Il destino di Eleni


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(a Doris Emilia Bragagnini)

1.

Devo dirvi quello che ho saputo. Ma prima voglio raccontarvi di quando Eleni era felice. S’era lasciata da poco con Antonio, ma s’erano lasciati bene. Aveva trovato presto come consolare il proprio corpo: “Bisogna pur che il corpo esulti”, dice la canzone di Jacques Brel. E il corpo di Eleni esultava in palestra, la sera, quando tutti se n’erano andati e lei restava in compagnia dell’istruttore, che la faceva volare sugli attrezzi. Ma quello era solo sesso. L’amore arrivò, sei mesi dopo, sotto forma di un pianista con cui aveva provato il Quintetto di Schumann. Eleni era affascinata dalla vitalità ritmica, dal suono cristallino che produceva. Si chiamava Walter. Non usava quasi niente pedale, era tutto chiarezza e precisione, ed era molto musicale. Eleni scoprì delle affinità con lui: anche lui leggeva libri sulla musica, era un intellettuale della musica come Eleni. Si trovava a suo agio con la dodecafonia e le faceva ascoltare Lutoslawsky. Ma sembrava che Eleni lo interessasse solo come collega di studi. Era freddo e astratto. Eleni era attratta da lui, e non riusciva a tollerare che lui non sembrasse ricambiarla.

C’era un ragazzo, invece, che la amava da anni. Si chiamava Bruno. Gli amici lo chiamavano “lo svedese” come il protagonista di Pastorale americana, ma in realtà Bruno era nato in Danimarca. Dicevano ch’era “calato dall’alto” perché era venuto in Italia a sei anni. Era nato in Danimarca perché sua madre lavorava in una multinazionale ed era stata spedita lassù. I suoi s’erano separati quando aveva un anno e mezzo e suo padre era tornato a Sistiana, fra i boschi e il mare di Trieste. Quella era la prima volta che Bruno era calato dall’alto. La seconda era stata quando, da Trieste, era sceso a Firenze. Sua madre era morta che lui aveva cinque anni, e all’inizio era rimasto col secondo compagno di lei, Carl, un uomo pallido e malinconico, con gli occhi azzurri da ghiacciaio alpino. Carl amava molto il bambino, ma presto cominciò ad essere depresso e a perdere di lucidità. Si seppe poi che aveva un tumore al cervello. Il padre veniva a trovarlo quando poteva, e finché poté evitò di strappare il bambino alla Danimarca e ai suoi compagni di giochi. Ma Carl ormai non era più padrone di se stesso. A sei anni, Bruno tornò in Italia e da allora stette col padre. Della madre ricordava poco: una signora vestita di velluto, che gli portava regali. Bruno ricordava come in sogno il freddo sole di Danimarca, e Carl, e quella donna vestita di velluto che gli portava sempre regali.

Eleni aveva conosciuto il padre di Bruno. Un bell’uomo, alto, con gli occhi tristi ma una risata schietta, con la barba rossicia e la voce calda e roca. Quando Bruno era piccolo, il padre lo portava in bicicletta in montagna, nei boschi, si faceva aiutare a tagliare la legna, spiavano insieme le cinciallegre che facevano il nido nella cassetta della posta. Bruno era cresciuto così, fra la montagna e il mare, col caminetto e la legna da spaccare.

C’era un segreto che Bruno aveva confessato solo a Eleni. A Natale del ‘92, di là dal golfo di Trieste, la parte italiana aveva le luci accese, quella slava era buia. Era iniziata la guerra. Il suo primo amore era stata una ragazza di Sarajevo che aveva perso i genitori nell’assedio. Aveva cercato d’aiutarla, ma lei si perdeva per strada, si scordava tutto, piangeva. Alla fine s’era suicidata. Con la patente appena presa, s’era lanciata contro un muro, in un posto isolato, avendo cura di non far male che a se stessa. Era buona. Si chiamava Ankitza. Senza dir nulla nemmeno ai genitori, in segreto come facesse una rapina, Bruno aveva seguito un corso di pronto soccorso e, una volta trasferito a Firenze aveva continuato a prestar servizio alla Croce Rossa. Era per questo che aveva voluto trasferirsi: era successo tutto l’ultimo anno di liceo. Bruno cercava col volontariato di calmare il senso di colpa per Ankitza, cercava a Firenze di mettere una distanza dal muro dove lei s’era schiantata. I genitori non gli avevano fatto opposizione. Forse qualcosa avevano capito, forse avevano capito che Bruno non era mai di casa in nessun posto. Era venuto a studiare all’Accademia di Belle Arti. Era dotato.

