I doni di Michelle

miciù

(a Giusi)

L’amore vero, l’amore incondizionato, appartiene solo agli animali. E’ l’amore di Michelle, la mia gattina, che quando Giusi sta male si posa sul letto e la guarda -la veglia- finché io non torno. Solo allora scende e va a mangiare.

C’è una ragione se, a settembre 2016, alla Porziuncola di Assisi, abbiamo benedetto una foto di Michelle. Non siamo credenti, ma amiamo la figura storica di San Francesco: sentiamo il suo fascino e il fascino di quei luoghi. A settembre 2016 c’era appena stato il terremoto che aveva sventrato il centro Italia. Due nostre amiche, la notte del terremoto, si trovavano vicino all’epicentro, e avevamo ascoltato il loro racconto in diretta, mentre ancora non si sapeva cosa era successo e quanto era stato grave. Ma il 2016 è stato anche l’anno in cui ho lavorato meno: un mese in tutto, e il perdurare del mio fallimento lavorativo ed economico minacciava di incrinare l’armonia fra me e Giusi. Simbolicamente, il viaggio ad Assisi significava la ricerca di una pace, e abbiamo benedetto Michelle perché in Michelle è riposta parte del nostro equilibrio emotivo -e perfino del nostro equilibrio di coppia.

Chi non conosce gli animali troverà esagerata, addirittura ridicola questa affermazione. Ma si sbaglia. Quando Michelle è arrivata da noi, il 2 settembre del 2013, era un periodo che litigavamo spesso. Una sera di aprile del 2014 avevamo alzato la voce e Michelle si era spaventata. Subito abbiamo cessato di discutere per consolare e accarezzare Michelle. Non lo dico per raccontare i fatti nostri, ma per far capire agli scettici che per noi quella gattina non è “un animale domestico”: è una figlia di un’altra specie.

Dicono che gli animali ci scelgono, ed è vero: in un gattile si può percepire la reazione di quel gatto che, avvicinato tra gli altri, si avvicina a sua volta. Ma nel caso di Michelle, lei ci è stata portata e prima l’avevamo vista solo in fotografia. L’origine della sua fiducia è più misteriosa. E’ una fiducia che si è formata gradualmente. I primi tempi -lo ricorderete- non si avvicinava al nostro letto. Ora dorme con noi, appiccicata a Giusi che è la sua mamma umana, e stare nel letto con noi è il coronamento della sua giornata, è il momento in cui si sente più serena e in assenza del quale scatta per lei il segnale che qualcosa non va. Il nostro andare a letto, la sera, segue un rituale preciso: prima si mette a letto Giusi, io le porto le medicine e parliamo un po’. Poi Michelle si mette vicino alla porta e mi pianta addosso due occhi fissi da gufo. Magari miagola per richiamare l’attenzione. E’ il suo modo di dire “Adesso lasciaci sole”. Allora io, il maschio, vado a sbrigare le ultime faccende, o a scrivere o ad ascoltare musica, e le due donne si crogiolano in quel loro strano gineceo. Solo più tardi posso entrare nel letto anch’io: Giusi, in genere, dorme, ma Michelle dorme del sonno lievissimo dei gatti. Sente la mia venuta e scopre il petto per ricevere carezze. Alcune volte si distende obliqua dal mio lato del letto, e, quando cerco di entrarci, sembra avviare una contrattazione: carezze in cambio di spazio.

Se la sera io e Giusi ci attardiamo a vedere un film, Michelle viene a chiamarci. Si ferma di fronte al divano e miagola. Se ci alziamo per vedere cosa vuole, solleva la coda e ci porta verso il letto. Lo fa anche quando Giusi sta male: se prova ad alzarsi, viene a chiamarla e la porta con la coda alzata verso il letto. Certe volte pare profetica: chiama Giusi a letto e dopo un po’ Giusi ha un attacco d’asma. Non c’è niente di misterioso in questo comportamento: gli animali non possiedono la parola, ma hanno esercitato una capacità di decifrare il linguaggio del corpo che noi invece abbiamo perduto. Interpretano i nostri corpi meglio di noi stessi, e perciò sentono l’arrivo dei nostri malanni prima di noi. Noi occidentali non siamo abituati ad ascoltare il nostro corpo. I gatti lo fanno. Distinguono anche tra il male fisico e il quello dell’anima: nel caso del male fisico, Michelle fa la guardia, nel caso del male morale fa le fusa, accarezza, a volte lecca. Cani e gatti sono dotati di straordinaria empatia verso la nostra psiche. Ma, mentre i cani concedono quest’empatia a chiunque, i gatti la elargiscono solo a chi ha conquistato già la loro fiducia. Il cane è servile nel suo amore, ama anche se non è ricambiato. Il gatto dà amore, ma ne pretende.

I primi anni, evitavamo di chiamare Michelle “bimba” per non umanizzarla. Adesso la chiamiamo bimba, e chiamiamo noi stessi mamma e papà, perché non conta l’appartenenza a due specie differenti, conta il rapporto che c’è. Michelle è diversa da noi, ma in famiglia riveste il ruolo della figlia, e noi non veniamo meno a nessun patto di mutuo rispetto zoologico se ammettiamo questo fatto.

Alla Festa della Repubblica del 2014 c’era una grande dimostrazione d’aerei militari nel cielo di Ostia, e Michelle s’era molto spaventata di quel fracasso. Per tranquillizzarla eravamo rimasti con lei sul letto. Alla fine del frastuono degli aerei, ci siamo accorti che Michelle si era addormentata, e ci siamo messi a parlare sottovoce per non svegliarla. Un’altra volta sono rientrato a casa da una giornata di lavoro defatigante e per nulla remunerativa, e ho trovato Giusi che cantava la ninna-nanna a Michelle. I pasdaràn della famiglia tradizionale di cui l’Italia è piena vorrebbero vederci bruciare nelle fiamme dell’inferno, suppongo. La nostra famiglia comprende anche Michelle. Sarebbe bello poter mettere questa creatura felina nello stato di famiglia; ma la stupidità umana non consente.

