Furto d’anima, di Marco Ercolani e Lucetta Frisa


furto d'anima
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E noi mostri, noi artisti, lo abbiamo avuto, questo amore? Penso che l’arte, talvolta, supplisca a modo suo un atto d’amore mancato.»

Furto d’anima (Greco & Greco, 2018) è un libro di lettere reali e immaginarie. Qualcuno scrive e qualcun altro risponde. Ma non si tratta di qualcuno anonimi. Si tratta di Kleist, Constable, La Rochefoucauld, Cristina Campo… Come in molte loro opere maggiori, Marco Ercolani e Lucetta Frisa assumono di volta in volta l’identità di un personaggio del passato, componendo testi apocrifi. Sono un’ottantina di lettere, botta e risposta, suddivise in quarantadue capitoli o racconti: in ogni capitolo o racconto, dialogano una voce maschile e una femminile. Capita a volte che uno dei due personaggi sia non l’autore, ma l’argomento della lettera; o che la seconda voce sia implicata in un’unica lettera, ad esempio per mezzo di citazioni. Ma sono casi marginali. La struttura del libro prevede il dialogo effettivo -botta e risposta- tra un io e un tu uomo e donna.

La prima cosa notevole è l’equilibrio delle voci: quelle di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, da sempre in dialogo sia nella vita -sono marito e moglie- che nella scrittura, e qui in un dialogo tòcco dalla grazia; e poi le voci altre: Kleist, Flaubert, Artaud, Kafka, Katherine Mansfield… Le lettere autentiche si inseriscono nella partitura del libro in un modo che, se da un lato preserva l’illusione di realtà, dall’altro crea il piacere giocoso di abbandonarsi alla finzione anche dopo ch’è stata svelata. Il primo impulso, di fronte alla lettera, per esempio, di Flaubert, è di leggerla come apocrifo. Ma l’asterisco, ben visibile in alto al centro della pagina,segnala ch’è una lettera vera. E leggendola come lettera vera, ci accorgiamo che sembra irreale quanto le altre. Non sembri un appunto beffardo. Ho detto che ogni coppia di lettere costituisce un racconto: e i racconti non devono essere verosimili, non sono come i romanzi. Devono essere fatti a regola d’arte. Sono un mondo chiuso che deve funzionare di per se stesso, mentre i romanzi sono più umani, più impastati di realtà, più implicati nelle convenzioni sociali del loro tempo. Di un vero racconto non importa che sia credibile, ma che sia funzionante al suo interno e nell’insieme di cui è parte. Poter leggere un documento vero come fosse finto, in una raccolta di racconti, vuol dire che l’esperimento è riuscito. Ercolani e Frisa sottopongono la loro opera a un test interno: mischiando lettere vere e false, e dichiarando chiaramente, di ognuna, se è vera o falsa, non proteggono la finzione e il mistero; ma abbattono il muro della finzione, sconfessano il mistero. Il fatto che sia i racconti, che il libro nel suo insieme, funzionino lo stesso, va a loro merito.

Mandata all’aria la credibilità, i due autori mettono il lettore nella posizione di un post-lettore che legge dopo che l’inganno è stato svelato. In questo “al di qua della convenzione narrativa”, le voci femminili sono toccanti e vere in un modo sbalorditivo! Lucetta Frisa, qui “addetta” alle voci femminili, è soprattutto una poetessa -una delle poetesse più vive del nostro tempo- ma qui si rivela anche sapiente prosatrice. Il suo fraseggio è armonioso e pulsante come nella poesia, ha la stessa vitalità nello scandagliare l’abisso mantenendo la forza architettonica. Solo un piccolo appunto: qualche volta il discorso sulle possibilità creative e intellettuali femminili compresse da secoli di maschilismo è un po’ troppo dichiarato, e sarebbe meglio che emergesse dal racconto anziché essere detto a chiare lettere. Ma è un peccato minuscolo in un’opera così viva, e oltretutto accade veramente di rado.

Certo, come in tutti i libri di racconti, c’è qualche disuguaglianza, e come in tutti i libri che vengono a capo di una poetica sviluppata in lungo e in largo -qui, la poetica dell’apocrifo- c’è qualche momento di stanca. Ma non è questo l’importante. Semmai è importante che, rispetto alla produzione precedente, si avverte una certa stanchezza nei confronti dell’apocrifo “puro”. I migliori racconti (Rochefoucauld-la Fayette, Clarin-Bèjart, Orazio e Artemisia Gentileschi, Mary e Charles Lamb, i fratelli James, Rodin-Claudel) tendono a costruire delle vere e proprie trame, fatte con gli elementi base della trama: il conflitto e il mistero. Azioni drammatiche (Rodin-Claudel) e piccoli gialli (Clarin-Bèjart). Sembra che gli autori si stiano riappropriando dell’ossatura narrativa classica a partire dalle sue cellule elementari.

C’è un’altra cosa che emerge dal libro con una sferzante evidenza. Le lettere rivelano tutta la desolazione umana di questo “mondo artistico”. L’anaffettività, la miserabile egolatria di Kafka. L’ipocrisia dei Claudel, vera famiglia tradizionale cattolica, e la debolezza melliflua di Paul. La brutale misoginia di Artaud, autoelettosi sacerdote del proprio mistero. Kleist che vuole quasi fabbricarsi la fidanzata ideale prendendo spunto da quella vera. Henry James che brucia il diario della sorella perché contiene troppa verità. Elias Canetti che annulla la consorte come donna e come scrittrice. Affiora la disumana invidia della parte maschile del mondo verso i doni creativi e intellettuali delle donne. Ercolani e Frisa tolgono la maschera all’arte. Sembra che una carenza di sensibilità umana sia connaturale al fare artistico. Che esso assorba così tante energie affettive da ottundere la sensibilità umana. Addirittura ch’esso nasca da tale ottusità! Questi uomini sembrano considerarsi il massimo dell’umanità e sono invece, umanamente, molto piccoli. Inutile dire che le donne fanno una figura migliore (ma non tutte: il libro evita una visione manichea). Ma questa è una ben magra consolazione.

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