Eleni lo trovava affascinante. Ma quando le chiedefvo perché non si mettessero insieme, rispondeva: “E’ così simile a me. Mi sembrerebbe di stare con un’altra me stessa. E poi è tanto buono. Io voglio sentirmi nelle mani del mio uomo, lui è così buono che sentirei di avere lui nelle mie mani”.

L’Accademia, a Firenze, è quasi accanto al Conservatorio. Un giorno Eleni cercava dove mettere la bicicletta e Bruno stava togliendo la sua. Si parlarono. S’erano rivisti un’altra volta e un’altra, e Bruno le aveva chiesto: “Posso accompagnarti a casa?” “Certo che puoi”, aveva risposto Eleni con la sua tipica malizia gentile. S’aspettava che lui l’avrebbe baciata, ma non lo fece, né quella volta né mai. Era un ragazzo divertente, ma a volte era come se sparisse. Non so come spiegarlo. Era come uno che aveva un segreto. Lui era all’Accademia, al pub, a casa come se fosse all’Accademia, al pub, a casa: dava sempre l’idea di dover scappare da qualche parte a far qualcosa di molto importante. Sembrava che avesse una vita segreta da qualche altra altra parte. In realtà, per quel che sapevo, non ce l’aveva: era solo fatto così.Un giorno Eleni lo provocò e gli chiese di raccontare il suo primo bacio. Lui rispose: -Beh, ero in campeggio, stavo andando a dormire, e… una tizia con cui avevo parlato tutto il giorno mi è entrata nella tenda e mi ha messo mezza spanna di lingua in bocca. Io ho aperto gli occhi a due di denari e lei è scappata via.

Dopo un paio di mesi venne ad abitare vicino a lei. Una sera, Eleni stava rientrando a casa un po’ bevuta, con un ragazzo che le allacciava la vita. Incrociò Bruno sul portone. Il giorno dopo lui batté alla porta col pretesto di restituirle un CD. In realtà era venuto a vedere se c’era ancora l’altro. Era tutto rosso. Aveva la faccia di un cane che dev’essere portato ad abbattere.

Io ero amico di Bruno. Quando stendeva i panni all’aperto veniva sempre la pioggia. “Devo avere un effetto diuretico sul Padreterno”, scherzava. Aveva una voce calda come quella di suo padre e un modo di parlare tra il sornione e il trasognato. Una voce frizzantina, rapida, ritmica, un gorgoglio di parole che veniva su colla stessa musica di qualunque cosa si parlasse. Fumavamo, parlavamo dei suoi pittori, di Savinio, di Boecklin, di de Chirico, dei suoi fotografi, Stieglitz eccetera, dei miei pianisti, del suo pianista preferito, Glenn Gould, ed anche dei miei pittori, dei nostri musicisti non classici, di Jacques Brel e del jazz. Giocavamo a poker sere intere, ascoltando Bix o Duke Ellington, facevamo le cinque di mattina e poi andavamo a prendere un cornetto a una cornetteria che all’alba era già aperta. Ci divertivamo ma lui era sempre come se ci divertisse. Una parte di lui restava assente.

E un pomeriggio, Eleni non lo vedeva da tempo e lo andò a trovare, aprì la porta e il suo compagno di stanza disse che il padre di Bruno era morto e che Bruno era tornato a Trieste da sei giorni. Nei mesi successivi Bruno si rinchiuse in una solitudine sempre più dura. Il mondo aveva perso ogni fascino ai suoi occhi.

Richiamò dopo diversi mesi; ma Eleni oramai non rispondeva, era a casa di Walter.

Erano giorni di prove burrascose, il “maestro” era insultante, ed Eleni confidò a Walter: -Sto bene quando suono, sto bene con la musica. Ma non c’è mai stata una persona che, conoscendola meglio, non m’abbia deluso. E non ce n’è stata una che non sia rimasta delusa conoscendomi bene. Io sono come il fuoco: da lontano scaldo e da vicino brucio.

