Ponte di illusioni

ponte littorio pescaraAttraversato dalle macchine d’epoca, da biciclette e da madri col passeggino, il ponte Littorio fa la sua tronfia figura in una foto in bianco e nero. Sulle colonne le aquile segnalano senza possibilità d’equivoco l’ideologia da cui è nato. Il carcere borbonico, sullo sfondo, e le case della Pescara antica delineano un’atmosfera da quadro di Cascella. La foto non porta data, ma certo risale a prima del 1944.

Scrive Luigi Lopez che “i ponti sono la spia più evidente dell’evoluzione della città. Se al piccolo borgo militare fu un tempo sufficiente un ponte di legno, poi sostituito dal laborioso e pericoloso traghetto sulla scafa e poi dal risonante stretto ponte a battelli; se al borgo che diventava città fu necessario un ponte a gabbia di ferro, ben presto anche questa struttura risultò inadeguata”. Pescara, si dice, stava crescendo. Se nel 1921 contava 26.000 abitanti, nel 1936 ne erano già 45.000. “Un incremento demografico secondo solo a quello di Roma”, fanfaronavano le cronache locali. La realtà era un’altra, perché fra il 1921 e il 1936 c’era stato il 1927, e nel 1927 la vecchia Pescara, quella di Gabriele d’Annunzio, aveva annesso il borgo di Castellammare, che sorgeva sulla sponda sud del fiume. Il primo calcolo era stato eseguito su una città sola, il secondo su due! Era questo il motivo dell’ “incremento demografico secondo solo a quello di Roma”. A volere l’unificazione “delle due Pescare” erano stati Gabriele d’Annunzio e il ministro fascista Giovanni Acerbo, pescaresi entrambi.

La città era stata voluta dal fascismo e al fascismo eresse la sua opera propagandistica: il ponte Littorio. Disegnato dall’architetto Cesare Bazzani, era largo 18 metri –di cui 12 di carreggiata- e lungo 106. Aveva quattro colonne che sorreggevano altrettante aquile di bronzo. Distici latini erano stati incisi alla base delle colonne per inneggiare all’unificazione tra Pescara e Castellammare. C’erano quattro antenne portabandiera e portalampade alte 20 metri, e due balconi centrali affacciati sul porto e sul mare.

Su quattro basamenti di travertino poggiavano quattro statue femminili di bronzo, opera dello scultore Vincentino Michetti, che rappresentavano l’agricoltura, la pastorizia, l’industria e la pesca: le pietre miliari dell’economia cittadina e della retorica del Ventennio.  All’inaugurazione, il 4 agosto 1933, c’erano il duca d’Aosta, il segretario del Partito nazionale fascista Giuseppe Starace, il ministro dei Lavori pubblici e gli alti gerarchi Italo Balbo e Guido Buffarini Guidi. L’invito del podestà obbligava tutti a indossare camicia nera e decorazioni, ma dispensava dall’uso della giacca: il caldo era troppo grande.

Fin dal principio il ponte fu amato ma anche criticato: le quattro colonne, pur belle in sé, spezzavano l’armonia e la sobrietà della costruzione, si diceva, a differenza di quanto accadeva per il ponte della Vittoria sul Lungarno a Firenze. A questa critica, scrive Luigi Lopez, si rispondeva che i due ponti “erano calati in ambienti naturali ben diversi, ricco di storia ma scarso di natura quello di Firenze; al centro di un vasto orizzonte, circondato dalla luce e dalla vicinanza del mare e dal cielo di alta montagna quello di Pescara”. Una risposta da far studiare a tutti gli aspiranti pubblicitari, perché dove sta che i dintorni di Firenze sono “scarsi di natura” lo sapeva soltanto il signor Lopez, e quanto dista il cielo d’alta montagna da Pescara lo vede chiunque abbia una vista migliore della sua.

