L’esilio

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Sembra che una notte, rincasando dai soliti bagordi, il cantautore e scrittore Leonard Cohen vide un uccello appollaiato su uno dei primissimi cavi della rete elettrica installati sull’isola greca di Hydra, e che da questa visione sia nata la canzone Bird on the Wire. Quello che non si sa è che Leonard Cohen trovò sull’isola una bottiglia contenente un manoscritto con una poesia. Cohen la giudicò poco interessante e conservò bottiglia e manoscritto senza mai farsene niente. Le pagine contenute nella bottiglia furono ritrovati fra le sue carte alla sua morte. Qui riportiamo il contenuto del manoscritto non per il suo valore letterario, ma per la particolare vicenda che vi è narrata. L’originale è in inglese, lo abbiamo tradotto. Non è stato possibile datarne la composizione.

E così avete deciso di cacciarmi via,
m’avete messo alla porta,
dato l’ostrakon dalla vostra città:
quella città che voi proteggevate
contro l’assalto di gente disprezzata
con mura forti
e con i templi in cui adorate i vostri lari.
Quelle strade a volte, quei mattoni
portano la firma della mia mano silenziosa,
che vi aiutava.
E se un bel giorno m’avete cacciato
non è stato perché ho violato una
delle leggi che abbiamo scritto insieme
e in cui insieme abbiamo creduto,
ma per avervi mancato di rispetto,
per non avervi fatto l’inchino.
E non l’ho fatto non perché ero io,
ma perché nella nostra città
bisognava camminare a testa alta:
questo credevo, e invece mi sbagliavo.
Sono sempre stato solo,
e voi siete una famiglia, una tribù.
Io la famiglia l’avevo mezza persa
e l’altra mezza m’aveva tradito.
Non ho riparato fra le vostre mura
mentre fuggivo dai loro coltelli,
ma col vostro placito vi venni a lavorare.
E sembrava che potessi un giorno anch’io
saggiamente amministrare la città.
Pure, non ero un membro di diritto:
non si entra di diritto in una famiglia
o in una tribù.
Ero come l’amico di Francia, che ritorna
d’estate a questi mari,
graditissimo ospite, che un giorno o l’altro
dovrà ripartire.
Condizione per stare con voi
era non scrivere nulla di mio,
inchinarmi alla vostra bravura
e condannare chi voi condannavate
e perdonare a chi voi perdonavate.
Scrivere mie sentenze non potevo:
io ero uno, e voi eravate molti.
Ma con tutto il rispetto dei vecchi
e dei figli dei vecchi
io credevo che il vostro amore
me lo davate perché vi piacevo.
Pur venerando i vostri grandi padri
e i figli dei vostri grandi padri
volevo che la mia voce passasse nei microfoni
non diventare microfono anch’io.
Questo voi non me l’avete perdonato,
e non m’avete detto nulla:
quando il decreto d’esilio è arrivato, io già lo sapevo
dagli sguardi che mi spiavano nei vicoli,
che mi seguivano quando ai mercati
contrattavo la merce,
lo sapevo dagli sguardi
spariti d’amore,
dal sorriso di colui che, nuovo figlio,
avevate adottato, e che aveva più voglia
di me di fare inchini,
aveva voglia di confondersi con tutti
mentre quando una notte io, disperato,
non m’ero ammazzato,
m’ero obbligato a distinguermi sempre
e ad essere fiero, perché il segno portavo
del figlio non voluto, del diverso
che si poteva distruggere con niente.
Allora dissi: devi essere invincibile.
Ora io continuerò ad essere uno
mentre voi sarete sempre molti.
Siete felici, ed io sono disperato.
Ma siete certi che vi farà onore
l’avere agito così perché ero uno?

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