61

vivian-maier-autoriratto-11-5

Cristina e il nonsenso del mondo

di Christian Girona

In nessuno dei suoi autoritratti Cristina Megalizzi fotografa direttamente se stessa: si riprende sempre nel riflesso di uno specchio o di un vetro; a volte è visibile solo come ombra. Si fotografa come ombra su un pavimento o su un prato. Questo per dire che, nella sua arte, lei stessa sta come un oggetto fra i tanti. La sua arte sembra scaturita da un’attività autonoma della macchina fotografica, quasi che gli scatti fossero stati casuali. E casuali sembrano, per come colgono particolari istantanei che un momento dopo non ci sono più, per come ignorano quasi sarcasticamente regole della buona inquadratura e lasciano abbondantemente figure mezze dentro e mezze fuori. D’altra parte, a uno sguardo anche disattento si dimostra che la composizione di queste immagini ha un’armonia classica, che corrisponde a un senso dell’inquadratura degno dei migliori maestri. Chi ha osservato, come me, i negativi, può assicurarvi che la percentuale di successo nei suoi scatti è altissima. Quasi tutti gli scatti corrispondono alla foto che Cristina voleva fare, o almeno a una delle sue varianti. Pochissimi sono gli scarti. Un genio spontaneo? Io credo che Cristina, della cui vita non si sa nulla, abbia lavorato moltissimo, in segreto, e non si sa con quali maestri, per raggiungere questi risultati. L’eccezionale lavoro di un genio inconsapevole, allora? Andiamoci piano: chi ci assicura che fosse un genio inconsapevole? La personalità di Cristina è un labirinto: più ci si avventura e più porte si aprono, più viene alla luce sul suo conto e più il mistero si infittisce. La realtà sembra essere che Cristina conosceva perfettamente il valore della sua opera, ma non si sentiva a suo agio con un’umanità di cui diffidava e da cui si sentiva guardata con diffidenza. Stendere il segreto sulla propria opera non sempre è un atto autodistruttivo, un atto di sfiducia in se stessi. Può essere anche un atto di orgoglio, se non si ritiene il mondo all’altezza di quell’opera.

Se Loredana Serrani fotografa l’anima della materia, Cristina Megalizzi l’anima la abolisce del tutto e ritrae uomini e cose partecipi di una stessa vicenda, trascinati dal medesimo destino. È la visione definitiva di un mondo senza dei. Sotto un cielo sgombro di dei la vita è fatta di un accumulo smisurato di casi. Casi fortuiti, irripetibili, che l’occhio della camera ha il privilegio di poter immortalare. Ma è un triste privilegio, giacché il momento resta comunque perduto per sempre e nessuna opera può riavvolgere il nastro della storia, riportare la felicità a quel punto, o riportare in vita il morto che compare nella foto… Ecco perché un sentimento d’inutilità che altrimenti parrebbe patologico. L’arte di Cristina ha a monte la perdita di qualsiasi teologia e teleologia -anche la teleologia dei laici. Eliminato il senso del sacro dalla vita, resta soltanto un accumulo sciocco e non motivato di momenti, ognuno dei quali è già parzialmente corroso dalla morte. Cristina fotografa quei momenti, quella particolare espressione sul volto della donna del tram, quel gruppo di bambini che accarezzano un coniglio, quegli operai con le facce abbrutite o quel gruppo familiare dove i bambini sembrano irrobustiti dall’affetto dei nonni, fotografa una sconosciuta vestita in un modo appariscente e una madre che sembra uscita da una tela di Botero. E tutto questo per strada, perché la strada è il luogo dove si è in cammino. In cammino verso dove? Verso altri gruppi familiari, altre espressioni, altri particolari, e così all’infinito finché ci sganciamo da questa catena con la morte. E allora la catena continua senza di noi, ma con l’entrata di qualcun altro al posto nostro. Quello che Cristina ha fotografato è l’assoluta mancanza di senso del reale, la mancanza di ogni scopo, di ogni logica in quello che accade. In un romanzo o in un film c’è sempre uno sviluppo che porta a qualcosa: è difficile che un testo scritto non porti a nulla. Noi abbiamo inventato la parola proprio perché portasse a qualcosa, abbiamo una visione teleologica delle cose perché abbiamo la parola. Un gatto non ha una teleologia. Di Cristina si dice che parlava poco, quasi mai. Che alcuni la chiamavano “la muta”. Mi piace immaginare che questa donna quasi muta fosse talmente poco intrisa della mentalità della parola da immergersi nella mancanza di scopo del mondo, e rappresentarla. Che le sue foto siano come le foto che scatterebbe un gatto, se avesse la facoltà di usare una camera.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...