Il libro più sfuggente: “Sentinella” di Marco Ercolani

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Nella multiforme produzione di Ercolani -torrenziale autore di piccoli libri, poligrafo ossessivo che da anni porta avanti una perturbante narrativa apocrifa, una riflessione critica attenta alle “voci di confine” e una poesia tesa e sapienziale- Sentinella (Carta Bianca, 2011) svolge il ruolo del Giano bifronte. Alcuni lo annoverano tra i suoi libri di poesia, altri lo considerano un’opera aforistica o addirittura narrativa. Credo sia giusto accordare a questo libro minuscolo e denso il suo status reale: quello di un’opera di confine, frammentaria, irrisolta, sfuggente agli inquadramenti di genere e che sollecita il lettore a prender parte attiva al suo svolgimento. Se l’intera produzione ercolaniana può essere considerata un cantiere aperto, un laboratorio ove si sperimentano impossibilità letterarie in una tensione espressiva che è ricerca della ricerca e mai ricerca di un compimento, Sentinella è uno dei tentativi più radicali: è il luogo in cui l’inquietudine e l’impossibilità, anziché esser motori della scrittura, ne sono gli oggetti. Ma dire questo non rende giustizia alla specificità dell’operazione-Sentinella, e rischia di sminuirla. Il punto è che Ercolani mette in scena è l’inquietudine preletteraria, l’inquietudine che precede lo scrivere. Sentinella potrebbe essere accostata a un’opera, quasi coeva, di poesia che riflette sul farsi della poesia: Olimpia di Luigia Sorrentino. Ma mentre Sorrentino agisce su un piano epico e mitologico, Ercolani dà corpo a un discorso quasi scientifico sulla poesia: ausculta il terreno umano da cui muove, le origini del suo linguaggio e il suo rapporto col silenzio e l’afasia. Lo stesso atto fisico di scrivere entra in questione.

Libro difficilissimo da commentare perché si crea e distrugge da sé, si fa l’esegesi da solo, Sentinella è anche un libro che viene da lontano, dalle fondamenta della produzione poetica ercolaniana. In Gerico, poesia del 1982 che apre la prima raccolta dell’autore (Il diritto di essere opachi, La vita felice, 2010, prefazione di Gabriela Fantato) troviamo già la parola sentinella. E troviamo, anche, le figure caratteristiche di questo universo espressivo: le pietre e il vento. Troviamo, infine, le coordinate del mondo poetico di Ercolani: lo scrivere nonostante, lo scrivere dal disastro o a disastro avvenuto, i miraggi ciechi. La lingua poetica è una mappa, la parola una bussola; ma bussola di un mondo evanescente, senza esistenza certa. Dove c’è bisogno di straripare oltre la parola, ma non c’è che la gabbia della parola a garantirci dal nulla. Il nulla, a sua volta, possiede una sua bellezza, e l’aldilà della parola, il silenzio, il suono, la vita nel suo senso meno abusato, sono una ricchezza irrinunciabile. E allora esperienza e scrittura si confondono nel momento stesso in cui, reciprocamente, si escludono. Allora diventa sempre più, quello di Ercolani, uno scrivere nonostante. La scrittura, più che come forma di resistenza, si configura come forma di sopravvivenza.

Una strofa di Gerico mi sembra contenere già tutta Sentinella. Eccola. Questo libro poroso e granitico, così aperto e così inattingibile, libro dove la scrittura legge altri testi e la lettura ne scrive, è come l’esplosione di questa strofa del 1982:

«Chiusi cancelli e giardini
la mia mano trascrive il colore degli aranci.
Ma il foglio è stretto, coperto
da parole notturne.
La luce muore, nella carta,
come sulle mie dita, scomparsi gli amici,
cade l’ombra dei rami.
Quando anche io partirò nascerà il dubbio:
saremo ricordati uomini o pietre?»

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