Quel giorno c’era stato il rinnovo delle borse di studio e due amiche avevano litigato in corridoio: “Tu meritavi meno di me, hai preso la borsa perché sei raccomandata”; “Ma se sei piena di soldi, che borsa di studio pensavi di meritare? Sei piena di soldi ma evadi…”

Eleni confidò a Walter: -Mi ero innamorata. Non di un uomo, ma di un musicista, Gesualdo da Venosa. I suoi madrigali mi facevano impazzire. Mi fanno impazzire ancora, ma non so se riuscirò più ad ascoltarli. Ieri notte leggevo, e ho scoperto che Gesualdo ha sposato sua cugina, forse un matrimonio combinato, lei a ventun anni era stata già sposata due volte. Una sera, la scoprì a letto con l’amante. Li uccise tutti e due, e uccise anche la figlia appena nata perché non era sicuro che fosse sua. Fuggì a Ferrara per evitare la giustizia e visse tutto il resto della sua vita a Villa D’Este, amico di Torquato Tasso, compositore di corte, onorato, riverito. Dopo cinque anni si risposò. Sembra che maltrattava anche la sua seconda moglie. Ho passato tutta la notte sveglia, pensando a lui che sterminava la sua famiglia. La cosa che mi ha sconvolta è stata la bambina piccola. Che c’entrava la bambina piccola? Ho riprovato ad ascoltare i suoi madrigali ma non ci riesco più, sono atterrita.

-In teoria – rispose Walter – uno dovrebbe dividere l’uomo dall’artista, e in questi casi dovrebbe tenere i madrigali e buttare via l’uomo. Facciamo così quando sappiamo, che ne so, che un grande artista è stato un nazista, no?

-Sì, ma è diverso: lui ha commesso due omicidi, non ha sostenuto un’idea.

-Ma ci sono idee che assomigliano a dei fatti. Tu sostieni il nazismo, e contribuisci a far ammazzare sei milioni di ebrei. Le tue mani non sono insanguinate, ma è come se lo fossero.

-Ma se già io non posso capire come si faccia a sostenere il nazismo, come faccio anche solo a immaginare che un grande musicista, un uomo sensibile alla bellezza, abbia fatto un bagno di sangue colle sue mani? E poi ammazzare sua figlia appena nata, cazzo!… come fai a pugnalare una bambina appena nata e il giorno dopo scrivere un madrigale?

-Perché forse la maggior parte di quelli che amano la bellezza la amano come un insieme di cose perfette, e… ultraterrene. La fanno vivere in una specie di mondo a parte, dove magari si rifugiano per cercare conforto a questo… E ci sono altri che invece credono che la bellezza salverà il mondo, e allora non pensano che sia un fatto ultraterreno: pensano che sia su questa terra, che si trovi in un capolavoro di Okeghem come nel Lungarno o in questa conversazione. Per queste persone la bellezza è anche giusta, e la bruttezza include ciò che è ingiusto e immorale. Una persona così si sente offesa dall’ingiustizia perché è brutta. Tu sei così. Ma ad essere così si soffre, questa bellezza la si paga con l’orrore. Tu ti intenerisci di tutte le forme di bellezza, ma ti senti ferita personalmente da tutte le forme di orrore. Chi vive la bellezza come un fatto astratto non ha di questi problemi.

Eleni lo fissò a lungo. -Non so come fai

-A far cosa?

-Mi apri la testa… Sembra che pianti una luce nei miei pensieri e me li spieghi. Mi sento trafitta.

Walter fece un gesto come per dire: esagerata! Eleni ci rimase male.

I giorni successivi era sempre a casa di Walter. Voleva stare con lui, lo voleva. Più Walter le riusciva astratto, più lo provocava. Lui restava astratto. Eleni gli raccontava d’aver fatto sesso la sera prima in palestra, e lui rimaneva impassibile. Gli chiedeva se poteva stendersi sul balcone in topless, e lui rispondeva: “Fai pure”. La faceva volare coi suoi discorsi e la gelava colla sua astrattezza. Esausta, Eleni prese a trattarlo male per vedere come reagiva. Lui non reagiva. Pur di non vederselo davanti, un pomeriggio sparecchiò la tavola e si avviò al lavello dicendo “Lavo io”. Ma non lavò i piatti perché la mano sinistra di Walter glieli tolse e la destra le allacciò la vita. “Che fai?”, chiese. “Non senti cosa faccio?” “E se non volessi?” “Lo so che lo vuoi.” Poco dopo, Eleni sentiva il suo corpo in estasi sbattere contro il muro della cucina, e la sua voce gridare a Walter “Annientami! Voglio la pazzia!”.

2.

-Lui non ti ha detto moltissimo di sé, -disse Liliana davanti a una cioccolata fumante.

-Beh mi ha raccontato un po’.

-Un po’. Ma tu gli hai raccontato quasi tutto.

–Sì. Non potevo farne a meno. Era come se una forza esterna mi guidasse…

-Sembri stregata.

Lei rifece il suo sorriso felino: -Forse lo sono.