Nata per volontà del regime, Pescara fu fascistissima: nel Rapporto al Duce presentato dal federale Nicola Volpe il 26 gennaio 1942, si dice che le uniche manifestazioni d’insoddisfazione erano dovute a carenze alimentari e la cittadinanza seguiva con entusiasmo le manifestazioni del regime. “Lo stato d’animo della popolazione” scriveva Volpe “è di serena comprensione delle dure necessità della guerra, che si combatte non disgiunta da una quasi generale certezza nella vittoria”. Organizzazioni antifasciste non ce n’erano, e del resto non avrebbero potuto esserci perché la censura esercitava un durissimo controllo su tutta la provincia: nel 1940 un commerciante e un fabbricante di laterizi di Alanno, Pasquale Odoardi e Mario Verrocchio, erano stati condannati a uno e due anni di confino per aver raccontato barzellette sul fascismo; nel 1941 era stato arrestato l’avvocato Leo Leone, in cui il prefetto Varano aveva ravvisato “la volontà acre del superinformato e del supercritico diretta a far sbollire il sano entusiasmo dei buoni cittadini”; i testimoni di Geova erano stati banditi per il loro antimilitarismo. “In pratica” scrivono gli storici Antonio Bertillo e Giampietro Pittarello “si rischiava di commettere reato anche solo parlando della guerra”. I censori aprivano la corrispondenza privata e stralciavano dalle lettere le frasi che non piacevano al regime. I loro autori venivano immediatamente convocati in Questura, da cui non si sapeva se sarebbero tornati a casa.

Volpe aveva scritto che i pescaresi “comprendevano le dure necessità della guerra”, ma sarebbe stato più corretto affermare ch’essi erano quasi all’oscuro della guerra. Nodo di collegamento fra il Nord e il Sud e fra l’Est e l’Ovest dell’Italia, giovane e perciò fragile, Pescara avrebbe dovuto aspettarsi un attacco aereo. Invece era indifesa: l’aeroporto funzionava da scuola di addestramento per i piloti di aerei da caccia, ma non c’erano velivoli in grado di funzionare. Non c’erano armi contraeree o batterie antinave che potessero contrastare un attacco nemico. Non c’erano rifugi antiaerei, né erano state organizzate squadre di soccorso ad eccezione di quelle della Croce rossa.

I pescaresi vivevano fuori del mondo. La propaganda ripeteva che l’Italia aveva i migliori aviatori, ed era vero; ma l’industria bellica produceva solo aerei da raid. Avevamo progettato aerei potentissimi, ma ci mancava il metallo per costruirli. Come molti italiani, i pescaresi erano convinti che nulla di male potesse venire loro dal cielo. E continuavano ad andare al cinema, a passeggio e al mare come se la guerra fosse già finita. Invece doveva ancora arrivare. E quando arrivò, con i bombardamenti del 31 agosto e del 14 settembre 1943, si assisté all’esplosione di un furore incontrollato. “Era incredibile” ricorda il professor Nando Filograsso “come tanta gente fosse determinata ad andarsene, come se avesse coltivato in segreto e da tempo quell’idea”.

I nazisti disseminarono la città di mine e requisirono tutto ciò che potesse servire per la loro industria bellica, comprese le statue di bronzo del ponte. Il 31 ottobre del 1943 si sarebbe dovuta celebrare la tradizionale festa di Cristo Re, ma l’abate Pasquale Brandaro non poté usare le campane della basilica del Sacro cuore perché i tedeschi gliele avevano requisite. A Pescara, del resto, non c’era più nessuno. L’abate andò di là dal fiume, nella Pescara di d’Annunzio e Acerbo: lì era rimasta un po’ di gente. L’abate poté suonare le campane della chiesa di San Cetteo. Nel pomeriggio, i nazisti gli avevano requisito pure quelle.

C’è una foto dei genieri tedeschi che minano il ponte Littorio. E ce n’è un’altra,scattata dall’argine sud del fiume, che mostra le macerie del ponte. La guerra era incrudelita: gli alleati bombardavano a tappeto sperando che il terrore spingesse la popolazione a insorgere contro il governo. Ma non insorse nessuno. I pescaresi erano rimasti devoti e ingannati. All’indomani del 25 luglio, le dattilografe si erano presentate a lavoro negli uffici pubblici come se il fascismo non fosse caduto. Ora, in una città così distrutta e vuota da somigliare a un mare della Luna, i genieri tedeschi  scavavano buche sotto il ponte Littorio, vi portavano casse d’esplosivo e le sotterravano. Il 9 giugno 1944 il ponte saltò via, e con esso tutte le illusioni della Pescara tronfia e incosciente, ma forse soprattutto ingannata, del fascismo. Le mine restarono sulla spiaggia fino a oltre la guerra, e vennero scoperte nel volgere di una decina d’anni, mano a mano che qualcuno, camminando, ci finiva sopra e saltava per aria a pezzi.

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