Michelle

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(A Giusi)

Quando Michelle mi fissa addosso quello sguardo di belva affettuosa, quello sguardo che è pura espressione, di una trasparente selvaggia verginità, penso che da un momento all’altro aprirà bocca e si metterà a parlare. Ma Michelle non parla: dalla sua bocca esce solo il suo miao, modulato su una varietà di toni che ormai mi è familiare e che capisco come fosse musica. No, a Michelle non serve la mediazione della parola: perché sporcare di parole un messaggio così chiaro?

Michelle ha carisma. Non ho mai incontrato chi ne avesse altrettanto. E’ arrivata un giorno di settembre e ha catalizzato su di sé ogni attenzione. Di colpo due sposi adulti, con la buccia indurita da svariate  difficoltà, si sono scoperti asserviti a una gattina. L’aveva trovata un’amica, era in strada e piangeva da tre giorni. Era stata abbandonata, o si era persa. Ma credo che l’abbiano abbandonata perché Michelle ha una paura enorme di restare sola. Quando stiamo per uscire ci sbarra la strada, dall’ascensore la sentiamo miagolare disperata. Quando torniamo ci tiene il broncio. La nostra amica non poteva tenerla perché la sua anziana gatta la rifiutava. Allora ha messo un annuncio su Facebook, e Giusi si è fatta avanti. Chi sa che vita ha fatto prima di noi, ci chiediamo. Ha tra gli otto mesi e un anno, forse ha già partorito dei cuccioli. Forse è per questo che l’hanno bbandonata: lei ha avuto cuccioli, e loro si sono liberati di lei. In questo caso, dove sono finiti i gattini? Le nostre amiche l’hanno trovata lì sotto una macchina, tutta spaurita, che piangeva.

Quando ce l’hanno portata era sconvolta. Si nascondeva nei posti più ingegnosi. Si raggomitolava; si strofinava esitante sui mobili per cercare di renderli suoi; s’acquattava in cerca di pace negli angoletti bui. Solo a volte si concedeva a qualche timida carezza. Non potevo immaginare nulla di più modesto e umile di lei, ma s’era imposta con tutta l’autorevolezza della sua modestia. Emanava un senso di pace che polverizzava le nostre preoccupazioni: la preoccupazione per la salute di Giusi, la preoccupazione per la mia disoccupazione. Michelle spazzava via tutto questo. In sua presenza si pensava solo a lei. E anche lontano dalla sua presenza ci chiedevamo cosa stesse facendo, se soffrisse la solitudine, come mai la trovavamo sempre dietro la porta al ritorno a casa.

Creatura ferina piombata in una casa troppo umana, quando sta assisa sulla poltrona e guarda avanti, col portamento elegante e fiero, sembra una regina che s’affaccia al suo balcone, e sembra di vedere stuoli di sudditi che dal pavimento aspettano devoti il suo miao. Quel miao che modula su una varietà di toni e timbri da fare invidia alla tavolozza orchestrale di un Ravel. Il miao straziante di quando ci vede uscire, il miao bambino con cui ci saluta, il miao languido di quando, a notte, mi chiama perché vuole carezze e si stende sul tappeto come un’odalisca che tenti di sedurmi… Il miao nervoso simile a un ringhio; il miao impaurito che gela il sangue nelle vene; il miao possente che fa domandare come possa un corpo così piccolo dar vita a tanta voce. Noi abbiamo milioni di vocaboli: lei ne ha uno solo, e lo mette in musica.

La seconda sera che era con noi, non mi ero accorto di aver messo un vaso davanti all’ingresso della sua lettiera. Michelle ha iniziato a gridare, mi ha portato in bagno e mi ha mostrato l’ingresso ostruito. Ho scansato il vaso. E quando Giusi sta male, lei si accoccola sulla poltroncina della camera e la guarda in silenzio. Quando ho da fare, mi guarda e tace. Il suo silenzio è un silenzio penetrante.

Quando ha fame, vuole che la accompagniamo a mangiare e restiamo a guardarla mentre mangia. Quando ha fatto la cacca, chiama e si fa seguire fino all’ingresso del bagno, dove l’odore fa capire chiaramente che debbo pulire la lettiera. Se vede che andiamo a dormire, s’accuccia dietro la tenda per addormentarsi con noi. Ma io soffro d’insonnia, e spesso mi rialzo di notte: faccio i lavori di casa che non ho finito, oppure scrivo -questo scrivere che è il mio peccato originale; questo scrivere anche se sono disoccupato; questo scrivere sempre di notte, col buio, di nascosto, come stessi facendo una rapina. Io mi alzo, dicevo, e Michelle mi viene dietro e mi fissa finché non sono costretto a fissarla anch’io. Nei suoi occhi c’è il rimprovero di tutte le figlie verso i padri che mettono a letto i bambini e poi vanno davanti alla TV a tirar mattina. Mi viene da dire “Sì Michelle, vengo subito a dormire”, ma poi mi ricordo che sono un uomo e che sarebbe bene tirare fuori i coglioni almeno con un gattino!