Poi, seria: -Mi sentivo persa, irreale. Come se non fossi più niente. Quando parlavo con lui era come se lui mi creasse. Mi sentivo come uno spartito che aspetta di essere suonato. Lui lo ha fatto, mi ha suonata ed io sono tornata reale.

-Se usa questo carisma per renderti felice, io gliene sono grata. Altrimenti…

-Altrimenti sarà stato bellissimo lo stesso. Io rifarei tutto da capo Lilli, potessi rinascere mi rimetterei con ogni mio ragazzo, vorrei esattamente mio padre e mia madre perché da loro ho imparato tante cose, guardando mia madre cadere ho imparato a rialzarmi. Ho tutta l’esperienza che lei non ha fatto perché guardandola ho imparato quello che non imparava lei. Ho più di sette vite. E non voglio sprecarle tenendole per me. Sono un fiume in piena e posso spaccare tutto se nessuno mi raccoglie. Lo capisci?, chiese guardando Liliana con durezza.

E Liliana, che non poteva sopportare quegli occhi: -Sì.

Le campane della domenica correvano bambine, precedevano il viaggio dell’Arno pacato. C’era un vento frizzantino.

-Mi prometti che starai attenta?

-No – sorrise.

Si era fatta ora di mangiare ed Eleni andò a prendere un trancio di pizza vicino Piazza delle Repubblica. Si sedette su una panchina tra la giostra e il caffè delle Giubbe Rosse. Non aveva voglia di tornare a casa a studiare. Tutt’a un tratto udì il Doppio concerto di Brahms. Era l’inizio del terzo movimento, la danza ungherese. Le parve di aver incontrato un vecchio amico: non sapeva perché, ma nei minuti precedenti le era piombato addosso un senso di solitudine.

La musica era stata messa da un giocoliere che si esibiva in centro, travestito da Charlot. S’era piazzato per via del Corso usando Brahms come accompagnamento alle sue tristi gag, che somigliavano a quelle di Chaplin come questo racconto somiglia a un racconto di Hemingway. Eleni sperò che la musica non smettesse. Invece zac!, a un certo punto il ritmo zigano finì e fu sostituito dal ritornello di Luci della città.

Eleni si alzò. Aveva voglia di camminare. Si diresse verso piazza della Signoria e vide una cosa che la attrasse. All’angolo coi portici degli Uffizi, stipati al solito dalla folla dei turisti c’era un ragazzo che dipingeva e che da dietro sembrava proprio Bruno.

Eleni lo osservò. Sì, era Bruno: sapeva che si era messo a fare lavoretti per guadagnare qualche soldo. Non gli andò a parlare, preferì stare da sola. E poi con Bruno s’erano interrotte le comunicazioni. Gli voleva bene, ed era certo che lui gliene volesse ancora, ma non avevano più niente da dirsi.

3.

“Sono proprio una ragazza fortunata”, pensò Eleni una volta a casa. “Mi sono sempre sentita più adulta della mia età; ma cosa rende adulti se non il lavoro? Rispetto a Bruno, sono una bambina.” E, senza pensare ad altro, aprì il computer e recuperò i volantini per le lezioni di musica. Era da un anno che Eleni non dava lezioni.

Studiò fino alle dieci di sera. Il giorno dopo iniziava un periodo stressante: orchestra e musica da camera tutti i giorni. Doveva alzarsi alle sette. Ma Liliana telefonò che aveva la febbre. Eleni accorse. Il ragazzo di Liliana non c’era, era dovuto correre per la morte di uno zio. Appena entrò in quella ch’era stata la sua stanza, Eleni premette l’interruttore della luce e la lampadina si fulminò. Non avevano nulla per cambiarla, era troppo tardi per trovare un negozio aperto. Liliana avvampava. Eleni bagnò una pezza e gliela mise sulla fronte. Un’altra gliela pose sul petto. Con la sua minitorcia cinese cercò il termometro nel cassetto delle medicine. Liliana aveva trentotto e mezzo.

-Resto qui – disse Eleni.

-No, vai Eleni, Walter ti aspetta…

-Walter mi direbbe di restare qui.

Avvisò per messaggio Walter. Lui rispose: “Ok, fammi sapere come sta”.

-Visto? – disse Eleni. E poi: –Hai fame?

-Un po’ sì, Ele, ma davvero…

-Ho fame anch’io, cosa credi?

-Il kebab non è il momento di mangiarlo, vero?

Scoppiarono a ridere. Si udì un tuono, poi un altro.

-Cos’hai in casa?

-Lenticchie.

-E allora mangiamo le lenticchie.