Chi vuole sapere tutto di una persona non dovrebbe chiedere alla moglie, al marito o ai fratelli, ma al suo animale domestico. Con queste creature ci riveliamo a un grado di sincerità che con i nostri cospecifici sembra impossibile. E’ che nel loro sguardo non percepiamo il giudizio, che negli sguardi umani è onnipresente. In Preferisco sparire di Marco Ercolani, lo scrittore svizzero Robert Walser si rispecchia nei gatti che incontra durante le sue passeggiate. Il gatto, animale avvezzo all’uomo, è espressione pura, che prescinde dalla parola e dal giudizio. Dinanzi ad esso non possiamo che essere se stessi, nella creaturale nudità della nostra anima. Non solo gli animali non giudicano, ma l’altro indiscutibile vantaggio è che non parlano: i nostri segreti rimangono chiusi in loro come in uno scrigno. Nessuna complicità è più assoluta.

Con Michelle facciamo anche lunghe conversazioni, e lei pare rispondere a tono. Può darsi che alcune parole le siano diventate familiari, ad esempio “pappa”, “amore” o il suo soprannome “Nana”. Ma si può parlare con lei per uno o due minuti e lei replica con un miagolio intonato al mood della nostra voce.

Il miagolio di Michelle è molto particolare, somiglia a un fado. E’ un suono malinconico, e Michelle è una gattina malinconica. Un collega di Giusi, guardando una sua foto, ha esclamato: “Che sguardo straordinario! E’ quasi umano!” Michelle ha uno sguardo intenso e intelligente. Come tutti gli intelligenti, è delicata. Risente tutti gli umori della casa, basta poco e si stressa e le viene la cistite. Ad ogni mia perdita di lavoro, ad ogni malattia di Giusi le è venuta la cistite, oppure qualcosa nel suo comportamento è cambiato: ha iniziato a mangiar meno oppure a chiedere cibo in continuazione, ha iniziato a miagolare in modo ossessivo o a scacciarci se la avviciniamo… Un’altra caratteristica di Michelle è che è una gatta molto timorosa: scappa davanti al topolino a molla che comincia a muoversi, e scappa ad ogni nostro movimento brusco, ad ogni nostro agitare in mano un oggetto un po’ più grosso del consueto. E’ stata picchiata? Non sappiamo nulla della sua vita prima di noi…

Quando abbiamo montato il primo albero di Natale grande, credevamo che lei ce lo avrebbe distrutto in un giorno. Invece Michelle adorava l’albero, lo contemplava dalla poltroncina, seduta a sfinge o appallottolata, oppure si accucciava all’ombra delle sue lucine per schiacciare un pisolino… Nemica di ogni minimo cambiamento, di ogni mobile spostato e di ogni giorno delle pulizie, Michelle ha accettato subito quell’albero, e quando è passato il Natale è sembrata sgradire di vederlo smantellato.

Ma c’è stato un cambiamento più grosso nella vita abitudinaria di Michelle. A inizio primavera del 2018, una sera, trovammo che Michelle aveva fatto la pipì in soggiorno. Non era mai successo. Stava male? Rinunciammo al nostro concerto all’Auditorium per stare con lei, senza però notare nulla di strano nel suo comportamento. Quella notte la sentimmo ringhiare. Ringhiava in direzione del balcone. Ci alzammo per capire cosa stesse succedendo, e sul balcone c’era un enorme batuffolo di pelo bianco e grigio con due occhioni spalancati. Era un gatto bellissimo, simile a un maestoso Maine Coon chiaro. Era tutto impaurito, sembrava chiedere scusa di aver invaso il territorio di Michelle. Suonammo ai nuovi vicini. “Avete un gatto?” “Sì”.

Poco alla volta, Michelle e Romeo si sono riavvicinati. Il loro primo incontro diurno, qualche settimana dopo, sembrava l’incontro fra due maestà: guardingo, solenne, cerimonioso. Romeo faceva dei vocalizzi dal balcone e Michelle rispondeva a grugniti, Romeo si strofinava sulla portafinestra e Michelle si avvicinava piano piano… fino a quando lui non è entrato in casa. Adesso è talmente di casa che usa anche la stessa lettiera. Io lo chiamo “il gatto musicista” perché ha la voce più melodiosa del mondo, fa un verso misto di miao, prr, glu-glu, modulato su tutti i toni: sembra un oboe d’amore. Da quasi un anno si presenta verso le cinque del mattino, passa dall’apertura che gli lasciamo nella portafinestra, e inizia la sua serenata: “Mau, prrau, prr, glu-glu, glau, mauauu-gl, prr”. Michelle gli va incontro e strofina il nasino sul suo; poi lo mena. Questo è il loro rito di saluto. Si rivedono altre volte, nel corso della giornata, a orari quasi fissi: in genere nel primo pomeriggio e la sera. Adesso che Michelle sta male anche Romeo sembra essersene accorto: non canta più come prima, è più silenzioso, cauto, dopo ogni terapia la sorveglia senza darle fastidio, e solo quando lei sta meglio riprova a giocare. Lei, in cambio, chiede cibo per lui. Si avvicina, mi fa “miao”, mi porta al piattino: quando io lo riempio si discosta e lascia mangiare Romeo.

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