Il registratore del mondo – 11

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Daniil ostenta sicurezza, ma è evidente che non è più tanto sicuro. Zia Koljjubakina lo sa, e per questo non insiste troppo nelle sue raccomandazioni. Sa che Daniil si fa già tanti rimproveri da sé.

Si è acceso la pipa, la sua pipa curva da Sherlock Holmes. Guardandola bene, è una pipa molto usata -forse perché è l’unica che ha, e non viene mai sostituita. Sembra una pipa grezza molto annerita dal fumo. Si è messo il completo di tweed, ma senza il cappello. Inizia a far caldo, l’estate russa è rovente anche in quest’anno di guerra. Il completo è consunto fino alla trama, e il magrissimo Daniil ci sguazza dentro. A confronto, tre mesi fa pareva un principe. Chi sa come appariva in his prime, come dicono gli inglesi, all’epoca in cui la prima moglie lo chiamava charme. Se ancora adesso è comunque un uomo affascinante, quanto charme doveva avere quando non era ancora un essere spezzato?

Cammina un po’ come un soldato e un po’ come un ubriaco, con la sua andatura regolarissima nel ritmo ma ondeggiante nella direzione, e nemmeno s’accorge di Konstantin Vaginov che quasi gli va a sbattere contro.

-Daniil Ivanovič, maledizione!

-Konstantin Konstantinovic, cazzo.

Scoppiano a ridere entrambi.

-Come sta, vecchio matto!

-Come vuole che stia, Konstantin Konstantinovic… è la fine del mondo.

-E’ veramente la fine del mondo. Cosa farà?

Non c’è bisogno di preamboli, e neppure di frasi per entrare in argomento. L’argomento è tutt’intorno a loro. Non si può che parlarne. Non si può parlar d’altro.

-Non lo so. Forse darò a questa gente di merda quello che vuole, Marina ha fame, Konstantin Konstantinovic, e non posso ignorarla. Anch’io ho fame, e non posso ignorare la fame.

-Sia maledetta quest’epoca.

-Ah no, Konstantin Konstantinovic, non è da uomini liberi maledire. Noi non dobbiamo distribuire colpe, non porta da nessuna parte. C’è sempre stata gente che fa una vita grama, e gente che trova una sua via. C’era sotto lo zar Nicola, e c’era nei primi anni di questa Rivoluzione, quando tutti speravamo troppo. Dovremo trovare la nostra via. Per quanto mi riguarda, io farò quello che s’inchina in apparenza e resiste in segreto. Vogliono da me la merda? Gliela darò. Vogliono poemi celebrativi, storie edificanti? Glieli darò, ma solo per dar da mangiare a Marina e a mio padre che è sempre più stanco e ha la barba sempre più bianca. Grandi responsabilità pesano su di me, Konstantin Konstantinovic, la responsabilità di un’epoca intera.

-Maledizione.

-Non maledica, le ho detto. Non è cristiano e non è da uomini liberi. Verrà il nostro giorno, le dico. Ma non è questo. Le mie vere scritture, d’ora in poi, saranno al sicuro in una valigia azzurra sotto il mio letto, l’unica che possiedo del resto. Quella valigia è il mio messaggio in bottiglia per i tempi migliori…

-Lei mette in pratica quel detto di Laozi: meglio accendere una candela nel buio che maledire le tenebre.

-Io? No, tutt’altro! Magari fossi arrivato a un livello di perfezione spirituale appena comparabile a quello di Laozi! No, mio caro Konstantin, è altro. E’ la disperazione assoluta, talmente assoluta che si capovolge in gioia.

-E’ illusione, Daniil Ivanovič. Stia attento: lei non ha rinunciato alla speranza. Il suo progetto è di una semplicità quasi folle. Ma la speranza è il sentimento più nocivo, perché la realtà dei fatti s’incarica di ribattezzarla con il suo vero nome, illusione. Dall’illusione nasce la delusione, e questa porta alla disperazione. E’ il circolo vizioso più nocivo per un uomo.

-Konstantin Konstantinovic, lei parla bene, ma deve andare a farsi fottere. Non ha capito nulla di Oberju? Nulla degli scritti dei suoi amici? Noi eravamo l’Accadermia dell’Arte Reale. Reale perché non ce ne importava nulla della speranza e dell’illusione. Solo della logica. Se vuoi essere logico, devi dimenticare la logica convenzionale e lasciarti andare alla logica delle cose. Nessun giudizio, nulla di benedetto o maledetto. Né cause né conseguenze. Noi scrittori dovremmo essere simili alle piante. Non giudicano le piante, non stabiliscono nessi. Accadono. Così dobbiamo essere noi. Non abbiamo io, non abbiamo identità. Piante, siamo. Senza un orgoglio o una dignità da difendere. Liberi come piante. Cos’è scrivere, ormai, se non il semplice trascrivere. Il registratore del mondo! Questo sono e voglio essere. Il registratore del mondo! Non mi serve speranza per trascrivere il mondo!

Daniil sta urlando e gesticolando come un pazzo. Molti si voltano a guardarlo. All’improvviso si allontana da Vaginov continuando a gridare e a sbracciarsi:

-Il registratore del mondo io sono. Daniil Ivanovič Juvačëv, detto Charms. Sono il registratore del mondo e vi odio tutti! Questa pipa che si è spenta io la odio, ma non la maledico. Il mio amico Konstantin Konstantinovic che mi frequenta da anni e non ha ancora capito un cazzo, io odio tutto e tutti. Non aspettatevi sconti. Vi rappresenterò tutti così, merde quali siete, perché sono il registratore del mondo e vi sbatto sulla pagina, merdosi così, nell’immortalità, per sempre!

Benché abituato alle stravaganze di Daniil, Vaginov non sembra né divertito né sconvolto. Il suo viso è solo preoccupato. Sa che Daniil non finirà bene. Sa che quelle scenate, che lo rendevano charmant nella San Pietroburgo di un tempo, ora, nella Leningrado su cui marciano i carri di Hitler, sono insopportabili. Daniil non ha mai capito lo spirito dei tempi. Non ha mai capito i momenti. Non ha mai capito che mondo aveva intorno. Dice di limitarsi a registrarlo, ma lo fa per nascondere dietro a una teoria il nocciolo duro del suo disagio. Lui è un marziano. Tutto quello che accade su questo pianeta lo vede da marziano. Il senso dell’opportunità, innato nella maggior parte della gente, in lui è assente. Sembra fregarsene, ma chi l’ha conosciuto da ragazzo sa quanto gli è costato costruirsi un personaggio intorno a questo suo non avere il senso dell’opportunità.

Non sai dove è andato Daniil. Lo cerchi con lo sguardo, in mezzo alla folla che dice “E’ matto. E’ matto”. Non lo trovi.

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