-Che situazione! Febbre, buio, temporale e un piatto di lenticchie.

A mezzanotte Eleni fu svegliata da un botto. Era Liliana che s’era alzata per fare pipì ed era caduta nel cesso prima di arrivare sulla tazza.

-Lilli! Cazzo!

Per terra era bagnato: Liliana se l’era fatta addosso. Eleni la prese in braccio, la posò sul letto e chiamò la guardia medica. Liliana riaprì gli occhi.

-Ehi.

-Mi gira tutto.

-Come ti senti?

-E’ tutto velocissimo. Mi viene da vomitare.

Aveva la febbre a quaranta. Durante la notte delirò.

Ci volle un po’ per ripulire il bagno: Liliana non teneva più i detergenti dov’erano prima. Poi arrivò la guardia medica. Eleni riuscì ad addormentarsi solo verso le tre. Fuori pioveva forte, l’Arno s’era gonfiato. L’acqua piovana scivolava come un fiume parallelo. Entrò dalla finestra un bagliore fortissimo, scoppiò un tuono. Era il quarto movimento della Pastorale. Era il Winterreise.

La mattina dopo Liliana ringraziò. -Ma adesso come fai? Non sei stanca?

-Non ti preoccupare.

-Non ti manderò a puttane le prove?

-Hai dimenticato che dormo sempre poco?

-Sì, ma…

-Non ti preoccupare. Tanto se la prova va male cosa può succedere? Che quello urla? Che urli. Mi cacciano dall’orchestra, dall’accademia? Che mi caccino. Che mi mandino a fanculo. Io sono stanca di loro.

-Ma che dici? Tu ami la musica.

-La musica, non i musicisti. Mi piace più la compagnia di una sigaretta che di un essere umano. Non ho voglia di fare carriera fra questa gente. Voglio un amore, voglio un lavoro, voglio la vita vera!

Bruno telefonò più volte nei giorni successivi, Forse quel pomeriggio l’aveva vista e aveva voglia di rivederla. Mandava dei messaggi infantili. Eleni si schermiva. Un pomeriggio le scrisse all’improvviso “Ti amo”. Eleni capì che doveva allontanarlo. E con gentilezza lo allontanò.

Una sera Walter baciava il suo corpo. Lei disse -E’ meraviglioso- disse lei. -Quando mi tocchi mi disegni con le tue mani. Mi sento più bella dove tu mi tocchi. Mi sento più viva. Amo il mio corpo perché tu gli dai vita. Amore, i tuoi baci m’incantano. M’inchiodano. Non esiste più nulla. Non esisto più nemmeno io. Esisti solo tu dentro di me. Solo tu…

Walter si fermò: -Davvero esisto solo io?

Eleni sorrise: -E chi altro?

E lui, severo: -E quel ragazzo che ti chiama?

-Chi, Bruno?

-Sì.

-Non ha più chiamato.

-E se richiama?

-E se richiama… gli ridico che sto con te.

-E digli anche che se lui insiste io gli faccio un culo così!

-No!…

-Come no?

-Amore, non te la devi prendere con lui. E’ tanto buono…

-Io non me la prendo con nessuno, Eleni. Ma se ti toccano io non rispondo più delle mie azioni, lo capisci?

E riprese a baciarla. -Ma io non voglio essere toccata da nessuno, solo da te. Io sono solo tua. Prendi possesso di ciò che è tuo. Prendi possesso… di me.

E dopo che si furono amati: -Tu mi devi dire tutto, Eleni.

-Ma io ti dico tutto. Non mi credi?

-Non hai capito. Non è di fiducia che parlo. Io mi fido di te.

-E di cosa, allora?

-Io non voglio sapere solo tutto quello che fai, tutti i ragazzi che ti vengono dietro… quello lo do per scontato. Io voglio conoscere tutto quello che pensi, tutti i sentimenti che provi. Voglio conoscerti come tu conosci te stessa. Voglio che tu sia un libro aperto, aperto solo per me. Tutto quello che sai di te stessa tu me lo devi dire, amore…

-Non desidero altro…

-Giuralo.

-Lo giuro.

-Sulla tua vita.

-Lo giuro sulla mia vita. Tu aiutami. Non permettermi di tenere nulla per me sola.

Eleni si sentì molto amata. Walter divenne suo marito. Com’è finita, ve l’ho raccontato. Eleni, dopo il ritorno in Grecia, aveva trovato un nuovo ragazzo ed era partita con lui per la Germania. Oggi ho letto su Facebook che sono morti entrambi in un incidente stradale. Spero che sia morta felice.

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