Per saecula – tutto e niente

vangoghcorbeaux

(A Doris Emilia Bragagnini)

L’ultima persona che lo ha conosciuto è morta nel 1997: era nata ad Arles nel 1875 ed è vissuta 122 anni. Si chiamava Jeanne Calment. Nel 1888 aveva tredici anni e si trovava nel negozio di colori della sua famiglia quando vide entrare Van Gogh. “Era sporco, brutto, col volto bruciato dall’alcol, per nulla gentile. Andava al bordello, ma le prostitute a volte non si facevano pagare e lui spendeva i suoi soldi per bere.” Non diceva: era un grande pittore. Diceva che era sporco e brutto e che andava a puttane.

Jeanne era nata quando ancora non c’erano la torre Eiffel e il cinema. Suo marito la portava a Parigi a vedere il cinema dei fratelli Lumière e i lavori di costruzione della torre. Da ragazza ballava la farandola. Prima di morire partecipò con la sua voce a un album rap. Se le avessero chiesto cosa era cambiato in 122 anni, forse avrebbe risposto: tutto è cambiato, niente è rimasto lo stesso. Ma la sua idea di Van Gogh non era cambiata.

Van Gogh era nulla per la società del suo tempo ed è tutto per noi. A volte mi chiedo quanti van Gogh ci siano fra i nostri clochard. Lui in fondo era poco più di un clochard per i suoi contemporanei. Forse era anche una persona sgradevole, almeno in alcuni momenti. Jeanne Calment lo descriveva come un uomo rozzo. Ma a leggere le sue lettere non si direbbe.

«Penso tanto a te e a Gauguin e a Bernard, sempre e ovunque. Mi piacerebbe che foste tutti qui. Non sarei sorpreso se il mio ultimo quadro, il cielo stellato, ti piacesse. Spesso ho la sensazione che la notte sia ancora più colorata del giorno, con toni di viola e di blu e di verde più intensi. Le stelle mi fanno venire in mente i puntini neri che indicano le città e i paesi su una carta geografica. Prova a immaginare se i punti di luce in cielo fossero accessibili come per noi i punti sulla carta della Francia. Come prendiamo il treno per andare a Tarascon o Rouen, così prendiamo la morte per andare su una stella. Non mi sembra impossibile che il colera, la crisi e il cancro siano mezzi di trasporto celesti proprio come i battelli a vapore e i treni sono mezzi di trasporto terrestri. Nella vita di un pittore la morte forse non è la cosa più difficile che ci sia. Mi sento la testa ovattata già da settimane, devo stare attento ai miei nervi. Quando il mio spirito è in stato di esaurimento, pensa sempre più all’eternità. Hai avuto notizie da Gauguin? Se venisse qui, per noi inizierebbe un nuovo periodo. La mia idea sarebbe quella di fondare una casa per artisti che non esistesse soltanto durante le nostre vite ma anche per le generazioni future. Se quello che fai ti fa vedere l’eternità, allora la tua esistenza ha avuto un senso.»

“Egli stava lavorando per noi” scrisse cinquant’anni dopo René Char. Aveva gli occhi dei posteri. Era come se fosse già morto per se stesso. Si vedeva come lo avrebbero visto dopo la sua esistenza reale. Quindi anche lui si considerava tutto e niente.

Agli occhi della società, un artista o è un genio o è un fallito. Van Gogh è quasi solo un genio per noi, ma per la gente che lo conobbe era quasi solo un fallito. Lui si sentiva più simile al grano.

«Quando penso a tutte quelle cose di cui non capisco il motivo, guardo i campi di grano. La loro storia è la nostra: non siamo forse anche noi in gran parte grano? Ci rassegniamo a crescere come una pianta. A volte non siamo in grado di muoverci come la nostra immaginazione vorrebbe, e quando siamo maturi veniamo falciati come il grano. Sono davvero convinto che la storia dell’uomo sia come la storia del grano: anche se non vieni seminato nella terra per germogliare, non importa, vieni comunque macinato per essere trasformato in pane. La differenza tra fortuna e sfortuna, bene e male, bello e brutto, è relativa. »

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