Per qualche giorno Michelle ci ha guardati aprire e chiudere l’armadio. Poi mi sono accorto che non stava guardando. Ci stava studiando. E infatti è riuscita ad aprire l’armadio e a tirare fuori un vestito di Giusi. L’ho raccontato a un amico, e lui mi ha risposto che il suo gatto ha aperto la pentola a pressione e ci è entrato!

Michelle entra nei lavandini, nella vasca, ma certi territori li considera sacri. Per esempio, il nostro letto. A volte ci appoggio un giocattolo per farla salire. Ma lei aspetta che lo rimetta a terra. Abbiamo provato a prenderla in braccio, ed è schizzata via. Non ha paura di mostrarmi il  petto scoperto, ma se la sollevo da terra le viene quasi il panico.

A ventiquattro anni -ero all’università- una notte udii dei suoni così agghiaccianti che potevano appartenere a una macchina, a un uomo, a una bestia, a qualunque essere vivente o non vivente. Pensai addirittura che fossero arrivati gli UFO! Un coinquilino mi disse: sono i gatti in calore. Quei suoni li ho riuditi da Michelle. E’ terribile vederla contorcersi, invocare, schizzare via, comportarsi come una folle. Era come vedere i tarantolati, quei poveri cristi che affollavano la chiesa di San Paolo a Galatina riversando sull’inesistente taranta tutto il loro orrore della vita. Michelle dovrà essere sterilizzata. Un amico mi ha confidato che il suo gatto, dopo la castrazione, lo guardava come volesse dire: “Cosa ti ho fatto per meritarmi questo?” D’altra parte, se non la sterilizziamo, Michelle continuerà a soffrire. Mi chiedo: e se fosse libera, se noi non ci fossimo? Se fosse libera, mi rispondo, vivrebbe male: come quando era in strada, e la nostra amica l’ha sentita piangere. Povera Michelle, dobbiamo mutilarla! E pensare che l’accoppiamento fra gatti dura una decina di secondi, ed è anche doloroso perché il gatto le lacera le pareti della vagina con la spina che ha sul pene. Gli ovuli della gatta sono chiusi in una specie di sacchetto, ho scoperto, ed è necessario lacerarlo per poterli fecondare.

Michelle cammina per casa come se fosse la sua foresta. Se ne sente padrona: vuol essere seguita, non seguire; habere, non haberi. Se parlasse, la sua regale maestà ne verrebbe sminuita. Ma Michelle non parla: ha solo il suo miao orchestrale, e tutto il resto lo dice col corpo. Il suo è un linguaggio misterioso ma chiarissimo, e siamo noi a doverci sforzare di capirlo, non lei di farcelo capire.

Vedere Michelle dormire è vedere un paesaggio: è il pastorello di Van Gogh, o il riposo del Doganiere Rousseau. C’è il respiro della terra nel suo sonno. La sua figura fa apparire volgarissima la poltrona su cui si accuccia. Quella è un orpello, Michelle è l’essenziale.

Il suo umore è incostante: ha un bisogno disperato di carezze, e se accenno ad andarmene mi trattiene. Poi d’improvviso ringhia e si ribella. Ma quando mi appoggia il testolino sul palmo della mano, sento in lei un abbandono completo: sento che un’anima ha trovato pace nelle mie mani.

Ho avuto due genitori razionali, che hanno comunicato con la sola parola e quasi per niente col gioco e col corpo. E sono venuto su razionalissimo, ma indifeso di fronte alle emozioni. Il corpo è sempre stato il mio nemico: a tre anni giravo le cliniche ortopediche, e dicevano a mia madre: “Se fossi Dio, rifarei suo figlio da capo”. Portavo scarpe ortopediche, doccine notturne, facevo ore e di cammino sulle punte dei piedi in casa, e a giorni alterni ginnastica e nuoto correttivi. Mi dicevano che a quattordici anni avrei dovuto segare le ginocchia e rimontarle. Per fortuna non c’è stato bisogno: sono bastate la buona volontà e la ginnastica. Ma sono cresciuto quasi senza giocare e il corpo è rimasto il mio nemico. Michelle mi ha insegnato a giocare, mi ha insegnato ad amare il mio corpo. Mi ha guarito.

Quando ci vede correr dietro ai nostri impegni, nei suoi occhi appare un lampo d’ironia. Sembra che pensi: “Ma chi glielo fa fare a condurre una vita così complicata, ad andare in ufficio, a cercare lavoro per poi avere i soldi per poi poter mangiare? Basterebbe acchiappare un topolino…”

Il Tribunale dell’Inquisizione bruciava i gatti neri perché li considerava incarnazione del diavolo.  Michelle è nera: ma, a vedere la sua eleganza, è difficile immaginare qualcosa di meno diabolico. Credo che l’Inquisizione odiasse i gatti perché sono il contrario del fanatismo: razionali, indipendenti, ironici. L’Inquisizione ha smembrato, seviziato, arso vivi tanti esseri umani. Eppure l’immagine di quei gattini miagolanti tra le fiamme è la più patetica, più evidente rappresentazione di dove ha spinto la sua -tutta umana- follia.

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