho rubato la pioggia"

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Tre storie. Tre racconti così pieni di materiale narrativo che ognuno di essi è un romanzo. Ma un romanzo condensato, che implode folgorato da una lingua fortissima, che arieggia al dialetto senza mai impiegarlo, che impasta il letterario e il parlato in una miscela così intensa che bisogna cadenzare la lettura con molte pause per poterla sopportare.

Il primo racconto, Io sono Molto Leggenda, è il più iconico ed è scritto in una lingua petrosa; il secondo, Il bambino è tornato a casa, è il più commovente ed è delineato da una scrittura appena appena più lirica; il terzo, Guardami, è tagliato in una prosa espressionista, piena di modi di dire spesso oscuri. Tre racconti che ritraggono un Sud contemporaneo ma senza tempo, in cui personaggi che paiono incarnare sconfitte eterne si agitano svolgendo mestieri improbabili e antichi. Su tutti si stende la magnifica desolazione di Elisa Ruotolo, si fissa il suo sguardo implacabile ma pieno di pietà creaturale. Capiamo perché la sua prosa è così dura e interiorizzata: perché i personaggi sono fatti della stessa sostanza delle cose, sono minerali, come i ragazzi di Pasolini che si muovono, intemporali nella contemporaneità, in Accattone e Mamma Roma, sullo sfondo di musiche barocche che li proiettano ancor più fuori dal tempo. Ho sentito dire dall’autrice: “Le mie storie sono ambientate nella contemporaneità, ma hanno sempre un altro sapore”. Ecco.

Questo è il libro d’esordio di Elisa Ruotolo, ed è un libro già maturo, che presenta la voce riconoscibile di una scrittrice di razza, di un’assertività che mette quasi soggezione. Ripercorrendo a ritroso la parabola della scrittrice, dalla lingua baluginante e mossa di Quel luogo a me proibito a questi racconti, è impossibile non soffermarsi sulla coerenza e la compiutezza del suo mondo poetico. Possa la vita regalarci molti altri libri di Elisa Ruotolo.

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