Paola Silvia Dolci, “Bestiario, metamorfosi”

bestiario metamorfosi

L’ultima raccolta poetica di Paola Silvia Dolci, Bestiario, metamorfosi (Gattomerlino/Superstripes, 2019, con introduzione di Filippo Tuena e illustrazioni di Massimo Attardi) è un moto perpetuo di trasformazioni e di rimandi ad altri testi, non solo letterari. Condotta per frasi rapidissime, che hanno l’aspetto di annotazioni e di promemoria, mescola prosa poetica e verso, linguaggi, toponimi, contesti culturali, in un giro del mondo che è innanzitutto giro del linguaggio e dei linguaggi. Paola Silvia Dolci ha il gusto della nominazione: nomina i luoghi che il suo io poetico percorre viaggiando per terra e per mare, dalla Scandinavia al Giappone; nomina le creature leggendarie di quelle terre; evoca le atmosfere e i paesaggi, trascorre continuamente dall’osservazione del mondo esterno alla registrazione -secca e mai compiaciuta- del proprio mondo interiore. Il viaggio per mare è la metafora di questo attraversare la metamorfosi. Metamorfosi che avviene innanzitutto nel linguaggio, attraverso la parola, ma che non si compie nella parola, perché la scrittura di Paola Silvia Dolci non si presenta autosufficiente e chiusa in se stessa: al contrario rimanda sempre ad altro fuori dal libro, fuori dal linguaggio.

Questa continua trasformazione e deformazione è vertiginosa, ha qualcosa di escheriano. La rapidità dei mutamenti e quella dello stile creano un potente effetto di straniamento, e inducono nel lettore una disposizione ironica che sembra coincidere con la voce apparentemente scanzonata dell’autrice. Ma l’ironia non nasconde un dolore, un dolore che esce improvviso in passi bellissimi, in bordate di poesia che arrivano spesso alla fine del componimento: “Parlavamo di maternità come fossero cani”; “Ho le lacrime più dense del latte”; “dottore, esistono diversi gradi di realtà? come per le malattie?”

Ci sono passi in cui questa poesia ricorda quella di Ilaria Seclì: sospensioni misteriose, quasi piccole nenie streganti, un che di magico e panico, e una morte che fa da sfondo, come nei quadri più enigmatici di de Chirico. Ma sono momenti brevi: l’autrice recupera subito il filo dell’ironia, ci cambia di nuovo il panorama sotto il naso e ci costringe a tornare nella disposizione ironica e straniata.

C’è un libro di Patrick Ourednik, Breve storia del XX secolo, che dietro l’accademismo del titolo nasconde una rivisitazione storica che pare fatta da un bibliotecario impazzito incollando frammenti di giornali e libri di cui ha smarrito il significato e il contesto: viene fuori una sarabanda quasi insensata, una sciarada che sembra scritta a quattro mani da Petrolini e Charms, e che però rappresenta magnificamente il dramma di un secolo che ha disorientato tutti e fatto perdere a tutti i propri punti di riferimento. Bestiario, metamorfosi appartiene per me a questa categoria di testi, a questa ironia ricca di lacrime. Qui il gioco confina con l’horror, le trasformazioni/deformazioni e il loro moto convulso generano un riso angoscioso. I continui switch tra mondo esterno e mondo interiore concorrono a forzare il lettore ad una maratona sfibrante. Alcuni passi sulla perdita della rotta durante la navigazione sembrano la versione minima di analoghi luoghi delle Argonautiche di Apollonio, ma in sedicesimo, in un rapporto simile a quello che l’Histoire du soldat di Stravinsky intrattiene coi miti faustiani. La sciarada dei mostri, ma anche delle umanità deformate, suscita una paura primordiale simile a quella del bambini verso i lupi delle fiabe. Eppure, quante volte questo brulicare metamorfico si risolve in pure e semplici dichiarazioni d’amore!

Il vertiginoso mutamento non tende verso una sintesi: al contrario tende all’esplosione. E se ogni singola annotazione colpisce per la vitalità realistica, visiva dei particolari, questo rimandare continuamente ad altro indica un senso di disapppartenenza, un’estraneità di fondo a tutto e anche a se stessi: “Continuo a cambiare città perché è la mia testa il luogo inospitale”; “io sono un altro fantasma / che si aggiunge a quello del passato”. C’è un io poetico che sembra sommerso, una valanga di frammenti di vita e testi lo ha travolto. Quello che accade poi è una specie di “Si salvi chi può”, dove c’è molto di fortuito e gratuito. “Forse la domanda non era quanto siamo distanti ma / quanto a fondo”. Questa domanda rimane inevasa, risuona anzi alla fine della lettura come un’eco a lungo prolungata. Non c’è nessun tentativo di ritrovare un centro, di ricostruire. Sembra anzi che la vita diventi più bella, più accettabile, dal punto di vista di chi è scampato al disastro, che proprio nell’SOS si facciano gli incontri migliori e nascano le più autentiche affinità: “la cima del mio salvagente / si è annodata a quella del tuo salvagente. / E non ero più libera di andarmene”.

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